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All’ombra del gigantesco muro (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 24 gennaio 2015 at 10:27

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Finalmente dopo 15 anni sono riuscita a tornare in Palestina, grazie all’organizzazione AssopacePalestina e a Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo e infaticabile attivista per la causa palestinese, preziosa guida del nostro viaggio.
Nella precedente visita le colonie erano molto meno, la devastazione territoriale anche e l’emergere di una lotta (pacifica e di massa) dava speranza. L’autorità palestinese, l’OLP, bene o male rappresentava la guida unica e riconosciuta.
“Palestina, terra immaginata, terra delle religioni, terra dei contrasti dove si è concentrata la nostra attenzione per comprendere meglio la situazione del popolo palestinese schiacciato dall’occupazione israeliana, con la complicità dei principali attori internazionali. “
Se il viaggio aiuta a dar forma ai pensieri con parole, immagini, suoni, silenzi, da questo viaggio per il turbinio di emozioni suscitate, mi sono dovuta imporre dei momenti di distacco, di leggerezza, quella levità che Calvino ci ha insegnato essere tutt’altro dalla superficialità.
Nei vari passaggi in Palestina la memoria mi ha portato continuamente agli assediati, alle atrocità compiute, ai soprusi quotidiani, ai muri invalicabili, al filo spinato … e il bisogno dell’allontanamento è diventato quasi una necessità per il peso insostenibile di tante situazioni .
Altri compagni di viaggio hanno messo in luce una sintonia, la condivisione di riflessioni, emozioni, stati d’animo, che il viaggio ha suscitato in ognuno di noi.
Non credo che si riesca a capire la situazione della Palestina se non si va da quelle parti, non è sufficiente leggere libri sull’argomento, interviste, saggi , devi essere lì per capire o per lo meno per cercare di capire l’ingiustizia con cui si vive da quelle parti, ma nello stesso tempo la varietà e ricchezza di tante “risposte”
Occultati nello stereotipo delle parti avverse sono prima di tutti i palestinesi: visti in alternativa come “vittime” o come “estremisti”. Di fatto poco si sa della loro vita all’ombra del gigantesco muro voluto da Israele per tenerli a distanza da sé e separarli tra di loro.
Il viaggio ha offerto l’ opportunità d’incontrare diverse esperienze e realtà tutte legate dalla volontà di sfuggire alla logica della violenza (che pure hanno sperimentato) di resistere pacificamente all’occupazione trovando strade alternative che affermino la vita, in positivo.
Dalle varie esperienze emerge un tratto “ corale “ inedito e o inimmaginabile che ci restituisce la fotografia di un popolo determinato e paziente che ha una legittima sete di giustizia, ma che sa ancora gioire, amare, rispettare.
Il filo conduttore di queste storie è la passione per l’arte e la fiducia nella creatività come via di salvezza, unito al filo rosso dell’amore per la propria terra, le sue tradizioni e la dignità, la forza, la pazienza con cui continuano a costruire, la perseveranza “ sumud” come si dice in arabo, sia l’unica strada da percorrere per arrivare ad una vita normale. Ci hanno raccontato, ci hanno fatto scoprire, la loro capacità indomabile di trasformare ogni atto di aggressione in gesti di “creazione” per far arrivare la loro voce nel mondo.
Lo dicono i murales, grafiti dai contenuti ironici, forti, che testimoniano di lotte, di vissuti quotidiani, colorano il muro, i muri dei villaggi, offrendo al mondo , a chi non vuole essere visitatore o turista distratto, quel che accade, quello che è stato fatto dalle loro parti.
E’ possibile una via d’uscita da una situazione così complessa?
Se ripenso all’incontro con Rami Elhanan e Bassam Aramin, israeliano e palestinese, intorno a loro il muro non c’è.
Per me è stato l’incontro più profondo perché il loro impegno ha confermato che la pace non è un’utopia.
Che la risposta ad un dolore grande come quello della perdita di una figlia, non sia alimentare, coltivare l’odio.
Ci hanno spiegato che l’uguaglianza è anche questo: condivisione degli stessi diritti.
Per me, c’è una totale sintonia con l’esperienza quotidiana di Emergency e il suo agire nei paesi in guerra, dalla parte delle vittime civili dove oltre l’aiuto umanitario, denuncia con forza la brutalità della guerra , di tutte le guerre e di ogni altra forma di violenza soprattutto verso i civili, quindi: buone pratiche e promozione di una cultura di pace.
I palestinesi riescono a vivere e a volte anche a sorridere in situazioni inconcepibili per noi europei anche se come ha detto il leader che ci ha accompagnato nella visita nel campo profughi di Aida vicino Betlemme “a volte non sappiamo se ridere o piangere, quando si celebra un matrimonio vorremmo ridere perché è una bella cosa ma poi ci viene da piangere… così, è difficile“.

Brothers in Peace (di Franca Bastianello)

In Amici, amore, Anomalie, uomini, Viaggi on 14 gennaio 2015 at 19:36

Bassam Aramin and Rami Elhanan

Di tutti gli incontri che si fanno durante i viaggi in Palestina, con Luisa, quello a cui tengo di più è sicuramente con Rami Elhanan e Bassam Aramin: i “combattenti per la Pace”.
Se mi chiedete perchè, non mi è difficile rispondere: incontrare un israeliano ed un palestinese che combattono insieme per la Pace, non è cosa facile e soprattutto, sarà che sono un po’ cinica e smaliziata, non a tutti io riesco a credere.
A loro credo fermamente e una ragione importante c’è.
Non è solo perché la loro storia è così terribile, pur se riescono a parlarne con tanta semplicità, da sembrare assurda, ma è soprattutto perchè si percepisce, nel loro racconto, quanto dirompende dolore hanno vissuto e quanto “oltre” hanno dovuto andare per poter dialogare e affidarsi l’un l’altro, come se fossero affezionati fratelli.
E non c’è retorica, loro sono autentici: fratelli diversi accomunati dalla stessa perdita.
Rami, israeliano da generazioni, alto biondo, ormai tendente al bianco e un po’ su di peso, ha fatto il servizio militare nei caccia-bombardieri. Un “non cosciente” della situazione, come molti altri israeliani, almeno fino al momento in cui, un giorno, il terrorismo palestinese uccide la figlia Smadar di 14 anni. Un dolore atroce che, prima o dopo, fa chiedere se un senso in tutto questo ci sia.
Bassam, palestinese, alto, magro e scuro di pelle, una decina d’anni dopo, perde la figlia Abir, di 10 anni, per una pallottola sparata da un soldato israeliano. Un’ingiustizia che viene da lontano, che è impossibile perdonare.
Due dolori molto simili, due situazioni umanamente inaccettabili, due condizioni distanti che si avvicinano fino a toccarsi.
Perdere un figlio e l’atto più terribile che un essere umano possa affrontare.
Da questo può nascere un odio senza fine, una incomprensione infinita che non dà adito a requie.
Eppure due uomini così diversi, ambedue consci di provare la stessa forma di dolore e di essere totalmente incolpevoli, almeno personalmente, mettono insieme le loro risorse affettive e mentali e creano un sodalizio che li rende dei combattenti, molto singolari, tra altre persone colpite da simile disgrazia, i “Combattenti per la Pace” e appartengono anche ad un gruppo di sostegno “The Parents’ Circle” di palestinesi ed israeliani uniti assieme per la stessa ragione: ricomporre la Pace.
Ogni volta che sento la storia della ragione che li ha messi assieme e dei loro sentimenti di fronte al lutto e dei pensieri funesti che ognuno di loro ha percepito per lungo tempo, mi commuovo e mi emoziono come se quella perdita fosse anche mia. Mi emoziona anche l’amicizia che c’è fra di loro. Rami più affettivo di Bassam e se vogliamo più estroverso specifica che lui risponde solo alle domande semplici e che suo fratello Bassam risponde a quelle più difficili e complicate. Bassam che è più riservato ed introverso, mostra un piccolo guizzo sulla guancia, un sorriso nascosto e fugace. Si abbracciano e abbracciano Luisa come fossero figli della stessa terra, come io avrei voluto immaginare la convivenza tra queste due popolazioni. Dice Rami: “dovremo imparare a vivere separatamente gli uni accanto agli altri” e questo si può fare solo con rispetto ed amore.
Ma alla fine è ancora Rami, l’israeliano delle risposte facili, che lancia la “bomba” più esplosiva, come se sorvolasse sulle nostre teste, col suo caccia-bombardiere, e volesse imprimerci nella nostra mente il fragore di una verità, che a me personalmente ha fatto tremare il cuore e davvero mi fa dire che sono esseri umani che ammiro profondamente:

“messaggio da Ebreo, con tutto rispetto per le mie tradizioni:

occupare

umiliare

milioni di persone calpestandone tutti di diritti,

non ha nulla a che vedere con l’essere Ebreo.

Ed essere contro l’occupazione militare

Non

È essere antisemita”

Una lezione che non dimenticherò mai.

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