rossaurashani

Posts Tagged ‘bambini’

Cuore perduto ad At-Tuwani (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi AssoPace Palestina on 30 gennaio 2015 at 11:37

pastore

Quando viaggio, in qualsiasi luogo sia e in qualsiasi tempo, so di lasciare un pezzettino di cuore da qualche parte senza la speranza di poter tornare a riprendermelo. Magari ad At-Tuwani ci torno, ma sarà difficile che recuperi quel pezzettino di cuore lasciato e perduto fin dalla prima volta che sono scesa dal pullman. Luisa nei viaggi di AssoPace Palestina, passa sempre in questo piccolo villaggio di contadini incastrato nelle aride colline a sud-est di Hebron, nella cosiddetta Area C della West Bank.
In Area C si assiste oggi ad un fenomeno definibile come “normalizzazione dell’occupazione militare”, che produce concretamente un doppio livello di oppressione. Da un lato la violenza legalizzata dell’esercito, e dall’altro la violenza dei coloni, tacitamente autorizzata dallo Stato di Israele. A poche centinaia di metri dal villaggio, infatti, abbiamo l’insediamento coloniale di Ma’on, nato nei primi anni ’80, cui segue sull’altura vicina l’avamposto, all’interno del quale sono insediati membri di alcuni dei più pericolosi gruppi extraparlamentari terroristici dell’estrema destra israeliana. Un villaggio sgangherato a dire il vero, ma di anno in anno ci scopro un segreto in più, una dimostrazione di coraggio in più. Guardo la casa viola in cima alla collina e sorrido. Una casa viola nel villaggio di pastori dove le case sono ancora scavate nella roccia e dove le antiche pietre di anno in anno si sgretolano sempre di più. Una bella vittoria visto che questo villaggio è a rischio demolizione.
Lasciare il cuore ad At-Tuwani mi rallegra. Il solito incontro con il più piccolo dei figli maschi di Hafez, di cui non conosco il nome, mi rende allegra, tanto che mi ci metto a giocare a calcio. Hafez è il coordinatore del Comitati Popolari di resistenza pacifica di At-Tuwani e quest’anno purtroppo non c’è. La morte di un cugino l’ha fatto partire prima del nostro arrivo. Ma ci viene incontro il figlio maschio più grande: Sami, che ricordiamo bene, visto che l’anno scorso lo avevano arrestato mentre stavamo visitando la città di Hebron-Al Khalil. Un’avventura davvero indimenticabile per tutti i 50 viaggiatori, farsi arrestare sotto gli occhi, un ragazzino di 15 anni e non poter far nulla per lui.
Cosa aveva fatto? Niente, era solo palestinese, e viaggiava con 50 internazionali, ovviamente internazionali poco graditi ai soldati e ai coloni insediati nella città. Comunque l’avventura era finita bene, visto che il nostro Mike e Issa Amro, del centro YAS, più tutto il nostro gruppo rumoreggiante sotto la rampa del posto di polizia, hanno prodotto il miracolo del suo rilascio.
Per prima cosa che spiego è che i figli di Hafez non sembrano affatto dei palestinesi, sono molto più simili a degli irlandesi piuttosto che ai classici bambini e ragazzini che girano le strade di Palestina. I loro capelli vanno dal biondo al rosso, chi più chi meno, e hanno tutti una faccetta birbante e simpatica.
Sami fa le veci del padre e ci racconta tutto della lotta del villaggio e delle disavventure per riuscire a resistere ancora sulla loro terra.
Non è l’unico che ci parla, ci sono pure i nostri connazionali di Operazione Colomba che ci raccontano delle loro attività e dei problemi che incontrano tutti i giorni.
Tra gli italiani c’è pure Andrea, non sapevamo di trovarlo ancora qui, se l’avessimo saputo avremmo portato il solito regalo di natale: un buon salame veneto e una bottiglia di vino rosso, come già fatto altre volte.
Intanto una camionetta di soldati ci osserva a due o trecento metri da dove siamo scesi. Ci seguirà per tutto il nostro restare nel villaggio.
Non so gli altri, ma a me sono cose che fanno incazzare. Odio essere controllata a vista. Mi viene voglia di andarci a parlare e chiedere cosa ci fanno lì e cosa vogliono da noi.
Un po’ più tardi ci passiamo accanto e mi chiedo se quei soldatini armati di mitra, si siano mai posti la domanda se è lecito difendere dei coloni considerati illegali e violenti pure da Isrele.
Quei soldati dovrebbero essere lì, anche per garantire ai bambini palestinesi, sotto gli occhi vigili dei nostri ragazzi italiani, di poter andare e tornare dalla scuola senza subire le aggressioni dei coloni energumeni.
I soldati si riservano anche di proteggere i coloni quando aggrediscono i pastori e si impossessano di terra palestinese, sradicando piante e uccidendo pecore e asini di proprietà dei villaggi della zona.
Un bel film italiano di Andrea Paco Mariani e Nicola Zambelli è stato girato ad At-Tuwani e lo consiglio a tutti “Tomorrow’s land” (http://www.tomorrowsland.com/sinossi.html) tanto per capire meglio di quale tipo di occupazione si tratti.
Intanto, mentre tutti parlano, io gioco a pallone con il piccolo di Hafez senza scambiarci nemmeno una parola, ma non c’è niente da dire il gioco parla da sè. Il bambino mostra tutta la sua arte nel gioco del pallone, un po’ con l’orgoglio da uomo arabo e un altro po’ con un senso di sana autoironia, quando il mio tiro fa goal.
Ricordo l’anno prima, i suoi capelli biondissimi e lunghi e la sua aria ritrosa, subito pronto a farti un sorriso conquistatore. I capelli ora sono più scuri e corti, sta assomigliando sempre di più a suo padre, un uomo di grande resistenza. Un uomo che ha fatto della resistenza e del pacifismo il suo credo. Che risponde con il suo orgoglio e la legalità a tutti i tentativi di cacciarlo dalla sua terra, di spaventarlo, di metterlo a tacere.
Un uomo che cresce i suoi figli nella resistenza, come lui è stato cresciuto dalla madre.
Arriva un furgone dell’organizzazione Ta’ayush (credo voglia dire “cooperazione”) e ne scende Amiel Vardi, un israeliano che da anni collabora assieme ai palestinesi contro l’ingiustizia dell’occupazione e contro i soprusi. Ci racconta quale sia il suo lavoro di cooperazione e quanti ostacoli incontra.
Nei viaggi con Luisa incontriamo molti israeliani che sono contro l’occupazione e che proprio per questo vengono ostracizzati dal governo e dalle persone comuni.
Facciamo un passaggio anche alla cooperativa delle donne di At-Tuwani, c’è sempre qualche ricamo da comperare e qualche storia nuova che ci viene raccontata. L’essere donne in Palestina è difficile ancora di più, due sono le lotte da fare: contro l’occupazione israeliana e contro la mentalità del villaggio.
Casualmente qui incontriamo anche due ragazzi del Freedom Theatre di Jenin, una istituzione fondata da Juliano Mer-Khamis, il famoso attore-regista ucciso per il suo attivismo.
Oggi At-Tuwani sembra l’ombelico del mondo, un sacco di storie e realtà convergono nello stesso punto.
Intanto io vedo delle bambine sul tetto di una casa in costruzione, mi sorridono ma non vogliono farsi fotografare, come fossero molto più grandi di quello che sono, poi scendono e mi vengono vicine, allora sì che si fanno fotografare in tutte le pose e guardano le fotografie ridendo.
Capite ora dove ho lasciato il mio pezzetto di cuore? Tra le pietre aride della terra delle colline a sud di Hebron e gli occhi dolci dei bambini del villaggio, nell’abbraccio con Andrea il nostro cooperante e la stretta di mano ormai adulta di Sami.
La bambina più piccola di Hafez ci guarda da distante tenendo stretta la bambola di pezza che gli è stata regalata da una di noi. Le mando un bacio anche io da lontano e in silenzio prometto che tornerò.

bimbi

Nessuno può sapere

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 ottobre 2014 at 19:50

pupee

Era bella. Non che fosse certo che lo sarebbe rimasta, però fin da piccola aveva quel certo non so che, difficile da spiegare, insomma non era una bambina comune. Un’aria che colpiva e che stimolava curiosità, qualche volta anche forte antipatia. Nei suoi occhi non c’era mai remissione, non c’era serenità solo e sempre mare in burrasca.  Erano occhi che ti graffiavano dentro, forse per il colore, forse per quel non so che, ma non facevano sentire a proprio agio nessuno.

Lei benché piccola non sapeva perdonare e non veniva mai perdonata. Eppure aveva i riccioli vaporosi, gli occhi scuri dal taglio orientale e la pelle diafana, un nasetto impertinente che sosteneva una mascherina di lentiggini minutissime, due fossette ed un sorriso luminoso che non usava mai. Non parlava molto ed era per quello che nessuno riusciva a capire cosa le passasse per la testa.

A volte mentre seguiva le lezioni a scuola riusciva ad innervosire l’insegnante, che spesso la mandava fuori della classe, senza che lei avesse detto neanche una parola. Nessuno poteva capire perché quella sua aria da saputella indispettisse così tanto. Veniva davvero voglia di far abbassare le ali a quella ragazzina impertinente, non doveva continuare a guardare con quell’aria critica, quegli occhi da furbetta, che un po’ ti deridono e un po’ ti cazziano.

Nessuno poteva capire, nessuno poteva sapere, che lei stava lì ad ascoltare e che cercava di capire come mai il mondo non era quello che si mostrava, che la gente diceva una cosa e ne pensava un’altra, che tutti sembravano buoni e accoglienti, ma erano quasi sempre ipocriti ed egoisti, che erano bugiardi… bugiardi e traditori.

Non voleva imparare ad essere come gli altri, ma non voleva sentirsi diversa, superiore. Voleva solo potersi affidare e fidare del mondo, ma avrebbe imparato molto presto ad essere diversa e ad andarne fiera e poi soprattutto a stare da sola.

Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Jenin Jenin

In Amici, amore, Anomalie, Viaggi on 13 gennaio 2013 at 22:22


E passano i giorni ed io non sono ancora tornata. Se quello in Palestina doveva essere un viaggio di conoscenza, ho come l’impressione di aver perso la bussola e che è proprio per quello che fatico a tornare.
Non era sembrato difficile entrare e tanto meno sembrava difficile circolare in quel territorio fino al momento che mi sono accorta di girare per le strade dei padroni e che tutte le strade che dai villaggi dovrebbero unirsi alla via principale sono state sbarrate. Lì la fantasia degli occupanti si è sbizzarrita, massi e cubi di cemento, montagne di terra e sassi, buche scavate con le ruspe… e se qualcuno riesce ad uscire al primo controllo gli confiscano l’auto o il trattore… Perchè i palestinesi dovrebbero usare il trattore, se quella non è più la loro terra?
Ogni giorno del mio viaggio un peso maggiore nel cuore, palestinesi e beduini sempre la stessa storia. Si tira su con fatica una casupola, una stanza in più, un pezzettino di orto, si curano le antiche piante di ulivo e quelli arrivano con le ruspe e te le buttano giù, sradicano gli alberi centenari e ridono… ridono.
Tu tenti la strada della Corte di Giustizia perchè quella è comunque la tua terra, la tua casa e consegni le carte che certificano senza alcun dubbio il tuo diritto, ma c’è una nuova legge, c’è un nuovo cavillo, un disegno di menti contorte… tu sei sbagliato e fuori posto, mentre loro, i coloni, che appartengono alle colonie chiamate allegramente, pure da loro, illegali, dei documenti non ne hanno bisogno e ti ridono in faccia.
La terra gliel’ha consegna dio, dopo avergliela lungamente promessa. E scusate se a questo dio non posso attribuire una lettera maiuscola. Un dio così è a servizio del potere, è usato come frusta e fucile, come carcere e legge terrena che rende un essere umano eletto e l’altro paria. Un dio di distruzione e di ingiustizia.
Ma nemmeno il giudizio della Corte di Giustizia che sospende l’assalto al villaggio, nato dalla disperazione e dal coraggio dei Comitati popolari, riesce a fermare l’esercito più etico al mondo. A Bab Al Shams, la “Porta del sole” , stanotte hanno sfollato i nostri amici che avevano occupato con le tende altra terra destinata a 4000 coloni. Li ho visti e riconosciuti erano i nostri amici, quelli incontrati nel nostro viaggio, quelli a cui ora so attribuire un nome e una storia. Quelli che oggi sono i miei fratelli con i quali vorrei condividere la speranza. Ma speranza non c’è. E’ deludente, ma la speranza è una dote che non abbandona i palestinesi ed invece abbandona me.
Comunque inutile tergiversare, in questo viaggio di conoscenza, Jenin era lì ad aspettarmi. Non avevo le idee chiare di cosa fosse un campo profughi palestinese, trasformato in villaggio, distrutto e poi ricostruito, sembra tutto facile come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io avevo conosciuto la Jenin del libro di Susan Abulhawa: quel dolce padre saggio e coraggioso che insegnava ai figli l’amore per la loro terra, quel padre che era la loro famiglia, quel coraggio con non poteva salvarlo.
Entrare a Jenin era come entrare in un mondo parallelo, fatto di parole e immaginazione. Ma nè le une nè l’altra corrispondevano alla realtà.
Per me Jenin significava il sole dolce delle sue mattine, un palco umano per i sogni dei bambini di Arna Mer e Juliano Mer Khamis, un po’ di realtà e tanta finzione per poter sopravvivere alla bruttura di questa esistenza. E bambini ne vedo, mi chiamano dentro le case e vogliono farsi fotografare, e ridono e recitano la loro infanzia che sopravvive malgrado tutto. Andiamo al Freedom Theatre, il miracolo di Arna e Juliano. Le loro foto. Arna, senza capelli, scavata dal male che la porterà alla morte e Juliano, un uomo bellissimo, anzi più che bello, un uomo affascinante, ammaliatore… ma non riesco a far a meno di rividere il suo funerale: i ragazzini che piangono e la musica che corre e lui che non c’è più ammazzato come un cane per la strada.
Ci accolgono con un buon caffè al cardamomo, ne berrò a litri, come berrò molto tè alla menta zuccherato e rigeneratore, a volte ci ha scaldato, a volte dissetato, fantastico è il tè preso sui bicchieri di vetro nelle case palestinesi, una carezza per tutti, un sorriso di benvenuto.
Fuori del teatro il sole ci aspetta… fa caldo, noi non ce lo aspettavamo… da noi giornate fredde e nebbiose ed io stavo smaltendo la fine di un’influenza che mi aveva squassato con febbre alta e raffreddore. Ma quel tepore mi rimetteva in sesto, ma allora non era vero che la temperatura era come da noi. Non sapevo che quando saremmo ripartiti la neve avrebbe ricoperto quelle case, quella terra martoriata, le cupole di Jerusalem e gli ulivi sopravvissuti alla follia umana.
Ci spostiamo a Nablus, vecchia città dell’olio di oliva buono e delle fabbriche di sapone, ma tutto muore anche l’operosità di un popolo in catene. La città che si nasconde sotto i portici e le stradine nascoste. Una città ferita dai carri armati, caterpillar contro sassi, non c’è resistenza che tenga. La loro pace si chiama deserto.
Le tende vuote di Bab Al Shams non sono state ancora distrutte, ma ironia della sorte, forse dopo averle violentemente svuotate dagli esseri umani, l’esercito aspetterà che si pronunci la Corte di Giustizia israeliana… che ridicola presa in giro. Ma torneranno le Porte del sole a riempire di speranza questa terra dimenticata, e io sarò ancora lì con voi, con i miei nuovi amici, e per sempre.

Un anno e niente più

In Amici, Anomalie, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, poesia, uomini on 4 aprile 2012 at 23:27

E’ tutto oggi che ci penso: è mai possibile che ci siano sistemi che tremino di più di fronte alla poesia che alle bombe?
Si chiamava Juliano Mer-Khamis era al 100% israeliano e al 100% palestinese. Quello che significava questa frase era che, dal padre palestinese, aveva ereditato tutta la poesia dell’uomo di pensiero e dalla madre israeliana, la grande perseveranza della donna di azione.
Lui aveva scelto di stare dalla parte dei bambini palestinesi, come l’aveva scelto la sua coraggiosa madre Arna l’israeliana. Il teatro era stata un’idea della madre lo aveva voluto a Jenin, un campo profughi nato dall’esodo forzato della Nakba.
Perché spaventasse alcuni “poteri forti” un registra-attore, che aveva fondato il suo teatro a Jenin e che l’aveva chiamato, chissà perché, Freedom Theatre, insegnando ai ragazzini a diventare qualcun, mettendoci la faccia, non si riesce a capire.
Tanto che hanno distrutto il suo teatro e lui l’ha ricostruito, hanno arrestato i suoi aiutanti e lui ha continuato l’attività e alla fine comunque l’hanno ucciso.
Ma il Teatro continua e i suoi bambini continuano a calcare le scene, qualche volta sbagliano le battute e altre volte lasciano la scena, perché così hanno scelto o qualcun altro ha scelto per loro. Chi può dire se è davvero un errore? Chi può negare loro il diritto di resistere?
Dedico anch’io, dal mio modesto blog, un piccolo tributo alla coerenza e al coraggio. Arrivederci Juliano… è da un anno che un’altra stella splendente sta nel cielo dei grandi.

Riflessioni su cieli troppo pieni

In Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 26 marzo 2012 at 21:22

Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.

I ricordi di un pollo

In amore, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, uomini on 13 marzo 2012 at 18:48

I ricordi di un pollo

Di Naser Ghazal

Caro mio fratello professore,

Il Makluba é quel timballo di riso con pollo e melanzane rovesciato sul grande piatto d’alluminio, decorato con pinoli e mandorle tostate, senza l’aggiunta del prezzemolo, che a te fratello, non piaceva. Era il piatto tipico palestinese più amato dai nostri stomaci.

Caro mio fratello professore,

Ho scelto te per le mie parole perché nessuno meglio di te può ricordare quei giorni, ed a nessuno più di te piaceva mangiare il Makluba i cui ingredienti variavano secondo la tua presenza.

Quando il silenzio regnava dentro casa ciò significava che avresti pranzato con noi e il Makluba si presentava con il riso, il pollo, le melanzane, niente prezzemolo, niente cavolfiore e con le tante mani che si allungavano per prendere il riso con buone maniere e tanta educazione.

Caro mio fratello professore,

Ti confido che le nostre buone maniere e l’educazione alle quali tu severamente tenevi, venivano a mancare quando ritardavi per il pranzo.

Passavamo tutto il tempo a giocare fuori nel cortile e non a studiare come ti dicevamo, finché non ci giungevano gli odori del Makluba quasi contemporaneamente alla voce di nostro padre che, per elogiare l’arte culinaria di nostra madre, le cantava le serenate d’amore. Allora capivamo che il Makluba ci stava aspettando, così ci affrettavamo avidamente ad occupare posti attorno al delizioso piatto.

Sotto gli occhi orgogliosi e felici dei nostri genitori cominciava la battaglia del Makluba; si alzavano nove mani e, con la velocità di un falco lanciato per afferrare la sua preda, così le nostre mani raggiungevano il piatto di Makluba nel tentativo di catturare il pezzo di pollo preferito. Tutto questo, ovviamente, dopo che nostra madre aveva liberato dalla nostra fame il petto di pollo e lo aveva nascosto per te, mentre la battaglia diventava rovente. Qualche fratello gridava addolorato per una spinta o per un pizzicotto, un altro rubava il pezzo di pollo all’altro, mentre si alzava la voce di nostro padre che c’invitava alla calma assicurandoci che il cibo era sufficiente per tutti.

I nostri genitori non partecipavano con noi, ma aspettando il tuo arrivo, si limitavano a guardarci con tanti sorrisi che forse per loro avevano un certo significato!

Poi arrivavi tu e la battaglia del Makluba cessava, con tanta calma prendevi posto e con la stessa cominciavi a mangiare in compagnia dei nostri genitori, e così cominciava un’altra battaglia tra te e loro. Tu cercavi di dividere con loro la tua parte del pollo e i tuoi tentativi fallivano di fronte all’insistenza di nostro padre che ti diceva: “Che Dio ti benedica figlio mio, tu sai bene che io non mangio del pollo se non il collo e le ali”. Invece con la sua voce fioca nostra madre ti diceva: “Che Dio ti protegga figlio mio, tu sai bene che non ho i denti buoni per mangiare il pollo, mettimi nel piatto solo due chicchi di riso!”

La vostra battaglia cessava con la tua rassegnazione di fronte alla loro insistenza e con il tuo rifiuto di mangiare da solo tutto il petto del pollo, perciò, ti alzavi lasciando più della metà sopra il piatto del riso.

Caro mio fratello professore,

Ti confesso che io rimanevo indifferente a quelle loro parole soprattutto perché il mio pezzo di pollo l’avevo ingordamente mangiato, Però non rimanevo altrettanto indifferente quando vedevo che quello che lasciavi del tuo pezzo di pollo era più di quello che mangiavi e nello stesso tempo non trovavo nessuna spiegazione!

Caro mio fratello professore,

La situazione dei palestinesi, come dicevi, era molto difficile e la povertà dominava tutte le loro case, forse era per questo che tu lasciavi il tuo pezzo di pollo, con la speranza che uno dei nostri genitori lo mangiasse?

Forse per questo nostro padre ci diceva che gli piaceva solo il collo e le ali del pollo?

Forse per lo stesso motivo nostra madre ci diceva che non aveva i denti buoni per mangiare il pollo?

Caro mio fratello professore,

La situazione difficile e la povertà, della quale mi parlavi, adesso è cambiata, almeno possiamo mangiare quanto ne vogliamo di pollo!

Caro mio fratello professore,

Che gusto ha, però, mangiare il pollo se non c’é più nostra madre!

Caro mio fratello professore,

Scusami se non provavo le cose che provavi tu!

E solo perché non le capivo!

N.G.

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

http://emmedigi.files.wordpress.com/2012/03/citta-lenta-venezia-oltre-la-modernita.ppt

I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

Se la tua punizione sarà la morte…

In amore, Anomalie, Cinema, Donne, uomini on 26 febbraio 2012 at 0:55

 Non so che dire di fronte a certa barbarie rimango davvero senza parole. Savannah è morta solo per la punizione che le è stata inflitta dalla nonna paterna e dalla matrigna a seguito di una banale bugia. Il fatto è questo. Fatto abbastanza orribile e difficilmente giustificabile. Non si può provocare la morte di una bambina solo perchè non confessa di essersi mangiata la cioccolata.
Ci sono tanti modi di insegnare ai figli a non dire bugie, anche perchè le bugie sarebbero inutili se tu come genitore fossi comprensivo e con una mentalità aperta. Se proprio vuoi dare la tua dimostrazione di forza puoi sempre levargli qualche ora di televisione, ammesso che questo serva a non far più mentire tua figlia, ma certamente mai a farla morire di sfinimento.
Il fatto arriva secondo ad un film, piuttosto “forte” che ho visto ieri sera in televisione: “Precious”. Un’altra storia di umana follia o disumana umanità. Forse è proprio per questo che il fatto, di cui vi parlo oggi, mi ha fatto girare ad elica “i cabasisi”, come direbbe elegantemente Montalbano.
I figli dovrebbero andare a chi se li merita non a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Ovviamente mi chiedo quanto bisogna sapere e anche quanta strada bisogna fare per poter diventare dei genitori adeguati. Non credo proprio che basti avere la maturità fisica per concepire o far concepire un figlio, perchè tutto il resto venga da sè. Ci vuole molto di più e in quel di più io vedrei delle qualità tali che se proprio dovessimo richiederle come qualità “sine qua non”, al mondo di figli ne vedremmo davvero pochi.
Non sto facendo un discorso che preveda, da parte di uno o tutti e due i genitori, il completo sacrificio di sè e della propria vita, anche questo farebbe parte, secondo me, degli “abusi” da evitare, ma almeno ritengo indispensabile sapere cosa significa un figlio o almeno sapere che cosa non è sicuramente.
Genitori che fanno i figli perchè “capitano” o perchè vogliono realizzare le loro aspettative, genitori frustrati che vorrebbero vivere la loro vita attraverso quella dei loro figli o anche genitori che sono ancora figli e che non supereranno mai questo scoglio, genitori egoisti, gretti, ipocriti, vendicativi, ricattatori, rigidi puritani, maneggioni, privi di scrupoli, disinformati, stupidi, violenti, indifferenti… beh secondo me dovrebbero essere “sterilizzati”. Non si può maturare sulla pelle dei propri figli. Non si può usare i propri figli per dimostrare di esistere.
Dopo aver letto la notizia mi sono chiesta qual è stata la punizione più brutta che ho comminato a mio figlio. Ci ho pensato a lungo, ma mi è venuto a mente solo una misera mezza giornata nella quale, dopo una discussione, volutamente non gli ho rivolto la parola. Cosa che ha risolto lui, velocemente, venendo a chiedermi scusa con i suoi grandi occhioni azzurri spalancati e a dirmi che mi voleva tanto bene. Ditemi voi come si fa ad essere rigidi con un bambino così che anche se poi non fosse stato così dolce, nulla sarebbe stato diverso, avrei ricominciato a parlarci come se niente fosse stato o perchè me n’ero dimenticata io per prima oppure perchè la cosa mi faceva star troppo male.
Insomma sia chiaro: l’amore non prevede crudeltà e tanto meno cattiveria e se prevede per caso la privazione come metodo educativo, questo non può essere di certo, una punizione che preveda di perdere la vita.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: