Mario

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Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

I motivi per crescere

In La leggerezza della gioventù on 6 ottobre 2010 at 9:24

Era vacanza. La tanto attesa vacanza da scuola. Era felice perché la sua pagella era la più bella della classe. L’aveva portata a casa con così tanto orgoglio e non era nemmeno rimasta delusa quando il padre le aveva detto: “Non era che il tuo dovere!”. Certo era il suo dovere, lo sapeva bene, ma gongolava ad esserne uscita così, con una specie di trionfo personale. E poi ne era uscita e questo le importava più di tutto. Quella scuola era stata comunque la sua ossessione. Forse era colpa del suo carattere ribelle, forse solo perché in quella scuola non era facile socializzare. Una scuola privata frequentata solo da bambine perbene. Non che lei fosse permale, solo che non si trovava a suo agio, e come lei poche altre che venivano da famiglie povere. Non aiutava il fatto che fosse così sensibile alle ingiustizie, non a quelle che venivano fatte a lei personalmente, quelle non la spaventavano affatto. Odiava vedere le preferenze e le rivincite sulle persone deboli. Odiava questo modo di farsi belli sulla pelle degli altri, non sopportava quel modo stupido di arruffianarsi il potente. Odiava le regole e le imposizioni, lo avrebbe sempre fatto anche dopo di allora.
Comunque ne era uscita, ora sarebbe andata alla scuola pubblica, finalmente. Non ci sarebbero state più le suore a metterla in castigo nel sottoscala. Che poi non era il buio a darle fastidio, ma l’odore degli stracci umidi che venivano messi lì dalla suora portinaia. Le aveva sempre dato fastidio che si chiamasse Sorella Modesta e che facesse i lavori più umili. Nessuno la considerava eppure era la più simpatica, piazzava dei sonori pizzicotti alle guance delle bambine, ricche o povere che fossero. Insomma come si direbbe ora: per le pari opportunità.
Suo padre quel giorno si era fermato a parlarle. Anche quella era una cosa eccezionale. Era per quello che era rimasta basita. Nella maggior parte dei casi faceva a non vederla. Le parlava, anzi le ordinava sempre attraverso sua madre. Era un padre che diceva sempre: No! Era per quello che lei non si era mai sprecata a chiedere.
Quel giorno invece sembrava intento a spiegarle qualcosa che lei non riusciva a capire, almeno non subito o almeno non nel modo corretto. Lui le spiegava che erano una famiglia povera e questo lei lo sapeva bene. Che lei aveva due fratelli maschi e un altro in arrivo. Che i maschi in quella casa avevano il diritto di studiare perché poi avrebbero avuto una famiglia da mantenere, invece lei, che era femmina, avrebbe trovato un marito che la manteneva. Stava cercando di farle capire che in quella famiglia anche il suo lavoro sarebbe stato necessario. Avrebbe dovuto aiutare sua mamma a crescere i fratellini e magari fare qualche lavoretto per arrotondare le scarse entrate. Questo era il suo destino, questo era il meglio che le si poteva proporre.
Lei non aveva fatto a tempo di realizzare. Dalla bocca le erano scappate quelle poche parole: “Ma… io volevo andare ancora a scuola, volevo fare le medie come tutti gli altri…” lui si era buttato sul letto per il suo solito pisolino e aveva aggiunto: “Che sarà mai! Anche io ho fatto solo fino alla quinta elementare. Poi sono andato a lavorare. E poi cos’è questo “io volevo”? Si vuole quel che si può, e tu non puoi!”
Poi si dice perché ci si porta un cattivo ricordo per tutta la vita. Lei era rimasta muta, annichilita. Si era rintanata dietro la tenda rossa che schermava quel piccolo poggiolo che dava sul giardino dei vicini. Non aveva neanche il coraggio di piangere. Provava un senso di impotenza e di dolore che andava ben oltre le sue possibilità. In fin dei conti aveva solo dieci anni, non sapeva ancora che la legge, almeno su questo, l’avrebbe protetta. Non sapeva che almeno per altri tre anni le sarebbero stati garantiti gli studi.
Certo avrebbe dovuto primariamente occuparsi dei fratellini che alla fine erano diventati tre. Avrebbe dovuto fare sia questo che quello, ma lei non faceva fatica, a scuola era brava anche se non aveva la pace per studiare. Se la sarebbe cavata lo stesso. Ma lei tutto questo non lo sapeva ancora. Stava solo vivendo quel momento che decretava la caduta di tutti i suoi sogni. In quel momento però capiva che della sua vita erano padroni gli altri, che doveva seguire il suo destino, almeno fino a che… ci sarebbe stato un momento che le cose sarebbero cambiate, allora sì che avrebbe potuto decidere lei, finalmente. Sapeva che amava la sua famiglia al punto di rinunciare, almeno provvisoriamente, alla sua vita, ma non era disposta a farlo per sempre, prima o dopo ne sarebbe ancora una volta uscita.
Anche su questo non sapeva che il suo destino sarebbe stato sempre quello di crescere e di sacrificare fino al momento che ne sarebbe “uscita” e avrebbe potuto decidere da sola. Non sapeva che avrebbe fatto della solitudine il suo tentativo di libertà e che la libertà, per lei, sarebbe stata necessaria come l’aria che la teneva in vita. Era disposta a rinunciare ai suoi sogni per i suoi affetti e questo l’avrebbe condizionata per gran parte della vita, ma dentro di lei c’era così tanta vitalità e bisogno di sognare che niente e nessuno l’avrebbe fermata per sempre.

Differenze e virtù

In Anomalie, Giovani on 6 agosto 2010 at 14:08

E’ una brutta bestia l’età. Certo per me sono passati gli anni e molta acqua sotto i ponti. Anche se continuo a pensare che una donna è sempre una donna, come un uomo è sempre un uomo. Allo stesso modo in tutti i tempi. E il tempo non fa mai troppa differenza. Penso, anche, che i sentimenti, salvo qualche piccola modifica, rimangano sempre gli stessi. E invece, a volte, sembra di no. Appare sbagliato. I giovani di ieri non sono come i giovani di oggi. Non sappiamo essere ragazzi allo stesso modo, come non è possibile che loro sappiano come ci si sente ad essere vecchi.
Chiaramente i miei ricordi sono un inutile Amarcord. Neanche buono per fare un film. Anche se qualcuno ci ha provato e pure in modo egregio. Eppure mi accorgo che negli ultimi tempi, quando parlo con i ragazzi, non vedo più quelle occhiate di compatimento che c’erano una volta e che mi facevano sentire così sorpassata. Sembra quasi che si sia riempito un divario che non ci permetteva dialogo. Sarà perché è migliorata la mia capacità di comunicazione? O sarà, forse, che agli stessi ragazzi la mia vita, oggi più di ieri, sembra come una favola piena di colpi di scena. Solo questione di paragoni, temo, tra la mia vita e la loro che sembra scorrere in modo noioso e limitante. Oggi mi dicono: “Ma tu hai davvero conosciuto quel musicista?” “Hai visto quello spettacolo?” “Ma allora c’eri anche tu?. Ma certo in sessant’anni vuoi che non abbia avuto le mie buone occasioni? Cosa c’è di strano se mi do del tu con i “grossi nomi” della contestazione del ’68? Ovvio che ricordo ancora e canto le vecchie canzoni di protesta e politiche e mi fermo a chiacchierare con quelli che le hanno scritte e portate in giro per il paese. In tutto questo tempo ho conosciuto anche qualche “mito”, ma per loro certi nomi non dicono niente, o troppo poco, e non sanno darne il giusto valore.
Quelli erano miti solo per noi che vagolavamo tra la beat generation e la cultura hippie. Impegno e disimpegno nello stesso momento. Non che fossimo migliori, almeno se lo fossimo stati non era certo per questa ragione. Soprattutto tra noi se ne sono persi tanti di giovani. Ricordo qualcuno che partito per l’India alla fine se n’era “partito anche per la tangente”. Alcuni non tornarono più o tornarono tanto cambiati che non si riuscivano più a riconoscere. Certo che la droga l’abbiamo “sdoganata” ben bene noi, su questo non c’è dubbio, e non è stata una buona mossa. Non sono mai stata antiproibizionista, anche se metterei dei distinguo e se vedrei di buon occhio una politica seria non verso i semplici galoppini, ma verso i grandi corrieri e le “organizzazioni”. Certo che il veto sulle nostre menti giovani aveva un fascino arcano. Eravamo attratti come mosche sul miele. E il dolce ben presto si è trasformato in merda. Ma le mosche anche per quella provano attrazione no? Personalmente, non ne ho mai fatto uso, neanche provato mai uno spinello. Ma quella era una mia battaglia personale che forse nascondeva anche il timore di non sapermi fermare. Se in questo poi vogliamo vederci una virtù…beh, fate voi, io non ci giurerei.
Come dicevo si vagolava qua e là. Ma il destino ci preparava anche un ineluttabile appuntamento, a cui non sapemmo resistere. Arrivò il ’68, e troppo presto quelli che vennero poi chiamati gli anni di piombo. Certo che la mia generazione si è nutrita di rabbia e voglia di combattere, ma era una necessità quasi fisica per quegli anni. Che bisognasse cambiare il mondo non l’abbiamo pensato solo noi, ma almeno i giovani di allora sono stati i primi e forse i soli ad averci provato. Poi, ovviamente, a differenza della matematica, se abbiamo vinto o perso è solo questione di opinione. Lo so bene che sono i nostri compagni, quelli delle manifestazioni, delle serrate e dei circoli culturali che alla fine sono passati al nemico. Non hanno affossato il “Sistema”, anzi ci si sono seduti comodamente sopra e si sono fatti portare a zonzo. Qualcuno disse, a giustificazione, che aveva esaurito la sua funzione storica e politica… bella scusa, non bastava per diventare i nuovi agguerriti colletti bianchi o i nuovi intellettuali di riferimento. Qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo e i soldi facili. Tutte cose disprezzate e combattute. Il sistema ci aveva vinto, quello lo avevamo capito presto.
Penso che sia proprio per questo che i nostri figli ci guardano, e qualche volta con commiserazione. Anche se poi tutto sommato ci invidiano, perché noi c’eravamo e loro no, noi abbiamo agito e loro invece sono legati dalle solite pastoie. Che poi in effetti hanno ragione. Se è pur vero che abbiamo contribuito a sancire l’importanza dei diritti umani in un sistema inumano è altrettanto vero che dopo esserci trasformati in tigri di carta abbiamo occupato i posti chiave, quelli del potere, e ci siamo attrezzati per salvaguardare il tanto disprezzato “sistema capitalistico”. Cosa che ci è riuscita particolarmente bene, visto che abbiamo “frequentato” la scuola della “politica” più di qualsiasi altra generazione. Così abbiamo potuto confrontarci con quella che venne chiamata la generazione x. Che loro fossero apatici, cinici e senza valori, l’abbiamo fatto notare noi. Certo erano diversi. Certo non erano rabbiosi e tirati come corde di violino. D’altra parte sembravano nati con delle conoscenze che noi non avevamo. Ricettivi a quel mondo globale che noi guardiamo con sospetto e, ritengo, a tutta ragione.
Ma per restare in ambiti più ristretti e se vogliamo sbilanciati nel personale, l’età diventa una brutta bestia quando si pensa al “come eravamo”. Innanzi tutto giovani. Che brutti o belli, ad esser giovani ci si guadagna sempre. Poi magari se hai la fortuna di avere avuto un po’ di “sano karisma fighiano”, allora… tutto è veramente più facile. Passammo attraverso la notevole prova dell’amore libero che, usualmente, si accettava per sé, ma non si concedeva facilmente agli altri. Il che vuol dire che tutti desideravamo quella libertà, ma non amavamo incontrarla nei nostri simili. In fin dei conti la nostra mentalità risentiva alla grande dell’influsso limitante della Chiesa cattolica. Se dovessimo considerare la morigeratezza come virtù, direi che a quel tempo eravamo quasi tutti molto più virtuosi di quello che sembrava. La nostra era più una libertà a parole che di comportamento. Costumi sessuali che cambiavano, certo, ma più lentamente di quello che appariva. Tanto per dire i miei genitori non mi permettevano di mettere il naso fuori della porta, soprattutto di sera. Di notte poi non se ne parlava proprio. Si sa che il peccato è pratica notturna e loro lo sapevano bene.
La famosa “prima volta” era davvero una pericolosa acrobazia, e le volte successive forse anche peggio. Ci voleva davvero buon senso, e noi non sempre l’avevamo. A quel tempo finire nei guai voleva dire non sapere come uscirne. Oggi è diverso. I nostri ragazzi, vivono un sesso maneggevole e comodo. Le camerette dell’infanzia si trasformano precocemente in piccole alcove: “bussare per comunicare, ma praticamente meglio non entrare”. Molto spesso sono le mamme che preparano la colazione per l’ospite. Meglio dell’hotel a cinque stelle. E pensare che i miei mi promettevano più libertà il giorno in cui mi fossi trovata un fidanzato. Restava oscura la questione di come me lo sarei procurata se non potevo uscire mai.
Poi, invece, ho fatto lo stesso. Mica ti chiudono a chiave per sempre. Magari un giorno ti mandano a prendere il latte. e lì ti combini. Era così che incontravi quel ragazzo carino che, senza essere un vero capellone, almeno sfoggiava un ciuffo abbastanza ribelle da essere inviso agli adulti, ma adorato da te. Oggi, invece, io mi innamoro delle ragazze di mio figlio, e poi soffro quando lui le lascia, o viene lasciato lui, perché so che non le rivedrò più, almeno non più in modo continuativo. Bella differenza dalle “suocere” della mia generazione. Erano dipinte come delle vere arpie e qualche volta lo erano veramente. Ma non facciamoci portare dai discorsi. Stavamo chiedendoci se i giovani di una volta furono molto diversi da quelli di oggi.
Michele mi accusa benevolmente che so parlare ai giovani ma non sono capace di parlare di loro, che equivale a dire che io non mi sento una di loro o almeno non mi sento ancora così giovane da capirli totalmente. Se mi sentissi giovane forse riuscirei a descriverli meglio, più da vicino. Ma io sono stata giovane allora ed oggi non lo sono più. Quelli non erano certo i tempi del precariato ad oltranza, della difficoltà di trovare un posto di lavoro e dell’impossibilità di vivere la propria indipendenza. Loro si adattano, bene o male a fare i “bamboccioni”. Quelli erano i tempi che il lavoro non mancava, magari malpagato, ma c’era e non ti dovevi sbattere per trovarlo. Ti sentivi sicura della tua voglia di fare. Quella faceva la differenza. Insomma allora sembravamo ragazzi pieni di qualità, tutti presi dalla voglia di cambiare le cose, a fare del mondo il nostro mondo. E ci abbiamo tentato. Poi ci siamo seduti dalla parte del torto e da quelle sedie nessuno ci schioda più. Eppure lasceremo il mondo anche a loro, se non altro per raggiunti limiti di età. Spazio ai giovani che oggi sono anche troppo buoni e pazienti e su questo non sono come noi. Però è vero, a pensarci bene, noi non ci saremmo adattati facilmente a farci mantenere dai nostri genitori, che proletari o capitalisti non avrebbero mai potuto minare il nostro orgoglio di essere magari affamati ma autonomi. Ma poi a pensarci ancora meglio, anche allora, molti erano chiamati “figli di papà” il che a tutti gli effetti equivarrebbe ai “bamboccioni” d’oggi, con un lato negativo in più, che per quel tempo era un comportamento obbrobrioso.
Forse ha ragione Michele, non esistono differenze e tanto meno si possono trovare, da una parte o dall’altra, maggiori virtù essere giovani è stato sempre difficile e la fortuna è stata che in alcuni momenti avere dei sogni e cercare di realizzarli, ha fatto la differenza.

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