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Da una donna così non si torna indietro. Mai.

In amore, Donne, poesia on 16 aprile 2014 at 16:41

stop

“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(Martha Rivera Garrido)

Lui la guardava, ammirato, come abbandonava i suoi libri iniziati, non ancora finiti, in ogni luogo dove passava. Libri che casualmente lei riprendeva, leggeva e spostava in un altro luogo.
A volte la vedeva sorridere alle pagine del libro, al suono di una musica che solo lei sentiva, a volte quella profonda ruga di dolore tra gli occhi si faceva profonda. Lei sapeva piangere per le storie, per il dolore degli altri che faceva suo e sapeva sorridere quando si faceva leggero il pensiero e volava via come un volo di farfalla.
La vedeva china sul pc, alla sera, illuminata da un piccola luce, vedeva il suo viso intenso chiuso nei suoi pensieri voraci.
Lui allora si sentiva svanire nel nulla, lei non sapeva più chi era, e si perdeva nei meandri del cuore. Lui la vedeva lontana, bellissima e dolorosamente irraggiungibile.
Voleva gridare, scappare, provava il desiderio di farle del male, riportarla sulla terra dove c’era lui ad aspettare.
Ma lei era lontana, irraggiungibile, disperatamente persa. I suoi occhi erano lucidi di febbre, sognanti, era troppo pericoloso svegliarla dalla sua malia, avrebbe potuto cadere da lassù, in precario equilibrio sul mondo.
Lui la voleva, voleva toccarla, rianimarla tra le sue braccia, essere la sua febbre, il suo centro di gravità, il suo unico sogno devastante. Ma lei si faceva inconsistenza tra le sue mani, avrebbe dovuto farla tornare, ma sapeva che nessun richiamo l’avrebbe riportata indietro.
Era una donna che entrava ed usciva dalla sua vita, mai veramente presente, mai del tutto assente. A volte tenera e ingorda, a volte algida e distratta, mai scontata, sempre imprevedibile, sempre emozionante, sempre nuova.
A volte era un corpo caldo e accogliente, sfrontato e impudente, non permetteva distrazioni, voleva tutto e consumava come il fuoco. La sua mente si faceva passione, si trasformava in desiderio senza repliche, in voluttà pura.
Per lui era il preludio di un nuovo abbandono, tremava al solo pensiero, se ne sarebbe andata ancora e l’avrebbe lasciato sfinito a raccogliere i frammenti del suo cuore.
Le sue parole erano metallo fluido, erano acqua di fonte, vento nel deserto, pioggia fuori dai vetri. Il suo cuore era colomba, la sua voce di tortora, il suo profumo di bosco, niente, mai niente che gli permettesse di chiuderla in un libro, in una valigia, in una stanza, lei era aria viva, era un volo libero nel cielo profondo.
A volte la sua risata continuava a rimbalzare tra le pareti di casa, era leggera, tintinnante, senza regole, senza ragione. E lui sapeva che rubava il suo fiato fino alla prossima volta, finché non l’avesse risentita, finché non avesse tenuto quel corpo caldo e senza remissione nel suo abbraccio.
Non c’era gabbia per rinchiuderla, tazza di caffè per conquistarla, dolcezza o rudezza per trattenerla, lei era sogno e talvolta era incubo delle sue notti.
L’avrebbe legata al letto e l’avrebbe presa per tutte le notti della sua vita, ma una farfalla prigioniera muore e la polvere delle sue ali leggere avrebbe ricoperto i suoi occhi ma non avrebbe che reso più disumano il  tentativo inutile di fermarla.
Sognava di prenderla e possederla per non lasciarla mai più, ma non sarebbe mai stata sua nemmeno da morta.
Voleva lasciarla e dimenticarla, prendersi una donna concreta per tenerla nella sua vita, ma nessuna aveva i suoi occhi, nessuna i suoi colori, nessuna era la sua bandiera, il suo volo di gabbiano, la sua promessa, la sua penetrante intimità.

Lei non era solo una donna, era molto di più, era il prezzo da pagare per la vita.

Buon compleanno

In amore, personale on 5 luglio 2010 at 19:35

Sono passati 26 anni. Pochi? Molti? Non saprei. Bisognerebbe chiederlo a te. Era una giornata calda come oggi, ma era la prima giornata di vero caldo della stagione. Tu come al solito eri in ritardo. La tua pigrizia la dovevo accettare fin da allora. Era tutto programmato o nascevi o il giorno dopo ci avrebbero pensato i medici. Tu ci hai pensato su ed hai aspettato fino all’ultimo. Era giovedì, ed il giorno prima ero andata a letto con delle contrazioni a cui non badai perché non mi facevano male. La notte dormii profondamente. Stavo bene ed era estate.
Improvvisamente tutto cambiò. Mi ero alzata per fare pipì e mentre facevo il bidet tu hai deciso di darmi la sveglia. Un liquido di color verde scuro macchiò la porcellana bianca. Verde scuro? Ma cosa stava succedendo? Ti ascoltai con un po’ di trepidazione, ma quello che era successo mi aveva spezzato il respiro. Non ti muovevi più. Oddio, avevo fatto la frittata! Chissà perché avevo pensato ad una frittata, quando mi era venuto il sospetto di aver aspettato troppo prima di chiamare l’ospedale.
Chiamai l’ambulanza e non sapevo come fermare quel fiume in piena, così scuro, così definitivo. Presi degli asciugamani, ma ero spaesata. Non mi capacitavo, mi avevano detto che se stavo in piedi tu avresti tappato la falla e io avrei potuto camminare almeno quel po’ fino all’idroambulanza. Anna, che mi faceva compagnia, si era messa al telefono e mi aveva detto che sarebbe arrivata a piedi fino al reparto.
Arrivò il paramedico con una sedia che mi fece scappare da ridere, una sedia gestatoria e mai nome fu più appropriato. Quel paramedico era un mio vecchio amico che non vedevo da almeno 16 anni. Ci siamo guardati stupiti: –Tu!– disse –Eh sì, io!– risposi tirata, e forse proprio per la sua presenza non volli sedermi sulla sedia e partii con una certa determinazione verso l’ambulanza. Mi vergognavo. Non era bello, camminare con un asciugamano malamente mimetizzato nelle mutande. Ma non mi piaceva farmi vedere preoccupata e in balia degli eventi.
Quella volta la tua pigrizia ci salvò. Non ti stavi impegnando nel parto, non volevi metterti in posizione, non volevi mettermi in allarme, non volevi farmi male, sembravi percepire che il parto normale ti avrebbe ucciso. Non importa il dolore che ho provato durante quelle lunghe otto ore che rimasi in travaglio, non importa quante mamme partorivano mentre io ero lì a pensare a te, col terrore di perderti senza immaginare che avrei potuto perdere anche me stessa.
Non importa il dolore, ma era importante il battito del tuo cuoricino, che mi rassicurava che tu c’eri e che potevo sentire passo passo quando lo stress per te diventava troppo forte. Nel pomeriggio, sudata e disfatta, mi accorgevo che la forza mi cominciava a venir meno, e dopo una delle tante visite, tu ti staccasti dal contatto e non udii più il tuo battito. Il medico accorse e mi disse sovrappensiero: –Non capisco, torna sempre più su.– Allora mi impuntai, no! basta, è assurdo aspettare, voglio un intervento cesareo. Chiamatemi il mio ginecologo. E così ti fecero uscire. Un bestiolino di 3 kili e 350 con un bel fiocco annodato di cordone ombelicale intorno al collo.
Il tuo disimpegno e la mia decisione ci salvarono e il medico me lo disse chiaro e netto. –Per fortuna siamo intervenuti altrimenti si strozzava.– Ebbravi che siete intervenuti (pensai io).
Mi tennero a lungo in sala operatoria per risistemare un “problemino” non meglio identificato che era intervenuto durante l’intervento. Ne venni a conoscenza 2 giorni dopo quando andai a sbirciare sulla cartella clinica. A tagliare erano andati giù duro e mi avevano decollato la viscica, cosa che può accadere, dicevano i medici, cosa vergognosa dicevano le ostetriche, ma quello era e mi dovevo sorbire i miei bei 12 giorni di post operatorio.
Ti vidi un attimo, dal vetro della nursery, non ti riconobbi, tra parentesi eri nato maschio e senza capelli ed io mi ero fatta che eri femmina e coi capelli rossi. Nessuno, credo, riconosca il proprio figlio, quando lo vede fare le boccacce, nei vestitini nuovi nuovi portati per l’occasione. Poi non so se era stata l’anestesia, io stavo morendo dal freddo e sulla pancia mi avevano messo una borsa di ghiaccio che non contribuiva a farmi sentire a mio agio e oltre a tutto provavo per me stessa e per quel piccolo una certa indifferenza. Ma sentivo che nella pancia si muoveva ancora qualche cosa ed era inutile, per quanto sapessi che tu eri oltre quel vetro, io non sapevo accettare che tu fossi staccato da me, non ci credevo.
La notte fu una notte atroce, non mi lagnavo mentre aspettavo di vedere le prime luci dell’alba, come se la luce del mattino avesse potuto quietarmi. Una ostetrica venne a visitarmi e dopo essersi messa le mani sui capelli mi disse: –Ma che aspettava a chiamarmi, non sente che è in un lago di sangue?– Eh no, che non lo sapevo, nessuno sa, la prima volta che ha un figlio, quanto dolore e quanto sangue deve perdere. Svegliò tutto il personale in servizio e tra punture e cambi di lenzuola, passarono le ore che mi restavano prima dell’alba.
Ed in effetti con l’alba incominciai a sentirmi meglio. Il sangue usciva in modo corretto, finalmente, e oltre tutto avevo anche un ottimo ricambio e non dovettero farmi una trasfusione. Non mi serviva niente di più che essere lasciata in pace. E il mio pensiero ti cercava tra le stanze dell’ospedale. Dov’eri piccolino mio? Perché non ti portavano dalla tua mamma? Volevo vederti, vedere quanti ditini avevi nelle mani e nei piedi, volevo guardarti bene in faccia per prendere le tue misure e per non scordarti più. Ero distesa ed impossibilitata a muovermi. Ghiaccio sulla pancia, catetere e flebo ed una spossatezza infinita. Finalmente un’infermiera entrò con quel fagottino tanto atteso, me lo posò sullo stomaco e mi disse di darti il seno.
Era comico, se non fosse stato così complicato, perché si sa che, una donna distesa, non riesce ad allattare un bambino neonato, soprattutto se ha una flebo su di una mano e il corpo inservibile. Eppure lo feci tentando una posizione che poteva scambiarsi con un tuffo carpiato. Tu mangiasti pigramente, tanto per affermare che questo sarebbe stato il tuo modo di essere. Le fatiche non erano fatte per te, ma me le dovevo sobbarcare io. Nel frattempo controllavo le tue manine perfette, il tuo naso schiacciato, la tua espressione seria e sussiegosa. Ma chi sei? Mi chiedevo intenerita. Già mi facevi sorridere, non avrei messo troppo tempo ad abituarmi a te.
Fu complicato con una mano sola levarti le due scarpine di lana per vedere se pure lì andava tutto bene, il numero tornava, e poi fartele indossare. Sì lo so che era sfiducia nei confronti di tutti quelli che alle mie domande mi avevano risposto: –E’ un bambino perfetto, di che si preoccupa.– ma dopo tutto perché avrei dovuto fidarmi?
Ti portarono via per pesarti e per cambiarti e mi annunciarono che la pediatra voleva parlarmi. –Signora mi spiace, ma il bambino lo dobbiamo ricoverare in pediatria, ittero precoce e poi il fegato, sa è un po’ troppo grosso, ma lei per caso non è che… scusi se glielo chiedo, ma… non è che beveva alcolici oppure si drogava?– Mi vene da pensare che se fossi stata in condizioni migliori le sarei saltata al collo, mica per baciarla, no, le avrei fatto solo un collarino stretto delle mie mani. –No, non bevo, non fumo e non mi drogo e non l’ho mai fatto in vita mia!– Lo devo aver detto con un tono incazzato perché si ritirò velocemente scusandosi ancora.
E ora mi portavano via il mio bambino. Adesso sì che cominciavo ad odiare il mondo. Vai a fidarti dei medici, tu ti ci metti in mano e loro ti riducono ad una bistecca sanguinolenta. Non mi persi d’animo, mi sarei alzata a qualsiasi costo e quel bambino l’avrei accudito io, e quando dicevo a qualsiasi costo era a qualsiasi costo davvero. Nel pomeriggio mi sedetti e misi le gambe fuori dal letto, la testa girava come una trottola, ma se qualcuno avesse vinto la guerra quella ero io.
Tentai qualche passo, ma il catetere mi teneva legata al letto. Ci riprovai alla sera e quando venne il ginecologo mi chiese come stavo, io risposi che stavo bene ma che avevo il seno che mi faceva un male del diavolo, lui fece portare la macchina per tirare il latte. Certo mi sentivo una mucca da latte, ma di latte ne avevo in quantità industriale, e cominciai a mandarne al mio piccolino biberon pieni. Chiedevo notizie del bambino e le infermiere cominciavano a capire che non mi bastavano notizie tranquillizzanti, quindi una mi disse. –Guardi, se domani se la sente, può, attraversando la sala parto, raggiungere un corridoio che sta tra l’ostetricia e la pediatria. Così non serve uscire e attraversare l’ospedale.– Non lo disse ad una sorda. La mattina dopo, all’ora della poppata, con in mano la sacca della pipì, passo dopo passo raggiunsi,sotto gli occhi esterrefatti delle infermiere, della sala parto la pediatria.
Non serviva che leggessi il tuo nome sul braccialetto, ti tirai su e ti cambiai per la prima volta, dopo ti pesai, ti diedi la poppata e ti ripesai, prima di andarmene ti ricambiai con una maestria che stupì le infermiere del reparto, –Ma quanti figli ha?– –Questo è il primo ed il solo!– Non sapevano che avevo cresciuto i miei fratelli e che dai sette anni in poi avevo fatto bagnetti, pappette, cambi di pannolini e distribuzione di succhiotti.
Non è difficile capire subito la natura del proprio figlio e neppure cosa gli piace e cosa no. Tu eri troppo serio, guardavi il mondo con un occhio attento, ma sembravi preoccupato. Di che? Della mamma che ti era toccata in sorte? Vai a saperlo. Ti piaceva farti cambiare e accarezzare, ma non amavi stare in braccio e non riuscivi a dormire a pancia in su. Ti mettevo a pancia sotto e ti addormentavi come un ghiretto. L’infermiera mi diceva –me ne sono accorta pure io, non si preoccupi, lo lasci così, succede ai bambini che subiscono un parto complicato.
Non sapeva che tu non avresti mai dormito se non a pancia in giù, mai amato stare in braccio alle persone che non conoscevi per paura di cadere, che non avresti mai fatto una capriola e che avresti sofferto di vertigini. Non parliamo poi dei viaggi in aereo. Un giorno, già grandino, ti apristi la cintura di sicurezza e senza tanti preamboli mi dicesti: –Io scendo!
Eri un bambino che non piangeva mai, e così crescevi. Sapevi controllare i tuoi istinti e le tue paure, bastava che ti rassicurassi, che mostrassi fiducia in te, che sminuissi gli incidenti. Era facile crescerti perché non cercavi mai lo scontro per capriccio. Eri ragionevole e mai ti lanciavi in avventure pericolose. Ti lasciavi spronare e io lo facevo sempre, rassicurante. Io credevo in te e tu in me. Questo era il nostro segreto. Non temevi l’acqua di mare perché io non la temevo. Sapevi nuotare fin da subito. Partisti a camminare a dieci mesi dopo una caduta madornale. Avevi capito che non era poi così difficile, al massimo si cade. Cominciasti a parlare con una proprietà di linguaggio che oggi potresti invidiare ed eri affettuoso ma senza troppe smancerie. Eri il mio bambino imperfetto, ma per me eri il bambino ideale, non avrei voluto nessun altro figlio che non fossi tu.
Ecco! oggi è il tuo compleanno. Ne sono passati 26 di anni insieme. Abbiamo vissuto, senza che lo volessimo, tempi difficili, ma non ci siamo mai pesati addosso. Io ti ho lasciato andare molto presto e ho seguito i tuoi passi da lontano. Ti ho amato prima di tutto e mi sono innamorata anche delle tue fidanzatine, dei tuoi amici, delle tue passioni, ma sono sempre rimasta a margine, so bene che tu sai che quando vuoi vieni e c’è sempre un abbraccio per te.
Inutile spiegare perché tra genitori e figli a volte si instaurino dei rapporti speciali. Ma io mi fido di te e tu ti fidi di me e questo è tutto.
Buon compleanno amore. io sarò sempre qui.
Mamma

L’altra metà del cielo si confida

In Donne, uomini on 20 Mag 2010 at 14:51

Avevano organizzato una partita di calcetto. Non è che avessero proprio l’età per queste cose, ma era divertente ritrovarsi e fare una serata a “sfottò” e pacche sulla spalla, come si confà ai veri uomini. Quella sera però il tempo si era messo proprio al brutto, un forte temporale aveva calmato gli animi e quindi si erano rifugiati al bar del loro amico Gino per bere qualche cosa e per fare una bella partita di ciaccole maschili. Senza tanti preamboli Gino, mentre prende le ordinazioni, butta lì che stava leggendo con interesse sul suo portatile un post sul blog di Ross che anche gli altri conoscevano dal tempo delle compagnie giovanili e pone agli altri la domanda un po’ provocatoria: “Ma voi avete donne che fingono?” Ovviamente l’argomento li “ingrifa” tutti quanti e si mettono a tirare giudizi, senza con quello voler entrare troppo nel personale.
Guido spara subito la sua bordata: “Guarda a me non me ne potrebbe fregare di meno, basta che si lasci scopare, poi che finga o meno sono solo fatti suoi.”
Lele, che ormai ha una fidanzata storica alla quale è pure molto affezionato, cerca di mediare dicendo: “Eh, no, non è così semplice. Tu dovresti comunque impegnarti per far godere pure lei. Non è mica una macchinetta per i caffè. Introduci la moneta e automaticamente esce e te lo bevi. Eh no, bisogna avere un po’ di attenzione, dedicarci del tempo, farla sentire a suo agio, farle delle coccole, dei complimenti… insomma, sai… i preliminari, quella cosa li.” Intanto pensa alla sua Barbara che negli ultimi tempi sembra un po’ distratta e che trova sempre qualcosa da fare all’ultimo momento per tardare la loro intimità.
Diego taglia la testa al toro: “Ma dai, si capisce subito se una donna finge. Non sono mica uno scemo. E poi a pensarci bene cosa potrebbero chiedere di più se non un maschio vigoroso come sono io. Non so se mi spiego?!?”
Guido gli risponde sornione: “Eccomenò! Sarà proprio per quello che fingono così bene!”
Dopo le solite risate da copione Gino interviene, tentando almeno un po’ di autocritica: “A pensarci bene, quando vivi una vita come la mia, torni a casa a notte fonda e sei tanto stanco da non poterne più, ai preliminari non ci pensi proprio, altrimenti finisci con prendere sonno durante. E poi, pure lei, pensi davvero che gradisca di essere svegliata alle due di notte per una seduta veloce di sesso?”
Aldo che si è sposato giovanissimo e ormai ha sulle spalle un matrimonio più che trentennale si giustifica: “Io non so come la pensa Caterina, certamente che a me per fare all’amore mi ci vuole un bel po’ di fantasia. Anche per me lei è la stessa santa minestra, sinceramente devo aiutarmi pensando a qualche attrice superdotata per arrivare al dunque. Cate non si è mai lagnata e per questo ho sempre pensato che quello che le davo bastasse…”
Lele: “E magari non basta…”
Guido: “Ma che cacchio vogliono da noi? Non dovremmo mica metterci a recitare poesie no? Scopare è scopare e non ci vogliono molte invenzioni.”
Lele: “Guido, temo che sia per quello che le donne se hanno il coraggio di prenderti alla fine ti mollano come un lebbroso…”
Altre risatelle di circostanza. Ma il dubbio sembra farsi strada. Gino, sarà perché è il più grande di tutti, tenta di mediare: “In effetti che senso ha preoccuparsi di una donna che non ti interessa se non per fare sesso. Anche se, ad onor del vero, a tutti piacerebbe fare una bella figura e magari essere ricordato dai posteri. Certo che hai un bel dire “sono stanco”, ma la tua donna ha pure diritto di trovare gusto in quello che fai assieme. Non dovrà pagare sempre i tuoi umori e le tue preoccupazioni no?”
Lele: “Anche io penso che bisognerebbe parlare di più con la propria compagna. Bisognerebbe gratificarla. Insomma si sa che le donne sentono differente e quello che fa sballare te, a loro potrebbe non smuovere niente. Ci avete mai pensato? Per noi uomini esiste il Viagra, ma per loro che cosa c’è? Nessuno si è mai preoccupato di scoprire la pillolina che procuri loro un piacere soddisfacente. Che sia vero che noi uomini pensiamo solo a noi stessi?”
Aldo: “Però a me seccherebbe un casino avere per le mani una donna che finge. E’ un comportamento da vera puttana no? Perché dovrebbe mentirmi, chi le dà questo diritto?”
Gino: “Ma non hai capito che quasi tutte mentono per non ferirci e non farci star male?”
Aldo: “Ma tu lo sopporteresti?”
Gino: “Mi sa che lo sopporto, sì, almeno una volta alla settimana.”
Guido: “Ehi, ma perché non chiediamo a questo Davide come fa? Magari ci fa capire cosa fa alle donne perché ne siano entusiaste.”
Gino: “Ma Guido, sei proprio duro eh? Quello non è un racconto di realtà, è solo una provocazione per parlare dei rapporti tra gli uomini e le donne…”
Guido: “Ah ma allora possiamo stare tranquilli, non esistono uomini, come Davide, che ci insidiano le donne, vero?”
Lele: “No, caro Guido, purtroppo no… ovviamente purtroppo per loro, le nostre donne.”

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