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Profughi per sempre

In Amici, amore, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 febbraio 2014 at 14:16

bambini a balata

Non è facile capire che esistono molti campi profughi nella terra di Palestina.
Certo, si conoscono bene i campi profughi al di fuori della Palestina: in Giordania, Siria, Libano. E’ normale scappare all’invasore, ma cosa ci fanno i campi profughi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania?
Poi ci si ripensa meglio, si entra in merito alla questione, e ti accorgi che dal 1948 (ben 66 anni fa) i palestinesi fuggiti o deportati dai loro villaggi occupati o distrutti, hanno avuto in sorte di vivere in campi profughi all’interno del loro paese.
Prima hanno vissuto in tende nella speranza che fosse tutto provvisorio e poi sono venute le case, oggi affastellate una sull’altra, nella ricerca di luce e di salubrità.
Gente con ancora il sogno di ritornare nelle proprie antiche dimore e nei propri terreni, ma la cosa è così lontana, è possibile pensare che un giorno Israele non le occuperà più?
E come in ogni luogo i profughi, non vengono nemmeno calcolati come palestinesi residente, non votano per le amministrative, non esistono per l’assistenza municipale, nemmeno la spazzatura viene portata via. Tutto rimane sospeso in una eterna attesa.
L’avrà pur detto l’ONU che a loro spetta il diritto al ritorno, ma l’ha detto così tanto tempo fa che se n’è pure dimenticato, come dimentica di pagare gli stipendi agli operatori dell’UNRWA, creando ancora più disagio con  lo sciopero degli addetti e gli uffici chiusi.
Possibile che ancora oggi i giovani dei campi conservino vivo il sogno del ritorno?
E cerchiamo di capirlo al campo profughi di Balata vicino a Nablus, il più popoloso, il più difficile, ieri origine delle Intifade, oggi luogo di violenza e grande disagio.
1 kmq. di rabbia per 20.700 persone circa. Come faranno a starci?
Disoccupazione quasi totale e oggi nemmeno un minimo di assistenza.
Balata, campo profughi di chi era di Jaffa, di chi viveva lo spazio del mare, le voci del porto, dei commerci, il profumo di salsedine e delle barche tirate a secco sulla spiaggia. Balata l’altro universo. Un mondo duplex assai assomigliante a quello dei fumetti di Superman. Da un lato belli e buoni, dall’altro brutti e cattivi.
A Balata ci ricevono al Centro che porta ancora il nome della città di origine, da dove furono cacciati. Un posto pulito che accoglie pure una sala riunioni piuttosto grande, una sala teatro per le attività culturali e una grande terrazza che permette allo sguardo di spaziare un po’ più in là.
Vedo da un lato il cortile e l’edificio della scuola (chiusa) dell’UNRWA. Mi chiedo se è solo oggi chiusa oppure se lo è anche gli altri giorni. Sembra un luogo abbandonato da tempo, dimenticato. Dall’altra parte, un accumulo di tetti e terrazzette disordinate, sporche, piene di stracci al vento.
Non c’è dignità a vivere in così piccoli spazi, si può solo diventare cattivi.
Lì al centro ce lo spiegano con parole dure, reali e prive di speranza.
Io penso ai topi che messi in uno spazio ristretto e sovraffollato, finiscono per mangiarsi gli uni con gli altri, per poter sopravvivere.
E quella gente aveva il mare come compagno di giochi, ma tanto, troppo tempo fa. Ce lo spiegano che è troppo pericoloso visitare il campo. Non ci porteranno.
Ci sembra impossibile, ma gli crediamo sulla parola. Troppe sono le ristrettezze, la disoccupazione e l’abbandono. Noi amplificheremmo troppo il divario, non assecondiamo la nostra curiosità, che senso avrebbe?
Addocchio in una vetrina di armadio uno scialle palestinese, ricamato dalle donne di Balata. So che lo prenderò anche se costerà troppo. Carità indiretta e peregrina, ma tanto so che non posso ripagare la loro sofferenza. Non è certo responsabilità mia, ma chissà perchè mi sento vergognosamente fortunata ed in colpa.
Arriva Murad, amico palestinese ospitato nel suo soggiorno italiano, è coordinatore del Comitato di Resistenza popolare non violenta di Kufr Qaddom, un villaggio che lotta per riottenere la strada rubata che porta a Nablus direttamente. Oggi non è più così, ma cosa serve dirlo, qui in Palestina una strada rubata sembra quasi il meno, anche se allunga il tragitto di una trentina di km.
Murad è appena uscito dal carcere, non so nemmeno se potrebbe avere guai ad essere a Balata. Probabilmente sì, ma è venuto lo stesso, è stato gentile a venirci a salutare, gliene siamo grati. Ci porta la sua amicizia e il suo ringraziamento di essere lì. Ci fa bene al cuore.
Ci porta anche un po’ di speranza. C’è ancora chi lotta e chi ci crede.
Io mi rendo sempre più conto di quanto disperata sia la situazione. Mi sento inutile, inappropriata, solo l’incontro con Murad mi fa sentire che non tutto è perduto e che la Resistenza continua e che c’è chi ancora ci crede e che paga anche di persona, e con questa sensazione meno esasperante affronto il resto della giornata. Un velo di tristezza e un po’ di calore nel cuore.
Lo scialle lo prendo, mi fa sentire un po’ meno ingrata, però mi sento anche ipocrita, cosa penso? Di cavarmela così a poco prezzo?
Usciamo e troviamo dei bambini. Per loro tutto è un gioco, ci fanno sorridere. I bambini sono uguali in tutto il mondo, ma i palestinesi sono di pasta resistente, non ti lasciano mai senza un sorriso.
Continuiamo il nostro viaggio, mentre io, in silenzio, penso che forse tutti a Balata resteranno profughi per sempre, ma non ho il coraggio di dirlo a nessuno e sono certa che è meglio così.

Ferri da calza e ciuffi di prezzemolo…

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Donne, Economia, Informazione, Pietas, politica on 8 gennaio 2012 at 0:13

E siamo tornati nel medioevo futuro.
In mezzo alla distrazione generale e alle giustificazioni più becere, stiamo tornando indietro di decenni, sia nei diritti civili che in quelli sociali, per non parlare poi dei diritti del lavoro.
Tutto si giustifica, soprattutto se le ragioni toccano le tasche di chi ha interessi finanziari da difendere, oppure se si applicano regole e strettoie create da chi, queste regole le detta per mere ragioni di scarsa apertura mentale ed umana.
Le ragioni di queste riflessioni, oltre alle notizie che quotidianamente ci tempestano, relative alla contrazione sempre più acuta dei diritti dei lavoratori, a favore di un maggior arricchimento di chi i soldi li aveva prima ed oggi, che la crisi impazza, ancora di più ne ha, ce ne sono altre che sempre di più si ripetono e che ci lasciano con l’amaro in bocca e il veleno nel cuore.
Oggi leggevo: Tornano gli aborti clandestini e mi chiedevo cosa mi fossi persa di questa nuova Italia che si rattrapisce su se stessa e perde, ogni giorno, sempre di più, in dignità e qualità umane.
Non siamo più un paese dove si investe sull’educazione e sulla prevenzione, ma siamo diventati un paese di divieti e burocrazie assurde, di ostacoli alla civiltà e al progresso. Meglio riportare le donne (perdute?) melle mani delle mammane o negli incubi di una medicina “fai da te” piuttosto che investire su una assistenza e una prevenzione, atta a far crescere una Nazione di donne, autodeterminate, libere, mature e pronte ai difficili passi e alle complesse sfide del futuro.
L’articolo prende il volo dosandoci una generica raccolta delle evidenti difficoltà che una donna “ingravidata” incontra nella sua volontà di decidere del suo corpo e della sua condizione. Qui non si parla più di diritti minimi garantiti, qui si lascia tutto in mano ai consigli di ciarlatani o di persone che per il loro interesse abbandonano le donne di fronte a decisioni assolutamente dolorose e a volte davvero non volute.
Non parlo evidentemente della terribile vergogna che prova una donna ad abortire, ma di quella che non prova il medico dissenziente che non assiste, nelle strutture ospedaliere pubbliche, donne in difficoltà, con grande bisogno di aiuto e in condizioni psicologiche molto fragili.
Ma d’altra parte tutto ormai si giustifica e si autoassolve.
Un mio amico neuropsichiatra, con la sua schietta toscanità, ogni volta che viene interpellato per spiegare scientificamente, cosa la psichiatria potrebbe fare per l’aumento dei suicidi nella categoria degli over quarantenni, nel momento che si trovano licenziati e fuori dal mondo lavorativo, risponde andando su di pressione: “E a me lo chiedete??? Io non ci posso fare una mazza di niente. Volete che non si ammazzino? E allora dategli un lavoro!” E ci aggiunge pure un “Coglioni!!!” con una bella C aspirata che gli viene proprio da Dio.
Ecco, così la penso pure io: volete che le donna vivano la maternità in modo sano, cosciente e ragionato? Dategli una preparazione e una conoscenza del loro corpo e sui metodi per avere figli voluti e senza pericoli. Dategli un’assistenza ospedaliera sicura ed umana e una protezione certa e nessuna donna morirà più di ferri da calza e ciuffi di prezzemolo, anche se oggi si chiamano con nomi più fantasiosi ed esotici.

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