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Ridere, vivere, lottare (di Maria Francesca Gulotta)

In amore, Viaggi on 23 gennaio 2015 at 7:54

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No, niente è normale in Palestina: nascere, crescere, studiare, ridere, amare, insomma vivere.
No, non è normale dovere affermare ogni giorno che tu ci sei, esisti, e hai voglia di ridere e di divertirti perché ogni cosa ti ricorda che no, tu non sei normale e che qui vivere è una battaglia quotidiana.
C’è il Muro e c’è l’esercito, ci sono i coloni, con la loro prepotenza, e ci sono i soldati coi mitra spianati a ricordartelo. C’è il filo spinato, la rete, la strada interrotta improvvisamente, c’è il ceckpoint dove si può essere rispediti indietro o dove si può morire soffocati dalla calca, come è successo proprio durante il nostro viaggio, o dove si può offrire un po’ di musica e qualcosa da mangiare e ricevere in cambio l’elmetto di un soldato che ti fracassa la testa.
No, non è normale vivere nella West Bank e non potere più entrare a Gerusalemme non appena compi 15 anni, perché diventi adulto e adulto, per gli occupanti, significa potenziale terrorista, nemico, pericolo. “E’ come se da voi in Italia – ci dice il direttore del Centro culturale Al-Quds di Gerusalemme- i vostri ragazzi non potessero più visitare Roma, la capitale del loro paese. Ecco perché cerchiamo di organizzare visite continue di gruppi di studenti prima che gli sia impedito di conoscere la loro capitale. Perché Gerusalemme è la nostra capitale”.
No, non è normale andare a scuola accompgnati dai cooperanti internazionali che ti difendono dagli assalti dei coloni che ti vogliono cacciare perché la terra la vogliono tutta, come afferma il loro libro sacro e non è normale sederti tra quei banchi un po’ sgangherati, ma che per te sono bellissimi, e sapere che c’è un ordine di demolizione e che una ruspa può ridurla in macerie in pochi minuti.
No, non è normale svegliarsi una mattina a Betlemme nella tua bella casa a tre piani e vedere i soldati che alzano il Muro, proprio lì davanti alla terrazza che guarda il grande uliveto e soffoca il negozio di souvenirs cristiani di tua madre “Mamma, ma ti rendi conto che ci stanno seppellendo vivi?”
E invece sì, è tutto normale perché qui è Palestina.

 

Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Hebron, questa è la mia terra, questa è Palestina…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 25 gennaio 2013 at 21:43

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Ultimo giorno di viaggio e l’anima ci pesa assai e non aiuta certamente il fatto che ci aspetta l’anomalia di Hebron. Se fossimo in un favola diremmo che è la ciliegina sulla torta, ma ciliegina non è per niente e ce ne accorgiamo subito.
A Hebron si decide il destino della Palestina, perchè questa città è palestinese o almeno lo è stata fino a che un manipolo di coloni, ispirati da un dio annoiato e senza senso dello humor, si sono spinti ad occupare delle case a destra di Shuhada street, l’antica strada commerciale di Hebron, ma che adesso vogliono anche la sinistra di quella strada. Così i coloni occupano i piani superiori, espongono la stella di David e iniziano a bombardare di sporcizia quelli che passano e vivono sotto o che espongono le merci.
Ma vediamo più da vicino il “casus belli”: a Hebron vivono 200.000 palestinesi e negli ultimi anni si sono installati 700 ebrei venuti recentemente dall’Europa che hanno requisito, occupato a “tutto diritto”, a parer loro ovviamente, quello che era l’antico quartiere ebraico della città, a questi si devono aggiungere i circa 7.000 ebrei della contigua Qiryat Arba, la solita colonia dall’animo gentile. La questione è che gli ebrei che si sono installati, confiscando case e facendo sloggiare in malo modo i residenti, ovviamente supportati dall’esercito, rendono impossibile la vita dei palestinesi di tutta la città. Adesso comunque sono quasi a posto (ammesso che si accontentino, il che non è), si sono appropriarsi della strada centrale e commerciale, in modo da collegare liberamente le case di destra con quelle di sinistra e continuando così a trasformare la città in una nuova colonia.
Metodo fantastico per far morire d’inedia i commercianti dei piccoli negozietti e le loro famiglie. Ma ancora peggio, quei palestinesi che non si sono fatti cacciare, non solo non possono mai lasciare la casa incustodita perchè gliela occupano, come è successo ad una famiglia che era andata ad un matrimonio, ma anche si trovano le porte di uscita sbarrate e saldate con la fiamma ossidrica e sono costretti a mettere le griglie di protezione alle finestre. Per poter uscire usano i tetti delle abitazioni dei vicini o aprono un varco nelle altre abitazioni… Ma ti sembra vivere questo?
Sai che bello per un bambino che deve andare a scuola ogni mattina scavalcando, spaventato, i tetti e tremando quando deve rientrare, senza sapere mai davvero cosa troverà?
E così è stata chiusa Shuhada street, la colorata e allegra via del centro. Le porte sono state saldate e chiuse con i catenacci, le protezioni che erano state messe per proteggere la popolazione dal lancio di immondizie degli israeliani, dall’olio usato ai pitali di piscio, dai mattoni alle bottiglie di vetro, dagli avanzi di cibo ai vestiti smessi, ecco quelle restano a decorare il soffitto in modo da indicare a chi volesse riaprire la strada che non è un processo reversibile e che la strada rimane chiusa in mano all’esercito di occupazione.
E i palestinesi hanno spostato il mercato nella strada parallela, anch’essa difesa da reti di protezione, hanno riaperto bottegucce e banchetti e i colori si moltiplicano e gli odori di spezie e di falafel si diffondono ovunque. L’attivista che ci accompagna ci incoraggia a comperare per spingere questa gente a fare di più oltre che ad amare il loro paese al di là di ogni possibile dubbio. Non è stato facile spostare il mercato, la paura serpeggia, ma non è facile convivere con i coloni fianco a fianco.
Sono talmente aggressivi questi qui, che allevano i loro figli a sputare, dare calci, tirare pietre e a prendere a male parole e minacce i palestinesi. Metodo educativo molto sofisticato, che garantisce ai propri figli apertura mentale e capacità di stare nelle cose del mondo in modo adulto.
Ci dicono di stare attenti anche a noi e di non girare per le strade laterali del mercato vecchio, andate avanti dritti e non girate da soli… bel modo di vivere, così ad un certo punto veniamo affiancati da una ronda dell’esercito, armata come per la terza guerra mondiale, uno di loro capisce che siamo italiani e ci guarda con disprezzo e dice a voce alta, forse le uniche parole che gli hanno insegnato nella nostra lingua: “Italiani… terroristi!” Si allontanano pieni di boria ridendo, un altro di quei ragazzotti strafottenti, dalla pelle nera come il carbone, si tira il passamontagna fin sugli occhi. Si vergogna? Non lo so, io lo farei, mi vergognerei davvero di far parte di un esercito razzista che impone con le armi le catene ad un altro popolo, e poi mi vien da dirgli: pensaci bene, anche a volerlo non diventerai mai, tu ragazzo di colore, una persona che accede alle alte sfere del comando in questo paese, guardati la pelle, è del colore sbagliato, che ci fai in un paese simile? Sarà vero che il 70% degli israeliani vorrebbero abitare da un’altra parte, se potesse scegliere? Ma tengo ovviamente le cose per me anche perchè dall’alto ci arriva improvvisamente addosso una bottiglia, lanciata da una finestra della casa vicina. Fossi stata nei pressi avrei rilanciato il “pezzo” gridando “porci, riprendetevi la vostra spazzatura”, ma forse ha ragione Luisa, è tutto inutile, non è gente che ragiona.
Oggi, che sono in Italia apprendo la notizia che hanno sparato in faccia ad una ragazza di 21 anni, uccisa così stupidamente, dalle pallottole di un esercito di offesa, non di difesa, come usano dire. Hebron è una polveriera che tutti fanno finta di non vedere. Ed io provo rabbia sorda e profonda e mi chiedo: cosa farei per riavere la mia terra?
Come reagirei se mi uccidessero un figlio? Riuscirei ad essere generosa e altruista come il genitore israeliano che ci raccontò la sua storia il primo giorno di Palestina? Non credo, non so, devo ancora troppo metabolizzare.
Comunque ci mettono in allerta, ci dicono che è pericoloso, e allora ci infiliamo nei negozietti e io trovo delle kufije ancora più belle, tra le quali una nera e bianca pesante che mi salverà dal diluvio universale. Una bianca e rossa e una tutta bianca che non avevo mai visto prima. Una bella sciarpa di lana dai colori dorati e tante collanine con Handala, guardo le collane e gli orecchini che trovo bellissimi, ma che non userei mai, li guardo e ne vengo ammaliata, ma giro gli occhi e me ne dimentico, invece le sciarpe sono la mia passione, d’inverno ne cambio una al giorno a seconda dell’umore che ho. Sciocchezze di viaggio, mi vergogno di aver avuto dei momenti di debolezza così superficiali, ma almeno spero di aver contribuito all’economia dei miei fratelli palestinesi.
Alla fine della strada ci troviamo di fronte ad un check point, dobbiamo passare uno alla volta con gli zainetti a mano, superato il “gate” ci sono altri 200 metri di città svuotata e di negozi chiusi. Un altro punto di controllo e si entra nella realtà della colonia vera e propria. Ci fanno passare i soldati e bloccano i ragazzi palestinesi che avevano seguito Luisa, restano dall’altra parte delle transenne e ci salutano e ci chiamano, ma i soldati li cacciano via, qui siamo nella terra del padrone colono, di cui abbiamo davanti un vero rappresentante, che porta a spasso la sua arma raccontando le sue storie a un po’ di turisti americani (ebrei probabilmente). Un tipo barbuto e nero, con il fucile mitragliatore a tracolla. Rassicurante davvero, ma gli americani non ci fanno caso, sembra normale anche per loro.
La strada è percorsa da ragazzi con le basette a tirabuscio’ e con la kippah o zucchetto incollato sul cucuzzolo della testa, meticolosamente rasata.
Si aprono discussioni su come piantare la Kippah sulla testa per non farla cadere… io sostengo che la fissano con i chiodi… ma non tutti sono d’accordo.
Intanto si aprono le cateratte del cielo e ci infiliamo tutti in un negozio arabo sedendoci su sedie di cortesia messe sotto la tenda davanti al ceck point e alla garritta che si riempie subito del verde dell’esercito. La strada si allaga e l’acqua corre come un fiume in piena. Io sono quasi allegra, a parte i danni che questo acquazzone può causare, sto pregando che piova sulla valle del Giordano per giorni e giorni e che la terra riesca a fare tesoro di tutta quest’acqua, invece di essere incredula e talmente secca da essere diventata quasi impermeabile e di farsi scorrere addosso rivoli di fango.
Piove ancora, ma noi abbiamo un appuntamento. e attraversando guadi di fango e acqua che ci arriva alle caviglie, ci avviamo nella parte alta della città.
In tutto il percorso che abbiamo fatto, in questi giorni di viaggio, ci siamo resi conto che eravamo continuamente sotto controllo. In ogni dove le telecamere ci tenevano sott’occhio tanto che a volte ci veniva la voglia di mandare un salutino al controllore. A Hebron il controllo è totale, viene fatto dall’esercito e dai coloni stessi che si prendono l’arbitrio di giudicare cosa e come si deve andare per la “loro” città.
Così sotto una pioggia scrosciante arriviamo alla base di una lunga scalinata stretta interrotta da sentierini fangosi che tagliano la montagna e che consentono di risalire la collina faticosamente, ma in fretta. Alla base troviamo una camionetta dell’esercito che manovra davanti all’inizio della salita. Ci stringe sul ciglio della strada in modo da renderci impossibile la salita. Ma dai? Ma con chi credete di avere a che fare? Ci vien da sorridere sotto i baffi da terroristi italiani… e così, un per uno, passiamo la strettoia appoggiandoci sulla jeep con le mani, con i gomiti e con i piedi…. penseranno mica di fermarci vero? Sono loro che stanno in mezzo al nostro cammino mica noi…
Alla fine passati tutti e visto l’inutilità della loro presenza, decidono di andarsene, poveri cocchi, sarà mica questo che ci spaventa no? Ci stiamo facendo le ossa.
Arriviamo in alto in una casupola in mezzo ad un oliveto di piante millenarie, bellissime. Lì c’è il Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements), un gruppo di ragazzi coraggiosi che ci raccontano la loro storia, a volte con tristezza, a volte con ironia, ci parlano della loro vita aa Al Khalil – Hebron. Ma prima di metterci a parlare, quando salgo al piano superiore e mi siedo a riposare fuori della porta, mi incontro occhi ad occhi con un soldato piazzato nel giardino di fronte a difesa dei coloni che vi abitano. Ha una tettoietta come riparo e sembra un burattino di pezza. Lo guardo e mi fa pena e pure tanta, chissà lui cosa pensa. Forse si sente un eroe a fare da palo nel giardino dei vicini. Sai che noia guardare negli occhi una vecchierella come me, che potrebbe essere tranquillamente sua nonna? Pevero soldatino di piombo, non ti senti un tantino ridicolo? Non pensi che l’unica arma che potrei usare è quella di buttarti le noccioline come si fa con le scimmiette allo zoo? Se sei tu la forza di Israele, inevitabilmente prima o poi una risata vi sepellirà.
Ma non è così facile, i racconti che seguiranno sono storie di normale follia, di un popolo senza legge che sta in mano ad un manipolo di coloni, ignoranti e razzisti, arrivati da altri paesi, che si fanno padroni anche della vita degli altri. La vedo dura per Israele di diventare un paese democratico e civile. La vedo ancora più dura di diventare un paese che ama se stesso… ma per questo ci vuole un particolare senso della giustizia e di umanità e qui purtroppo non ne è ancora nato il seme.
E il viaggio continua nel Centro di Resistenza Popolare sotto gli occhi di un soldatino intirizzito dal freddo.

La partenza

In Anomalie, Viaggi on 26 dicembre 2012 at 10:19

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Cosa c’era che non andava in quella partenza?
Innanzi tutto non andava che a tutti quelli che lei lo aveva detto gli avessero fatto, più o meno, la stessa sollecitazione: “Mi raccomando… stai attenta…” ma a cosa doveva prestare così tanta attenzione? Un viaggio è un viaggio e il luogo non è neppure tanto lontano… eppure…
L’avevano preavvisata di non farsi intimidire dalle eventuali perquisizioni, anche corporali, dalle domande che tendevano di farti ammettere cose che non intendevi commettere, e poi di non dire i luoghi che intendevi visitare, sostituendoli con quelli che tutti volevano tu pensassi visitare.
Sembra che lì, alcuni luoghi, avessero nomi impronunciabili, e un’esistenza negata… un po’ come dire una parolaccia in chiesa, oppure come pronunciare una formula magica che trasformava la realtà in incubo.
E tutto questo solo per poter andare a visitare dei luoghi che tutti sapevano esistere, ma che si rifiutavano di ammetterlo, solo perchè la loro esistenza avrebbe denunciato anche la loro occupazione abusiva e illegale e soprattutto armata.
Ecco la cosa sconvolgente: fare attenzione a dei ragazzini appena usciti dai licei che venivano armati e messi a controllare le strade, gli aereoporti e i posti di controllo.
Ecco, quello che la preoccupava di più era quella sensazione che si stava impossessando della sua anima: una strana e serpeggiante paura in aggiunta alla sensazione di perdere la propria libertà e dignità. Strano però.
Era infastidita dal fatto che quando sarebbe arrivata lì avrebbe smesso di essere una persona libera di avere una propria idea e di fare una propria scelta e sarebbe stata in balia di un controllo imposto attraverso un esercito di ragazzini spaventati dalla sua valigia riempita da pennarelli e peluche, davvero difficili da spiegare.
Si immaginava il dialogo surreale: “Per chi porta questi giocattoli?” “Per i bambini!” “I nostri bambini non hanno bisogno di questi giocattoli!” “Lo so, ma sono gli altri che invece ne hanno bisogno!”
Ecco gli “altri”, i diversi, i cancellati, quelli che non hanno una terra che porti un nome, quelli che non hanno il diritto di tornare alla loro casa, quelli che hanno i figli che abbisognavano di giocattoli, quelli il cui nome non era possibile pronunciare e che erano il soggetto della guida turistica che avrebbe nascosto in quella spaventosa valigia che forse non sarebbe passata indenne ai controlli.
Era strano anche il fatto che partiva con il numero di telefono dell’Ambasciata in tasca, che avrebbe potuto servire per portarla in salvo, almeno c’era qualcuno che avrebbe potuto garantire per lei… forse…
Ci pensava mestamente quella mattina, qualche ora prima della partenza e si andava convincendo, da sola, raccontandosi che non poteva essere, che tutte le storie che alcuni suoi connazionali le avevano raccontato avrebbero potuto essere delle invenzioni, in fin dei conti lei era una persona seria, ben intenzionata, portava nel cuore un messaggio di pace, e allora perchè avrebbe dovuto avere paura? Perchè mai l’avrebbero potuta fermare, interrogare, intimorire e alla fine rimandare indietro?
Ma il suo disagio persisteva. Era certa che non sarebbe stata capace di sostenere le domande senza alla fine dire la verità e la sua reale destinazione e questo l’avrebbe fregata senza dubbio, perchè non era capace di sottostare a una costrizione, ad una assurda imposizione di facciata che offendeva la sua intelligenza e la sua libertà. Eppure lei ufficialmente stava partendo con una destinazione assolutamente normale, ma quello  che era strano però era la destinazione del suo viaggio: “paese civile e pacifico e soprattutto unica democrazia del Medioriente”.

Ma come fate?

In Blog, Gaza, Giovani on 22 agosto 2011 at 10:54

BASTARDI
Ma come fate?
Come fate a trovare un’immagine di un cratere fatto da un missile lanciato da Hammas e a non vedere un popolo ridotto in un fazzoletto di terra e senza niente?
Come fate a non vedere un popolo prigioniero in un carcere a cielo aperto?
Come fate a non vedere i giovani Gybo e a non ascoltare anche per soli dieci secondi quello che vi vorrebbero dire?
Come fate a nascondere le bombe cluster che hanno sostituito le mine antiuomo, di altre guerre,  per aggirare il divieto?
Come fate a non vedere le bombe al fosforo e a nascondere la loro provenienza?
Come fate a difendere una lobby che si nasconde dietro alla croce di Sant’Andrea, nonostante le denunce degli Stati anche a voi amici, come l’Egitto, la Turchia, etc. etc?
Come fate a non notare che la politica degli insediamenti a macchia di leopardo ha violato e violentato una terra, quella che voi chiamate Santa, e che ha inghiottito interi popoli?
Come fate a non ricordarvi dei Kurdi? Come fate a far diventare criminale Saddam, Gheddafi e avvallare il genocidio dei palestinesi?
Ma come fate a chiamare criminali ragazzi che tirano le pietre come atto simbolico e a non accorgervi di una lobby armata fino ai denti?
Come fate a far governare le acque internazionali da una lobby che è in guerra con tutti gli Stati che gli stanno attorno?
Come fate ad avere un odio così smisurato contro un popolo che non ha fatto altro che perdere i suoi figli, la sua terra e la sua dignità?
Bastardi
Ma come fate?
Come fate a chiamare terroristi ragazzi che difendono la propria terra rimettendoci la propria vita mentre voi sparate dal cielo e dal mare aprendo voragini in una terra “Santa” ma devastata?
Bastardi
Veramente pensate che un popolo martoriato da oltre mezzo secolo, senza l’appoggio dei vostri stati ultra armati, con il più alto tasso di disoccupazione al mondo, con uno dei più bassi redditi procapite, sia la minaccia del mondo o anche un disturbo per i vostri affari petroliferi?
Ma come fate a guardare negli occhi i vostri bambini?
Cosa gli dite?
Che sono fortunati perché nati dalla parte della giustizia e non del torto?
E cosa farete quando il petrolio non ci sarà più, ammazzerete quelli che sono più vicini al sole?
Magari in nome di una lobby che scampata al nazismo ora lo perpetra sugli altri?
Come fate, bastardi?
Ditecelo.
Vi rendete conto che è il più grande esempio di odio, di persecuzione e di alimentazione del sistema uomo mangia uomo?

(Dal commento di una foto su FaceBook da Stefano)

Se questo è il mondo…

In Anomalie, politica, Religione on 12 aprile 2010 at 15:40

Stamattina pensavo agli infiniti stimoli (leggasi “conati”) che le faccende di questo mondo mi suggeriscono. Per esempio seguo schifata le varie giustificazioni e le alzate di scudi che gli alti prelati della Chiesa cattolica pongono come sbarramento allo sfascio di questo millenario “corpo”. Sembra proprio che di corpo corrotto e deviato si tratti. Di questo è fatto il quotidiano “chiacchiericcio” demente di certi personaggi che, per difendere posizioni indifendibili, perdono l’amor proprio nonché la faccia. Ma il problema è a scapito di chi? Non certo di un Papa a dire il vero non molto amato che, malgrado il dogma della fede, sulla sua infallibilità spirituale, si trova a dover giustificare una fallibilità umana e religiosa oltremodo oltraggiosa. La domanda è d’obbligo: perché preoccuparsi di tutti quei poveri bambini non nati, a causa di madri debosciate ed assassine, che li hanno abortiti e non delle centinaia e centinaia di vittime innocenti dei soprusi dei preti pedofili? Per i primi l’orrore non c’è stato e non ci sarà mai più, per i secondi invece tutta la vita, che hanno avuto e avranno, non basterà a cancellare tanta infamia. Non voglia poi quel loro Dio, facile ad adattarsi alle situazioni, che non preveda il ripetersi della loro storia e non li trasformi in mostri dal comportamento simile. Allora sì che la diffusione del male sarà a moltiplicazione geometrica. Altro che Diavolo in Vaticano. Il male si diffonderà come un virus letale. E questo la Chiesa, per pararsi il culo, non lo dice e soprattutto non lo persegue. Ma si sa, la colpa è del popolo ebraico che non ha altro da fare che inventare fandonie per liberarsi della divinità fatta uomo. Non solo bisogna far attenzione perché i pedofili son tanti, milioni di milioni, come le stelle del salame, e suddivisi in categorie, quindi perché prendersela solo con i preti e non piuttosto con i ragionieri o i saldatori? Che poi a pensarci bene i ragionieri una pagina sporca ce l’hanno…
Ma se ogni giorno ci beviamo queste splendide secchiate di cacca, non possiamo fare a meno di aggiungerci dei tramezzini di “merde” e uso il francese proprio perché è dai francesi che il “nostro” ha preso l’ispirazione. Forse non vi eravate accorti che il governo non aveva sufficiente potere, forse pensavate che possedere tante televisioni, tanti giornali e giornalisti (non vorrei offenderne l’Ordine chiamandoli giornalisti) bastasse alla concupiscente voglia del Capo Supremo (che se mi sente chiamarlo così, sono certa di provocargli un orgasmo). Eh no cari miei, Lui non si accontenta, vorrebbe fare le riforme e pure condivise, ma… proprio non ce la fa, Lui non ha tempo per aspettare, la corona di re la vuole subito e se non gliela danno subito se la compra con i soldi suoi.
Qualcuno si dimena, ma fa la figura del pesce nel barile. Qualcuno parla, ma farebbe meglio a tacere. Anche per fare l’opposizione ci vogliono le palle e mica si comprano al mercato le palle, in genere ci si nasce, anche se dello stampo di quelli con le cose al posto giusto, se ne è persa la forma.
Voi direte: “Embè, tutto qui?” E no cari miei non finisce qui la nuotata. Una secchiata e due o tre tramezzini e poi via in un mare di merda. Esiste anche l’affare “Emergency”. Come si poteva eliminare quell’ospedale messo lì a controllare l’umanità di una guerra? Ma dai è semplice, lo fanno tutti i poliziotti del mondo, ecchè non avete mai visto un telefilm? Si filma il ritrovamento di droga, armi e qualche volta anche bombe, che come si sa sono sempre tenute dentro al cassetto sia negli ospedali di pronta emergenza che nelle scuole durante i G8.
Avete il vomito anche voi?
Beh se non l’avete vuol dire che il vostro stomaco è foderato da una bella spanna di pelo e vi consiglio la carriera ecclesiastica oppure quella politica, ché negli ultimi tempi poca differenza fa.
Se questo è il mondo… per favore fermatelo che io voglio scendere.

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