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Sogni ricorrenti

In Anomalie, Guerra, personale, Scissione on 3 aprile 2012 at 7:46


Solo quando i sogni vanno persi come lacrime nella pioggia è arrivato il momento di morire – Jim Morrison

Secondo me diamo troppo poca importanza ai sogni. Non sto parlado dei sogni che fanno parte dell’immaginario di chi è sveglio, a quelli invece diamo molta importanza, qualche volta un po’ troppa, ma di quelli che frequentano le nostre notti, con assiduità, ed è proprio perché ci fanno compagnia da tempo noi non li vediamo più.
Non li vediamo certo, ma quasi sempre ci lasciano in bocca un retrogusto, assieme a delle sensazioni che molto spesso ci cambiano la giornata successiva.
Di questi sogni ricorrenti, belli o brutti che siano, ne ho di tre diverse categorie: una che riguarda le persone (persone amate o meno e che mi hanno dato “ansie” in alcuni momenti della vita), una che riguarda i luoghi (posti sconosciuti e mai visti che mi ritornano in modo ripetitivo alla mente, oppure case che ho acquistato e poi dimenticato, oppure ancora altre che vorrei acquistare, perché “fanno proprio parte dei miei sogni”), ultima categoria sono le “avventure”: salvataggi dopo iperboliche azioni, oppure “contorti ragionamenti” su come agire nei confronti di persone in difficoltà: bambini o adulti che siano.Che poi l’eroina di questi sogni non è che sono sempre io direttamente, spesso sono solo spettatrice, anzi regista.
L’ultima categoria di questi sogni-incubi è legata alla guerra. Guerra che non ho mai vissuto direttamente, ma il cui pensiero sembra essersi annidato in me, come ricordo ancestrale e trasmesso nei geni dai miei genitori.
In realtà, nei sogni, riesco a mantenere quasi sempre un grado di controllo che mi permette, nel momento che diventano troppo ansiogeni, di sapere perfettamente che si tratta di sogno e di provvedere al mio risveglio. Questa è una buona cosa che mi risparmia un sacco di fastidi, ma mica sempre, a volte l’impronta di quel sogno, magari un’impronta latente, perché del sogno non porto ricordo, almeno a livello cosciente, mi rimane attaccata anche per giorni, così precisa che mi turba a lungo e che non sempre riesco a spiegare.
A parte per i sogni incubi, che mi sconvolgono per ovvi motivi, quelli che sono meno dirompenti, ma che mi rimangono vivi in testa, sono quelli dei loghi che non ho mai visto e che ritornano. Mi ricordo, moltissimi ani fa, che con precisione fotografica avevo sognato un assembramento di case tipo paese spagnoleggiante che dopo alcuni giorni ho trovato, tale e quale, in un film di Bertolucci. Ovviamente questo è un caso limite, di solito questi luoghi sono vallate in mezzo al verde che penso di non aver mai visto e non capisco che ritornano a fare. Certo sembra non aver senso. Certo che ho il sospetto che un qualche senso ci sia.
Sicuramente quando sogno di salvare persone in pericolo, in qualche modo vero o solo percepito, ho, nella realta, persone care in difficoltà. Il sogno poi delle case che scopro di aver acquistato e di essermene dimenticata oppure di aver trovato case da sogno (il mio sogno in questo è davvero creativo: non si tratta mai di villa hollywoodiana, ma di grande casa piena di angoli speciali, vista particolarmente affasciante e tante tante finestre, da restaurare totalmente, ma proprio in quello sta il fascino).
Sul primo genere preferisco non parlare. Quelli sono sogni che mi “sfrugugliano” il cuore in tutti i sensi. Tanto io sogno sotto metafora, una cosa ne significa chiaramente un’altra, ma senza tanta difficoltà e senza l’aiuto del vecchio Freud, ci arrivo in un battibaleno al significato vero e non mi servono tante interpretazioni. Insomma, la mia complessità da sveglia, quando sogno diventa, senza timore di sbagliare, una semplicità sconcertante. Sarà che mi conosco? Può essere, comunque effettivamente sono più facile da capire mentre dormo di quando sono sveglia. E sinceramente non so se sia un difetto ;-).

ReLOVEution

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani on 17 ottobre 2011 at 10:02

Avrei voluto essere a Roma ieri perché credo sarei stata me stessa, mi sarei sentita viva. Ho avuto questa sensazione dentro di me tutto il giorno, sentivo che il mio posto era lì, con voi e con altre 300mila persone circa. Invece sono stata alla laurea di un’amica. Quegli avvenimenti a cui non si può mancare, un po’ di circostanza forse. Non è la prima volta che mi sento così, un po’ fuori posto, un po’ fuori rotta, o semplicemente “fuori”… Perché il “dentro” è studiare per laurearsi bene, in tempo, e trovare lavoro per mantenersi e prendersi una casa con marito e fare dei figli con i quali sentirsi tutti una famiglia.

Così va la vita, dicono.

Dicono appunto, io non lo credo e i fatti me lo dimostrano.

Ha senso studiare per laurearsi se poi un futuro dietro ad una laurea non c’è? Ha senso farsi il “culo” (a volte per niente perché imparare le cose mnemonicamente non credo abbia senso e spesso all’università così è richiesto) per un’incertezza? Nemmeno il più scarso economista (visto che il mondo sembra girare esclusivamente intorno ad interessi economici) farebbe un investimento alla cieca senza la certezza di un minimo profitto.

Ieri la mia amica è stata bravissima nel portare a termine il lavoro che le era stato richiesto, ha fatto un’esposizione di tesi eccellente e ha ricevuto anche i miei complimenti perché le voglio bene.

Ma dentro di me pensavo a come e su cosa si stesse discutendo: parole al vento su tesi obbligatorie che portano a conclusioni di certo spesso non banali ma sicuramente teoriche (almeno nel campo della ricerca in biotecnologie sanitarie, l’argomento della laurea) quando le questioni, o meglio le argomentazioni io credo debbano essere ben altre.

E’ appunto di futuro che si sta parlando.

Quando mi volto, alle mie spalle vedo solo “cemento” che non fa traspirare, che mi ostruisce ogni passaggio, che mi toglie l’aria. Vedo violenze senza senso o forse con l’unico senso di far passare un messaggio di provocazione e timore come negli scontri di ieri, con l’unico scopo di creare panico e l’incertezze che rendono l’uomo più debole su tutti i fronti. Vedo persone a me care che vanno in cassa integrazione quando per anni hanno svolto diligentemente il proprio lavoro, quel lavoro che permetteva loro di vivere dignitosamente. Vedo gente senza amore che costruisce sé stessa sulla disperazione degli altri, vedo debiti pubblici alle stelle che non si sa come sanare mentre politici inadatti rimangono incollati alle (im)proprie poltrone dorate, lasciando il Paese allo sbando, senza curarsi delle conseguenze.

Avrei voluto essere a Roma per sentirmi parte di un tutt’uno, per far parte di un “oceano” credo migliore, ma non posso esserne certa.

So per certo però che tutte quelle persone in corteo, tutte quelle energie riunite hanno creato un flusso ricco di pensieri di cambiamento globale e di ReLOVEution (mi piace molto questo termine), un’onda di speranza.

L’oceano che per esempio non ho mai ritrovato in discoteca dove dovrei andare stasera, in cui vedo solo tanti corpi vuoti a ballare una musica sconnessa, che ha poco a che vedere con me.

Io voglio essere connessa, voglio entrare in frequenza, voglio far parte di questa spirale in crescita, sono avida di crescita, di novità, di libertà, di sapere, di entusiasmo, di musica, ma di musica “giusta” però!

Oggi ho parlato per ore con i miei facendo una sorta di comizio, in auto, mentre stavamo andando a pranzo in un agriturismo in quel di Vicenza per il compleanno di mia zia.

Non dovevano interrompermi e non l’hanno fatto perché credo abbiano capito che in quello che dicevo c’erano la mia anima, la mia mente e il mio cuore. Ho spiegato loro che c’è già chi mi “ruba” o meglio mi annebbia il futuro, non mi serve anche chi mi soffoca la libertà. C’era un film che diceva “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”, ebbene credo sia tutto collegato.

Speranza, libertà, futuro, non sono solo 3 belle parole da circostanza che ci stanno sempre bene, non sono una sorta di libertè, fraternitè ed egalitè stampate su una moneta a cui più nessuno fa conto, o un semplice traguardo di “resistenza” non contestualizzata nei vari periodi storici, e che vanno bene anche ora. No, sono ben altro. Sono dei pilastri, le fondamenta sulle quali pretendo si appoggi la mia di vita, che mi permettono di non affondare. Non si affonda solo fisicamente, credo che la morte psichica o quella delle idee sia ben peggiore… essere quella che non voglio, non riuscire ad essere me stessa, tutte queste circostanze potrebbero essere la pesante incudine che mi porta sul fondo. Una scelta obbligata potrebbe essere quella di liberarmene prima che sia troppo tardi.

Non dimentico che i cambiamenti spesso richiedono sacrifici e a me non sono mai piaciuti gli out-out per cui ho provato a far capire loro che preferirei evitare tutto ciò. Spero abbiano capito.

Lasciatemi il mio coraggio di sognare, fatemi credere ci sia la possibilità di un mondo migliore!

Se non volete sia il vostro mondo quello sul quale operare dei cambiamenti non è un problema mio, non è detto però che non possa esserlo il mio, come anche il tuo Franca, quello di Mario e di tutti quelli che sono arrivati a Roma per manifestare pacificamente.

Ho rivisto la solita ansia di mia madre nella tua preoccupazione di ieri, mi sono decisamente riconosciuta in tuo figlio.

Ma mi rendo anche conto che l’amore di madre sia sempre presente e sia un legame fortissimo che a volte se mal intrapreso possa creare dei problemi.

Grazie per la tua testimonianza, di certo comunque non è finita qui…

Un abbraccio,

Francesca

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