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Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

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Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

Era il 12 dicembre all’alba del 1968

In amore, La leggerezza della gioventù on 11 dicembre 2010 at 16:00

Rossana aveva solo 16 anni. Spesi male direbbe qualcuno, ma per lei era tutto quello che aveva. Era già da due anni che lavorava rinunciando al suo sogno più grande, quello di studiare. Non c’erano soldi in casa, o almeno non c’erano soldi per lei. Ormai sapeva che avrebbe dovuto arrangiarsi da sola, che nessuno pensava per lei. Era tempo che si prendesse quello che sperava le aspettasse, per quello la sera prima gli aveva chiesto un bacio. Michele era di qualche anno più grande di lei. Aveva un sorriso scanzonato che sembrava farlo più uomo, più avvezzo alla vita, più sicuro di sé. Rossana gli aveva offerto le labbra e lui si era scostato. Ormai era certa che lui non la voleva e sapeva anche che era l’unica persona che l’avrebbe potuta far soffrire tutto il dolore che una sedicenne è capace di provare.
Lui sembrava guardare altrove e se l’era presa con la luna che li aveva resi così vicini e romantici. In quegli anni essere sdolcinati era il peccato peggiore. C’era da vergognarsi come ladri. Lui maledisse quella luna, quasi con rabbia. Lei chiuse gli occhi per non mostrare quanto le fosse costato quell’azzardo. Non si sentiva delusa, sapeva che ogni cosa della sua vita doveva essere guadagnata con fatica. Lei non si scoraggiava mai, se lui non la voleva, lei avrebbe fatto tanto che l’avrebbe voluta.
E così viene l’alba del 12 dicembre 1967. Quel giorno si sposa la figlia dell’allora Presidente degli Stati Uniti, Lindon Johnson e a Capetown il dott. Barnard fa il primo trapianto di cuore. Un giorno felice a quanto pare, almeno felice per qualcuno. Rossana si sveglia presto e va al lavoro. E’ ansiosa che venga sera. Ritroverà i suoi amici in piazza e con loro Michele. Ormai fa buio presto, il tempo è bello e la sera si presenta limpida e ghiacciata. Lei si stringe inutilmente addosso il suo cappotto turchese con i bottoni dorati. E’ bello e le sta bene, anche se caldo non fa. Gelare dentro è una sensazione insopportabile. Ma lei vuole sembrargli bella, vuole convincerlo che è di lei che si deve innamorare. Stupida ragazzina che cosa si è messa in testa. Non è un buon motivo, quello, per provocare Michele. Se lui non la vuole, una ragione ci deve pur essere. E’ troppo difficile chiederselo e darsi una risposta.
Forse non è bella e forse non è abbastanza donna per lui. Tutto qui, semplicemente. Eccoli lì, ad aspettarla in piazza. Ci sono tutti, ma lei vede solo Michele, che la controlla da lontano. Sembra imbarazzato. Oddio! cos’ho fatto? Adesso che penserà? Che sono stupida ecco, solo questo può pensare. Intanto Rossana fa finta di essere allegra e spensierata. Sicura quanto basta per provocare i ragazzi in un gioco di coraggio. La presa di Sedan. Ridono del gioco, ma nessuno ha coraggio di tentare di baciarla e lei lo sa. Sa che Michele sa. Sa che il gioco è diretto a lui e lui è serio e silenzioso. Lei non può più fermarsi, deve provocare fino alla fine. Certo è solo un gioco, innocente, ma lui tenta la presa e lei si scosta imbarazzata. Brava scema, dovevi arrivare fino a qui? Lo sapevi che solo lui avrebbe avuto il coraggio; non dire di no. Ci speravi. Eppure non ci credevi. Adesso è ancora peggio e forse hai rovinato tutto. Brava scema!
E’ tardi. Lei deve rientrare ed è Michele che la porta sotto casa. Sotto per modo di dire, perché suo padre non la deve vedere. E’ l’ora che pure lui rientra. Michele la prende sotto braccio e si ferma ai piedi del ponte e la trattiene. Non dice niente ed è strano perché lui parla, è sempre un fiume in piena, ma quella sera tace e la guarda strano e lei vorrebbe scappare. La luna ruffiana sta sempre lì e lei per il freddo rabbrividisce. Lei non sa più cosa fare. Come vorrebbe non averlo fatto. Come vorrebbe poter riavvolgere il tempo, tornare a ieri. Ma lui si avvicina e la bacia. Oddio e adesso? Si guardano e si ribaciano. E’ troppo dolce per assaggiarne uno solo. Ne prendono un altro ed un altro ancora. Lui la guarda e la stringe in un abbraccio. “E’ perché devo partire! Non volevo… lasciare niente dietro le mie spalle.” Si stacca e i suoi occhi sono persi lontano. Rossana non lo sa ancora, ma per vie traverse e senza appello, sarà per sempre.

The Rokes – 1965: Ci vedremo domani
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/CiVedremoDomani.mp3”%5D

Si è giovani una volta sola

In La leggerezza della gioventù on 11 novembre 2010 at 9:00

Che si è giovani per un ristretto periodo di tempo e che lo si è una volta sola, questo, da giovani, non si sa. Si pensa di essere eterni e onnipotenti. Piccoli dei che popolano il mondo. Si va in giro con l’aria un po’ annoiata, qualche volta ridendo di tutto e schiamazzando, ma è la nostra gioventù che ci induce in errore. Tu lo stai facendo e già non lo sei più. Sono i riti di passaggio. Poi ti dici che te la sei goduta. Che è stato bello. Che di quel periodo ti ricordi tutto. E’ un vezzo che nasconde il desiderio di portarti appresso quel frammento di vita e di volertelo stampare in faccia. Per me non è passato, è ancora così! Ma è un’illusione. Sciocca e mendace illusione.
Io sono stata giovane. Amavo la musica, i libri, l’amicizia e l’amore. E’ stato solo un breve flash perché sono diventata grande anche troppo presto. A quel tempo, ossia nel periodo della gioventù, avevo un’aria da principessa povera. Parevo arroccata nella mia torre d’avorio. Sembravo sicura, quasi stronza, ma non era così per davvero. Lo facevo per difendermi, ma succede spesso quando si è giovani e timidi. Proprio per questo riuscivo ad essere audace, e usavo un po’ di aggressività attinta dal carattere piccantino che mi ritrovavo. Ma per il resto ero un pezzo di pane. Ironica quanto basta. Disponibile con gli altri fino al limite dello sconsiderato. Ero amata da chi mi apprezzava e sfruttata da chi aveva compreso che ero facile da manipolare.
Insomma ero giovane, come tanti altri giovani. Ed ero donna, anche se solo agli albori. Ero cresciuta precocemente in una famiglia dove essere femmina mi precludeva la strada a quasi tutto. A detta loro solo un marito mi avrebbe potuto redimere. E quello per fortuna non avevo nessuna intenzione di trovarlo. Quindi mi era difficile uscire e trovare amici. I ragazzi poi avrebbero dovuto essere un tabù. Mica ci badavo io, ma se uscivo era solo con le amiche, e solo dopo si incontravano i ragazzi.
Quel giorno mi dovevo trovare con Gabri. Solita solfa. Con lei si andava in piazza, a fare lo struscio. Era comodo perché lei in piazza ci abitava. Suo padre era il custode di un’ala delle Procuratie e questo ci dava l’opportunità di andare lì spesso. Io, all’inizio, in piazza non conoscevo nessuno. Ma a quel tempo era facile fare amicizia; come già detto si era giovani e tutto era possibile. Così da qualche mese ci si trovava con Giovanni, amico di Gabri. Lui in piazza ci lavorava, quindi lo si aspettava all’ora della chiusura. Descrivere Giovanni non è facile. Un chiacchierone senza capo ne coda, per niente timido e molto propenso allo scherzo. Ancora oggi è così: sconclusionato e inaffidabile. Il tempo, come quasi con tutti, non lo ha migliorato, ma una moglie un po’ più concreta ha arginato le sue esondazioni.
Per me era un amico, solo un amico. Sapevo che per lui non era abbastanza, ma gli avevo fatto capire che non poteva esserci un di più. Tra parentesi piaceva a Diana che era una cara amica e alla quale non avrei mai rotto le uova nel paniere. Insomma tutto incominciò con Giovanni che voleva sottrarmi agli inviti di altri gruppi di ragazzi per quelle che, a quel tempo, venivano definite “festine”. Niente di misterioso, comunque. Erano delle feste a base di “pastine” e aranciata, e solo eccezionalmente una bottiglia di Vermuth faceva bella mostra sul tavolino. Occasioni per stare insieme. I luoghi erano vari, dal magazzino attrezzato a “carbona” a qualche abitazione di genitori assenti o compiacenti. Bastava poco: un giradischi e dei dischi e, raccolti gli spiccioli, qualche dolcetto e bibita.
Giovanni aveva l’ambizione di fare gruppo a sé. Non voleva perdere le ragazze che aveva conosciuto, quindi si era prefissato di coinvolgere altri ragazzi, per la sua nuova compagnia. Quel pomeriggio appunto io e Gabri, dopo una passeggiata al Lido, stavamo aspettando lui, Giovanni. Gabri mi diceva che le sarebbe piaciuto andare ad un’altra festina del gruppo che avevamo frequentato qualche mese prima, ma io non ci sentivo perché tra quei ragazzi c’era un tale, Nino, con cui avevo avuto una mezza storia che poi avevo chiuso perché lui era davvero un po’ troppo grande per me. A quel tempo anche qualche anno in più, faceva la differenza.
Giovanni si era infilato, guardandosi in giro, in mezzo alla ressa di ragazzi che procedevano tranquillamente nelle “vasche” serali. La sera era mite, un ultimo respiro dell’estate ormai passata. Il sole non ancora tramontato macchiava di luce dorata la chiesa moltiplicando gli ori dei mosaici. In quella luce mi stavo perdendo, abbacinata da tanta bellezza. Mi consideravo fortunata di vivere in quella città magica e vagamente percepivo che quel momento l’avrei voluto condividere con qualcuno che avesse potuto provare quello che pure io percepivo. Amavo quella città come amavo l’amore.
“Ehi… Ross… ti presento un mio carissimo amico: Michele”. Giovanni tutto orgoglioso mi stava presentando un ragazzo strano, alto come me, con un viso già segnato dal tempo, un sorriso scanzonato e in qualche modo irriverente, un ciuffo di capelli lisci che rassettava con la mano sbagliata. “Piacere, Michele!” La prima cosa che mi colpì era la sua voce, una voce profonda, quasi viscerale, certo non c’era da stupirsi visto la sigaretta che fumava con una certa voluttà. L’altra cosa che mi lasciò interdetta era la luce dei suoi occhi. E’ vero, c’era l’ultima luce del sole a trasformare tutto in un mare d’oro scintillante, ma quella giada preziosa mi aveva incantato. Occhi che ridevano scanzonati, come quel suo sorriso.
Giovanni lanciò lì un ultimo avvertimento: “Guarda che Michele è un poeta!” Avrei dovuto stare accorta. Già conoscere un poeta era una cosa strana, e poi con quella voce e quegli occhi… Dovevo metterci attenzione, ma ero giovane e inesperta e tutto quello non mi faceva troppa paura. Gli cercavo gli occhi e poi mi ritraevo… cosa potevo fare se a quegli occhi mi volevo votare? No, non sapevo quello che sarebbe successo. Non immaginavo che lo avrei ritrovato quasi ogni sera. Gentile e affidabile. Non pensavo che mi avrebbe letto le sue poesie e che avremmo parlato di tutto e che avremmo cominciato a sognare come solo i giovani sanno fare. I giorni passavano e noi eravamo sempre più vicini, ma lui ogni tanto si scostava, diventava tetro e arrabbiato, sembrava volermi male. Non capivo, davvero non riuscivo a capire cosa ci fosse di sbagliato in noi. Era tutto così bello, così rilassante. Avevo la sua amicizia, la sua attenzione, eppure sembrava non volermi concedere un posto vicino a lui.
Poi con tempo capii tutto. Avevamo messo insieme le nostre giovani vite nel momento che lui partiva. Non gli avevo lasciato scampo. Come in altri momenti della nostra vita lui non aveva saputo resistere. E avevamo cominciato la nostra storia. Stava iniziando il 1968 e a febbraio lui partì. Eravamo giovani e ci eravamo fatti lacerare. Strappare via una parte di cuore. Quello era stato l’anno della mia gioventù e lo passai da sola. Certo insieme a molti altri amici, ma non assieme al mio poeta. Proprio in quella tristezza e confusione maturai i miei errori e superai la mia gioventù. Era stata breve, anzi brevissima. Era stato un tempo straordinario che si era concluso lì. Quello che ci fu poi era un’altra storia di vita. Non era più la stessa cosa. Ero passata oltre e niente più fu spensierato e dolce come allora. Un tempo che ho rimpianto per sempre, ma che non sarebbe tornato più e tutto fu per colpa mia. Non avevo capito che si è giovani una volta sola e che questa magia non si ripete più un’altra volta.

Differenze e virtù

In Anomalie, Giovani on 6 agosto 2010 at 14:08

E’ una brutta bestia l’età. Certo per me sono passati gli anni e molta acqua sotto i ponti. Anche se continuo a pensare che una donna è sempre una donna, come un uomo è sempre un uomo. Allo stesso modo in tutti i tempi. E il tempo non fa mai troppa differenza. Penso, anche, che i sentimenti, salvo qualche piccola modifica, rimangano sempre gli stessi. E invece, a volte, sembra di no. Appare sbagliato. I giovani di ieri non sono come i giovani di oggi. Non sappiamo essere ragazzi allo stesso modo, come non è possibile che loro sappiano come ci si sente ad essere vecchi.
Chiaramente i miei ricordi sono un inutile Amarcord. Neanche buono per fare un film. Anche se qualcuno ci ha provato e pure in modo egregio. Eppure mi accorgo che negli ultimi tempi, quando parlo con i ragazzi, non vedo più quelle occhiate di compatimento che c’erano una volta e che mi facevano sentire così sorpassata. Sembra quasi che si sia riempito un divario che non ci permetteva dialogo. Sarà perché è migliorata la mia capacità di comunicazione? O sarà, forse, che agli stessi ragazzi la mia vita, oggi più di ieri, sembra come una favola piena di colpi di scena. Solo questione di paragoni, temo, tra la mia vita e la loro che sembra scorrere in modo noioso e limitante. Oggi mi dicono: “Ma tu hai davvero conosciuto quel musicista?” “Hai visto quello spettacolo?” “Ma allora c’eri anche tu?. Ma certo in sessant’anni vuoi che non abbia avuto le mie buone occasioni? Cosa c’è di strano se mi do del tu con i “grossi nomi” della contestazione del ’68? Ovvio che ricordo ancora e canto le vecchie canzoni di protesta e politiche e mi fermo a chiacchierare con quelli che le hanno scritte e portate in giro per il paese. In tutto questo tempo ho conosciuto anche qualche “mito”, ma per loro certi nomi non dicono niente, o troppo poco, e non sanno darne il giusto valore.
Quelli erano miti solo per noi che vagolavamo tra la beat generation e la cultura hippie. Impegno e disimpegno nello stesso momento. Non che fossimo migliori, almeno se lo fossimo stati non era certo per questa ragione. Soprattutto tra noi se ne sono persi tanti di giovani. Ricordo qualcuno che partito per l’India alla fine se n’era “partito anche per la tangente”. Alcuni non tornarono più o tornarono tanto cambiati che non si riuscivano più a riconoscere. Certo che la droga l’abbiamo “sdoganata” ben bene noi, su questo non c’è dubbio, e non è stata una buona mossa. Non sono mai stata antiproibizionista, anche se metterei dei distinguo e se vedrei di buon occhio una politica seria non verso i semplici galoppini, ma verso i grandi corrieri e le “organizzazioni”. Certo che il veto sulle nostre menti giovani aveva un fascino arcano. Eravamo attratti come mosche sul miele. E il dolce ben presto si è trasformato in merda. Ma le mosche anche per quella provano attrazione no? Personalmente, non ne ho mai fatto uso, neanche provato mai uno spinello. Ma quella era una mia battaglia personale che forse nascondeva anche il timore di non sapermi fermare. Se in questo poi vogliamo vederci una virtù…beh, fate voi, io non ci giurerei.
Come dicevo si vagolava qua e là. Ma il destino ci preparava anche un ineluttabile appuntamento, a cui non sapemmo resistere. Arrivò il ’68, e troppo presto quelli che vennero poi chiamati gli anni di piombo. Certo che la mia generazione si è nutrita di rabbia e voglia di combattere, ma era una necessità quasi fisica per quegli anni. Che bisognasse cambiare il mondo non l’abbiamo pensato solo noi, ma almeno i giovani di allora sono stati i primi e forse i soli ad averci provato. Poi, ovviamente, a differenza della matematica, se abbiamo vinto o perso è solo questione di opinione. Lo so bene che sono i nostri compagni, quelli delle manifestazioni, delle serrate e dei circoli culturali che alla fine sono passati al nemico. Non hanno affossato il “Sistema”, anzi ci si sono seduti comodamente sopra e si sono fatti portare a zonzo. Qualcuno disse, a giustificazione, che aveva esaurito la sua funzione storica e politica… bella scusa, non bastava per diventare i nuovi agguerriti colletti bianchi o i nuovi intellettuali di riferimento. Qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo e i soldi facili. Tutte cose disprezzate e combattute. Il sistema ci aveva vinto, quello lo avevamo capito presto.
Penso che sia proprio per questo che i nostri figli ci guardano, e qualche volta con commiserazione. Anche se poi tutto sommato ci invidiano, perché noi c’eravamo e loro no, noi abbiamo agito e loro invece sono legati dalle solite pastoie. Che poi in effetti hanno ragione. Se è pur vero che abbiamo contribuito a sancire l’importanza dei diritti umani in un sistema inumano è altrettanto vero che dopo esserci trasformati in tigri di carta abbiamo occupato i posti chiave, quelli del potere, e ci siamo attrezzati per salvaguardare il tanto disprezzato “sistema capitalistico”. Cosa che ci è riuscita particolarmente bene, visto che abbiamo “frequentato” la scuola della “politica” più di qualsiasi altra generazione. Così abbiamo potuto confrontarci con quella che venne chiamata la generazione x. Che loro fossero apatici, cinici e senza valori, l’abbiamo fatto notare noi. Certo erano diversi. Certo non erano rabbiosi e tirati come corde di violino. D’altra parte sembravano nati con delle conoscenze che noi non avevamo. Ricettivi a quel mondo globale che noi guardiamo con sospetto e, ritengo, a tutta ragione.
Ma per restare in ambiti più ristretti e se vogliamo sbilanciati nel personale, l’età diventa una brutta bestia quando si pensa al “come eravamo”. Innanzi tutto giovani. Che brutti o belli, ad esser giovani ci si guadagna sempre. Poi magari se hai la fortuna di avere avuto un po’ di “sano karisma fighiano”, allora… tutto è veramente più facile. Passammo attraverso la notevole prova dell’amore libero che, usualmente, si accettava per sé, ma non si concedeva facilmente agli altri. Il che vuol dire che tutti desideravamo quella libertà, ma non amavamo incontrarla nei nostri simili. In fin dei conti la nostra mentalità risentiva alla grande dell’influsso limitante della Chiesa cattolica. Se dovessimo considerare la morigeratezza come virtù, direi che a quel tempo eravamo quasi tutti molto più virtuosi di quello che sembrava. La nostra era più una libertà a parole che di comportamento. Costumi sessuali che cambiavano, certo, ma più lentamente di quello che appariva. Tanto per dire i miei genitori non mi permettevano di mettere il naso fuori della porta, soprattutto di sera. Di notte poi non se ne parlava proprio. Si sa che il peccato è pratica notturna e loro lo sapevano bene.
La famosa “prima volta” era davvero una pericolosa acrobazia, e le volte successive forse anche peggio. Ci voleva davvero buon senso, e noi non sempre l’avevamo. A quel tempo finire nei guai voleva dire non sapere come uscirne. Oggi è diverso. I nostri ragazzi, vivono un sesso maneggevole e comodo. Le camerette dell’infanzia si trasformano precocemente in piccole alcove: “bussare per comunicare, ma praticamente meglio non entrare”. Molto spesso sono le mamme che preparano la colazione per l’ospite. Meglio dell’hotel a cinque stelle. E pensare che i miei mi promettevano più libertà il giorno in cui mi fossi trovata un fidanzato. Restava oscura la questione di come me lo sarei procurata se non potevo uscire mai.
Poi, invece, ho fatto lo stesso. Mica ti chiudono a chiave per sempre. Magari un giorno ti mandano a prendere il latte. e lì ti combini. Era così che incontravi quel ragazzo carino che, senza essere un vero capellone, almeno sfoggiava un ciuffo abbastanza ribelle da essere inviso agli adulti, ma adorato da te. Oggi, invece, io mi innamoro delle ragazze di mio figlio, e poi soffro quando lui le lascia, o viene lasciato lui, perché so che non le rivedrò più, almeno non più in modo continuativo. Bella differenza dalle “suocere” della mia generazione. Erano dipinte come delle vere arpie e qualche volta lo erano veramente. Ma non facciamoci portare dai discorsi. Stavamo chiedendoci se i giovani di una volta furono molto diversi da quelli di oggi.
Michele mi accusa benevolmente che so parlare ai giovani ma non sono capace di parlare di loro, che equivale a dire che io non mi sento una di loro o almeno non mi sento ancora così giovane da capirli totalmente. Se mi sentissi giovane forse riuscirei a descriverli meglio, più da vicino. Ma io sono stata giovane allora ed oggi non lo sono più. Quelli non erano certo i tempi del precariato ad oltranza, della difficoltà di trovare un posto di lavoro e dell’impossibilità di vivere la propria indipendenza. Loro si adattano, bene o male a fare i “bamboccioni”. Quelli erano i tempi che il lavoro non mancava, magari malpagato, ma c’era e non ti dovevi sbattere per trovarlo. Ti sentivi sicura della tua voglia di fare. Quella faceva la differenza. Insomma allora sembravamo ragazzi pieni di qualità, tutti presi dalla voglia di cambiare le cose, a fare del mondo il nostro mondo. E ci abbiamo tentato. Poi ci siamo seduti dalla parte del torto e da quelle sedie nessuno ci schioda più. Eppure lasceremo il mondo anche a loro, se non altro per raggiunti limiti di età. Spazio ai giovani che oggi sono anche troppo buoni e pazienti e su questo non sono come noi. Però è vero, a pensarci bene, noi non ci saremmo adattati facilmente a farci mantenere dai nostri genitori, che proletari o capitalisti non avrebbero mai potuto minare il nostro orgoglio di essere magari affamati ma autonomi. Ma poi a pensarci ancora meglio, anche allora, molti erano chiamati “figli di papà” il che a tutti gli effetti equivarrebbe ai “bamboccioni” d’oggi, con un lato negativo in più, che per quel tempo era un comportamento obbrobrioso.
Forse ha ragione Michele, non esistono differenze e tanto meno si possono trovare, da una parte o dall’altra, maggiori virtù essere giovani è stato sempre difficile e la fortuna è stata che in alcuni momenti avere dei sogni e cercare di realizzarli, ha fatto la differenza.

Cosa vuoi fare da “grande”?

In Anomalie, Donne on 15 maggio 2010 at 22:34

Nessuno glielo aveva mai chiesto. D’altra parte veniva da una famiglia dove la parola “nutrimento” significava solo avere qualcosa da mangiare e non si riferiva né al cervello né all’anima. Paola teneva un diario, dove stava molto attenta agli errori grammaticali. Non era che pensasse che quel diario l’avrebbe letto qualcuno, però riteneva che fosse un suo dovere migliorare la condizione della sua vita. Lei amava leggere. Si accontentava di qualsiasi libro, ma tra le mura di casa aveva a disposizione solo i libri di lettura e successivamente le antologie del fratello maggiore. Per quanto riguardava i suoi libri scolastici, riusciva a completarne la lettura in tre giorni e tra l’altro aveva una memoria di ferro.
Paola era anche sfortunata con suo fratello. Lui non le permetteva di mettere le mani sui suoi libri. Era sempre stato geloso di lei. Lui era nato per essere figlio unico, lei la considerava un brutto incidente nella sua vita. Ma tanto Paola era testarda, e si era fatta una corazza, non avrebbe mai permesso a nessuno di intralciarle la strada. Era sicura che prima o dopo ce l’avrebbe fatta, avesse dovuto faticare giorno e notte per raggiungere il suo scopo. Aver letto le sostanziose antologie del fratello la rendevano ancora più curiosa di leggere libri. Ma a casa sua sapeva bene che c’erano a disposizione solo due libri che chissà in che modo ci erano arrivati: Guerra e Pace e I fratelli Karamazov e, sebbene sapesse che erano per la sua età una lettura impossibile, li aveva pure cominciati.
Spesso si sentiva scoraggiata. Non pensava di essere forte a sufficienza per riuscire ad uscire da quella vita vischiosa. Avrebbe voluto essere intelligente, avrebbe desiderato essere istruita, sognava di andare a scuola, di frequentare l’Università e di capire tutto quello che non riusciva a capire. Non cercava il successo, la fama, il riconoscimento degli altri… voleva solo vivere e fare le cose che le piacevano di più. Voleva essere libera. Voleva solo delle possibilità.
Il giorno che finì la scuola, suo padre le disse che non avevano la possibilità di farla continuare. Chi avrebbe studiato sarebbe stato suo fratello, a lui sì che serviva l’istruzione, era un maschio e ne aveva diritto, gli sarebbe servito per la vita e per il lavoro. Per lei invece era un percorso inutile, tanto non serviva se alla fine il suo destino era quello di essere scelta da un uomo che l’avrebbe sposata e mantenuta. Questa era la legge di quei tempi, questa era la mentalità della sua famiglia.
Paola non perse tempo a piangere, sarebbe stato inutile, decise piuttosto cosa avrebbe fatto mentre diventava “grande” e tra queste cose aveva giurato che non ci sarebbe mai stato un matrimonio.

Donne disinformate

In Donne, Istruzione on 14 aprile 2010 at 11:29

Non ricordo bene a quale fratello o sorella si riferisse la pancia di mia mamma. Una cosa è certa: malgrado le gravidanze molteplici che giravano per casa, io, della cosa non avevo le idee chiare. Ero poco più di una bambina s’intende, ma la pratica sul campo avrebbe potuto essermi di aiuto, invece… Cercavo informazioni perché ero certa che i bambini crescessero dentro alla pancia, su questo non c’erano dubbi, ma su come ci entrassero e soprattutto come ne uscissero, non avevo per niente le idee chiare. Le mie amiche sinceramente avevano meno conoscenze di me e quelle che sembravano saperne di più, alle mie domande sparavano delle fantasie improbabili.
Quel giorno mia mamma stava sul terrazzo, l’aria era tiepida e stranamente, per l’andamento della mia famiglia, lei aveva trovato il tempo per fare, con la lana, le scarpine che a quel tempo facevano sempre bella figura nel corredino dei neonati. Ricordo che una ruga profonda sulla fronte le deformava il viso che di solito era piuttosto bello. Stavo seduta su uno sgabello vicino a lei, una situazione rara di tranquillità, di solito lei correva per le esigenze di tutti e non pensava né a se stessa né alla sua figlioletta femmina. Ricordo che era stata molto male nei primi mesi della gravidanza e i medici le avevano prescritto molti medicinali inutili che ad un certo punto lei aveva gettato via in un momento di rabbia, solo che in quel periodo erano usciti sui giornali i casi terribili di malformazioni fetali dovute al Talidomide e quell’antivomito lei non era certa di non averlo assunto.
Eravamo tutte e due impegnate con i nostri pensieri, i miei davvero irrisori in confronto ai suoi. Cercavo solo di sapere come entravano i bambini nella pancia e sopratutto come facevano a venirne fuori. Lei invece cercava di sapere se quel bambino che stava venendo alla luce avrebbe potuto essere, per colpa dei suoi malesseri, un bambino focomelico. Nessuna delle due ebbe il coraggio di chiedere nulla e soprattutto non avremmo potuto esserci di conforto, almeno io non lo potevo essere con lei. Fra me e lei non c’era mai stata quella confidenza che è tipica tra le donne di una stessa famiglia. E poi ero proprio solo una bambina. Così rimasi con i miei dubbi finché non riuscii a trovare nell’enciclopedia che avevamo in casa una spiegazione più o meno comprensibile, a parte per i termini usati che io non conoscevo affatto. Mia madre tirò un sospiro di sollievo solo alla nascita del piccolo, anzi facendo i conti degli anni, alla nascita della piccola, che nacque sana, vispa e con due splendidi occhi azzurri.
Certo erano gli anni ‘60, le donne vivevano i loro drammi senza l’appoggio di nessuno. non esistevano metodi di prevenzione, non possibilità di diagnosi, nemmeno l’assistenza di medici responsabili e comprensivi. Le donne erano sole in famiglia e sole nella società. Partorivano in casa con l’aiuto di una ostetrica che a volte era diplomata ed altre no. Affrontavano i loro cattivi pensieri senza poterli dividere con un marito od un familiare. E sole erano anche le bambine che avrebbero dovuto affrontare la vita con un minimo di “strumenti conoscitivi” e che invece si attrezzavano come riuscivano e come potevano.
Ricordo che successivamente feci per i miei giovani fratelli, memore della mia esperienza, corsi documentati sulla sessualità e sul concepimento e sulla nascita dei bambini, cose che impararono a conoscere quasi contemporaneamente all’uso della parola. Ricordo che il più piccolo un giorno, mentre saltava e correva, come era solito fare per sua naturale vivacità, mi diede involontariamente un brutto colpo sulla pancia, allora spaventato mi disse: “Scusa Tata, non volevo fare male al tuo bambino.” Questo mi fece capire che forse, anche lui, non aveva le idee proprio molto chiare e che comunque ci voleva anche età e maturità per ritenersi alla fine correttamente informati ;-).

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