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Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 maggio 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

La rivincita

In Giovani, La leggerezza della gioventù on 24 marzo 2010 at 14:46

Sai quante volte ho sognato di trovare qualcuno che mi chiede: “Dai Kuki raccontami la tua storia.” Ma chi vuoi che chieda? Già è difficile emergere dalla massa e poi per una come me che viene dalla provincia… Chiamarla provincia è già, di per sè, darle importanza. Non lo racconto mai che sono nata in quel paesino sperduto, lassù in montagna. Mai nessuno dice: “Ah! l’ho già sentito nominare…” quattro case e due chiesette rabberciate. Sebbene ultimamente abbia preso quell’aria assurda da velleità turistiche. Ma de che?  A vedere cosa? Appena ho potuto me ne sono venuta via con la scusa di studiare. E sai la fatica. Mio padre mica se ne dava convinto. “Tu devi stare qua. Che ti serve studiare. Ti trovi un bravo ragazzo. Uno come il Toni, che poi c’ha pure un buon posto di lavoro e ti sistemi. Altro che metterti grilli per la testa.” Se non fosse stato per zia Nerina, mica sarei qui a Roma. Era lei che ha preso le mie parti. Lei era l’unica uscita di casa e sposata con quel tedesco. Aveva fatto un po’ di soldi in Germania e dopo che era morto è tornata in paese. Ma si è pentita subito. Ovvio. Ma chi ce la fa a restare là tra il prete e le sue beghine. “Ma che ci fa l’Aldina ancora a Roma. Avrà pur finito di studiare.” “Quella ragazza dovrebbe pensare ai suoi genitori, il tempo passa per tutti.” Ma che si facessero un po’ di cazzi propri. Io là non ci voglio tornare. Poi a farmi chiamare Aldina come vorrebbe mia madre… Beh! è certo che Kuki fa un altro effetto, sa di più scafato, di donna che sa quel che vuole. Aldina va bene per una vecchia zia zitella. Non fa per me. E poi la questione è che io di studiare non ho voglia. Insomma cerco di dare un esame ogni tanto, giusto per farli contenti e perchè mi sgancino un po’ di soldi. Ma prima o poi dovrò pensare a qualche cosa d’altro. Per ora sfrutto un po’ la situazione. Non che i soldi siano tutto, però se ne hai si vive meglio, no? A Roma di possibilità ce ne sono tante, basta essere carine… magari basta avere due belle tette mostrate nel modo giusto e fatte toccare con parsimonia. Non è che sono una che me la tiro, però su quel versante so vendermi bene. Oddio “vendermi” non è la parola giusta, quello non lo farei mai, però un regalino qui, un pensierino lì, giusto per farti capire che sei stata apprezzata. Quello lo gradisco sempre. Virginia dice che mi faccio tutti i neolaureati dell’Università. Che dopo le sessioni di laurea non ho più mani da tenere. Questo lo dice solo per invidia, perchè a lei certe “doti” il Signore non gliele ha date. Che sarà mai se io ne approfitto? Avrò pur diritto di divertirmi; no? Poi dopo la laurea i ragazzi sono pieni di entusiasmi, pronti ai cambiamenti, pronti a tutto… io su quel tutto ci spero. Magari capita che trovo uno che s’innamora e che mi porta con sè in Germania oppure in Olanda; tutto mi va bene pur di non tornare a casa. La mia amica Ilenia, che si è messa col Toni, dice che si farebbe vivisezionare pur di non farsi toccare addosso dalle sue mani ruvide e sporche, d’altra parte è il meccanico che fa, mica il professore. E pensare che avrebbe potuto capitare a me… Vuoi mettere le maniere gentili di Luca per esempio. A parte il fatto che è anche un bel ragazzo… ma ha due mani che non si fermano mai sebbene non sono solo quelle che non si fermano mai. Non capisco Elena di che si sia arrabbiata, mica l’ho costretto io a mettermi gli occhi addosso e poi non si è limitato solo a quelli per fortuna. Lei così pulitina e perbenino, tanto bravina con quell’aria da prima della classe. Cocca di mamma e papà. Se ne torni da dove è venuta… lei che può, che Luca glielo educo io a fare l’uomo ora che è ingegnere e che deve partire per quel lavoro in Svizzera. Va a finire che glielo chiedo se gli serve una coperta calda e morbida per le giornate fredde e mi sa che in Svizzera deve far freddo per un lungo periodo dell’anno ed io a quanto pare riesco a scaldarlo molto bene, alla faccia di quella sfigata di Elena.

Sai quante volte ho sognato di trovare qualcuno che mi chiede: “Dai Kuki raccontami la tua storia.” Ma chi vuoi che chieda? Già è difficile emergere dalla massa e poi per una come me che viene dalla provincia… Chiamarla provincia è già, di per sè, darle importanza. Non lo racconto mai che sono nata in quel paesino sperduto, lassù in montagna. Mai nessuno dice: “Ah! l’ho già sentito nominare…” quattro case e due chiesette rabberciate. Sebbene ultimamente abbia preso quell’aria assurda da velleità turistiche. Ma de che?  A vedere cosa? Appena ho potuto me ne sono venuta via con la scusa di studiare. E sai la fatica. Mio padre mica se ne dava convinto. “Tu devi stare qua. Che ti serve studiare. Ti trovi un bravo ragazzo. Uno come il Toni, che poi c’ha pure un buon posto di lavoro e ti sistemi. Altro che metterti grilli per la testa.” Se non fosse stato per zia Nerina, mica sarei qui a Roma. Era lei che ha preso le mie parti. Lei era l’unica uscita di casa e sposata con quel tedesco. Aveva fatto un po’ di soldi in Germania e dopo che era morto è tornata in paese. Ma si è pentita subito. Ovvio. Ma chi ce la fa a restare là tra il prete e le sue beghine. “Ma che ci fa l’Aldina ancora a Roma. Avrà pur finito di studiare.” “Quella ragazza dovrebbe pensare ai suoi genitori, il tempo passa per tutti.” Ma che si facessero un po’ di cazzi propri. Io là non ci voglio tornare. Poi a farmi chiamare Aldina come vorrebbe mia madre… Beh! è certo che Kuki fa un altro effetto, sa di più scafato, di donna che sa quel che vuole. Aldina va bene per una vecchia zia zitella. Non fa per me. E poi la questione è che io di studiare non ho voglia. Insomma cerco di dare un esame ogni tanto, giusto per farli contenti e perchè mi sgancino un po’ di soldi. Ma prima o poi dovrò pensare a qualche cosa d’altro. Per ora sfrutto un po’ la situazione. Non che i soldi siano tutto, però se ne hai si vive meglio, no? A Roma di possibilità ce ne sono tante, basta essere carine… magari basta avere due belle tette mostrate nel modo giusto e fatte toccare con parsimonia. Non è che sono una che me la tiro, però su quel versante so vendermi bene. Oddio “vendermi” non è la parola giusta, quello non lo farei mai, però un regalino qui, un pensierino lì, giusto per farti capire che sei stata apprezzata. Quello lo gradisco sempre. Virginia dice che mi faccio tutti i neolaureati dell’Università. Che dopo le sessioni di laurea non ho più mani da tenere. Questo lo dice solo per invidia, perchè a lei certe “doti” il Signore non gliele ha date. Che sarà mai se io ne approfitto? Avrò pur diritto di divertirmi; no? Poi dopo la laurea i ragazzi sono pieni di entusiasmi, pronti ai cambiamenti, pronti a tutto… io su quel tutto ci spero. Magari capita che trovo uno che s’innamora e che mi porta con sè in Germania oppure in Olanda; tutto mi va bene pur di non tornare a casa. La mia amica Ilenia, che si è messa col Toni, dice che si farebbe vivisezionare pur di non farsi toccare addosso dalle sue mani ruvide e sporche, d’altra parte è il meccanico che fa, mica il professore. E pensare che avrebbe potuto capitare a me… Vuoi mettere le maniere gentili di Luca per esempio. A parte il fatto che è anche un bel ragazzo… ma ha due mani che non si fermano mai sebbene non sono solo quelle che non si fermano mai. Non capisco Elena di che si sia arrabbiata, mica l’ho costretto io a mettermi gli occhi addosso e poi non si è limitato solo a quelli per fortuna. Lei così pulitina e perbenino, tanto bravina con quell’aria da prima della classe. Cocca di mamma e papà. Se ne torni da dove è venuta… lei che può, che Luca glielo educo io a fare l’uomo ora che è ingegnere e che deve partire per quel lavoro in Svizzera. Va a finire che glielo chiedo se gli serve una coperta calda e morbida per le giornate fredde e mi sa che in Svizzera deve far freddo per un lungo periodo dell’anno ed io a quanto pare riesco a scaldarlo molto bene, alla faccia di quella sfigata di Elena.

Le amiche

In Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 18 gennaio 2010 at 19:24

Era il solito incontro annuale delle Amiche. Sinceramente non era vero che lo avevano fatto tutti gli anni. E’ sempre così. Ci si promette ma non si riesce quasi mai a mantenerlo. Così era qualcosa che si organizzava in fretta e furia se almeno due delle quattro si incontravano casualmente. “Era ora che ci ritrovassimo.” “Ma dove eravate finite, ragazzacce!” Se lo ripetevano per poi finire per raccontarsi le ultime svolte della loro vita. Ma ormai, col tempo, le “svolte” non erano più così frequenti. C’erano stati anni, durante la scuola superiore e poi all’Università, che avevano molte cose da raccontare. Inevitabilmente avevano avuto le loro storie anche se avevano percorso vite parallele e abbastanza simili. Tra loro solo Monica non si era sposata però come le altre condivideva l’esperienza di aver avuto un figlio maschio, e tutte quello stesso anno. Di quei figli parlavano spesso. Cuori di mamma. Raccontavano le grandi qualità di quei loro ragazzi senza pensare che alla fine diventava una noia mortale, l’argomento veniva sicuramente sopravvalutato.
Luisa era sposata ad un avvocato molto noto, ma altrettanto assente. Il figlio seguiva le orme del padre, anche se non con lo stesso profitto; mostrava una certa propensione per le ragazze e sopratutto per i vestiti griffati, ma era talmente bello che la madre stessa se ne meravigliava. Laura invece si era sposata con un cardiologo che le aveva permesso una vita molto agiata, ma anche molto noiosa; era un abitudinario che organizzava i propri giorni e quelli della moglie come un orologio svizzero. Il ragazzo aveva preferito fare ingegneria, non intendeva seguire le orme paterne e forse era meglio così. Lei sosteneva avesse un altro carattere e che gli piaceva solo divertirsi, diversamente da quella lagna del padre. Serena aveva sposato un costruttore edile. Dei tre era sicuramente il meno colto, si era fatto da sé ed aveva la presunzione che il denaro potesse comprare anche la cultura. Lei era tra le amiche la più fragile, coltivava con amorevole compiacenza i difetti del figlio assieme ad una periodica depressione che la conduceva spesso oltre le porte di costose “case di cura”. Quel marito era più grande di lei e a detta delle altre sembrava adorarla e vezzeggiarla come una bambina. “Beata te, che vivi una vita di favola!” sosteneva Luisa mentre Monica si dimenava sulla sedia pensando a cosa ci trovasse di così beato nel finire sotto psicofarmaci.
I soldi in fondo non sono tutto. Monica era quella che viveva meno agiatamente delle altre. Aveva avuto una vita sentimentale piuttosto movimentata. Per carattere non aveva mai veramente pensato al suo futuro. Aveva avuto un figlio a seguito di una breve e chiacchierata storia con un pittore promettente che prima di raggiungere la notorietà aveva preso il volo verso la Florida. Se la cosa l’aveva spiazzata non l’aveva mai dato a vedere, d’altra parte delle quattro era sicuramente la più bella, la più avvenente. Era sempre stato così, già quando da ragazzine misuravano il loro sviluppo ammirandosi il seno allo specchio a casa di Serena. Monica era la più precoce e il suo sguardo malizioso la rendeva preda facile di qualsiasi maschio in cerca di una donna vivace e senza problemi. Parlava poco del figlio perché viveva a New York e faceva una vita molto indipendente, sempre a corto di denaro e con velleità di grande attore senza averne probabilmente le doti.
Quella sera, parlando del passato, dei segreti e dei ricordi che valevano la pena di essere ricordati, si erano imbarcate in discorsi un po’ troppo “amarcord”. C’era un po’ di rimpianto nelle loro voci. Forse il tempo passava anche per loro. Luisa aveva trovato il coraggio di dire che a domandarsi qual era stato il giorno più bello della sua vita, non avrebbe saputo cosa rispondere. Aveva la sensazione che la cosa fosse poco credibile eppure non le veniva in mente nulla; nulla di particolare. Di giorni belli, certo, ne avrebbe potuti trovare, chi non li ha avuti? Ma uno più bello non riusciva a rammentarlo. Laura pensò al giorno della nascita di suo figlio, ma lo scartò subito, era una cosa così idiota e… e… banale, nessuna le avrebbe creduto, e poi era stata così male, e ancora il bambino era nato con una testa a pera orribile. Avrebbe voluto che fosse quello ma sapeva che non era e, in quel momento, le sembrava non avesse senso mentire e mentirsi; sarebbe stato inutile. Serena pensò alla sua prima comunione, ma le appariva davvero sciocco e infantile pensare a questo ricordo come il più bello per una vita, però ricordava che a quel tempo la sua famiglia era ancora unita; i suoi genitori si erano separati poco dopo e la sorella Matilde era partita per la Svizzera con suo padre. Ripiegò sul matrimonio, ma anche questo le sembrò banale e poi poco sincero. Alla fine le venne in mente “quell’uomo”. Poi pensò che quel ricordo avrebbe potuto far del male a Monica, forse era stupido dopo tanto tempo, eppure… ma parlare di “quell’uomo” avrebbe portato a galla una verità scomoda ed inconfessabile e questo all’amica non poteva proprio farlo.
Monica se ne uscì con il solito sorriso malizioso; fu lei a interrompere il silenzio. Se lo ricordava bene il giorno più bello e non le mancava certo il coraggio di raccontarlo. Era il giorno che aveva conosciuto Amedeo a quella festa dopo la laurea che le aveva viste ancora una volta tutte assieme. Amedeo era il “famoso” pittore. L’aveva invitata proprio quella sera, per la prima volta, nel suo studio a vedere, cioè ad ammirare le sue ultime opere. Niente da dire: Amedeo era affascinante come può esserlo un uomo nel pieno della maturità. Aveva mani nervose e forti e un profilo da dio greco e quella sicurezza che a una donna fa piegare le gambe. Monica ne era rimasta subito folgorata e da quell’istante aveva anche scordato l’esistenza di qualsiasi altro uomo o donna presenti alla festa. Appena arrivati lui le aveva chiesto di posare per un quadro e lei si era spogliata immediatamente e tranquillamente si era languidamente distesa abbandonandosi sul letto, sotto il grande lucernario. Ritrovava quel ricordo vivo come appartenesse solo al giorno precedente, le venne quasi spontaneo alzare gli occhi al soffitto del ristorante. Allora, in tributo alla sua razionalità, si era chiesta che ci facesse una donna nuda in un quadro informale, e aveva finito col ridere così tanto da rimanere senza fiato mentre lui la baciava voracemente sul collo. Tornò a provare ancora quel languore e l’intorpidimento e quella stanchezza nel corpo. Non era mai riuscita a scordarlo. Era stata una notte di fuoco. Una passione che non aveva mai provato, che forse non aveva mai più ritrovato. Senza chiedersi e senza limiti. Ecco il suo ricordo più bello: l’inizio di una storia fatta di sesso sfrenato e di bugie impossibili.
“E’ stato Amedeo. E’ lui il padre di Pablo. Non me ne pento; lo rifarei. Non si può sempre pensare. A volte non puoi che fare, e seguire il cuore. Sarò stupida. Vi sembrerò una insulsa semplice romantica. Non me ne importa. Preferisco vivere con un ricordo nel cuore. Non gli ho mai chiesto se…”.
Le tornò un sorriso allegro davanti a quel ricordo vivido di “sesso appagato”. Gli occhi furono sul punto di inumidirsi, non gli rimproverava nulla. Si rese conto che oggi come allora avrebbe voluto dirgli solo grazie. Forse persino grazie al suo superficiale egoismo. A quelle parole Serena aveva sorriso stirando la bocca come il taglio di un coltello, Laura si era immersa dentro alla sua borsetta in cerca di chissà che, Luisa si era limitata a passarsi una mano tra i capelli neri che ormai erano striati di un bianco innaturale. Quelle tre donne senza ricordi, lucidavano la loro memoria: nessuna aveva mai scordato quel letto disfatto e la luce che scendeva dal lucernario. Luce da nord; la luce giusta per dipingere un quadro, ma, lì sotto, di notte, si potevano solo leggere le stelle o chiudere gli occhi e lasciarsi andare. Ricordavano le mani belle e indiscrete di Amedeo e i suoi baci voraci. Ciascuna aveva sognato di essere la musa ispiratrice di quell’uomo che le aveva lusingate con le parole, le carezze, e le bugie; che le aveva illuse. Ciascuna aveva pensato di essere stata la sola ad aver rinunciato a quell’amore travolgente per non tradire Monica; di aver avuto il ruolo di eroina. Mentre lui, quando aveva saputo che l’amore con lei aveva avuto delle conseguenze, si era eclissato. Aveva lasciato un grande vuoto nella vita di ognuna di loro, ma almeno in loro era rimasto qualcosa di lui. Fortuna che erano donne concrete e che avevano saputo barcamenarsi e avevano risolto il loro problema nel solo modo che a quel tempo era dato loro: sposandosi. E ognuna se lo raccontava nel silenzio della propria mente a cui aveva cercato sempre di mentire.
Qualcuna cercò di por fine a quel silenzio imbarazzato. Stranamente il discorso languiva mentre il cameriere portava il conto. Serena, senza perdere tempo, lo prese al volo: stavolta sarebbe toccato a lei, non dovevano fare storie, in fin dei conti quel marito le concedeva molti lussi e lei ne approfittava; almeno quello. Lei era quella che aveva più bisogno di qualche svago, di evadere. Magari avrebbe fatto un viaggio da qualche parte, chissà. Mentre si salutavano riflettevano su ciò che avrebbero trovato a casa e nessuna avrebbe giurato che ci sarebbe stata un’altra volta tra di loro. Solo Monica pensava di non aver rinunciato a niente nella sua vita, e quella sera, dopo aver acchiappato il suo sogno felice, non trovava niente da rimpiangere, pensava solo al piacere di un tempo passato e al calore della loro storica amicizia. Tornare a casa le riusciva meno complicato di altre volte.

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