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Due o tre appunti di buonsenso

In Anomalie, Guerra, Informazione on 29 novembre 2012 at 15:22

Oggi è il 29 novembre 2012, giornata mondiale ONU per la Palestina, e proprio oggi Mahmoud Abbas, presenterà la richiesta a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina come membro osservatore all’assemblea ONU. Questo malgrado tutti i ricatti e ricattini per bloccare la volontà di autodeterminazione dei palestinesi.
Le mie perplessità, non si riferiscono a questo, perché ritengo che sia ora che la Palestina venga in qualche modo riconosciuta, essendo realmente un’entità politica e sociale col diritto di autonomia e autodeterminazione, ma sono realmente strabiliata dalle posizioni di alcuni paesi dell’Europea.
Mi chiedo come può la Gran Bretagna, tralasciando la sua gravissima e determinante responsabilità nel conflitto Israelo-palestinese dire: “Io ti riconosco come Stato osservatore, solo se ti impegni a non denunciare Israele per crimini di guerra…” .
A parte il fatto che è un ricatto bello e buono e anche dei più meschini, ma non è che dicendo così affermi che Israele questi crimini di guerra li ha fatti davvero e che preferisci non vengano giudicati?
E’ la richiesta di un paese civile, moderno e democratico?
Direi che come molte altre dichiarazioni, quella dell’Inghilterra dovrebbe essere considerata alla stregua di un ricatto politco ingiusto e vessatorio.
Di seguito c’è il problema dell’Italia: è giusto che un governo non eletto dagli italiani si pronunci su un affare di politica estera, in rappresentanza del popolo italiano e per suo nome e conto?
Ultimo appunto: non è che la Germania che vota no lo faccia solo per la sua lunga coda di paglia nei confronti degli ebrei, che si sa non è che alla fine siano tutti israeliani, e soprattutto sionisti.
Ovviamente si capisce da che parte sto, e anche che non amo i calcoli che vengono fatti in base ad interessi e a presunti utili di ritorno. Io che sono ancora idealista, non posso accettare la realtà di poltiche internazionali che non tengano conto dei diritti umani e soprattutto del diritto all’autodeterminazione di un territorio che figura da troppi anni sotto occupazione armata e sotto assedio di un altro paese che si autodefinisce democratico, e su questa definizione ho sempre più dei dubbi se non certezze.
Ma, è chiaro che sembrerò spovveduta e qualcuno dirà che non capisco niente di politica, però, d’altra parte,  io cerco l’Utopia… mica mi dò delle arie di sapere come si governa il mondo, ma almeno, al problema, ne ho un approccio umanitario ed è questo che mi importa.

La lista…

In Ironia, personale on 25 ottobre 2012 at 14:44


Avete anche voi una lista simile?
La mia amica Martina http://lavitamarina.wordpress.com/2012/10/20/le-venti-cose ne ha trovata una, in un vecchio libro scovato nel bidone delle immondizie.
Sarebbe bello sapere quel è la nostra lista di cose assolutamente necessarie per poter dire sinceramente, alla fine: “confesso che ho vissuto”.

1 – Fare una vacanza di almeno due settimane assolutamente soli a leggere libri, ascoltare musica e guardare il mare
2 – Arrivare in una limpida notte invernale a New York dal Queensboro Bridge
3 – Avere un incontro ravvicinato del terzo tipo sugli allineamenti di Karnac
4 – Vedere realizzato in un bel film il libro che hai amato tanto
5 – Saper tornare bambini ogni volta che è necessario
6 – Provare sempre stupore di fronte alla bellezza della natura e alla solidarietà umana
7 – Riuscire a dipingere un quadro enorme, anche se soffri della fobia di sporcare i fogli bianchi
8 – Avere una stanza tutta per sè
9 – Poter comperare quel quadro che ti piace tanto senza chiederti se lo potrai mai pagare
10- Regalare un sogno ad un bambino
11- Regalare un sogno ad una persona anziana
12- Avere un appuntamento col destino e non arrivare tardi
13- Avere un amico per compagno di vita
14- Riuscire a rispondere per le rime in alcuni momenti topici della vita
15- Ricevere la risposta giusta ad una domanda importante
16- Non avere paura della morte
17- Non avere paura della vita
18- Avere un luogo tuo dove tornare
19- Fare per tuo figlio quello che avresti voluto che i tuoi genitori avessero fatto per te
20- Andare all’avventura in un coast to coast dell’America a suon di musica anni ’60.

Certo che se continuavo, ne avrei trovati altre cento cose assolutamente da fare, ma mi accontento di queste, tutto sommato per la mia vita non ho, come ben potete vedere, esagerate pretese 🙂

L’onda che tutto travolge

In Anima libera on 23 maggio 2011 at 9:03

Premessa alla parte ventiquattresima
Forse non ho una voce da rock. E chi se ne importa. E’ quasi la fine del 1963, che anno orribile. Sono stata rimandata a settembre in latino. E pensare che è considerata una lingua morta, figuriamoci fosse viva e vegeta. I miei hanno detto di studiare ché non potevano mandarmi a ripetizione perché non ero in una di “quelle famiglie lì” intendendo quelle con i soldi. Come se non me ne fossi accorta. Però mia mamma, mentre eravamo in vacanza in montagna per merito dei due piccoli che avevano bisogno di cambiare aria, mi ha mandato a ripetizione da un professore in vacanza, che aveva voglia di farmi lezione quanto ne avevo io di subirla. Per fortuna a settembre sono passata lo stesso. Ma mi sa che la mia insegnante lo deve aver fatto molto a malavoglia. Che poi questo è niente, non è stato solo questo che ha reso l’anno orribile. Insomma tu vivi la vita e non pensi che da un momento all’altro può succedere di tutto. Credi di poter vivere per sempre e magari non è così. Eppure sono convinta che se ti svegli e fosse per caso il tuo ultimo giorno di vita, sicuramente lo dovresti sentire, capire dall’aria che ti circonda. In effetti a volte sono sulle scale di casa e ho paura di bussare alla porta, lo sento dentro che qualcosa è successo. Ormai ho imparato a temere queste sensazioni. Lo so che sembra stupido e che dovrei pensare che si tratta solo di una coincidenza, ma ogni volta che mi sento così a casa mi aspetta una cattiva notizia. La cosa che temo di più è per la vita dei miei e per quella dei piccoletti. Preferirei, se fosse possibile, morire prima io, piuttosto di sopportare la loro di morte. Eppure in quel momento no, non ho sentito nulla. Mi sono svegliata quella mattina e non ho presagito nulla. Quella mattina sembrava una mattina come le altre, invece no, era proprio diversa e io non ho capito niente e poi ho saputo.

Sto proprio diventando grande. E le tette poi mi stanno crescendo; non tanto però. Due cose che nemmeno si vedono. Probabilmente non sarò mai come Marinella. Lei è molto femminile ed io invece non sono né carne né pesce. Però sono alta, e i capelli rossi mi si stanno allungando e le lentiggini sul naso mi stanno aumentando. Non che questo possa cambiare la sostanza delle cose. Ho un’aria molto impertinente e gli occhi… beh! gli occhi… insomma ti mandano affanculo o ti amano senza una via di mezzo. Dicono che sembro sentirmi superiore, forse è per questi occhi. Ma perché cavolo non riesco a nascondere i miei sentimenti? Ho gli occhi che parlano e a volte parlano troppo.
Che poi lo so che non importa l’aspetto fisico. Quello che è importante è stare bene con se stessi ed io con me sto bene come un cane che convive con un gatto astioso. Vorrei essere in un modo e finisco con l’essere in un altro. Convivono in me due persone, una è ragionevole, matura e comprensiva, l’altra è ribelle, insofferente e a volte un po’ cinica. E queste due parti sono eternamente in lotta. Come fare? Come riuscire ad essere una persona sola malgrado le contraddizioni? Una parte accusa l’altra di essere di volta in volta troppo accondiscendente oppure troppo aggressiva e, in verità, non so nemmeno qual è la mia vera anima.
Sinceramente è difficile crescere e diventare adulti. E’ soprattutto difficile essere se stessi se nemmeno tu sai qual è la tua parte più vera. Inoltre non ho deciso io che voglio crescere. E non aiutano i fatti della vita. Non aiuta non essere mai incoraggiata a diventare migliore. Non aiutano nemmeno le delusioni, le paure e le casualità. I continui rimproveri anzi mi portano a reagire. A mostrare le unghie. Ce ne sono fin troppi che vogliono insegnarmi a vivere.
Faccio un esempio, magari non c’entra molto, saranno state le lezioni di canto, fatte dalle suore, ma l’insegnante di musica mi ha proposto di entrare nel coro della Basilica di San Marco. Forse perché ho una bella voce da soprano, mica da cantante rock. Avrei dovuto essere felice perché oltre che a scrivere, disegnare e ballare, mi piace pure cantare. Vero che avrei preferito diventare una cantante rock, ma anche entrare nel coro della Basilica mi pare una bella possibilità. A quella notizia mia madre, invece di essere contenta, mi ha detto che non ci potevo andare perché non avevo tempo da perdere. Così ci sono andata solo una volta sapendo che non avrei potuto continuare e le coriste sono state molto gentili con me, ma io ero imbarazzata perché sapevo che non le avrei più riviste. Per fortuna che erano tutte intorno ai 150 anni e con loro non avrei potuto competere, una ragazzina in mezzo a tante donne con l’aria da beghine… ma con la voce da angeli. No! non potevo tornarci e gli ho detto che mi dispiaceva, ma dovevo studiare. Non ce l’ho proprio fatta a dire loro che avevo la scuola al mattino e due fratellini da crescere il pomeriggio. Non mi avrebbero creduto.
La mia libertà dura il tempo di carosello. Ho paura che dietro ogni cosa che sembra bella si possa nascondere il pericolo, il brutto, la minaccia. Carosello insegna a comprare, ma di soldi non ce ne sono. E’ come guardare da una vetrina i dolci. Ti viene l’acquolina in bocca ma non puoi fare che sbavare sul vetro. Non voglio diventarne schiava; della televisione. In fondo è solo una scatola. La mia libertà comincia con quella musichetta quando si apre il teatrino. La mia libertà finisce con la stessa musichetta, quando si chiudono le tende del teatrino. Poi diritta a letto. Per il resto la mia vita è degli altri. E’ una crudeltà avere dodici anni. Quindi via i sogni. Non diventerò corista di musica sacra come non diventerò mai una cantante rock. La vita è un guardiano senza cuore. E senza pietà. Non lascia respiro. Cerchiamo di essere realisti. Alcune cose mi sono precluse. Le posso solo sognare, questo non costa niente, tranne qualche nota a scuola quando mi trovano con la testa nei miei film. Ma è veramente un peccato mortale lasciarsi sognare?
Io vorrei essere là; vorrei essere in piazza. Ho imparato a non fidarmi. Ma non c’è nemmeno il tempo di prendersela. Alla rabbia si sostituisce il dolore. La vita va di fretta. Va in diretta. Come dicevo è difficile crescere. Ed è difficile affrontare la realtà nuda e cruda. Insomma questa mattina in classe, senza nessun preavviso, è arrivata la notizia che c’è stato un enorme disastro lì, sulla diga del Vajont. Sono l’unica a sapere che cos’è il Vajont perché ne ho letto sugli articoli della giornalista combattiva dell’Unità. Però non è crollata la diga come pensavo, ma un’onda enorme ha scavalcato la diga ed è caduta sopra Longarone e si è portata via tutto il paese. Anche quel paese io lo conosco perché per andare in montagna sono passata di là col treno. Ma guardando le scene per televisione di quello che è rimasto non sono riuscita più a riconoscerlo, non è più la stessa cosa. Quel paese si è trasformato in un paesaggio lunare. Come si può restare indifferenti? Come si può non piangere su tanto disastro? Ma come cavolo hanno fatto a raccogliere un grande lago sotto una montagna che da sempre si chiama Toc e che “a toc”, ossia a pezzi, cade nell’acqua?
E Tina l’aveva detto e nessuno l’aveva ascoltata… idioti! E la gente muore: donne, uomini e bambini. E perché muore? Perché a qualcuno non interessa la loro sorte, ma fare denaro. Se fossi i miei genitori non pagherei più le bollette della corrente elettrica. Così imparano. A proposito di questo, scusate la mia ignoranza, ma non mi so proprio immaginare come da una bomba si può dare energia alla nostra lucidatrice. Comunque se fossi… ma non sono. E’ dura superare questa rabbia e questa delusione. Vorrei essere più forte e non farmi prendere dallo sconforto. Vorrei… vorrei un sacco di cose, e non so nemmeno io cosa. Le lacrime non consolano le cose. Ma non basta questo. Un altro giorno resto con il naso incollato alle immagini della televisione: hanno ucciso il Presidente degli Stati Uniti, quello giovane, carino e con il ciuffo, quello che ha aiutato i neri ad emanciparsi, quello che ha schierato i soldati davanti alle scuole per i neri, per farli entrare, quello che forse era troppo democratico. Questi americani proprio non li capisco. Credo che non riuscirò più a farmeli piacere. Per tutta la vita.
E’ uno strano paese questa America. Ma si può sopportare tutto questo? Io non ce la faccio. Capitemi. Io sono donna, non sono libera, non so come fare per venirne fuori, il mondo intorno a me va a rotoli e mi sento travolta da un’onda di fango che non mi lascia possibilità di respirare. Devo trovare qualcosa a cui aggrapparmi. Devo uscire di qui. Nessuno mi ama e a nessuno interessa che io un po’ alla volta stia morendo. Vorrei diventare adulta finché c’è ancora questo mondo. Dare una mano a chi dà una mano. Cercare di renderlo migliore. Piango nella mia prigione. Lasciatemi uscire! Lasciatemi respirare! Lasciatemi vivere!
Qualcosa succederà. Ed io qualcosa farò… non mi lascerò soffocare così. Non sono nata per questo.

Musica e altri disastri

In Anima libera on 17 maggio 2011 at 7:13

Immagine BN dei Beatles agli iniziPremessa alla parte ventitreesima
Se Zorro rifila a Dio tre pappine questo mica mi cambia la vita. Penso sempre più spesso all’amore. Mi guardo allo specchio e mi domando se sono una persona che si può amare. Quali sono le qualità che si devono avere per essere amata? La bellezza? La docilità? La simpatia? Chissà perché credo di non avere certe qualità. Per esempio non c’è mai nessuno che si offra di difendermi, di farmi da paladino. I maschietti sono davvero un mistero. Sbavano per la squadra di calcio e per l’ochetta della classe che ha lo stesso fascino di una carruba. Si chiama Rita e smorfie e lagna sono le sue armi. Nel caso mio funzionano come il DDT e mi tengono distante sia dai ragazzi che da lei. Eppure sembra l’emblema della ragazzina amata veramente. Insomma… ho sempre detto che non mi voglio innamorare più… cioè mai. Non ho mai detto che non mi piacerebbe essere amata. Sono curiosa. Mi piacerebbe vedere l’effetto che fa.
A volte con Marinella ci si confida. Lei ha già le tette e anche le sue cose, ma non si sente più amata di me. Chissà cosa affascina i maschietti? Ma perché me ne preoccupo? Mica ci devo stare insieme con quelli. In effetti in seconda c’è Lorenzo. Carino, biondo e soprattutto abita a due passi da casa mia. Tento di farci la strada assieme, ma lui neanche mi bada. Credo di vederlo bello e importante perché suo padre è un poeta. Sapete: un vero poeta! Insomma uno che vive della sua poesia e dà da mangiare anche ai suoi due figli e che ha una casa bellissima, con una grande terrazza. Dalle finestre di casa guardo la sua terrazza e non so se preferirei vedere Lorenzo oppure sognare ad occhi aperti di coltivarci i miei fiori preferiti e magari anche i miei formicai che non ho ancora del tutto dimenticato.

Io e Marinella siamo diventate amiche. Ma proprio amiche. Di quelle per la vita. Mica c’è problema se lei è ripetente. Vive con una madre piccolissima che è un carabiniere e un fratellino piccolo che è un amore. Il padre è sempre lontano, credo sia malato o giù di lì. Lei è mite. Siamo molto diverse, ma ci capiamo molto bene. Sarà che lei è povera e vive in un piano terra dove arriva spesso l’acqua alta. Anch’io sono povera, ma di una povertà diversa. Già è terribile andare a scuola con gli stivali di gomma, ma svegliarsi e mettere giù i piedi nudi dentro all’acqua è molto peggio. Lei non si lagna mai. E’ straordinaria. Io provo molta più rabbia di lei per le condizioni in cui vive. Io vorrei dividere con lei il mio letto asciutto, ma già lo divido con quell’antipatico di Ernesto e starci in tre non mi sembra proprio il caso. Che poi Ernesto, l’ho capito, caccerebbe me dal letto e si prenderebbe cento volte più volentieri la mia amichetta. Sta diventando strano pure lui. E’ diventato uno spilungone e ha cambiato pure la voce, che adesso raschia come un mestolo nella pentola. Inoltre, cosa ancora più strana, adocchia le mie amiche.
Confesso che pure io ho avuto le mie cose e mi sono pure presa un coccolone. Non l’ho detto a nessuno, a nessuno tranne che a Marinella, ma lei sa. Possibile che nessuno potesse avvisarmi di come funzionava? Dovevo pensare di essere affetta da una grave malattia prima di capire che quella malattia mi sarebbe venuta ogni mese per il resto della mia vita. Mamma invece non sa. Che poi mia mamma si è spaventata più di me e non sapeva come spiegarmi. E’ corsa in camera sua e mi ha confezionato un panno di spugna e tela ripiegato un sacco di volte e fissato da due spille su un elastico che dovrei tenere attorno alla vita. Ma non c’è un sistema più comodo?
Inutile chiedere. Si fa così e così devo fare. Io sono perplessa. Non mi sembra logico dovermi regolare così, anche perché in quei giorni non mi sento mai a mio agio e mi si proibisce persino di fare il bagno. In realtà non mi sembra logico dovermele tenere tutti i mesi di tutta la mia vita. Dovrò inventarmi qualcosa, non le voglio. Uffa! che scocciatura; ma a che serve tutto questo? Devo abituarmici e accettare anche questo limite? Si vedrà. Non sono sicura che mi adatterò. Marinella mi dice che lei sta sempre male quando “le vengono”. Eh no, anche il dolore ci si mette. Non è giusto… non è giusto perché solo le ragazzine hanno le loro cose e i maschi no. Se ci fosse un Dio sono certa che sarebbe maschio. E’ una ingiustizia bella e buona verso tutte le femmine. Lei, Marinella, dice anche che così sono diventata donna. Non posso vivere col sangue tra le gambe. Provo vergogna. E imbarazzo. Se me lo chiede come lo spiego a Ernesto, che già del tutto a posto non è, e che me lo devo tenere dentro il letto lungo com’è. Cosa vuol dire che sono diventata donna? Ho solo un difetto in più. Mi stava giusto per scappare una parolaccia. Sono solo un po’ più piaga. Voglio essere maschio.
A parte queste stupidaggini, stanno succedendo cose entusiasmanti nel mondo. Ci sono quattro ragazzi in Inghilterra che suonano e cantano da Dio. Io li ascolto sulla radiolina, quella di papà che gli serve per ascoltare le partite. Cerco una stazione americana che credo sia trasmessa da una base militare americana, non capisco una parola di quello che dicono ma…. che musica ragazzi! Questo complesso ha un nome significativo: Beatles, che deriva da Beat che vuol dire battere e Beattle che vuol dire scarafaggio. Non sono scarafaggi, sono deliziosi. Sia chiaro che tutti quattro hanno il ciuffo! Ossia lo stesso ciuffo sugli occhi, come il ragazzo che ho incontrato all’edicola. Beh! non proprio lo stesso. Il suo era diverso. Lo faceva più… carino. Sempre ciuffo è. E’ una cosa moderna e ho deciso che pure io mi farò crescere il ciuffo e imparerò a cantare in inglese. Voglio essere rock e moderna e cercherò di farmi spiegare da Marinella come si fanno a ballare questi balli moderni, ammesso che lei lo sappia. Certo è più grande di me, ma con quella sua piccola madre carabiniere… mi sa che non ne sa più di me.
La musica rock mi mette le farfalle allo stomaco, prima che con le gambe la sento dentro alla pancia e mi si irradia alle braccia e alle gambe come una scossa elettrica. E non so stare ferma. E non riesco più a dominare i miei piedi… La musica è vita. La musica è amore. Io amo ascoltando musica e il mondo mi ama trasformandosi in musica. Il Piccoletto crede che io sia un Juke Box. Mi chiede che gli canti Sanremo e mi accenna i motivetti che io non capisco. Devo educarlo a qualcosa di meglio, non può andare avanti così, quella che vuole non è musica.
La Pargoletta diventa sempre più carina, ma vive in simbiosi con la mamma. Se mamma ha mal di pancia ne soffre anche la piccola e se la bambina ha fame, mia mamma si mette a mangiare. Che fenomeno strano. Io ho fatto di tutto per separarmi dagli adulti mentre la mia sorellina sembra vivere solo in rapporto esclusivo con mia mamma. Sono due corpi come un corpo solo. Mi fa strano. Avrei giurato che il mondo stava andando avanti e che non avrebbe mai potuto tornare indietro . Invece non è così. Mi sento molto sola perché non trovo nessuno che tenti come me di cambiarlo questo mondo. Chiedo a Marinella come le piacerebbe vivere e cosa le piacerebbe fare nella sua vita. Lei mi guarda stupita, sembra che non si sia mai posta la domanda, ma non è vero, lei se l’è posta, ma le manca la speranza che qualcosa possa cambiare. Lei mi dice che deve tenere i piedi per terra e che il suo destino è di finire le medie e di andare a lavorare.
Per quello ho anche io lo stesso destino, solo che lungo la strada sto facendo il diavolo a quattro. E se potessi studiare? Io lo so cosa vorrei fare e purtroppo non è una cosa sola. Per esempio vorrei scrivere. Mi piace scrivere. Adesso anche l’insegnante ha capito che non la sto prendendo in giro. Si è abituata al mio modo di scrivere sgangherato e debordante. Dice che ho talento, a parte gli errori di grammatica e anche quelli di distrazione. Legge i miei temi in classe però mi dà quattro per gli errori di ortografia. Valla a capire. A me interessa poco. Leggere e scrivere sono un piacere a cui non rinuncerò facilmente. Ecco visto che amo scrivere sono sicura di non poter diventare una scrittrice, però potrei per esempio diventare una giornalista. Sapete una di quelle famose che gira per il mondo e che guadagna quanto basta per potersi permettere questo lavoro. Ma non esistono donne reporter, almeno io non ne conosco. No veramente una la conosco ed è una veneta. Però scrive sull’Unità che è il giornale dei comunisti.
Come si sa solo i russi e i comunisti consentono certi lavori alle donne, come fare la cosmonauta oppure la giornalista. Questa giornalista che conosco è battagliera e mi piace il suo stile. Denuncia alcune irregolarità per la costruzione di una grande diga per la produzione dell’energia elettrica. Certo è giusto produrre la corrente elettrica in un modo così naturale, ma se quella diga si rompe? Beh non è proprio questo il problema, comunque anche lei fa il diavolo a quattro e capisco che bisogna sempre lottare per le proprie idee anche contro tutti. E Tina Merlin, così si chiama quella donna che ammiro e invidio, ha proprio contro tutti.
Un’altra cosa che vorrei fare è la pittrice. Magari vorrei specializzarmi in qualcosa di diverso dai formicai e dalle carte geografiche, qualcosa di più creativo. Ma a casa mia stentano sia i colori che i fogli bianchi. E poi se il Piccoletto ne vede uno lo riempie subito con la zeta di Zorro e addio capolavoro. Che poi a me andrebbe bene qualsiasi lavoro, io sono volonterosa e pratica, ma per arrivarci vorrei studiare e mica improvvisarmi. Prima bisogna curare il cervello e poi fare un qualsiasi lavoro. E’ anche per una mia soddisfazione. E perché non so liberarmi delle mie curiosità. Curiosa sono nata. E curiosa di tutto. Allora sì che si lavora bene e con voglia. Allora sì che si può amare qualsiasi lavoro.
Ma non ho voglia di pensare a cose serie. A volte si ha bisogno di pensare a cose stupide perché a sbattere la testa contro i muri si finisce per rompersela. E allora perché non esagerare coi sogni?… E se decidessi di diventare una cantante rock?

Non hai fatto che il tuo dovere

In Anima libera on 2 maggio 2011 at 17:45

Foto BN di mani intente a scrivere su un quaderno con grafia infantilePremessa alla parte ventunesima
Dicono sempre che ho sempre quella faccia da arrabbiata. C’è un solo motivo per cui non dovrei esserlo? Siete mai corsi a casa con la pagella più bella della scuola, tutti orgogliosi e soprattutto felici di aver finito l’incubo dell’infanzia? Io l’ho fatto e mi sono dovuta rimangiare tanto entusiasmo. Vai a dire poi che ti senti incompresa! Vai a ragionare poi con certi adulti che hanno la sensibilità di un elefante. Mio padre non mi parla mai e allora perché questa volta ha voluto dire la sua? Non se la poteva risparmiare? Non poteva fare come sempre e fingere di non vedermi? Invece no. L’ha detto. Non me l’ha risparmiata, nemmeno per distrazione. “La tua pagella? Non hai fatto che il tuo dovere. Ora dovrai darti da fare. Mamma ha bisogno che la aiuti con i bambini piccoli. Dovrai pensare alla famiglia. Sei una femmina. Questo è il tuo dovere!”

Non ditemi niente per piacere. Io sono una stupida e mi sono sentita morire. Ma non vede che a scuola vado bene, senza fare nessuna fatica, non come quel gnoccolone di Ernesto? Ma lo sa che sono io a fargli i disegni? E ancora io a dirgli cosa scrivere nei temi? E lui passerà al Ginnasio mentre io finirò a cambiare pannolini? Non è possibile, mi rifiuto di accettarlo. Io voglio continuare a studiare. Voglio sapere. Voglio conoscere. Non voglio diventare la serva dei maschi di famiglia e non voglio neppure subire le ingiustizie di sempre. Piuttosto mi ammazzo!
Ma poi le cose si chiariscono ed è lui ad avere la peggio. Per fortuna il Governo ha appena varato una legge per rendere obbligatoria la scuola media. Almeno quella. Pfiiiiuuu! l’ho scampata bella! Certo avrei lottato. Avevo pensato di fare lo sciopero della fame per mostrare che quella cosa che mi veniva imposta era un’ingiustizia. Magari sarei morta di stenti, ma non l’avrei accettato; no! mai.
Io non voglio sposarmi, non voglio avere figli, non voglio avere padroni, non voglio ricatti, obblighi e ostacoli. Essere femmina è una fregatura. Ora lo so con chiarezza. Ti fregano negandoti l’amore. Ti costringono ad essere subordinata. Non hai diritti, non puoi avere desideri. Ma perché ho accettato di rimanere in questo genere? Ma poi avrei mai potuto essere di un altro sesso? Avrei fatto la mia bella figura tra i maschietti. In confronto a loro sono bella, slanciata e furba.
Il Governo mi ha salvato in corner e mi garantisce altri tre anni di studio. Se potessi, andrei a Roma e li bacerei tutti. In realtà se potessi andrei in giro per tutto il mondo. Mio padre c’è rimasto di stucco quando l’ha sentito alla televisione. Lui queste modernità non le capisce proprio. A che serve una donna che studia? Mica deve lavorare. Deve solo aiutare in casa e poi, se è il caso, trovare un marito che la sposi e la mantenga. Che a educarle le donne diventano presuntuose e ribelli. Guarda ‘sta figlia qua, che gli dà tutto questo filo da torcere. Dovrebbe essere più umile e disponibile. Dovrebbe fare il suo dovere. Dovrebbe…
Chi è quel ragazzo col ciuffo e soprattutto dov’è? Non so perché mi sono ritrovata a passare di là anche se non è proprio lungo la mia strada, anzi lo so bene il perché e nemmeno è la prima volta. Lo so che è stupido ma senza dirmelo ho sperato di trovarlo davanti a quell’edicola. In fondo è stata solo una piccola delusione e lo sto già scordando. Ho capito che non mi innamorerò mai, non di un ragazzo; ho troppo da fare. Ho troppo da fare per le frivolezze. O è forse paura?
Sia chiaro, io non mi sposerò e non avrò figli. Andrò a lavorare appena finita la scuola e nessuno mai mi manterrà. Io voglio avere i miei soldi, non chiedere mai agli altri qualcosa che posso procurarmi da sola. Non posso chiedere a nessuno le quattro lire per comperarmi un paio di mutande o un paio di calzini, piuttosto vado a piedi nudi e col culo fuori.
Adesso che sono più tranquilla mi accorgo che al di fuori nel mondo soffiano, invece, venti di guerra. L’America ce l’ha con la Russia, ma se la prende con un’ isoletta come uno sputo che si chiama Cuba. Non capisco che senso ha. Se si devono scornare che lo facciano direttamente. Sono o non sono delle Grandi Potenze? Ma che paura può fare quell’isoletta agli Stati Uniti d’America? Già dal nome si può capire chi è più forte, non vi pare? A me i più forti fanno un baffo. Mi sa che questi potenti sono spaventati ogni volta che si parla di rivoluzione. Sentite come suona bene: la Rivoluzione Cubana, sembra il verso di una canzone.
Però fa paura la questione della guerra atomica. Per quanto cerchi di ragionare che nessuno è così stupido da distruggere l’umanità per il desiderio di essere il più forte, non riesco a farmene una ragione. Ma non si potrebbero parlare invece di ingaggiare tante gare? Io c’ho i muscoli più grossi, io c’ho i missili, e invece io c’ho più bombe atomiche e forse anche più bombe H (che poi esistono davvero?). Io c’ho e io c’ho… sembrano bambini litigiosi. Parlare no, eh? Mettersi d’accordo e migliorare la vita delle persone invece di spendere i soldi per gli armamenti e per la gara dello spazio e troppo per voi?
Bambini al potere. Che poi se ci mettevano i bambini giusti, sarebbe potuta andare molto meglio. Ma lo sapete che il Papa, quello che ha risposto alla mia lettera, ha scomunicato il capo della Rivoluzione Cubana? Si chiama Fidel Castro e ha un barbone nero che però non fa per niente paura. Sembra uno serio, ma non troppo. Mi pare simpatico. Ma che senso ha scomunicare chi magari non si è mai comunicato? Dicono che è perché è comunista. Allora ho pure io qualche speranza. Magari prima o poi mi dicono che mi devono scomunicare e così non vado più a messa la domenica. Sai che liberazione!
Che poi andare a messa sarebbe niente, è andare a catechismo che detesto. Lo sapete com’è. Ti fanno un sacco di domande a cui devi rispondere a memoria. Mica sai cosa stai dicendo. Io a questo gioco sono un fenomeno. Le suore mi hanno fatto una testa così… e a catechismo sono una scheggia. Mica sapevo che c’è pure un concorso per diventare la migliore risponditrice di catechismo. Io l’ho vinto e loro mi hanno detto che adesso ero una “Beniamina” (mai saputo che cavolo significasse) e che mi avrebbero chiamato per la gara regionale. Le olimpiadi del catechismo? Non ci posso credere! Stavolta non mi presento e dico ai miei che ho perso, tanto le suore non ci sono più nel mio orizzonte. A settembre sarò alla scuola pubblica e finalmente mi libererò dalle pinguine.
Ma lo sapete che alla scuola pubblica si fanno anche le ore di religione? Magari sarò anche ossessionata dalla faccenda, ma se fossi di un’altra religione o atea come penso di essere perché dovrei studiare e farmi dare il voto su questa materia? Credo che l’insegnante dovrà sputare sangue. Non avrà compito facile con me.
Per prepararmi alla scuola media ho cominciato a leggere le antologie di Ernesto. Molti racconti sono tratti da libri. E’ un mondo bellissimo. Sto sognando di avere una libreria piena di libri e non limitarmi ad un pezzetto di questi. Ma a casa di libri ce ne sono solo due che ci sono stati regalati da qualcuno che ci doveva odiare: Guerra e pace e i Fratelli Karamazov. Ho tentato di leggerli… ma… beh! non ce l’ho proprio fatta. Probabilmente devo migliorare la mia cultura. Ci sono troppe cose che non so. Troppe che non capisco. Devo diventare migliore altrimenti mi sento esclusa dal mondo. Studiare, leggere e informarmi. E’ solo l’inizio, il resto arriverà.

Ancora su mia madre

In Anima libera on 24 aprile 2011 at 22:30

Foto BN di bambina in braccio alla mamma in battelloPremessa alla parte ventesima
Fuori dalla finestra l’Italia è solo un paesaggio bianco, infarinato come una torta candida. Il mondo è un mondo irreale, parrebbe da favola. La gente che passa cercando di resistere all’aria gelida lascia il segno del suo passaggio. Anche quello verrà cancellato presto. Io guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Non vi siete mai accorti quanto importanti sono le casualità nella vita? Faccio un esempio: nascere con i capelli rossi. Mica sei come gli altri. Anzi, lo sei, ma sono gli altri a vederti diversa. Ancora: il caso mi ha portato in una scuola privata a stretto contatto con delle suore che hanno un quoziente di umanità pari a zero. Metti che fossi andata alla scuola pubblica; magari, avrei notato lo stesso difetto nella solita insegnate zitella. E mi sarei risparmiata di diventare atea così giovane. Poi c’è stata la nascita del Piccoletto. E’ stato forse un caso che quando ha visto sulle scale di casa un prete gli abbia gridato dietro un “Macaco!” senza appello? Che posso dire: “Noi rossi siamo fatti così… improvvisiamo! E lo facciamo bene“.

Ci sono cose che mi sembra si ripetano, come se fossi destinata a viverle due volte. Come se i giorni e gli anni ritornassero a presentarsi. Tutto almeno due volte. Di questo passo non diventerò mai grande. A me mia mamma mi sembra bella. So bene che non ve lo avevo mai detto che mia madre è nata lo stesso giorno e lo stesso anno di Marylin Monroe. Non che questo voglia dire un granché, ma in casa di un ciabattino anche questi particolari fanno sensazione. Che poi tra le due donne c’è ben poco in comune. Mia madre è insicura e spaventata, mentre Marylin si prende tutto quello che vuole. Anche nel modo di vestire non ci sono paragoni, mia madre si fa i vestiti da sé, mentre l’altra… beh! sono proprio diverse. Che poi mia mamma la rivedo piangere cercando di non farsi vedere. Qui qualcosa non torna, e finisco che capisco tutto quando la vedo vomitare e star male. Le influenze non durano settimane. E lei piange e vomita. Se continua così bisogna ricoverarla in ospedale.
Mio padre invece mi sembra vecchio. Sembra il padre di mia madre. Viene il dottore di famiglia che le consiglia di sciogliere un ghiacciolo in bocca, ma appena la sente vomitare le prescrive tre farmaci diversi, uno al mattino, uno al mezzogiorno e uno alla sera. Lei li prende come da copione, ma continua a vomitare più di prima. Ritorna il medico e le prescrive altri medicinali e rendendosi conto che si sta disidratando le attacca una flebo al giorno, ma lei continua imperterrita a vomitare e piangere. Viene chiamato un professore, che le cambia tutti i medicinali, ancora, ma senza risultati. Per fortuna che la natura ci pensa da sola e dopo quattro lunghi mesi, mia madre si riprende e ricomincia a mangiare, ma non smette di piangere.
Il Piccoletto è molto spaventato e mi si attacca alla gonna e non fa un passo senza di me. La mamma sembra sospesa sopra una nuvola e lui è convinto che prima o poi sparirà in cielo. Che schizzerà via come un missile. Inutile tergiversare. Ormai sono grande e l’enciclopedia mi ha spiegato tutto su come nascono i bambini, o almeno così spero. Allora sostituisco la mamma nelle cose di casa e mi prendo cura del Cosino, salvandolo spesso dagli artigli di Ernesto. Guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Chissà se mi assomiglierà la mia nuova sorellina? E se fosse maschio? No! ho deciso sarà femmina. Sarà femmina come me, anche per una questione di giustizia.
Quando imparerà mia madre che ormai sono una donna? Io l’ho anche proposto, a Ernesto, di prendermi la sua età e di dargli la mia, tanto è fin troppo la mia per la sua testa, ma lui ha paura che sotto ci sia un imbroglio. Insomma il pusillanime se la prende sempre con chi è più piccolo e debole, ma se la deve vedere con me. L’altro giorno ho tirato fuori il coltellaccio per tagliare la carne e gli ho detto: “Dai, vieni a prendere il Piccolo se hai coraggio!” e ho sventolato il coltello che neanche Tremalnaik. Ovviamente si è rifugiato dalla mamma a dire che lo stuzzicavo. Ma la mamma che non stava bene non gli ha badato più di tanto e ci ha gridato di smetterla.
Invece io sono preoccupata oltre che per la mamma anche per il mio fratellino perché diventa sempre più dipendente da me. Ogni sera devo accompagnarlo a letto e farlo addormentare cantandogli le canzonette di Sanremo. Adesso che sa parlare quasi decentemente, me lo dice chiaro e tondo: “Tata, non andare via, portami sempre con te.” E adesso come farò a fargli capire che sta arrivando un altro fratellino o sorellina e la nostra mamma non è felice per niente?
Adesso è successo un patatrac, oltre al fatto che Marylin si è suicidata, si dice per amore del presidente degli Stati Uniti, quello che chiamano JFK, o del fratello, non ho ben capito, è scoppiato anche lo scandalo Talidomide. No, Talidomide non è un personaggio importante, o un eroe dei fumetti, ma semplicemente un medicinale antivomito che fa nascere i bambini focomelici. In America lo hanno ritirato dal commercio, ma dopo che sono nati molti bambini malformati. E in Italia? Qui tutto arriva in ritardo. Sia le informazioni che i divieti. Mia madre è impazzita. Non si ricorda più quali medicinali le hanno prescritto e tutti li ha buttati quando non le facevano nessun effetto. E adesso che succederà? Io mi stendo sul lettone vicino a lei e le parlo e subito il Piccoletto si stende vicino a me e mi ascolta. Mi fa sorridere vedere che si muove come mi muovo io. Accavalla i piedini, si gratta la testa, e si arrotola i riccioli come faccio io. La mamma non ci vede, lei ha davvero troppo su cui pensare. “Dai mamma alzati che ti ho preparato un po’ di minestra e poi, se vuoi, ti aiuto con i ferri a fare le scarpine di lana”. Lei scoppia a piangere. Ma che ho detto di male? Oh… porcaccia… le scarpine da fare sono per due piedini e se il nuovo fratellino i piedi non ce li ha? Ma tutte a noi devono capitare?
Non pensate che mia madre sia una che piange sempre, non è del tutto vero, qualche volta l’ho vista sorridere, anche se per la verità non ha dei grandi motivi per ridere. Mio padre, il conte, non è mai presente e anche se lo fosse non ci aiuterebbe ad essere allegri, sembra sempre che abbia inghiottito un manico di scopa. Però ho notato che quando io e il Piccoletto parliamo nel nostro modo assurdo un po’ imitando gli adulti e un po’ in bambinesco lei si rasserena. Certo che siamo bravi a fare il teatrino. Ernesto ci guarda come fossimo due mentecatti e non capisce niente di quello che diciamo. Ma si sa: lui non eccelle in intelligenza. Il farfugliese è il nostro pezzo forte e mamma ad ascoltare e a guardarci a volte si addormenta serena. Piccoletto sostiene che dovremmo perfezionarci nel teatro dell’assurdo, lui lo chiama così. Io gli rispondo che basta che mamma dorma un po’ e che è tutto quello che voglio almeno fino alla nascita del nuovo mocciosetto.
Sono stati mesi da incubo. E da quell’incubo è nata una pargoletta rossa con due stupendi occhi azzurri. La prima cosa che la levatrice ha fatto è stata quella di contare tutte le dita di mani e piedi e di rassicurare mia madre. Perfetta sì, ma anche una perfetta rompipalle. Mai visto una bambina piangere tanto senza nessun motivo. Pargoletta farà degli occhi bellissimi se continua così. Piccoletto che invece è tendente al ridere, le si avvicina e le fa le boccacce, le facce buffe, insomma quelle cose che ai bambini piacciono sempre. Lei lo guarda con gli occhi a pallettone e poi finisce a piangere più forte. Ma riusciranno mai a comunicare quei due?
Se con Piccoletto ho cominciato a parlare subito, con Pargoletta l’unica a parlare è mamma. Si capiscono al volo quelle due. Sarà che son pratiche di lacrime. La reazione di delusione di mio padre era prevedibile: “E’ nata un’altra seppiolina!” ed è finita lì. Possibile che le femmine a lui facciano sempre lo stesso effetto. Le vede, le cataloga e le dimentica. Non lo sa ancora, ma non avrà vita facile. Adesso in casa siamo pari, tre femmine e tre maschi e non intendo lasciare loro troppo spazio. Intanto il piccolo sfugge al barbiere di famiglia. Sono riuscita a fargli crescere i capelli in riccioli nobili e morbidi sulle spalle. Ogni volta che mio padre avvisa che arriva il barbitonsore, io prendo il bambino e corro ai giardini a fargli prendere aria. Così i capelli si allungano e lui assomiglia sempre di più ad una bella bambina. Arriverà il giorno che dovrò farlo rientrare nei ranghi, ma per ora corriamo ai giardinetti gridando: “Signor Nube non avrai il nostro scalpo!”

Il nuovo incombe

In Anima libera on 21 gennaio 2011 at 14:27

Premessa alla parte undicesima
Avrei dovuto avvertire di preparare i fazzoletti, ma la vita singhiozza le sue storie a sorpresa, mica avverte. Ricominciamo. Dove siamo arrivati? Io sto lì ad organizzarmi le cose, per rendere il percorso meno accidentato ed invece gli altri mi lasciano all’oscuro dei fatti più normali. Certo che esistono gli altri bambini ad informarti, ma le notizie qualche volta arrivano travisate. Non tutti i bambini sanno di quello che parlano. Insomma essere bambini non garantisce nulla, tanto meno l’informazione. I grandi si son fatti questo mondo su misura per loro. Si tengono quel briciolo di sapere e quel sapere è loro. E’ il potere.

Io credo di essere una bambina cattiva. Cattiva per l’idea che hanno gli altri di una bambina. Questo lo capisco da come mi guardano quegli altri: adulti o bambini che siano. A me, sinceramente non sembra. Certo non sono facile e neppure mi accontento, ma non rompo mai per uno stupido capriccio, non piango mai per ragioni cretine, e davanti agli altri modero pure i termini. Che poi questa è la cosa più difficile da fare. Di fronte a certa gente un fanculo ci sta proprio tutto. E’ l’unica soluzione. Però non dico parolacce a vanvera. C’è sempre un buon motivo per andare giù duro. Insomma dico parolacce del tutto giustificate. Contestualizzate.
Coi bambini miei coetanei, per esempio, cerco se possibile di evitarle per non fare da cattiva maestra. E’ una grossa responsabilità. Magari insegno altre cose che i grandi considerano terribili, ma non le parolacce. Quasi sempre ci resto di sasso quanto smoccolano loro, molto più di me. In classe mia, per esempio, c’è Elena, l’unica amichetta che non mi dà il voltastomaco. Lei ha solo la madre che fa la pittrice. Mica dipinge le pareti delle case ovviamente, lei dipinge i quadri. Proprio per questo motivo mio padre insiste nel dire che è poco seria e che non dovrei frequentare la figlia. Veramente non ho mai visto sua madre ridere come una scema. Mi sembra sempre piuttosto seria; e composta. Anche Elena non ride, ma quando smoccola va fortissima e fa ridere me. Diciamo che proprio per questo a volte mi sento poco seria, ma non mi pare una cosa troppo importante.
Elena è anche una grande fonte di informazioni, sapete quelle informazioni che a casa non ti danno mai; ecco, lei sembra un’enciclopedia. Sarà che fa lunghi viaggi con sua mamma ed un vecchio zio. Girando il mondo s’impara, io lo so, ed è per questo che è la più attendibile degli informatori. A mia madre cresce la pancia, si è decisa di mettere in cantiere uno dei rossi che avevo a suo tempo preannunciato. Io lo so, che sarà rosso, lei ancora no. Sapete com’è, a volte dici le cose così, perché sei arrabbiata, ma non puoi mica essere sicura che tutto vada come pensi tu. Insomma mi sta arrivando fra capo e collo un nuovo fratellino e io incrocio le dita perché sia di quel colore e del tipo che prediligo.
Insomma lo dico a Elena che con l’aria furbetta mi risponde: “Allora tuo papà e tua mamma ci hanno dato dentro? L’hanno fatto?” “In che senso?” faccio io. Lei mi guarda con quell’aria superiore che prende ogni volta che sgancia una bomba e scoppia a ridere: “Vuol dire che si sono dati da fare!” Mi comincia a venire il mal di testa e aspetto la bomba successiva “Non mi dirai che non sai niente di come nascono i bambini? Insomma non sai a cosa serve il coso che entra nella cosa e che serve a fare i bambini? Non sai proprio niente”! Non ne sapevo niente. Il coso? Quale coso? E la cosa? Ma di che cosa si sta parlando? Io pensavo che i bambini fossero una cosa naturale e che crescessero nella pancia della mamma. Aver scoperto così che invece era colpa di un… coso mi dava il capogiro. Ma allora come funzionava la cosa?
Elena non ha mai avuto papà, da quel che so solo un vecchio zio, e probabilmente la sua mamma aveva usato un coso speciale e si era data da fare o ci aveva dato dentro in un altro modo che i miei genitori. L’affare si ingarbuglia. “Ma lo sai come si chiama il coso?” mi fa, quasi con rabbia. E aggiunge: “Pennello! E sai come si chiama la cosa? Patatina. E sai come si usano?” Eh no cazzo, una cosa alla volta per piacere. Lasciami riordinare le co… le informazioni. Tra pennelli e patatine c’è da diventare matti. Ho le idee tutte in subbuglio. E la testa mi scoppia. E’ forse proprio per quello che sua mamma, che era brava con i pennelli, è riuscita a fare un bambino senza bisogno di un papà? Elena mi ha reso curiosa. A lei piace quando sa una cosa che non so, o crede di saperla. Lei mi dice le cose e io le faccio la matematica. Ma non c’è sempre da crederle però.
Prendo tempo e aspetto il momento opportuno. Mica può tutto la scuola. A volte le risposte sono dove meno te le aspetti. Ma le ulteriori informazioni che prendo da mia mamma non servono a chiarire la questione. Lei a sentirmi nominare il pennello si fa rossa in viso. “Ma che stai a dire? I bambini nascono dai semini che hai dentro alla pancia, e crescono quando… quando è il tempo che lo facciano”. A questo punto tanto valeva che mi raccontasse la storia dei bambini che nascono sotto i cavoli. Io ho bisogno di sapere; di vedere. Non sono una che crede alla prima cosa… cioè stupidaggine che viene detta. Non mi è chiaro perché, ma i grandi amano raccontarti delle storie fasulle, delle favole, imbrogliarti. Deve far parte del loro modo di essere grandi. Di tenerti in scacco. Forse li fa sentire furbi. E importanti. Io so e tu non puoi capire. Ma chi l’ha detto che io non posso capire? E poi siete voi a mettermi gli ostacoli davanti, mica io a non capire.
Me ne vado con quella risposta e tutto mi sembra ancora più confuso. Ci gioco con la fantasia; non costa nulla; e rido. Così intanto, a tempo perso, penso ai miei di semini. E provo persino un po’ di apprensione. So che è una cosa stupida. Che l’ha detto tanto per dire. Era distratta e guardava da un’altra parte. Come se non le interessasse nulla. Tanto per farmi star buona. Persino la sua voce suonava estranea. Ma… non faranno mica gli stupidi? Non voglio diventare madre così giovane. Ci sarà pure un modo per evitarlo, no? Insomma non mi fregheranno mica? Ci sarà pure un sistema per non farli maturare? Mica che nascere donna ti frega solo per un cambio di stagione? Insomma… non mi sento ancora pronta.
Penso alle parole del ragazzino in campagna e ho un curioso sospetto.  C’entra qualche cosa? E’ come un’intuizione, ma troppo nebulosa per  poterla afferrare. In ogni caso, e per ogni eventualità decido di tenerli lontani, i maschi. Intanto comincio a farmi rispettare, almeno a scuola, anche se lì c’è solo Leone. Da quando gli ho rotto il naso; naturalmente dietro la porta del bagno, mi sta alla larga. Come al solito non voleva capire, che ho diritto alla mia privacy. Lui è andato a piangere e mi ha chiamato la Madre Superiora. Ma lui non ha avuto coraggio di chiarire davanti alle suore. Ha ritrattato e ha detto che è scivolato. Ma hanno chiamato ugualmente mia mamma. E ti pareva!
Intanto il semino di mio fratello doveva essere grande e grosso perché le cresce una grande pancia e continua a crescere che lei sembra fare fatica persino a camminare e a muoversi. Torno da scuola nel tardo pomeriggio e mia mamma ha sfornato un vitellino di più di quattro chili. Proprio un vitellino, dicono. Non una seppiolina come hanno detto di me. Son proprio strani i grandi. Danno sempre un nome a tutto. E intanto lui nasce con il sorriso stampato in faccia. Mi dicono che quattro chili sono tanti. Le fanno i complimenti come avesse fatto una cosa eccezionale. Magari lo è. Non è che capisco bene perché. A me onestamente sembra piccolo e indifeso.
Ecco il mio nuovo fratellino, che è tutto mio, visto che ha quel colore di capelli e che sembra prediligere il suono della mia voce. Cominciano ad esserci troppi maschi in famiglia ma con questo sarà diverso, ho ben altri progetti per lui. Se non fosse che odio le canzonette stupide, che danno alla radio, in onore suo canterei anche la divina commedia. Credo che questa sia la felicità.
Mamma gli fa i versi più incomprensibili. Gli muove le mani davanti agli occhi. Naturalmente lo tratta come un mentecatto. Non si capiscono e questo è normale. Non gli sa parlare né riesce ad afferrare quello che lui cerca di dirle. Lo guardo e guardo la mamma. Lo guardo e so che dovrò fargli da madre. Non c’è speranza. Lei, con quegli occhi cheti, farebbe solo gli stessi sbagli che ha fatto con me. Non è adatta a fare da madre. Non è combattiva abbastanza. Si sono già visti i risultati con Ernesto. Io ho dovuto arrangiarmi da sola. Se aspettavo lei sarei solo una bambola ridicola che deve solo sorridere e fare le smorfie.
Beh! certo a dirla tra noi la mia è una grossa rivincita. Il vecchio Ernesto è veramente abbacchiato. Un nuovo fratello, maschio, rosso di capelli a cui si è dato anche il mio nome. Al maschile s’intende. Babbo non lo guarda con sospetto, ormai si è rassegnato, o è solo perché si è fatto l’occhio vedendo i miei di capelli. In realtà lo guarda poco. Non è una novità. Non dovrebbe essere orgoglioso? Io lo sono, perché lui no? Anche mia mamma questo bambino proprio non se l’aspettava. Lo so perché, mentre le cresceva la pancia, l’ho vista piangere di nascosto. Probabilmente aveva già abbastanza da fare con noi due e poi quel mio padre che le consegna sempre un carico di tensione che non si leva mai. Io le sussurro: “Non ti preoccupare, me ne occuperò io”.
Presto il piccoletto, già al suo posto nella culla e ben nutrito dalle poppe di mamma, incomincia a parlarmi. Sono davvero meravigliata dalle tette delle donne. Non cresceranno mica anche a me due cose così? Due meloni pieni di latte? Credo proprio che non mi sentirei a mio agio. E non le voglio, almeno per ora. Non saprei che farmene.
Insomma lui, il neonato, mi parla e non fa ancora discorsi troppo impegnati, anche se, tutto sommato, mi sembra abbastanza logico che chieda del suo mondo. Primariamente s’informa di come stanno le cose. Chiede notizie più precise di mamma e papà. Domanda se può contare su una certa disponibilità economica. Poi mi chiede di Ernesto: “Ma è davvero nostro fratello?” Io non posso nasconderglielo e sono costretta a rispondere al povero piccolo: “Sì, va beh, ma non è poi così pericoloso”. Lui mi esorta già consapevole: “Stammi attenta sorellina, perché di lui non mi fido troppo”. Comincio a temere che Ernesto sganci, non visto, qualche pizzicotto sotto le copertine. Sarebbe cosa da lui. Ma se me ne accorgo, se la dovrà vedere con me e brutta, il degenere.
Tutti dovranno vedersela con me, perché è mio, anche se per ora nessuno lo sa. Lo annuso. E’ una curiosità. Con la storia dei cosi, e dei semini, mi sono fatta dei pregiudizi. Odora normalmente, sa di saponetta e di latte e di quello che si fa addosso, perchè su questo non sa ancora controllarsi.  Ma imparerà. Mi tranquillizzo: non odora di prezzemolo né di alcunché d’altro di strano e pericoloso. La storia dei semi deve essere la storia più cretina mai inventata. Mai visto bambini nascere dalle piante.
Certo che le domande del nuovo mi hanno messo un po’ in agitazione. Ma perché chiedere se abbiamo una certa disponibilità economica? Si vuole giocarsi a poker i nostri risparmi? Certo che ha un musetto simpatico, ma si può pensare che quel sorrisino nasconda un’aria da biscazziere e baro? Così, casualmente m’informo: “Sai per caso giocare a carte?” lui risponde ridacchiando: “No, solo a scacchi!” e la cosa mi rilassa. Non me lo sarei aspettata ma… gli scacchi sono un gioco da intellettuali; mica si può barare giocando a scacchi. Oppure mi sbaglio?

Bombe atomiche e viaggi interplanetari

In Anima libera on 9 gennaio 2011 at 23:58

Premessa alla parte nona
Per quanto stia attenta le cose mi sfuggono. Questo è il tempo dei fatti. Cose importanti che sembrano tali e altre che non lo sembrano affatto ed invece lo sono e lo saranno ancora di più. Si producono televisori, lavatrici e frigoriferi e gli operai non bastano, migrano dal sud e si accontentano di un tozzo di pane e di una branda in casa di compaesani. I miei zii dal Veneto si trasferiscono a Milano verso il lavoro, quello vero. Io vorrei studiare, ma vorrei anche lavorare, sono stanca di aspettare, voglio correre, crescere, diventare grande e vivere.

Ho quest’ansia che mi divora dentro. Voglio vivere e vivere per davvero. Non è un insano desiderio. Per quanto tutti cerchino di convincermi che ogni cosa viene a suo tempo. E che bisogna aspettare. E che si deve essere umili. E non pretendere troppo. Ma dove sta il limite? Fino a dove mi è concesso esplorare? Troppo poco e troppo vicino. Non è quello che voglio. Io voglio di più.
Le mie giornate in famiglia sono esangui. Esangue è il rapporto con Ernesto anche se lui lo tiene vivo con le bugie e le delazioni. Mi inguaia sempre. E lo fa solo perché è geloso di me. Solo per soddisfare la sua accidia. He he le suore servono a qualche cosa, soprattutto per imparare parole che in pochi conoscono. Accidia! Suona bene no? Ernesto è accidioso: suona ancora meglio. Comunque i guai me li fa passare e spesso sono punita. Mia madre mi grida: “Tu mi porti via dieci anni di vita!” Io giuro che una frase così non la dirò mai a nessuno. E’ terribile ed ingiusta. I grandi dovrebbero sapere che i bambini si sentono già in colpa per un sacco di cose. Che poi che vita è la sua? Io, per esempio, mi sento in colpa di quasi tutto il male che sta nel mondo. In effetti non è colpa mia se mia madre informa mio padre delle cose che io ed Ernesto combiniamo. Che poi se ci penso bene, non sono cose così terribili. Eppure mio padre reagisce sempre alla stessa maniera, ormai è un classico. Non dovrei più stupirmene. Piglia me o Ernesto e ce le suona di santa ragione. Ernesto grida e si difende: “Non sono stato io, è stata quella scema…” e indica in me la solita vittima. Allora la rabbia di mio padre si raddoppia e molla la presa su quell’infingardo.
Se posso essere sincera mi dispiace meno che se la prenda con me che con lui. Non sopporto vedere gli altri trattati male. Anche se gli altri sono solo un fratello senza spina dorsale e senza dignità. Lo scontro diretto con mio padre mi fa sentire grande. Anche se poi se lui picchia, picchia forte. A volte le sue sculacciate mi fanno rintronare anche la testa, altro che il culo non ha denti. A volte direi che ha pure gli occhi. Ma come dire? preferisco che se la prenda con me, almeno so dove va a parare. Perché finché sono sotto le sue grinfie non sento dolore. Non so perché ma preferisco prenderle facendo finta di non esserci. Uno strano assenteismo che lo fa scabinare. Per lui è un’offesa che io non abbia paura. E in effetti io non lo temo. In realtà io lo sfido, come l’ho sempre sfidato. E’ come dire: “Dai dammele! Intanto a me non me ne frega niente. Sfogati dai. Spadroneggia sui più deboli per sentirti forte.” E lui non sopporta la mia ribellione. Lui non accetta la mia forza. Non ha capito cosa potrebbe fare per farmi veramente male. Non capisce che preferisco fare da parafulmine. Perché io lo ucciderei se toccasse mia madre. E che lo sappia o non lo sappia lui non lo fa mai.
Mia madre piange. A volte lo implora quando esagera e succede spesso. Gli verrà pure in mente che non dovrebbe renderlo partecipe di quello che capita quando lui non c’è. Basterebbe solo un bel silenzio. Almeno non dovrebbe mostrarsi così esasperata. Non ha ancora imparato la lezione che io ho imparato ancora prima di nascere. Non esiste uomo che mi comanderà. Non esiste niente che io non possa affrontare da sola. In fin dei conti si nasce già con gli anticorpi. Esiste un potenziale dentro ad ognuno di noi che dobbiamo salvaguardare. Io ho il potere su me stessa. Non esiste niente e nessuno che me lo esproprierà. Io ho il potere di vita o di morte su me stessa e nessuno me lo toglierà. Nessuno mi toglierà quel coraggio. E mi insegnerà a piegarmi.
E più non riesce a piegarmi, a sentirmi lagnare, più forte picchia. Poi ci penso e mi accorgo che non è proprio tutto così semplice. Se il mondo fosse fatto di esseri umani invece che di uomini che sanno essere solo uomini e donne che fanno solo le donne, allora potrei non avere paura e invece io paura un po’ ce l’ho. Mica per me stessa, che a onor del vero mi sento piuttosto indistruttibile, ma per il mondo che mi circonda. Non è che del mondo ho una grande opinione, questo è vero, ma vederlo finire per stupidità, questo proprio non lo sopporto. Ma chi era il cretino che pensava fosse utile la bomba atomica? E usarla contro chi ne ha dieci? E a che pro tutti quei test nucleari nell’atmosfera e sotto terra? Non gli è bastato Hiroshima?
Con Ernesto anche su questo ci si battaglia. Lui, sostiene, da piccolo imbecille, che quella bomba atomica era dovuta e ha posto fine alla guerra, con minor spargimento di sangue. Certo, non c’erano dubbi, se avessero ammazzati tutti quei musi gialli, avrebbero finito la guerra anche prima, no? Lui è uno stronzo completo e per intero. Lui non può fare a meno di questo amore sviscerato per l’America che è prostrazione verso i potenti, verso il mito di quella democrazia a qualsiasi costo, esportata in punta di fioretto o di cannone, che dir si voglia. Alla bisogna. Ma lui è nato per aiutare i vincitori. Lui è nato servo. Ma io no. Non posso accettare uno stupido luogo comune. Non posso fare a meno di dimostrargli che sbaglia. Che un altro mondo è possibile.
Che poi tutto è iniziato per quella bicicletta nuova regalata a mio fratello e quella bambolona fasulla regalata alla sottoscritta. Ma chi ha mai chiesto una bambola? Il mio sogno era la bicicletta. E adesso come farò? Ernesto fa la ruota attorno alla bici e non me la lascia nemmeno toccare e io guardo quella stupida bambola con gli occhi che si aprono e si chiudono senza logica e i biondi capelli di stoppa. Dio santo! Miagola pure mamma ogni volta che la stendi. Ma cos’è: un supplizio? Avevo annegato l’ultima davanti al ponte delle Guglie. Doveva essere l’ultima e poi basta. Non so come farmi capire. Sto già pensando che la stenderei con un pugno definitivamente. Mamma capisce al volo, mi legge negli occhi e me la strappa di mano mettendola al centro del suo lettone sul copriletto ricamato. Va là che le è andata bene, s’è salvata. Ancora un secondo e faceva la brutta fine che si meritava. Altro che guerra atomica. Se avessi potuto l’avrei nebulizzata, disgregata, smaterializzata.
La bici resta lì tra le mani di quel… lasciamo stare, non ho quasi più aggettivi per definirlo. Io non sono per la violenza ma quanto ci vuole ci vuole. E poi è autodifesa; sopravvivenza. L’istinto è quello di dargli un calcio sulle parti molli ma son certa che palle non ne trovo. Che poi sarebbe servito a poco anche scazzottarlo, la bici non sarebbe, per questo, passata di proprietà. Così m’ingegno e approvo il piano B. Quello che uso sempre per fregare chi non ha un briciolo di cervello e che vive di invidia per le cose degli altri. Insomma, visto che il mio destriero mi ha lasciata appiedata molto tempo fa, decido di cambiare cavalcatura e monto la bellissima Singer della mamma. E’ tanto bella e preziosa che sembra già un pezzo di antiquariato. Invece e nuova nuova, mamma l’ha presa a rate per cucire in casa: sembra che prima di qualsiasi altro elettrodomestico la Singer sia il pezzo più indispensabile. Ne va della sua credibilità. C’è mai stata una brava casalinga senza una bella Singer per casa? Sembra di no! E a me fa comodo. La monto e diventa il mio bellissimo Sputnik. Ernesto strabuzza gli occhi ed è costretto a tacere, perché nella corsa alla spazio i Russi sono sempre davanti. Inutile ogni sua giustificazione: Wernher Von Braun qua e Wernher Von Braun là, che poi a dirla tutta è tedesco e pure nazista, mica americano. Comunque resta il fatto che l’Urss è arrivata prima. La scienza del popolo ha sbaragliato la grande presuntuosa America. Come la mia Singer ha sbaragliato la sua bicicletta.
Lo so bene che Ernesto non ha avuto una vita facile con me, ma per lui, che è maschio fino al midollo, crescere non è imparare. Non si chiede mai il perché delle cose. Non si risponde mai, con un pensiero scomoda e difficile da classificare. Per lui vanno bene solo i cibi predigeriti. Non posso farci niente se non ha fantasia. Se manca di inventiva e di apertura mentale. Se si fa fregare da me come un pischello. Se si rode e ci casca. Così mi prega di lasciarlo manovrare l’astronave: in cambio è disposto a prestarmi la bici. Io gli chiarisco subito le idee: innanzi tutto questa è una cosmonave russa e ci possono entrare solo i cosmonauti russi, gli astronauti americani possono solo pedalare! Qualche volta mi piace vincere facile. E gustarmela la vittoria. Anche se con lui è come rubare le caramelle ad un bambino.
Mi consegna la bici e si mette tutto tirato sopra la macchina da cucire e maneggia il volano come un ossesso. Pensa così di volare più veloce, non pensa affatto di potersi perforare il pollice, con l’ago della Singer. Le sue urla hanno fatto accorrere mia madre, che non sa più che pesci pigliare. “E’ Stata lei. E’ stata lei. E’ tutta colpa sua. Digli che non la deve più toccare la mia bici”. Onestamente mi fa impressione quel dito bucato e tutto quel sangue. Mi allontano pedalando cercando di non sentire. La voce di mia madre sovrasta il baccano che fa Ernesto: “Sei una piccola peste, tu, ogni volta, mi porti via dieci anni di vita!” Non è che nemmeno lei abbia molta fantasia nei rimproveri. E’ furente. So che lo dirà a mio padre. Ma perché non ce la vediamo tra noi, tra donne? Azz… se vado avanti così resto orfana presto. Ma è colpa mia se suo figlio è un completo imbecille?

Fragole e sangue

In Anomalie on 18 novembre 2010 at 11:16

Era il 1968 e si protestava per una guerra lontana, ma non troppo, visto che uccideva i giovani di quella generazione.
Oggi nel 2010 esistono altre guerre anche meno lontane, ci siamo abituati, nessuno protesta più,  nessuno mette qualcosa in discussione.
Give Peace A Chance è solo una vecchia canzone.

110) American tabloid

In Un libro al giorno on 24 settembre 2010 at 8:00

Si faceva sempre alla luce del televisore. Alcuni latinoamericani agitavano armi da fuoco. Il capo del gruppo si piluccava insetti dalla barba e fomentava i suoi. Immagini in bianco e nero: tecnici della Cbs in divisa mimetica. Cuba, brutta storia, disse un annunciatore. I ribelli di Fidel Castro contro l’esercito regolare di Fulgencio Batista.

Soluzione
Titolo: AMERICAN TABLOID
Autore: JAMES ELLROY

Trama: American Tabloid è un crudissimo spaccato dell’America degli anni sessanta. Nel quadro storico, ricostruito con minuzia e puntualità da James Ellroy, si muovono tre personaggi in bilico tra crimine e giustizia, ideali e tornaconto personale, in un viaggio allucinante che culmina con l’omicidio di John Kennedy. CIA, FBI, Mafia, Ku Klux Klan, castristi e sbirri: la (presunta) storia sotterranea degli Stati Uniti di quegli anni esplode in una miriade di collegamenti, piste, relazioni, doppi e tripli giochi, un mosaico disperante in cui nessuno è innocente.
Vedono la luce in questo romanzo personaggi memorabili come Kemper Boyd, Pete Bondurant e Ward Littel, protagonisti di grande spessore che proseguiranno le loro avventure nel seguito Sei pezzi da mille.

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