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Confesso che ci abbiamo provato…

In Amici, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 30 ottobre 2012 at 9:31

Questo ricordo mi era scappato. Il post di Annuska me lo ha fatto venire alla mente, e sorridere, non potendo farne a meno. Un capodanno come quello, come dimenticarlo? E se era la fiera degli sfigati, oppure solo una delle tante occasioni per capire che, quella sgangherata compagnia, sarebbe stata una delle migliori compagnie della mia vita, questo non lo so, sono certa però che sono stata fortunata a vivere una vita come la mia e ad avere ancora tante cose da ricordare.
Solita storia: io con il mio amore difficile e Annuska con i genitori, dai quali io ero scappata al raggiungimento della maggiore età. Ma come si faceva a resistere, che tra l’altro per lei erano rose e fiori in confronto, io la strada gliel’avevo già aperta e la sua libertà era infinita, in confronto alla mia.
Ed ecco capitarmela a casa: “E’ capodanno e non mi lasciano uscire con i miei amici, che palle, sempre così…” “Beh esci con i miei, magari, a casa, pensano che così almeno c’e qualcuno a controllarti…” Glielo avevo detto così per ridere, non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di controllarla, non ne avevamo bisogno nessuna delle due. D’altra parte, prima di partire, pure mio fratello più grande si era unito alla combricola assieme alla sua nuova ragazza, quella con la sclerosi multipla che si portava in pista montata a cavalluccio.
Dire banda di sfigati era poco. Fare capodanno, in una discoteca, era davvero l’ultima cazzata che potevamo fare. Per prima cosa odiavamo le discoteche, e poi tutto organizzato all’ultimo momento, senza neanche sapere cosa avremmo trovato al nostro arrivo e se avevamo voglia davvero di farlo, era una pazzia.
Innanzi tutto diffidate di una località che si chiama Terre Perse, e soprattutto non sperate di tornare da lì, con un mezzo di locomozione dopo la mezzanotte, a parte i propri piedi s’intende. L’unico mezzo che avevamo con noi era la macchina per portatori di handicap di Linda che era stata utilizzata anche per portarci appresso le bottiglie di spumante, da bere allo scadere di mezzanotte. Ovviamente squattrinati com’eravamo, non ci saremmo presi mai una bottiglia al bar della discoteca. Che poi discoteca non pareva, anzi forse lo era stata, ma forse… un secolo prima. Se avessi portato il mio giradischi e i miei dischi da casa avremmo ascoltato musica migliore e sicuramente ce l’avremmo fatta ad ascoltarla, almeno per buona parte della notte. Ed invece no, non era destino. Quello che ci aspettava era un angolo in un locale muffito e gelido, con una cenone anonimo, tipo mensa di un dopolavoro di sfigati, servito in piatti di plastica e consumato appoggiati a puff con macchie di dubbia provenienza. Poi le luci hanno cominciato a saltare. Benvenga, così almeno non riuscivamo nemmeno a vederci in viso e a subire l’ingiuria e la miseria del luogo.
Allora Alessandro, il solito, si era messo a battagliare con lo spiffero gelido che filtrava tra i tendaggi logori. Oddio l’alito dell’orso polare… e se almeno non ci vedevamo anche l’orso avrebbe avuto la sua bella difficoltà a trovarci. Si sa che il cibo surgelato non ha odore e se poi ti viene meno anche la vista… forse eravamo salvi.
Quello che poi successe, compreso l’impianto stereo saltato prima della mezzanotte e pure gli altri avventori che se l’erano presa ridendo e cazzeggiando, aveva reso la serata amena e piena di incognite. Non ricordo bene con chi ballai e forse lo abbiamo fatto tutti assieme facendo un po’ di casino e scaldandoci a fiato. Ricordo solo che fu una serata strana e anche piacevole malgrado la lunga strada del ritorno, senza sapere se poi avremmo trovato lo “yak” (sì quell’animale tibetano resistente al gelo) per superare l’ultimo tratto via mare. Insomma il capodanno più strampalato della mia vita, con una mezzanotte a brindare all’aperto, senza nemmeno cappotti e giacconi, passandoci la bottiglia di spumante (e chi si era pensato di portare i bicchieri) e ridendo come matti per quell’orso polare che, malgrado tutto, si era tenuto nascosto tra le tende e non era venuto a brindare con noi.
Mi spiace solo di non poter ricordarlo ancora con Alessandro, lui avrebbe avuto la sua versione della serata e ne sarebbe uscito il suo solito momento dissacrante. Mi spiace solo di aver perso un poco di quello spirito avventuroso e di quella sana allegria incoscente e mi fa piacere che a qualcun altro rimanga questo ricordo, che altrimenti con il tempo sarebbe svanito anche dalla mia memoria, di solito elefantesca.

Bei tempi, quei tempi, dove gli orsi polari, come nelle favole, si mischiavano agli esseri umani.

La notte prima degli esami

In Amici, amore, Giovani, musica on 29 giugno 2012 at 15:09

Riascolto per caso la canzone di Venditti e  provo tanta e tanta nostalgia. Certo eravamo giovani, certo ci sembrava tutto possibile e, oltre a quello, pensavamo di poter superare tutto con un semplice balzo in avanti… ma non era così, e l’avremmo saputo dopo. Eravamo un gruppo strano, eterogeneo, tutti fuori tempo massimo, privatisti attempati, con una certa propensione all’ironia dissacrante e allo studio selettivo.
Certo eravamo i soliti tre: io (detta Bestia), Marina e Sandro (Alessandro come preferiva che lo chiamassi io) e poi gli altri. Più comparse che veri attori della nostra breve vita scolastica. Gli ultimi due anni in uno, un po’ come al supermercato, recuperare da privatisti, ecco l’impegno. I professori della scuola privata prevedevano il massimo del punteggio per tutti e tre. Io ci credevo meno, ma a quel tempo, malgrado il cipiglio, non ero per niente sicura di me. Però visto che c’eravamo da assoluti presuntuosi, avevamo scelto, per dare l’esame, le scuole pubbliche del capoluogo, ma non era stata una bella idea, l’unica a farcela e con un punteggio basso ero stata io, la meno sicura… ma questo è un altro discorso. Noi non ci eravamo confinati nei piccoli istituti della provincia più nascosta, dove gli altri sarebbero passati con ottimi voti, sapevamo di poter stare alla pari degli studenti in corso, pur se dovevamo sostenere un preesame con il programma di tutti e due gli ultimi anni, come si richiede ai privatisti.
Avevamo dato tutto, studiato e ampliato il nostro sapere più come studiosi che come studenti. Sfiancandoci in discussioni sulla nostra Weltanshauung e su un’analisi materialistica della storia a cui non potevamo rinunciare.
Marina, da poco, era rientrata in Italia dopo un lungo periodo di vita newyorkese con un marito americano, artista eclettico e piuttosto legato al dio denaro. Questo per dire che lei poco ci seguiva nelle nostre frequentazioni comuniste. Russell, Marcuse, Marx ed Engels li conosceva a livello “Bignami” se mai sono esistiti, ma io e Alessandro ne avevamo fatto una questione di principio. Ed era proprio per questo che la notte prima degli esami, Marina aveva dichiarato decisa: “Basta, io vado a dormire!”
Beata lei, che era in grado di guadagnare un po’ di sonno con l’aiuto del Valium. Noi eravamo rimasti lì, seduti al tavolo di cucina provando una sorta di vacuum mentale ed affettivo. Dio! domani la prima prova: italiano, chissà che titoli e chissà se ci sarebbe venuta in testa qualche idea… ne stavamo davvero dubitando.
Non so bene come fu, ma sarà stata la stanchezza e non ricordo nemmeno chi cominciò, se fossi stata io oppure lui, ma i nostri ragionamenti presero la strada dello “scazzo”. Credo si fosse partiti dal concetto universale di libertà al concreto, personale concetto di famiglia, affetti e amore. Lui già aveva deciso di prendere moglie, il pazzo! una ragazzina di 16 anni e di farci un figlio. Io avevo un amore sfortunato che di futuro non me ne dava e su queste basi era nata la discussione: “Sei troppo giovane e lei è una bambina, non farlo!” “Trovati un uomo che ti ami davvero, è solo per questo che non accetti l’idea delle unioni durature” “Unioni durature? Ma di che parli? Quanto pensi possa durare la tua di unione? Una ragazzina che non sa nulla della vita, un bambino da accudire, non una casa, non un lavoro e tu che ti stanchi di ogni cosa ancor prima di cominciare.” “Può essere, ma almeno io vivo e rischio, e tu…?” E le cose avevano preso una brutta piega, ci si guardava in cagnesco e il nostro senso dello humor era finito sotto i tacchi.
Certo, la tensione per l’esame del giorno dopo, certo la paura del cambiamento e forse anche la paura di perderci, tutto ci faceva pensare che da quella notte in poi il mondo sarebbe cambiato e bene o male noi saremmo diventati entità diverse, non più congiunti da un obiettivo comune, non più amici fino in fondo, non più gli stessi.
Il mio Alessandro, sarebbe diventato il Sandro di un’altra ed io avrei continuato a fare i conti col mio amore sbagliato… niente di grave così deve andare la vita, ci si trova e ci si perde e forse ci si ritrova, basta saperlo accettare.
Ed era caduto tra di noi il silenzio, doloroso e teso, come un male oscuro che non si poteva dire e che ci toglieva la voglia di continuare a discutere per non farci ulteriormente male.
E il male era male, era disagio, incredulità, era la voglia di non vedere e di non capire, era l’inutilità delle parole di fronte ai fatti, alle decisioni conscie ed incoscie, a certezze incerte che avrebbero cambiato la nostra vita.
Lui dopo un tempo troppo lungo da reggere, mi aveva guardato, finalmente, e una strana luce si era accesa nei suoi occhi di quel colore chiaro e speciale. “Ehi, Bestia, siamo proprio due scemi a scannarci così… sembriamo proprio due stupidi innamorati…” e per fortuna accompagnò le parole con un sorriso dolce ed ironico allo stesso tempo. Era un terreno minato, era l’argomento sottaciuto, mai detto e che probabilmente ci spaventava ancor prima di averne coscienza. Attraversare quel territorio in punta di piedi avrebbe permesso la coesistenza di noi e delle nostre storie senza nulla a pretendere e senza nulla dovere. Era il nostro esame più importante, quello dell’amicizia per sempre, quello che trasforma l’affetto in qualche cosa di più, in un ponte verso l’infinito, un processo di crescita che non subisce degrado ed usura, perchè niente chiede e tutto dà e perchè alla fine si può amare liberamente, senza dover chiedere amore in cambio. Insomma un sentimento che se eravamo capaci di viverlo avrebbe travalicato i problemi e i percorsi delle nostre vite. Forse anche amore, almeno un po’, ma senza limiti e condizionamenti. Amore anzi certo, ma quello strano amore di ragazzi nella notte prima degli esami.
Poi venne la vita, lunga ed ingarbugliata, quella che ci portò distanti, ma anche vicini, quella che ci fece ritrovare più di una volta e che mi consentì di riprenderlo per mano e di portarlo ancora nel mio mondo, nei suoi momenti difficili, quella che lo vide ripartire per un altro “amore per sempre” che, alla fine, non lo fu, come troppo spesso l’amore non lo è.
Ci perdevamo e ritrovavamo alla fine dei suoi amori e nelle burrasche dei miei, tra le nostre parole sincere e le cose non dette mai, attenti alle sfumature e pronti a salvataggi improvvisi… ad aperture impensabili. Se il nostro fosse stato amore, quello di tutti i giorni, si sarebbe perduto nei rancori e nelle devastazioni dei sensi di colpa e nelle stanchezze umane, ma a noi era stato dato il modo di non dover spiegare niente, di poter essere incoerenti e umani senza pagarne scotto, di poter promettere un “sì” e mantenere un “no” senza levarci la pelle, consendendoci quella capacità di comprendere che era la forza della nostra diversità.
Ora che te ne sei andato e mi hai lasciato orfana di questo amore, comprendo che il nostro gioco continua… il nascondino delle cose taciute mi consente di pensare che nulla sia cambiato, che ci sarà un tempo per ritrovarci ancora, che da qualche giorno sono iniziati gli anni silenti, già visti, già conosciuti, quelli che passavano tra un contatto e un altro, quelli che erano gli spazi dovuti alle nostre vite. Sarebbe arrivato un’altro giorno che ci avrebbe ritrovati a guardarci negli occhi e a raccontarci tutto quello che avevamo perduto nel frattempo… giusto per aggiornarci del tempo passato e per consentire al tempo di fluire ancora.
E domani ci sarebbe stato un altro esame e ci sarebbe voluto ancora altro tempo per sapere come sarebbe andato, ma in fin dei conti il risultato non contava, quello che conta è che noi c’eravamo e ci saremo e tutto questo lo abbiamo vissuto insieme..

Non mi sono scordata di te…

In amore, musica on 7 luglio 2011 at 10:40

Caro Alessandro,
non guardarmi con quegli occhi seri seri, che non ti si addicono affatto, io non mi sono scordata di te. Sì! è vero, quella data è passata e io stavo male con quel brutto ascesso su quel dente maledetto, ma comunque non mi sono scordata di te e d’altra parte come farei?
Non ti avevo conosciuto prima di quando la tua vita da bambino si era trasformata in un tormento per te e per i tuoi splendidi genitori. Il destino ti avrebbe condotto a me due anni dopo, assieme alla dolcezza di tuo padre che ho adottato subito come mio fratellino nella rete. Sei arrivato tu con quel sorriso particolare che tutto fa splendere di luce nuova e con quel babbo e quella mamma annientati dalla tua assenza. Ma tu non ti sei mai allontanato da loro e neppure da me, perchè tu sei fatto così: un bambino bellissimo, eternamente di cinque anni, dal magico sorriso che entra nella vita degli altri in punta di piedi e non ne esce più.
Sì! ti voglio bene, passerotto mio, come una madre che vuol bene al suo eterno bambino, come una zia che vuol solo viziare il suo bel nipotino e consolare quel grande papà e quella mamma coraggiosa. Ti voglio bene e neanche il tempo cambierà questa nostra piccola storia segreta.
Ora sì, che riconosco il tuo sguardo furbetto, ora sei tu come sempre con la tua felpa gialla e i riccioli belli. Ora sorridi come sai fare tu. Ti voglio bene piccolo mio e non mi scorderò mai di quella data triste quando un dio senza senso ti ha portato via con sé. Sarò una vecchia pazza, ma non lo perdono quel dio, perchè un senso davvero non c’è.
Come ogni anno ti dedico una canzone e per stavolta una canzone che piace a te, di quel cantante che non conoscevo, che solo il tuo amore mi ha fatto ascoltare.
Ciao Alessandro e grazie per avermi insegnato che un sorriso può tutto, anche nei momenti più brutti e neri della vita.
Un bacio dalla tua vecchia zia Ross 🙂

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