rossaurashani

Posts Tagged ‘abitudini’

Una storia sbagliata

In amore, Donne, uomini on 20 marzo 2014 at 17:09

mobile
Per certe cose non esisteva un deterrente. Certo l’amore per il marito e ovviamente ancor di più quello dei figli, ma che deterrente era se a tutto era sopravvenuta la maledetta abitudine? quella che rende ogni gesto dovuto, ogni fatica non considerata, e quella che fa del proprio corpo uno svago senza entusiasmo.
Lei queste cose non le aveva mai considerate, andava avanti così per dovere: il suo lavoro, i pranzi e le cene pronte, la casa in ordine, lavare, stirare, i figli accuditi anche se a distanza. Ormai le restava solo diventare nonna e mettersi in pensione. In pensione anche dai sensi ovviamente e da se stessa.
Lui, il marito, un buon uomo sì, ma puntiglioso e brontolone, le contava ogni etto che ormai tendeva a lardellare i suoi fianchi e non la guardava più negli occhi, mostrando quella emozione che l’aveva sempre conquistata. Allora sì che i sensi dilagavano. Ricordava le loro pazzie come far l’amore di sera in spiaggia e fare il bagno nudi, con i corpi che ad ogni onda e carezza sussultavano… che bei tempi quelli. Ora non più. Ora solo quel loro letto senza fantasia, senza passato e senza futuro.
Insomma non voleva giustificarsi, ma non se la sentiva ancora di raggiungere la pace dei sensi. Troppo presto e poi perché?
Certo che qualche ragione c’era, ma niente che potesse giustificare quelle telefonate, quella storia iniziata senza che lei volesse e senza che ci fosse un vero senso. Innanzi tutto lei non aveva fatto niente perché tutto questo accadesse; e poi tutto questo cosa? L’aveva visto solo una volta, in una riunione di lavoro, lui giovane, rampante, pronto nella parola, sicuro di sé. Un bel vedere davvero, ma niente di più. Anzi a dire il vero era da molto che in queste situazione lei teneva un profilo basso, ormai neppure il lavoro poteva darle grossi stimoli. E lui era stato gentile, rispettoso, quasi galante. Niente di speciale se si pensa che, avendo davanti una carriera da fare, anche l’appoggio di un’anziana collega poteva andare bene.
In ogni caso, la questione sarebbe finita lì, lui in una sede all’estero e lei la solita routine. Se non fosse che lui aveva preso a chiamarla, un insieme di lavoro e voglia di cazzeggiare, una forma simpatica di galanteria indiretta che l’aveva fatta sorridere.
Chi ci pensava che le parole avrebbero preso una nuova direzione, fossero diventate famigliari, affettuose, quasi intime e che alle risatine di lei lui avrebbe risposto in modo così… così come? Serio? Puntuale? Incredibile?
Va da sé che lui poteva avere quante donne voleva, se non altro aveva una moglie giovane e dei figli: uno o due non lo ricordava. Ma se voleva una storia la poteva cercare in un più comodo territorio di caccia, non a migliaia di chilometri di distanza. Che senso aveva? Anche se, proprio per la distanza, mai nessuno avrebbe saputo o sospettato. Ma sospettato cosa?
Il loro gioco stava solo nelle parole, nei toni di voce, nei significati nascosti. Qualche lunga telefonata che non era giustificata da lavoro o da un profondo rapporto di amicizia, solo da uno strano bisogno di dire, sentirsi dire cose strane senza senso o solo di ascoltare quella voce.
Se lo era detto un sacco di volte: “Non è cosa per te. E’ una storia sbagliata. Forse addirittura mal interpretata. Svegliati. Non farti coinvolgere. L’unica che ne ha da perdere sei tu”.
Ma lui, con quella voce così suadente, quasi di un bambino che implora, le andava ripetendo che era lei che voleva. Era preso dal suo sorriso, dai suoi occhi, dalla sua bocca, dal suo corpo, neanche avesse una foto sottomano. Altro che etti in eccesso, tutto era perfetto per lui. Non c’era verso di farlo desistere, né i dati di fatto incontrovertibile, né il buttarla sul ridere facendogli presente che ormai nell’azienda, visto che stava sulla soglia della pensione, non valeva che come il due di picche quando il gioco che vale è spade.
Non c’era stato verso, né mariti, mogli, figli e responsabilità erano stati sufficienti a sottrarre terreno alle sue avance.
Ma come erano passati dal parlare di vendite, design e nuovi materiali a raccontarsi i sogni più segreti, inconfessabili e irrealizzabili? Perché era chiaro che non si sarebbero realizzati, loro non si sarebbero più rivisti e lei non avrebbe desiderato incontrarlo mai più (a meno che non impazzisse del tutto che già era sulla buona strada). Non avrebbe saputo che fare. Si sarebbe vergognata di quelle parole dette all’ombra di un cellulare. Non avrebbe resistito senza sentirsi morire, se lui le avesse chiesto coerenza.
Glielo aveva domandato un sacco di volte: “Ma perché? Che cerchi da me? Sono molto più grande di te. Non sono particolarmente avvenente. Non ho una posizione importante. Ho marito e figli. Potrei essere tua madre.” E ad ogni punto lui ribatteva che…. oh lasciamo stare era inammissibile.
Ma lei aspettava con ansia le sue telefonate, se non c’erano le mancavano. Una mancanza fisica che nessuno poteva capire, né i colleghi né le sue amiche, che erano o accompagnate da uomini senza sostanza, oppure alla ricerca di un uomo fino allo sfinimento.
Aveva persino pensato di dirlo a suo marito, che chissà che si fosse risvegliato dal letargo degli orsi in cui si trovava. Magari ne avrebbero ricavato una nuova sferzata di giovinezza e anche lui si sarebbe accorto delle doti che lei che, comunque andasse, non credeva di avere.
Strana cosa la vita: ti regala, a volte, delle cose che tu non le hai nemmeno chiesto.
Ma adesso si domandava cosa avrebbe fatto se lui le si fosse presentato alla porta dell’ufficio: avrebbe finto di conoscerlo appena? L’avrebbe trattato con amichevole distanza? L’avrebbe allontanato come la peste? E che ne sarebbe stato di tutte le parole dette con dolcezza e passione, oppure di tutte quelle taciute?
Cercava dentro di sé un normale senso di colpa. Ma la colpa di cosa? Lei non aveva colpe, non aveva fatto del male a nessuno. Lei ci sarebbe stata sempre per la sua famiglia, suo marito sarebbe stato quello di sempre, i suoi figli sicuri del suo affetto e lei sarebbe diventata nonna molto presto, avrebbe scordato tutti quei grilli per la testa, tutti quei pruriti che non sarebbero mai stati grattati. Lei ormai era sorpassata. Era come la bella addormentata nel bosco, da troppo tempo, tutti se n’erano dimenticati e il principe non sarebbe più andato a risvegliarla.
E di una storia sbagliata sarebbe rimasto solo un soffio caldo sul collo. una palpitazione più forte nel cuore, un sogno ad occhi aperti… niente di più. Però doveva fare qualcosa perché lui si dimenticasse del suo numero di telefono, e poi lei avrebbe fatto la sua parte. Perché non era come con la droga, lei avrebbe potuto disintossicarsi benissimo, in ogni momento, perché qualche parola di troppo non dà assuefazione… oppure sì?
Bastava solo che lui non tornasse, bastava non vederlo sulla porta del suo ufficio, che poi si sarebbe anche accorto di aver sbagliato persona, insomma che non era quella che lui credeva, che si ricordava male. Bastava farla finita subito, se solo ci fosse riuscita.
E intanto stava ad occhi fissi, ad aspettare una telefonata che prima o dopo, a rigor di logica, non sarebbe più dovuta arrivare, ma sperava che fosse dopo… molto dopo…

C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

Klimt-le-tre-eta-della-donna
Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

Tempo senza pietà

In Amici, Anomalie, personale on 9 luglio 2013 at 8:43

Marylebone Cricket Club members wait in a queue outside the ground before the second Ashes test cricket match between England and Australia at Lord's Cricket Ground
La percezione del valore del tempo credo sia soggettiva. Io col tempo ho avuto sempre un discreto rapporto, direi quasi buono. Ho accettato i cambiamenti che ha portato sul mio corpo, un po’ meno su quelli che cercava di portare nel mio modo di pensare e di agire. Involontariamente, però, il tempo agisce sul corpo delle persone in modo tale che non si riesce più a farcela a sostenere i “principi fondanti” del proprio essere.
Esempio è che per carattere vorrei dopo una stressante giornata di lavoro, farmi una doccia veloce e andare a quel benedetto cineforum culturale che tanto aspettavo, anche se contemporaneamente potrei passare a quell’incontro irrinunciabile sulla “green-economy”, senza contare che alla fine, prima di tornare a casa potrei, trovarmi con qualche amico al pub per parlare un po’ di politica o degli ultimi eventi in Egitto o Turchia.
Ovviamente ho la testa che è pronta a tutto, anzi ancor prima di pensare ho già fatto, ma non così il mio corpo che batte in ritirata e che mi ricorda che sono troppo vecchia per tutte queste attività.
Certo è che ho l’età per essere in pensione, per strafottermi una quantità di televisione per una buona parte della mia giornata, per non occuparmi dei mali del mondo: in fin dei conti io, personalmente, per età e condizione non posso farci veramente niente e poi di mali ne ho pure io in quantità industriale.
Ma allora perché non mollo l’osso e schiatto dietro a tutto o almeno a una buona parte di quel tutto, senza ammettere che a volte proprio non ce la faccio più?
Presenzialismo? No, non direi, non mi importa di quello che dicono gli altri, mi importa solo che vorrei sapere e conoscere di più, vivere di più. E se questa è una malattia, allora sono certa, io sono molto malata.
Il problema comunque non è quanto io riesca a voler fare e quanto poi nella realtà io faccio, ma il corollario di amici e conoscenti che non riescono a uscire dalle maglie di una vita di persone di mezza età e in pensione.
Incontro un gruppo di amici seduti al bar davanti al loro caffè decaffeinato (almeno questi non giocano a carte, come quelli del Bar Sport) che mi guardano passare con un po’ di commiserazione negli occhi. Ma dove va quella? Cosa corre a fare? Ma non ha proprio niente di meglio che correre qua e là piena di impegni, perchè non si gode la vita come facciamo noi?
Che poi a me della loro vita non invidio niente. Poche cose da dirsi, niente di nuovo su nessun fronte…
Una coppia di amici: il tempo scandito in risveglio, colazione al bar, lettura di quotidiani, pranzo, pennichella, televisione e cena. Lei che spera che lui vada a letto per riprendersi il telecomando.
Altri due: loro sono sportivi, vanno in barca, e questo è bello almeno per la parte dell’anno che si può fare, ma non si parli delle cose del mondo perchè sono cinici e prevenuti, hanno già visto tutto e non credono più a niente.
Poi c’è l’amica vedova che non sa dove andare e cosa fare da sola, e per fortuna che ha i nipoti di cui occuparsi quando la figlia esce con le amiche o con il marito. Per fortuna i nipoti sono la sua vita.
E via di questo passo, tanta gente stanca, disinteressata, che per veder gente va al bar e per sapere del mondo legge il quotidiano e che già va bene così, visto che c’è anche chi si rintana in casa a guardare la televisione e che televisione.
Il tempo davvero è senza pietà se trasforma la gente, sia i volenti che i nolenti, riducendogli sia i pensieri che i movimenti. Non ha pietà perchè oltre al peso degli anni, dei ricordi e del proprio vissuto, un essere umano deve portarsi addosso anche il peso della sconfitta di non poter più essere un vero attore nel mondo e solo una semplice comparsa. Certo ti consente di esserci, malgrado tutto e comunque, ma perchè non poter essere ancora padroni della propria vita? Oppure perchè pensare che essere vecchi pretenda il prezzo di volare basso, anzi di poter tentare solo dei saltelli che al volo non anelano più.
E non datemi quelli che se li incontrate vi raccontano tutti i loro malanni, come se a saperli tutti, per te, possa essere il viatico che ti accompagna nella vita. Che noia pazzesca.
Sarà per quello che ho trovato un compagno che mi somiglia un po’ e che malgrado una pigrizia atavica, alla fine mi segue o mi anticipa in una corsa divertente che non ha vincitori.
Sarà per questo che da qualche anno mi rifiuto di sedermi in un bar e di portare l’orologio al polso. Un vezzo per sdrammatizzare il passare del tempo e per non perdermi in chiacchere inconcludenti. Un ritorno al vecchio sistema di controllare la posizione del sole o il colore della luce. Chiedetemi che ore sono e vedrete che sbaglio solo di pochi minuti. Chiedetemi la direzione e vedrete che i miei occhi indicheranno sempre: adelante, avanti chiaramente con nessuna voglia di restare indietro. Incapacità di accettare che tutto ha un termine, una scadenza, anzi forse proprio perché la scadenza si fa sempre più vicina, non penso di doverla assecondare mai.
Insomma, non accontentarti mai finché avrai tempo di sognare.

Fragole e sangue

In Anomalie on 18 novembre 2010 at 11:16

Era il 1968 e si protestava per una guerra lontana, ma non troppo, visto che uccideva i giovani di quella generazione.
Oggi nel 2010 esistono altre guerre anche meno lontane, ci siamo abituati, nessuno protesta più,  nessuno mette qualcosa in discussione.
Give Peace A Chance è solo una vecchia canzone.

25) La scoperta dell’alba

In Un libro al giorno on 2 luglio 2010 at 12:00

È un’alba semplice, quella di oggi. Da quando il mio orologio biologico ha cominciato a svegliarsi regolarmente all’ora in cui il giorno comincia, io ho preso a organizzare la natura dell’alba. Ho iniziato a leggere le differenze tra quelle delle diverse stagioni, a selezionare e preferire le combinazioni dei colori, le posizioni del sole. Ogni alba ha un senso, uno diverso. E un grado di intima complessità. Ma l’alba non ha dignità. Né le enciclopedie, né Google si occupano di lei. È considerata solamente una scansione del tempo che passa, un viandante invisibile e leggero. Invece non è così. Le albe che vedo da un anno, ogni giorno, sono anticipazioni di Dio. Sono silenzio e grandezza, pausa e attesa, inizio e fine, tradizione e cambiamento. Le guardo come se fossero un mondo possibile, intenso, lieve, pieno di colori. Ma qui, nella soffitta dove mi rifugio appena sveglio, non siamo soli, l’alba e io. Ci sono molti compagni: il respiro di mia moglie che dorme nella stanza vicina, i denti digrignati a intervalli regolari da mia figlia Stella e una musica lontana che si diffonde dalle cuffie dell’ipod che mio figlio non ha saputo spegnere prima di addormentarsi. Così, perso per perso, accendo il televisore e lo lascio muto, come un colore di traverso. E ogni tanto sposto gli occhi. E mi sembra, nel fresco del mattino, di poter vivere in pochi istanti il senso del nostro tempo.

Soluzione

titolo: LA SCOPERTA DELL’ALBA

Autore: WALTER VELTRONI

tema: L’uomo, che si presenta al lettore in prima persona, lavora all’Archivio di Stato: raccoglie cataloga, legge, diari di persone qualunque stampate spesso a spese dell’autore che raccontano vicende di vita non eccezionali rese durature dalla carta, “storie di piccoli eroi, di illusioni perdute, di sogni inseguiti inutilmente”.
Tra questi piccoli scritti ignorati da tutti, uno lo aveva colpito in modo particolare perché Andrea, il principale soggetto di cui il diario di una donna sconosciuta parlava, era un ragazzo down, dolce, affettuoso, desideroso di una libertà e di una autonomia che la sua diversità inevitabilmente gli precludeva.
Anche il quarantenne Giovanni Astengo, la voce narrante, aveva attraversato il trauma di quella donna ignota: l’attesa di un figlio, in questo caso un secondo figlio che seguiva di otto anni la gioia per l’arrivo del primogenito Lorenzo, e la scoperta dolorosa della sua particolarità. La difficoltà di comunicare la cosa al fratellino e l’amore che cresce fortissimo sia in lui che in Lorenzo, ma che si fa strada con maggiore difficoltà nell’animo della moglie, dominata da inconsci sensi di colpa per aver dato la vita a una creatura “imperfetta”. Stella, la sua bimba down, ora ha dodici anni ed è una creatura dolcissima e sensibile, colpita dalle crudeltà degli altri bambini, entusiasta delle opportunità di vita che le vengono offerte, attenta a ciò che la circonda e triste per i silenzi che sente aver creato una barriera tra i suoi genitori. Lorenzo, è ormai un giovane uomo, ha tre grandi passioni: la sorella, Italo Calvino e la pallacanestro, oltre al desiderio talvolta di condividere con il padre la “scoperta dell’alba”.

Un viaggio negli Stati Uniti in cui Lorenzo porta con sé la sorella, dono immenso per lei, difficoltà estrema per lui, mette tutti i componenti di quella famiglia di fronte ai propri limiti forse mai confessati, ora salutarmente riconosciuti.
Per la prima volta però Giovanni prende le distanze dalla sua complessa situazione familiare, coinvolto com’è da una vicenda lontana ma all’improvviso fattasi presente.
È il passato il tarlo che costantemente gli tormenta la mente: un padre sparito da un giorno all’altro senza una spiegazione, un’infanzia orfana della presenza di un uomo che però, forse, è ancora vivo.
Da qui si dipana la seconda parte del romanzo in un clima magico, irreale, forse un sogno, forse un incubo…
Il bisogno di verità non si ferma di fronte alla paura della scoperta e questa diventa un nuovo, terribile peso per l’anima, ma la scrittura, la parola che dura nel tempo e che è condivisa, potrà essere la salvezza.

Piccole distrazioni

In personale on 4 maggio 2010 at 5:27

Leggendo il raccontino l’ospite a capo tavola di Mario, ottimo narratore di “E’ solo un blog“, ho provato la sensazione di un deja vue che mi ha lasciato quasi senza fiato. La donna affranta dalla perdita del marito, ogni sera, ugualmente, prepara la cena per lui e soprattutto acconcia anche il suo piatto a capo tavola. Lei aspetta il suo ritorno perché sa che ritornerà e una sera qualunque, quando nessuno può vedere, lui si risiede al tavolo con lei e prende, in un silenzio pieno di significati, la sua cena assieme alla sua compagna. Vi confesso che ho vissuto pure io questa situazione, sarà per abitudine oppure per quelle piccole distrazioni che non sai mai come giustificare che avevo preparato il tavolo per tre, per fortuna, rendendomene conto in tempo, prima che mio figlio, fin troppo giovane, se ne potesse accorgere.
Altre piccole distrazioni mi hanno colpito come coltellate nella vita, o almeno lo sono state fino a che il tempo non ha fatto il suo percorso. Rielaborare il lutto è un percorso talmente complesso e soggettivo che non significa per tutti la medesima cosa. Per me è stato un faticosissimo riappropriarmi del dolore, perché la sofferenza forte ed improvvisa rilascia delle potenti tossine e per molto tempo il dolore non fa male. Stranamente lascia senza respiro, ma non ti stritola. Questo succede con il tempo, quando gli aiuti e i supporti di cui ti circondi li allontani perché sai di dover far da sola. Arriva il momento del dolore e allora sì che capisci quello che ti è successo e ci fai i conti. Ma col tempo, si arriva ad un punto che sorridi per quelle piccole dimenticanze o smemoratezze che diventano degli attimi di leggerezza e autoironia. Quello non fa male, no, anche se ti trovi a parlare di una persona passata usando un verbo al presente e anche se prepari per la cena proprio quel piatto lì, che veniva così appezzato, ma che invece a te non piaceva e non piace affatto.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: