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E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

Altri percorsi

In amore, Cinema on 28 luglio 2010 at 11:29

La mia vita è andata come doveva andare. Certo che a pensarci bene avrebbe anche potuto andare diversamente. Bastava poco. Un niente. Eppure come si fa a dirlo, ad esserne sicuri. Forse bastavano delle decisioni diverse qui e là. Forse bastava solo che quel giorno piovesse oppure che avessi ricevuto una telefonata o una lettera. Avrebbe potuto andare bene anche che fossi uscita ed avessi comperato un giornale oppure che fossi entrata in una libreria o che il mio fratellino più piccolo avesse un po’ di tosse. Qualsiasi occasionale “incidente” avrebbe potuto rendere diversa la mia vita. Ed invece la vita era stata quella e non me ne lagnavo. Certo che avrei potuto prendere un’altra strada, se solo fossi stata più attenta, oppure meno disponibile, magari più docile, oppure meno orgogliosa. Chissà quali percorsi avremmo praticato?…
Se ne parlava l’altra sera con il mio compagno. Poi chiamarlo compagno a lui non piace: lo fa sentire provvisorio. Forse ha ragione, di compagni non ce ne sono più. Magari avrei potuto dire fidanzato, ma anche qui il termine è piuttosto anacronistico e poi c’è quel divenire che fra noi è già un divenuto. Beh insomma parlavo l’altra sera con Michele. Si parla sempre molto tra di noi e qualche volta si esce dal seminato. Anzi succede spesso. Qualche volta ci si abbandona a sogni che nascono dall’immaginare diverse opportunità nella propria vita. Il caso. Si diceva: “E se quella volta non fossi partito?… E se fra noi tutto fosse continuato, come era successo ad altri dei nostri amici? E se pur ci fossimo perduti allora. Se a quella festa io ti avessi parlato… oppure io ti avessi confessato o ancora se noi ci fossimo accorti?…” Che esercizio inutile. Ma siamo fatti così, io e Michele. Siamo dei sognatori incalliti. Ci piace inventare delle storie. Le nostre o anche quelle degli altri. Magari reinventarle.
Così abbiamo percorso quell’esile sentiero senza se e senza ma. Due ragazzi giovanissimi che vivevano la loro storia nata proprio alle soglie di quel lontano e tanto agognato o vituperato 68. Che poi fosse il 68 noi non lo sapevamo mica. Queste cose si sanno solo dopo. Quello per noi era un anno come tanti. L’avremmo ricordato come il nostro anno d’amore.
Era una storia tra due ragazzi che avevano molto, anzi troppo in comune. Eravamo ugualmente poveri, sognatori, generosi e disponibili. Coraggiosi, forse irresponsabili. Orgogliosi e testardi. Pronti a tutto. Forse no, questo è esagerato dirlo. Pronti a moltissimo, per una coerenza che ci avrebbe portato velocemente a sbagliare. Ma fino ad allora, gli errori erano stati lievi, marginali. Non era stato ancora il tempo delle “decisioni irrevocabili” quelle che avrebbero cambiato la nostra vita. Mettiamo che quelle decisioni non le avessimo prese. Che il destino ci avesse sorriso un po’ di più di quello che aveva già fatto nel metterci assieme. Mettiamo che io non avessi la paura di una sedicenne e lui l’insicurezza di un diciannovenne. Mettiamoci anche che non fossimo stati oggetto di proibizioni, costrizioni, invidia e quant’altro. Mettiamo che avessimo superato quello scoglio dei caratteri che s’incendiavano per ogni nonnulla. Che fossimo liberi di prendere le nostre decisioni e che fossimo stati supportati di un niente dalle nostre famiglie. Oggi dove saremmo arrivati?
E’ bello sognare un’altra vita se qualche volta la tua è stata avara. Senza aver da recriminare troppo. E’ fantastico proiettarsi un nuovo film. Vedere le trasformazioni che il tempo produce sui nostri corpi e sul nostro modo di pensare. I migliori anni della nostra vita. Una lotta che sarebbe stata comune. Un sentiero percorso mano nella mano. Degli abbandoni di cui solo allora eravamo capaci, ma che non avevamo ancora conoscuto. Un film che neanche a Hollywood se n’è mai sentito parlare. Gli attori principali: solo noi. Interpretazioni da Oscar. Diventare adulti sarebbe stato più facile. Alcune particolari decisioni solo nostre. Molti figli di molti colori. Che film stupendo. Noi ancora gli sceneggiatori e i registi. Avremmo imparato la leggerezza che non sapevamo trovare. La libertà di essere noi stessi. La forza di vivere in due. Il più bel film della nostra vita.

Quelle cose che so di lei

In Amici, Donne, Giovani, Ironia, La leggerezza della gioventù on 4 giugno 2010 at 13:35

Con Giulia non c’è mai fine alle discussioni. Oggi è incazzata nera: “La smettesse di rompermi le palle… ” Ce l’ha con sua madre che per gli esami non la lascia respirare.  “Ma ti sembra normale che si intrometta nella mia vita come se fossi una bambina dell’asilo? Non capisco mio padre come fa a resistere…” Era sempre la solita storia, Delia sua madre non può fare a meno di rompere, però è anche vero che Giulia è iscritta all’università in un’altra città e a sua madre potrebbe raccontare quello che vuole e glielo dico. “Smettila Matteo, non la giustificare, lo fai proprio tu che hai la madre che ti ritrovi.” “Beh poverina, non vedo perchè la devi proprio criticare, in fin dei conti e l’unica madre che ho!” Sapevo che scherzando l’avrei portata lontana dalle sue paturnie. “Ma di che cavolo stai parlando? Se potessi mi farei addottare da tua madre, altro che critiche! Tu non sai la fortuna che hai con una madre come la tua. Guarda secondo me neanche te la meriti!” Intanto stava già sorridendo. So che Giulia ha per mia madre una vera venerazione e a volte mi chiedo perché. Non che io non pensi che sia una brava madre, anzi, ma io a lei ci sono abituato e non mi accorgo quasi delle differenze. Deve avere delle qualità se tutti i miei amici le danno così facilmente del “tu” e le raccontano della loro vita neanche fosse una coetanea. Pensandoci bene è la più vecchia di tutti gli altri genitori eppure… Deve essere che lei il ’68 l’ha fatto davvero e a quelle cose lì ci ha anche creduto. Guai a dirle ex sessantottina, va subito su di giri, lei non è mai ex di niente, tanto meno del ’68. Fosse servito a cambiare il mondo. Lei si scusa sempre di non avermi consegnato un mondo migliore. Fosse colpa sua. Comunque io sono stato fortunato, lei non si lagna mai, non è mai stanca, non si fa commiserare, lavora come un mulo e oltre tutto cucina che è una meraviglia. Da chiederlo a quegli “scrocconi” dei miei amici! Le porte di casa sono sempre aperte, il frigorifero sempre pieno, i posti letto si moltiplicano, per forza che poi tutti si innamorano di lei. La cosa peggiore è che pure le mie ragazze le fanno il filo. Bella forza se è lei la prima a fare combutta. Al secondo pasto, a casa mia, tira fuori sempre gli episodi più ridicoli della mia infanzia… è un classico, tutti si divertono al di fuori di me. Però non scherza pesante, lei ridicolizza tutto, soprattutto sè stessa ed è per quello che le si perdona facile. Su lei comunque puoi sempre contare, sa fare le cose impossibili, su questo è geniale, ma sulle cose di tutti i giorni è una vera frana, non sta per niente alle regole, lascia andare.
Su molte cose le assomiglio o forse ho solo imparato da lei. Anch’io come lei riesco a leggere tre o quattro libri contemporaneamente, poi li abbandoniamo in giro e ce li rubiamo a vicenda. Se non la conosci bene pensi che sia una mamma come le altre, ma diffida perchè lei ti frega. Sa un casino di cose e sebbene non abbia potuto studiare più di tanto a volte ci batte tutti nei giochi di cultura generale, ma anche sull’informazione. Non sa niente di “gossip” e guarda poca televisione ma sta molto su internet e scrive anche su dei blog. Non parliamo poi di cinema che è la nostra passione. Lei è specializzata nei film fino a metà degli anni ’90 io per il resto. Pochi secondi e zac ti dice il titolo, gli attori, il regista, se è tratto da un libro e magari anche il numero di scarpe del cineoperatore. Per fortuna io la batto sul cinema attuale, ma a lei non dà fastidio, anzi mi sta ad ascoltare tutta ammirata e orgogliosa. Tra parentesi va a vedere il film che le consiglio..
Non interviene mai nella mia vita, ma è sempre molto attenta, una cosa tipo il “Falchetto Joe”. Insomma non mi scassa le palle, ma sembra sempre sapere tutto di me, chissà chi spiffera della mia cerchia di amici?!? Dice sempre che, se faccio qualcosa di sbagliato anche se sposato e con figli, se mi deve mollare un “memini” (così lei chiama gli schiaffoni, credo spolverando il suo latino antico, dove “memini” sta per “da ricordare”) lo fa senza esitare. Per lei tutto è uno strumento per insegnare e per imparare. E’ una maestrina nell’anima.
Con lei puoi parlare di tutto, non spara mai giudizi affrettati, ti ascolta e vuole capire, molto spesso dà consigli azzeccati e di buon senso, ma del tutto imprevedibili. Insomma non è una mamma classica, no, anzi potrebbe essere catalogata tra le “pazze scatenate” e forse per questo che i miei amici la rispettano e la considerano.
L’unica cosa che la fa uscire dai gangheri sono gli “spinelli” perchè lei figlia dei fiori e fautrice dell’amore libero non se n’è mai fatto uno. Qualche volta scherzando glielo chiediamo “Ma come? mai uno spinello? Ma che sei un’aliena? Lei imbarazzata borbotta: “No, è che gli spinelli rovinano gli stivali nuovi!” Ridacchia senza spiegare perchè, ma credo che dietro quest’affermazione ci sia una storia che varrebbe la pena ascoltare.
Giulia intanto mi ha schioccato le dita davanti al naso: “Ahò Matteo, dove sei finito con la testa. Anche se con te, parlare di testa, mi sembra azzardato! Insomma, mi ascolti? Ma lo sai che ha fatto ieri?” “Chi?” “Ma mia mamma… uffa… con te non c’è gusto, non puoi capire queste cose, che ne sai tu, finisce davvero che vado da tua mamma e chiedo asilo politico”.

Uno speciale atto d’amore

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, uomini on 5 gennaio 2010 at 10:45

Iniziare un nuovo anno è sempre un’impresa complicata. In genere lei si accontentava di fare dei piccoli progetti. Aveva capito, nel tempo, che quelli grandi la scoraggiavano ancora prima di cominciare. Potenzialmente è bello iniziare con grandi progetti, magari scaraventando dalla finestra il gravame accumulato durante l’anno appena trascorso. Dell’anno passato aveva un’idea un po’ confusa, no, anzi, più che altro parziale. Era successo qualcosa durante quell’anno che l’aveva totalmente destabilizzata e questo interveniva così potentemente nella sua vita che ogni altro fatto, ogni altra avventura, fortunata o sfortunata, accadutagli, aveva perso di spessore. Il fatto era una cosa incredibile e strana. A pensarci sembrava quasi una storia inventata da uno scrittore di fantasy nel pieno della sua immaginazione. Poi, lei a queste cose non aveva mai creduto. Tutti sanno che la vita riserva sempre sorprese e che a volte accadono fatti che ti lasciano senza fiato. Lei lo sapeva bene, meglio di tutti gli altri. Spesso la sua vita era cambiata, spesso era ricominciata da uno zero assoluto. Non proprio uno zero che però avesse contemporaneamente provveduto ad azzerarle anche la memoria. In sostanza aveva ricominciato a ricostruirsi una vita, senza poter contare sul passato. Invece, questa volta, il passato le era caduto addosso con l’impatto di una meteorite. Mica una robetta piccola, no, una meteora di quelle che cambiano la storia del mondo. Beh, insomma non di tutto il mondo creato, ma almeno del suo mondo, quello sì.
Era stato un giorno di marzo dell’anno trascorso. Uno dei giorni più difficili del suo tempo. L’anniversario di un lutto che aveva cambiato la sua storia, un anniversario che cadeva in un momento in cui, ancora una volta, la sua vita era stata ribaltata sottosopra. Aveva solo visto un nome in un social network che frequentava a tempo perso. Quel giorno il tempo era più perso degli altri. Aveva incontrato proprio quel nome. Aveva provato una stretta al cuore, una specie di timore e ritrosia vagamente bordati di una sorta di sorda gioia, ma talmente nascosta da sembrare quasi sgomento. Quel nome per lei aveva un significato che nemmeno a lei era mai stato completamente chiaro.
A ragionarci su la cosa era semplice. Non servivano tutti quei timori. Era solo il nome di un ragazzo che aveva conosciuto nella sua gioventù. Ormai una gioventù che era da tempo perduta. Aveva fatto un calcolo, all’incirca si trattava del mitico ‘68. Aveva avuto con lui una storia finita in un modo che lei preferiva non ricordare. Lei ci aveva messo molto di suo e si era sempre sentita a disagio in seguito, quando si erano incontrati. Insomma vedere un nome e innescare tutto quel carico di ricordi a lei sembrava davvero esagerato. “Ma dai! Chi dice che è lui? E poi anche se fosse lui di certo non si ricorderà di me.” Si era detta con un po’ di apprensione nel cuore, ma anche certa che non poteva essere così. Sarebbe bastato chiedere l’età, bastava sapere se avesse un fratello di nome Enrico… Anche di lui si ricordava con precisione, era solo leggermente più giovane, ma per tutti era il “piccolo”. Lei rammentava di avergli voluto bene. Poi si erano persi tutti, o almeno quasi tutti. Non si trattava solo dei due fratelli, ma anche di tutti gli amici di allora. I sessantottini. Loro, assieme a tutti gli ideali che li avevano nutriti allora. Lei sapeva di essere stata la più colpevole. Lei era certa di aver avuto, proprio sullo scompaginare il gruppo, la responsabilità maggiore. E poi lui. No, non poi, diciamo prima di tutto lui…
Mandare quella semplice richiesta era stato facile e difficilissimo allo stesso tempo. Si era chiesta se fosse il caso e si era risposta che proprio non lo era, eppure non aveva resistito e gli aveva chiesto l’amicizia accompagnandola con un breve messaggio di chiarimento. Quella sera aveva continuato a raccogliere scorie della sua memoria. Sapeva di aver parlato di lui solo pochi giorni prima con un caro amico, sapeva di averlo messo tra i suoi pochi ricordi di massima felicità. Un puro caso, davvero. Quel ricordo era così chiaro e nitido nella sua memoria da farle paura. Tutto il resto era sepolto sotto una coltre limacciosa. Non che fosse stato necessario dimenticare, ma sicuramente era stato utile. Una vita a volte si sviluppa meglio senza il peso delle altre vite passate. E lei di vite ne aveva avute parecchie, forse troppe.
Non aveva voluto pensare all’eventuale risposta. Si diceva che non era poi così importante. Le ultime notizie che ne aveva avuto risalivano ormai a tanto tempo prima, ma la vita sembrava essergli stata almeno un po’ più leggera della sua. Una vita normale, concreta e serena per un ragazzo che… A pensarci bene si ricordava che tutta quella normalità e serenità intorno a lui le facevano uno strano effetto. Non che non gli aspettassero di diritto, solo che apparivano incongruenti. Gli si addicevano di più le cose eccezionali. Ma, ormai, era arrivata a pensare che anche la normalità era un gesto straordinario ed eccezionale. Difatti la normalità e la straordinarietà non erano cose per lei. Lei aveva sempre vissuto sopra le righe, qualche volta anche sotto, ma tra le righe mai, quelle non sapeva cosa fossero.
La risposta non tardò. Come già aveva intuito era quel ragazzo. Quello dagli occhi verdi. Il suo ragazzo del ‘68. Non avrebbe potuto essere qualcun’altro, il destino se gioca, sa giocare bene le sue carte.
La risposta aveva messo un carico da 90 alla sua memoria. Lui non aveva dimenticato. Aveva cercato di nascondere quei ricordi sotto il peso di altri, più sostanziali, anzi li aveva barattati con una vita piena di responsabilità e di piccoli grandi atti d’amore, coraggio e di ribellione che avevano minato, alla fine, la sua serenità.
A quel punto tutto era così strano e così precipitoso lo scrivere che a ragion di logica si sarebbe dovuta ritirare. Se lo proponeva, per infinite e valide ragioni. Non era più il tempo di rischiare, era troppo stanca, troppo dolente. Eppure le sue mani correvano alla tastiera e compilavano una risposta altrettanto diretta, anche se apparentemente più cauta. Non poteva succedere ancora, non poteva accadere un’altra volta che fra di loro le parole fossero così facili, immediate, e i significati così comprensibili a tutti e due. Erano passati più di 40 anni. Ora erano vecchi. I loro occhi certo non conservavano più l’antica luce. Almeno questo era quello che lei pensava. Almeno questo era quello che comunemente accade fra la gente comune. Alla fine si era arresa.
In quell’ultimo anno aveva capito che niente per loro due era mai stato comune. Aveva imparato che si tende a dimenticare solo quello che fa male. Gli atti d’amore non si scordano mai. Ecco perché all’inizio del nuovo anno lei si trovava a fare piccoli progetti per il futuro. Cose quasi di tutti i giorni, ma che serbavano una luce nuova, un nuovo sapore. Il suo progetto per il futuro l’aveva già fatto, le era cresciuto nel cuore, aveva occupato tutta la sua vita, le aveva ridato calore allo sguardo e movimento alle mani. Quel progetto aveva rimesso in moto il mondo intero ed il suo mondo, anzi il loro mondo. Aveva riportato alla luce i legami che era stati sciolti allora e che si erano riannodati. Aveva portato alle loro bocche nuove e antiche parole. Aveva ridato luce a quel tempo dove la luce era ritornata ad essere un sogno. Quel progetto per la verità era un antico progetto, era qualcosa di semplice e normale e senza timore poteva dire che si trattava di uno speciale atto d’amore.

La lametta

In Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, Senza Categoria on 12 novembre 2009 at 17:23

 lametta

La teneva nella scatola delle “sue cose”. Ossia quella scatola dove teneva le poche cose che alla sua giovane età era già riuscita a raccogliere. Era una scatola di latta che stava nascosta dentro al cassetto del suo comodino. Era tutto difficile. I fratellini vivaci e distruttivi, come tutti i bambini pieni di vita, non dovevano trovarla, l’avrebbero aperta e sparpagliato il suo contenuto ai quattro venti. Ma erano poi solo quattro i venti? A pensarci bene le sembravano molti di più. Erano domande oziose, che non portavano a niente. Poi lei se ne scordava subito. Ma ai fratellini doveva prestare sempre attenzione. A loro i suoi “tesori” sarebbero sembrati i giochi più divertenti da inventare. Adoravano le cose sue e se ne impossessavano appena girava la testa. Così avevano rotto il suo bambolotto di celluloide, quello che aveva chiamato “Cori”, chissà perché. Sì, non aveva più l’età delle bambole, questo era vero, ma a quel bambolotto ci teneva, perché portava gli abitini che le aveva confezionato la sua nonna prima di morire. Sembrava una storia strappalacrime, eppure era vera. Ovviamente loro ci avevano giocato lanciandolo nel vuoto. Povero bambolotto, ci aveva lasciato la testa e gli abitini erano stati buttati. Cerchiamo di capirci, lei ai fratellini voleva un gran bene. Nella sua famiglia erano la sola cosa a cui teneva davvero. Anche di fronte ai loro malanni lei non si lasciava scoraggiare. Li guardava come una chioccia guarda i suoi pulcini. Li amava teneramente. Li difendeva anche dalla noncuranza dei suoi genitori. Lei quella noncuranza la conosceva bene. Faceva molto male. O più che altro faceva crescere male. Certo teneva anche alla sua scatola di latta. Più che alla scatola,  al suo contenuto. Ogni tanto la apriva e ripassava il suo tesoro. C’erano quelle lettere del ragazzino biondo con cui si era scambiata, l’estate prima, qualche bacio furtivo e molte confidenze. Un amore che la lontananza sbiadiva. C’era una collanina di vetro che era il pegno di quell’amore ormai distante. C’era qualche foglio in cui erano annotate delle poesie. Un libretto rosso che fungeva da diario. Un penna stilografica di madreperla bianca, immagine di altri tempi. E c’era pure una lametta. Certamente tra quelle cose era la lametta a stonare di più. Tutto il resto poteva appartenere agli oggetti di una ragazzina appena uscita dalla pubertà, ma la lametta no. Che ci faceva una lametta tra i suoi tesori ? Era difficile spiegare. Eppure tentava di farlo anche con se stessa. La questione era che ad una certa età la libertà non è quella che ti porta a vivere o almeno a decidere di se stessi. La libertà assomiglia di più all’estrema decisione di voler vivere oppure no. La libertà, si sa bene, è un principio importantissimo sopratutto per una come lei che si sentiva soffocare tra quelle mura. Aveva grandi sogni, lei. Non le bastava quello spazio. Non poteva sognare in quella casa. Insomma la libertà è il principio fondamentale che regola il mondo. Ma perché solo il mondo degli adulti? Lei libera non lo era proprio. Suo padre era all’antica e mica si accorgeva di avere una figlia che stava varcando il mondo dei grandi. In accordo con sua madre le poneva tutti i veti possibili, anche quelli più irragionevoli. Non solo quelle limitazioni. Nessuno le faceva sentire di essere amata. Ma questa era un’altra cosa. Ormai ci aveva fatto l’abitudine. Ma riguardo alla libertà… era troppo importante, lei amava la libertà, tanto quanto amava i suoi fratellini. Per la verità anche loro condizionavano notevolmente il suo sentirsi libera. Poi era lei che a pensare di lasciarli soli…. beh… insomma si sentiva in colpa. Lei voleva andarsene, voleva vivere la sua vita, non voleva limitazioni, non voleva dover pensare agli altri. Tutti le  imponevano qualche cosa. Come doveva comportarsi, come doveva parlare, cosa dire, cosa pensare. Doveva essere responsabile, ma la responsabilità doveva essere applicata alle altre persone, mai riguardava se stessa, la sua autodeterminazione. Ma tutto questo la portava lontano. E poi non era solo perché avrebbe voluto prendere un treno per andare a trovare il suo ragazzo biondo. Questi erano motivi banali, cose marginali, lei voleva vivere per davvero. Ma torniamo al punto. Perché la lametta? Un po’ si vergognava ad ammetterlo che era la sua valvola di sicurezza. Un po’ le era faticoso sopportare questa mancanza di coraggio o forse le sembrava anche la sua maggior dimostrazione di coraggio. Quel coraggio estremo che solo la gioventù può concepire. Il coraggio della disperazione. Ma lei, che ancora non gli era stato dato di vivere, pensava che la libertà estrema avrebbe potuto venirgli solo da un atto estremo. L’unica libertà che poteva avere era quella di decidere se voleva o meno vivere la vita. Non quella vita, la sua vita. Ecco che la lametta stava lì a farle da monito. Lei era libera di scegliere. Intanto, nell’altra stanza, le grida dei bambini avevano distolto la sua attenzione dai cattivi pensieri. Le venne in mente il ragazzo dagli occhi verdi che ormai le sembrava dolorosamente, seppur vagamente, perduto. Le vennero in mente le facce allegre dei suoi fratellini. Aveva deciso, avrebbe tenuto la sua lametta nella scatola ancora per un po’, non avrebbe fatto male a nessuno. Prima o poi l’avrebbe gettata si sa. Probabilmente l’avrebbe tenuta fino a quando  i suoi fratellini fossero cresciuti e lei se ne fosse andata da quella prigione.

Femminilità

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 9 novembre 2009 at 15:45

fiore

Guarda se tutta la vita doveva faticare a far affermare il suo essere donna. Non era nata bella, ma questo a volte era stata una qualità che le aveva permesso di stare in mezzo alle altre e spesso di essere apprezzata per quello che era. Una donna pratica e “bastantemente” intelligente. Certamente non era ricercata come Rossana, la sua amica. A lei le cose arrivavano senza che le volesse. Anche i ragazzi. Non solo i migliori, ma anche quelli che non se li sarebbe filati nemmeno lei. Ma come si faceva a spiegare. Loro due se ne andavano quasi sempre assieme. Rossana la veniva a prendere al lavoro e poi gironzolavano in centro, dove incontravano sempre degli amici. Stavano sempre assieme, loro due, mica perché non ci fosse nessuno ad aspettarle. Eh no, loro avevano un bel giro di amici pronti ad accompagnarle ogni dove. Era una bella sensazione, anche se alla fine lei era la prima ad essere riaccompagnata a casa. Veramente lei era quella che abitava vicino alla piazza, in centro. Tutto iniziava lì e tutto finiva lì, almeno per lei. Rossana no, lei si portava via tutti i ragazzi che erano pronti ad accompagnarla a casa, anche se avesse abitato in capo al mondo. Perché nessuno si rendeva conto che anche a lei sarebbe piaciuto finire le serate un poco più tardi? Perché gli altri la vedevano solo come una buona amica? A volte si chiedeva se fosse un problema di femminilità. Non amava parlarne con l’amica. Ma che ne poteva capire lei della necessità di sentirsi donna? Tutti la guardavano e finivano fulminati. Eppure sfoderava quell’aria un po’ seccata. Aveva quell’aria da donna superiore che a pensarci bene faceva un po’ di rabbia. Ma che cosa aveva di così diverso Rossana. In fin dei conti anche lei si considerava piacente, anche lei dispensava sorrisi. Molto spesso si mostrava interessata alle storie degli altri. A tutti piace sentirsi ascoltati, anche a lei… ma perché nessuno si prendeva la briga di chiedere come la pensasse e come avrebbe preferito che il mondo girasse? Quella sera poi che avevano conosciuto Michele, Rossana sembrava non essersi accorta di lui. Meglio così, aveva pensato. Michele era diverso dagli altri ragazzi e non si sarebbe fatto conquistare dalle solite cose che vedevano gli altri. Con lui avrebbe parlato per ore, avendone la possibilità, avrebbe detto di sé ogni pensiero. Si sarebbe abbandonata con trasporto alla sua voce profonda e al suo sorriso scanzonato. Lui avrebbe capito le sue qualità e avrebbe saputo valorizzare la sua femminilità. Bastava poco, molto poco. Ma i giorni passavano e lui, che si faceva trovare ogni sera, le dedicava solo una distratta amichevole attenzione. Parlava con l’entusiasmo di un uomo dai grandi sogni. Gli stessi sogni allora erano diventati anche i suoi. Ai sognatori e ai poeti era concesso tutto, così anche lei scriveva poesie. Ogni sera lei gli sfiorava il braccio con il suo seno, con una piccola malizia che lui non avrebbe potuto non vedere. Lei si sentiva pronta. Lei avrebbe avuto finalmente la sua occasione. Avrebbe avuto finalmente la possibilità di superare la sua timidezza. Avrebbe saputo anche mostrare il suo coraggio con lui. Sarebbe diventato il suo ragazzo. Finalmente qualcuno si sarebbe fermato con lei nell’androne semibuio di casa sua. L’avrebbe abbracciata e baciata a lungo. Sarebbe stato di grande soddisfazione salutare Rossana. Lui non l’avrebbe accompagnata con gli altri. Sarebbe rimasto con lei.
Quella sera lei aveva forzato la mano. Era da un po’ che rigirava quella frase nella testa, ma non sapeva con che tono dirla. Non era sicura se per caso avesse aspettato troppo, oppure se il momento non fosse ancora quello giusto. Se ne uscì misurando le parole, tentando almeno di non farle pesare troppo. E così fece il verso al titolo di un libro che aveva appena letto e che era il massimo della sua dimostrazione di anticonformismo: “Ma tu che mi diresti se io ti confessassi che sono innamorata di Rossana?” Michele ci pensò su un poco e rispose sorridendo “Mi dispiacerebbe per te, però come potrei non  capirti? Anche io sono innamorato di Rossana.” Le si erano spente le parole in bocca. Ora non aveva più bisogno di fargli sapere il suo amore. Ma era tutta colpa della sua femminilità che la rendeva diversa e complicata. Nemmeno Michele avrebbe saputo capirla e si meritava una donna come la sua amica. Si prendesse pure Rossana e alla fine se ne sarebbe accorto dell’errore che faceva.

Il buon odore del mosto

In La leggerezza della gioventù on 6 ottobre 2009 at 14:27

Diana era una sua cara amica. Si frequentavamo dalla scuola media. Ma poi, col tempo, si erano perse. Mica per gravi motivi s’intende. A volte in una piccola città non ci s’incontra più, succede. E poi Rossana era partita. E così si erano perse di vista. Lei apparteneva alle amiche che crescendo aveva portato con sé nelle scorribande giovanili. Avevano percorso le strade di quel tempo, seguite dagli sguardi dei ragazzi che loro fingevano di non vedere. Diana era figlia unica. Amata e vezzeggiata. Ma invidiava Rossana perché aveva una famiglia numerosa e un casino di fratellini tra i piedi. Erano diverse, ma complementari. Come erano diverse per altre ragioni Gabri e Marinella, e molto di più ancora Vera che, pur avendo frequentato la stessa compagnia, non era mai stata una di loro. Diana aveva sposato Giovanni. Marinella aveva sposato Alvise perché aspettava Giulia. Gabri aveva sposato Silvano, quello tra gli amici che aveva studiato di più. A quel tempo anche Vera aveva sposato Enrico, fratello di Michele, ma si erano trasferiti in un’altra città e poi s’era saputo che si erano lasciati in malo modo. Tutti gli altri resistevano. Erano assieme dal 1968, un periodo di grandi scoperte e forti emozioni. Tutti questi amici, Rossana, li aveva persi per strada. Loro si erano sposati presto, avevano avuto bambini, avevano una vita che non era la sua. Rossana, invece, aveva preso il volo. Secondo loro lei era salita più in alto. Lei aveva rischiato. Aveva il carattere di chi non si accontenta e continua a cercare. Questo era il loro immaginario. Rossana era quella di loro che aveva studiato e loro la invidiavano. Lei correva la vita come un treno. Lei non si accontentava delle cose di tutti i giorni. Lei voleva di più. E avevano ragione. Rossana aveva investito nella vita tutte le sue energie. Andava a testa bassa contro i mulini a vento e ne usciva a volte vittoriosa ma molto spesso massacrata, ma non si dava mai per vinta. Forza della gioventù. Coraggio dell’incoscienza. Lei non si voleva fermare. Era la vita a rincorrerla e a presentarle il conto nei momenti più impensati. Lei pagava ogni volta. A volte pagava anche di più. Loro non sapevano. Vedevano solo ciò che appariva. Non avevano più la stessa amicizia per poter vedere oltre. Ma tutto questo faceva ormai parte del passato. Gli anni avevano cambiato i loro corpi. Avevano plasmato i loro occhi. Occhi di brave donne che avevano fatto il loro dovere. Occhi di vecchi ragazzi che avevano visto i loro sogni svanire. Eppure erano ancora assieme alle loro ragazze. Le libere ragazze del ‘68.
Rossana era ancora una sessantottina. Era ancora libera e nella vita aveva avuto successo. Il prezzo di quel successo nessuno lo sapeva. Ora aveva ritrovato la sua strada. Aveva ritrovato il suo Michele. Era successo l’improbabile. Si erano persi proprio allora. Lui era partito. Si erano scritti per lunghi mesi. Non si erano mai parlati d’amore. Lui non le aveva mai parlato di tornare. E l’amore finì. O forse fu solo l’assenza a uccidere quei sogni. Lei, dopo, quando seppe della lettera che le era stata nascosta, lo aveva cercato al suo vecchio indirizzo, ma lui non c’era più. Lui non aveva mai saputo. Era rimasto lontano convinto che a tornare non avrebbe più ritrovato assieme alla sua ragazza anche la sua vecchia casa. Lei sapeva allora che la colpa non era stata solo sua, ma se la portava dietro ugualmente. Faceva parte del suo fardello. Aveva cercato di cancellare la memoria e aveva continuato a vivere con il peso della sua colpa. Ma ora Michele era tornato. Erano caduti una nelle braccia dell’altro come se il tempo non fosse passato. Questo era il giusto epilogo di questa storia incredibile. Michele l’aveva perdonata. L’aveva fatto anche senza sapere cosa avrebbe dovuto perdonare. Con lei tra le braccia aveva capito che tutto il resto era stato uno sforzo inutile. Ora ogni respiro era vita. Ora la vita era stare insieme. Certo era ben strano che Rossana si fosse fatta viva con le sue vecchie amiche. Voleva ritrovarsi. Aveva preannunciato una sorpresa. Tutte si erano chieste cosa mai potesse essere. Era passato così tanto tempo. Voleva rivederli tutti, soprattutto Giovanni che lei sapeva essere stato il più “colpevole” di tutti. Era stato lui a farli incontrare. Diana era rimasta entusiasta dell’idea. Aveva organizzato l’incontro nella sua casa in collina. Era la stagione della vendemmia. Il periodo più bello per restare a mangiare nel patio la carne alla griglia cucinata da Giovanni. Erano tutti lì, con i bicchieri in mano, a tagliare il salame e a bere vino. Le donne a parlare di figli, di vacanze e dei bei tempi passati. Gli uomini a parlare di politica, perché nessuno di loro amava particolarmente il calcio. Rossana era arrivata accompagnata da un uomo. Si faceva avanti misteriosamente sorridente. Certo le amiche la guardavano e si accorgevano degli impietosi cambiamenti che erano avvenuti anche in lei. Ma per loro era sempre lei, la stessa ragazza dai capelli rossi, anche se ormai tagliati corti, che manteneva il caldo sorriso di sempre. Vicino a lei quell’uomo. Sarà il suo nuovo compagno, già pensavano. Vai a sapere come mai avrà l’onore di entrare nella cerchia delle antiche amicizie. Le sue amiche se lo chiedevano un po’ sconcertate, ma tanta era la gioia di ritrovarsi che se ne scordarono subito e lasciarono quel nuovo venuto a margine dei saluti. Rossana abbraccia tutti con affetto ed è quasi commossa. Ora si volta e fa avvicinare il suo compagno. “Ragazzi, ecco, come avevo promesso, ho una sorpresa, ho portato con me Michele” e lui si avvicina sorridendo. “Piacere, Michele.” Le mani si allungano per le presentazioni di rito… ma Giovanni è basito, resta immobile, come paralizzato, ripetendo quel nome a voce bassa “Michele…” E’ confuso, quasi intimidito. Diana, ci pensa un attimo ed è la prima a capire e senza troppi tentennamenti butta le braccia al collo a Michele. “Non può essere… ma sei tu? Michele… che gioia. Ma dov’eri?… che cosa hai fatto?… tutto questo tempo…” Domande che si accavallano senza bisogno di avere risposta. Nessuno si rende conto ancora di ciò che sta succedendo. Giovanni è diventato tutto rosso in viso, sembra colpito da un coccolone e appena Michele resta libero dall’abbraccio entusiastico di sua moglie tira giù un tonante “Porcaputtana Michele, sei tu? Sei tornato? Ma porcaputtana che sorpresa…” e lo stringe in un forte abbraccio maschile che fatica a sciogliersi. Giovanni ha gli occhi rossi di pianto e anche Michele è confuso e commosso. Nell’aria aleggia il buon odore del mosto che scalda i cuori. Il sole invece scalda gli ultimi giorni di questa stagione indecisa che fa oramai parte della loro vita. Tutti baciano Michele e chiedono curiosi dove fosse andato a finire. Intanto Giovanni versa un bicchiere di rosso per sé e due per Michele, come ha sempre fatto. Ricorda troppo bene che Michele se non ne ha due, appena può, va a vuotare il bicchiere dell’amico. Quando si avvicina a lui gli chiede: “Sempre rosso vero?” E non si capisce se davvero sta parlando solo del vino. Michele ridendo risponde: “Certamente, rosso, come sempre.” Dopo un poco Giovanni gli si avvicina e gli sussurra all’orecchio: “Ebbravo Michele, sei tornato a casa per riprendere quello che è sempre stato tuo.” Michele e Giovanni stanno guardando Rossana che abbraccia con affetto le amiche e tutti e due sanno che è vero e che fra di loro non serve nessun’altra parola.

Le tre lettere. Anno 1968. Il peccato originale.

In Amici, amore, Donne, Giovani, Gruppo di scrittura, personale on 2 settembre 2009 at 13:48

Novembre 1968     

Caro Michele,

non mi è facile scriverti questa lettera, perché è la lettera che separerà definitivamente le nostre strade. Sei partito tanto tempo fa, i mesi sono passati e io non ho mai saputo se saresti tornato.  Il tempo è passato; troppo tempo, e ti ho sentito molto lontano. Sei partito e per tutto questo tempo le tue parole e i nostri ricordi mi hanno fatto compagnia. Ma le nostre lettere sono state troppo poca cosa rispetto a quello che avrei voluto per noi. In tutto questo tempo ho avuto modo di pensare; di riflettere su quello che siamo stati uno per l’altra. Non sono sicura di cosa siamo stati, me lo chiedo e non so darmi una risposta. Io stavo bene con te e credo che anche tu ti sentissi bene in mia compagnia. Ma la tua partenza ha cambiato tutto. Forse sono solo io ad essere cambiata, oppure siamo cambiati tutti e due e fingiamo di non saperlo. Certo tutto è stato difficile, più di quanto avrei pensato. Mi sei mancato e la presenza degli amici non bastava. Tu lo sai quanto ho pregato i miei di lasciami partire per raggiungerti almeno il giorno del tuo compleanno, ma avere 16 anni non è abbastanza per essere grande. Avevo promesso a me stessa, anche contro la tua volontà, di aspettare il tuo ritorno. Credevo di poterti aspettare per sempre; ma non ne sono stata capace. Credimi, lo volevo veramente. Pensavo che mi sarebbe stato facile vivere nell’attesa del tuo ritorno. Non è così. Il vuoto è stato enorme e la speranza di sentire la tua voce che mi diceva, semplicemente: “Sto tornando”, quella fiammella ogni giorno è diventata sempre più fioca fino a spegnersi del tutto.  Ti confidai, allora, tutti i miei sogni e i miei segreti; segreti di ragazzina, credo avrai riso di me, avrai pensato che ero sciocca ed illusa. Sei sempre stato la persona con cui mi era facile parlare. Mi sembrava che solo tu mi potessi capire. Avevo l’età in cui sognare è bello e la cosa più semplice che c’è. Poi sei partito nel modo che sai, e mi sono sentita sola come non credevo di potermi sentire. Oggi, sono cambiata, non sono più la ragazza che ti ha visto partire. Nella tua lontananza quelle sicurezze che avevo sono venute meno; altre hanno preso il loro posto. Oggi credo di sapere quello che voglio, credo che sia giunto il momento di fare un passo avanti, non posso rimanere ancora sospesa nella tua attesa. Oggi passo oltre e lo faccio con la tristezza nel cuore. Ti dovrei dire grazie per i momenti che abbiamo passato assieme. Sì! almeno questo te lo devo. E, credimi, con tutto il cuore, ti auguro di poter essere felice almeno come spero di poterlo essere io. Mi sono sentita la ragazza più sola del mondo e nella tristezza ho incontrato la mano di un amico. Tu sai chi. Lui mi è stato vicino, mi ha parlato e consolato nei miei giorni tristi, mi ha dato sicurezza nei miei giorni incerti. Gli voglio bene e me ne vado con lui; ti voglio bene e non resto ad aspettarti. Credo  che questa sia la soluzione migliore per entrambi. Spero solo che niente di tutto questo possa cambiare il vostro rapporto di grande amicizia, non voglio diventare un motivo di disagio tra di voi. Penso che ti scriverà presto. Oggi non riesce ancora a superare il disagio di quello che è accaduto, ma sono certa che lo farà presto, l’amicizia è il sentimento più forte che tiene unite le persone e noi ci crediamo fermamente, lo sai.

Credevo di avere molte cose da dirti ma non é così. Le parole mi mancano. Mi sento sciocca. Forse  tu sei passato oltre già da molto tempo e forse nemmeno ti interessano queste povere parole. Forse era quello che ti auguravi, anzi è probabile che le leggerai con un po’ di sollievo, forse la vita è più leggera senza una ragazzina testarda che ti chiede attenzione. Ma dirti addio è dirlo anche a una parte di me; quella parte di me che mi sembrava la parte migliore, ma che oggi è diventata una parte triste e avvilita. Ovviamente devo dire che sono stata bene con te, sei stato dolce e paziente, ma non posso restare quella ragazzina, che hai conosciuto, in eterno. Lui mi vuole bene. Mi è sempre stato vicino. Ha saputo starmi vicino quando la tua lontananza è stata un dolore troppo forte. Magari tu mi troverai stupida se ti dico che credo di averti amato, ma è probabile che l’amore di una sedicenne non sia così importante e non sappia resistere alle difficoltà che la vita ci impone. Sono certa che troverai una donna che lo saprà fare meglio di quanto credo di aver saputo fare io, e forse quella donna è già al tuo fianco, ma spero, ugualmente, che non ti scorderai di me. Spero di non perdere il tuo affetto e l’amicizia, a cui tengo molto. Sappi che ci sarò sempre, per te, almeno finché lo vorrai, almeno finché il tempo lo consentirà.

Scusami per essere stata così poca cosa, per non avere avuto la forza e il coraggio che serviva per tutti e due, un abbraccio, forse l’ultimo

 Rossana

 P.S. gli amici tutti ti salutano e aspettano tue notizie. Giovanni dice che lui sa che tu tornerai. Spero abbia ragione lui perché questo è e resterà sempre il tuo posto e noi i tuoi amici. Il tempo qui è piovigginoso e anche questo mi mette addosso tristezza e malinconia. Qui in Italia gli eventi politici si susseguono. E’ stato un anno strano. Alcune Università sono occupate dagli studenti. La contestazione si sta diffondendo.  Ci sono grandi manifestazioni. Forse è giunto il tempo di cambiare il mondo. Ti mando un sorriso.

La favola (a più mani)

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, poesia, politica on 7 aprile 2009 at 22:32

OGGI. Sembra pregarlo, chiederlo, imporlo. Lei vuole ancora ricordare. Oltre la mia vergogna. Oltre ogni pudore. Anche il suo. Credo che almeno questo glielo devo. Non ho che parole come oggetti contundenti; difficili. Come le dita di allora. Parole insensibili. Come segni che non sanno parlare. Parole povere. Non posso farlo che attraverso loro.
DIARIO: 1 gennaio 1968: Lo abbiamo passato in un bar.


Nel cuore, nell’anima

1967. 16 anni Lei, solo 19 lui. Ragazzi come lo si può essere. Sogni ed illusioni da condividere. Libri da leggere. Musica da ascoltare. Il lavoro, lasciato lo studio. Pochi rimpianti; allora. Niente li poteva fermare. Era tempo di crescere, tempo di chiedere, tempo di dare. Era fretta.
Lei era alta e rossa non solo di capelli e per lui era “la rossa“; Era tutto e troppo. Era l’immagine della sua rabbia; giovanile. Era il suo riscatto. Era anche quello che non sapeva dire. E Lei lo credeva un poeta. Si guardava intorno stranita. Non capiva quello che le succedeva. Se lo chiedeva. Se lo sarebbero chiesto entrambi.
Non avevano tempo per loro. Non avevano tempo per fermarsi. Si cercavano con gli occhi, con le labbra, con le dita. Si cercarono per due mesi. Senza riconoscersi. Senza trovarsi. Poi lui partì, e quasi non fu una scelta politica. Per altri otto si inseguirono con le parole. Anche quelle troppo povere per essere di aiuto. Anche quelle come queste. Ma allora avevano una paura maggiore delle parole. Lei non sapeva di essere donna. Lui non sapeva che fare il ragazzo. La storia li sfiorava e passava loro addosso. La storia. Lei non credeva di essere nel suo destino. Lui non voleva darle un appuntamento. E quella storia finì in modo che sembrava banale. Finì senza bisogno di grandi colpì di scena. Finì soltanto. Senza fanfare. O forse s’era solo interrotta. A quell’età non c’è tempo per ieri. Si guarda solo avanti. Si corre. Si pensa ci sia sempre un posto dove andare. E un altro posto da scoprire.
Ormai era il 1968. Quei ragazzi, bene o male, si credevano gli attori di quel tempo. Ognuno a viverlo per proprio conto. Convinti di esserlo, la storia. Convinti che tutto fosse là. Che bastasse allungare una mano. Convinti che ci fosse sempre un giorno dopo la notte. E lui, allora, non avrebbe fatto nulla per difenderla. Non lo sapeva fare. Era come se l’intero mondo girasse intorno a loro. Un assurdo girotondo che nessuno dei due voleva. E ognuno credeva di esserne padrone, di quel mondo. Ma tutto era cambiato. Loro cambiavano. Gli amici partivano. Gli amici non tornavano. Niente e nessun posto li poteva perdonare. Le canzoni restavano in sottofondo. I libri non si prestavano più.
Era finita ed era il 1969. Lui era tornato. Lei non lo sapeva. Non poteva saperlo. Lui aveva cercato i loro posti, i suoi passi, la loro magia. Sembrava non essere sopravissuto nulla. C’era uno studente un po’ presuntuoso. Non voleva che gli altri la guardassero. Lui scrisse altre poesie che lei non avrebbe potuto leggere mai. Che nessuno avrebbe letto. Che lui stesso avrebbe dimenticato. Nessuna parlava di Lei. Nessuna parlava di loro. Si nascondevano dietro al pudore; le poesie. Dietro. Per chi sapeva leggere Lei era ogni parola. Era dolore, ma era anche sorriso.
Sembrava il tempo passare lento. Per quelle calli passò ripetutamente. Un tempo che sembrava non avere fretta. Non avere fine. Privo di un disegno preciso. Un lungo rosario di anni. Molti amici rinfacciavano a lui ancora di averla lasciata sola. Molti amici avrebbero voluto trattenerla. Per loro. Forse gli invidiavano persino il suo dolore. Nessuno mai a dire a Lei che lui non aveva altra lingua; che non trovava altre parole. Che in ogni nome ripeteva il suo nome. Che non era capace che di scrivere quel nome. Che era rimasta dentro la sua anima. Che era Lei la sua poesia. Ma gli uomini sono solo uomini. Non sempre sanno vedere; nemmeno con gli occhi.
Gli anni posarono la polvere sulle cose. Non c’era più quello studente. Lei si perdeva. Credeva di inseguire la libertà. Di dare uno schiaffo all’anticonformismo. Di continuare a ribellarsi. Lo credeva. Convinta. Restava rossa ma si faceva cosa. E tutto le graffiava la pelle. Non aveva altra paura che di sé. E da sé cercava di fuggire. Nel silenzio. Dentro un bozzolo. Esponendosi. Rischiando. Lui smise di scrivere e di sognare. Chiuse nel cassetto la sua bandiera. Cercò un angolo in cui quel ricordo non fosse troppo invadente. Si scelse una storia concreta. Una donna concreta. Una strada facile. A sognare faceva fatica. I sogni non lo lasciavano stare. Lo cercavano. Lo inseguivano. Gli chiedevano di essere e ricordare.
La vita è continuata. I giorni e gli anni si sono fatti strada. Come un torrente si sono fatti spazio sotto le pietre. Hanno continuato a scorrere. Il tempo non ha rispetto per nulla. Nessuno sa dopo. Conoscere è arte per adulti. Anzi ognuno sa, e ha continuato a sapere. Ognuno sa e non racconta. Quella sarebbe davvero un’altra storia. Del ragazzo, ormai invecchiato, che giocava ancora con i ricordi e sognava ancora la ragazza dai capelli rossi. Dei conti con una vita in autunno. Forse di un cuore che continuava a cercare calore. Forse. E Lei passeggiava le sue giornate. E Lei pagava, giorno dopo giorno, ed in moneta contante, quelle che credeva fossero le sue scelte libere e indipendenti. E stringeva nel suo pugno una vecchia canzone che pensava solo sua.
Cosa poteva succedere ancora per riavviare questa storia interrotta, senza futuro e senza più poesia? Ancora lei, non più la ragazzina di 16 anni, di nuovo la ragazzina, ma non più come una bandiera. Non quella che tutti cercavano. Che tutti inseguivano. Solo una donna ferita. Una donna che nasconde il suo nome e quello che è diventata. Che si cela dietro parole a volte senza senso. Lei, la ragazzina provocante, ancora una volta sfida il mondo e torna ridendo nel suo mondo. Come allora. Per la seconda volta. Si era scordata di saperlo fare. Vede quel nome. Un nome che è un ricordo preciso. Nitido. Finge di non avere paura e chiede “Si ricorderà di me?” scrivendo: “Sei tu?”. Lui non sa cosa si nasconde dietro a quel velo e risponde quasi incerto “Sì, sono io!”. E Lei torna quella ragazza.
Da qui in poi la storia prende il volo, si trasforma in favola. Le Favole per vivere hanno bisogno di nutrirsi di grandi emozioni. E questa non è una favola qualsiasi. Ha emozioni che hanno origini lontane. In un mondo di sogno che non tornerà più, ma quei ragazzi sono tornati e hanno creduto al miracolo. Infondo cosa sono quarantadue anni. Ora paiono un battito di ciglia. E’ facile, ora, anche per lui, dirle quelle parole, gridarle: “Sono tornato“.
Lui la guarda ora con gli stessi occhi di allora. E ama la donna che è. Non ha bisogno di volgersi dietro le spalle. Non deve sopportare il peso del rimpianto. Il volto di Lei sembra il volto di quegli anni. Forse, per lui, quegli anni non possono avere altro volto. Ora a lei donna lui sa dire “ti amo“. E ama quella donna più del ricordo che ha della ragazza.

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