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Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Amicizia: questa frequentazione sconosciuta!

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, Mala tempora currunt, personale on 3 ottobre 2012 at 9:51

Parlare di amicizia in questi anni, a me sembra un esercizio abbastanza al di fuori della realtà. Non che non esista l’amicizia anche oggi, è che di amicizia non si parla più, proprio come se questo sentimento non fosse più di moda e/o un punto centrale della nostra vita.
Nel 1968, si potrebbe dire quasi un secolo fa, passavamo le nostre serate a parlare di amicizia ed amore non facendo poi, a tutti gli effetti, una gran distinzione. Ricordo che per gli amici io sarei stata disposta a fare un po’ di tutto, se non proprio tutto tutto, almeno una gran parte del tutto. Cosa che forse per un amore, a quel tempo, non sarei stata disposta a fare.
Perché fosse così importante l’amicizia allora e non lo sia più oggi non lo so, o forse a pensarci bene lo so, ma non capisco se davvero, quella che penso io, sia la ragione più importante. Sentirsi allora, parte di un unico che ci “comprendeva” e ci rendeva più forti, era determinante. Avere amici era allora la dimostrazione del nostro successo sociale, era il modo per muoversi in sintonia con il mondo, era la nostra forza. Fatto sta che in piazza, allora, c’eravamo, ed eravamo in tanti, partecipavamo tutti agli stessi riti (fossero anche solo quelli di passaggio) dai concerti, alle manifestazioni oceaniche per la pace e alle contestazioni politiche degli anni successivi ed eravamo tutti amici, tutti come un unico individuo.
L'”Io” non esisteva proprio, c’era la predominanza di un “Noi”, un gruppo minore che apparteneva ad un gruppo maggiore e che finiva con essere inserito in una classe sociale che coinvolgeva altri gruppi più piccoli inseriti in gruppi più grandi… insomma c’erano gli studenti, gli operai, le femministe, gli intellettuali, i pacifisti, i rivoluzionari, i maoisti e i marxisti ma anche i marxisti-leninisti, gli stalinisti e genericamente tutti i gruppi extraparlamentari (ne ricordo moltissimi, ma sicuramente ne dimentico qualcuno), i freudiani e i seguaci di Jung, i fans dei Beatles e quelli dei Rolling Stones, i Rockers e i Moods, i cattolici e i laici, i credenti e gli atei (solo dopo decenni arrivarono i più miti agnostici).
Ovviamente c’erano anche gli estremi opposti, tipo i filoamericani, i guerrafondai, le forze dell’ordine, i fascisti (ai quali era sempre aggiunto un aggettivo piuttosto colorito, come continuo a pensare si meritino), i qualunquisti, gli invidiosi, i benpensanti, gli ipocriti e i “vecchi” o matusalemme (intendendo con questo termine gente che pensava all’antica e non sopportava i giovani).
Sì è vero, ho tagliato il mondo con l’accetta, ma non voletemene chi ha vissuto questa esperienza sa che tutto era bianco o nero e non si conoscevano le sfumature del grigio.
Gli amici erano tutti quelli che la pensavano alla stessa maniera, sia da una parte che dall’altra; essere dentro allo stesso gruppo, voleva dire essere amico, mentre l’altro era il nemico acerrimo.
Ecco perchè oggi mi trovo un pochino spaesata se considerandomi all’interno dello stesso gruppo non riesco più a distinguere gli amici.: troppe divisioni, troppi personalismi, un uso esagerato dei distinguo, mette tutto in discussione, ma anche in croce. Tutto sommato cosa ho io in comune con la persona che potenzialmente vorrebbe realizzare lo stesso mio scopo, ma che per realizzarlo usa sistemi diversi e a mio giudizio poco condivisibili? Apparentemente il risultato finale dovrebbe accomunarci, ma le battaglie interne sono guerre fratricide, non c’è più l’amicizia che crea un sentimento generale di comprensione e condivisione, c’è solo la voglia di apparire, di primeggiare e di raccogliere gratificazioni anche al di là dei propri meriti.
Va beh! ammetto, anche se per me l’amicizia aveva lo stesso valore dell’amore, non era per tutti così nemmeno allora. C’era chi professava amicizia eterna e poi provvedeva alla prima difficoltà o al primo tornaconto a cancellare la tua esistenza, tutta o in parte. Ho amici che resistono da allora, ci si trova e ci si frequenta ancora. Sembriamo i ragazzi di una volta, come in realtà siamo. Il tempo ci ha riunito invece che allontanato, sono nati figli, sono passati fiumi di vita, ma alla fine ci siamo sempre ritrovati e per lo più con lo stesso spirito dissacrante e la stessa voglia di vivere.
Poi invece ci sono gli amici “perduti”, alcuni sono perduti perchè ci hanno lasciato, ma questo gesto involontario non ha chiuso il nostro rapporto, ha soltanto reso impossibile incontrarci e parlarci ancora, ma l’intenzione comunque c’è. A volte per una ragione qualsiasi, una somiglianza o un ciuffo di capelli, li rivedo proprio come erano, giovani e vivaci, ma erano e sono amici. Poi c’è il gruppo dei “perduti” davvero, quelli che erano in un modo e forse era solo una posa, o forse non sapevano davvero cos’era l’amicizia. Quelli, quando ci si incontra, sbagliano tutti i tempi e le modalità, non sanno più comunicare con empatia, ti raccontano dei loro viaggi, dei loro presunti successi e tu li guardi come degli alieni e ti chiedi come hai fatto a pensare che fossero simili a te, che avessere qualche cosa di importante da dirti e loro avessero la capacità di ascoltarti.
Che profonda delusione. Ovviamente più profonda delle nuove amicizie a cui tu sei disposta di dare tutto e che, molto spesso, ti trovi contraccambiata con uno sgarbo, se non con un’acredine degna del peggior nemico.
Forse il mondo non è più abituato ad un’amicizia disinteressata. Forse il sospetto dell’interesse e del tornaconto la fa da padrone e per molti non è possibile pensare che se io do, significhi che necessariamente debba volere qualche cosa in cambio. E questo mi sconvolge, perchè riempie ogni mio gesto di significati che non ha e di volontà che non esistono.
Ma, alla fine come si fa a vivere senza amicizie? Come si fa a fare del sospetto un dettame di vita?
Credo che la colpa maggiore di questo stato di cose siano i rapporti virtuali che ti abituano ad una provvisorietà e poca sincerità nei contatti. La questione è che si vive in un mondo di squali, dove la morte tua è la vita mia e per emergere uno deve affondare gli altri. Triste verità. Io purtroppo essendo di altra generazione penso che il bene degli altri sia anche bene mio ed è su questa lunghezza d’onda che mi muovo. Non penso di privilegiare il mio “lavoro” a scapito di un collega, perchè a lungo andare ne perderemo tutti e due.
Vuoi vedere che il mondo va male proprio perchè non esiste la solidarietà e la lungimiranza che richiederebbero i sani rapporti umani?
Vuoi vedere che pure i contratti di lavoro, la salute e la scuola pubblica, le leggi sociali e il sostegno pubblico e del volontariato sono una schifezza proprio perchè manca il sentimento dell’amicizia e della condivisione?
Sono pessimista? Non saprei che dire, so solo che io gli amici ce li ho, e molti di loro farebbero carte false per me, come io le farei per loro. L’unica cosa che mi dispiace è che tutto questo non sia un sentimento diffuso…
Insomma a chi legge io chiedo: voi che tipo di amici siete? Che tipo di amici avete? E poi: siete interessati a diventare miei amici? Ma amici davvero s’intende… se sì, battete un colpo ;-).

La colonna sonora di una storia

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 31 marzo 2011 at 22:06

Me l’ha fatto tornare a mente proprio Lui con il post Chicco e Spillo che la nostra vita era piena di musica. Già, la musica, non avremmo saputo mai farne a meno, ed invece…
E’ strano come invece vanno queste cose. Credi che sarà sempre così e poi intorno a te le cose cambiano. A noi era successo così, prima non serviva neanche parlare e sapevamo che c’erano le nostre canzoni, i cantautori, le canzoni di protesta, le grandi manifestazioni della pace (beh magari quelle erano solo mie), i figli dei fiori e le canzoni di lotta. Mi erano rimasti solo i suoi due LP che Giovanni mi aveva passato quando Lui era partito. Era il nostro Fabrizio De Andrè e non avevo capito perché Lui se ne fosse voluto liberare prima di partire.

Poi tutto era cambiato, forse solo perché, chi ci stava vicino, cercava di depredarci di quella capacità di essere sopra le righe. Diventare concreti, ecco quello che non era proprio nella nostra natura. Ma che fare, non è colpa di chi ti vuole cambiare, ma di noi che ci siamo fatti cambiare.
Allora, piano piano avevamo perso la nostra colonna sonora che veniva rimpiazzata da quella di altri, da altre note e altre parole oppure semplicemente dal silenzio. Eppure, noi, avevamo le nostre canzoni e nessuno ce le poteva portare via, quelle le avevo ricordate in tutto il tempo che ci eravamo persi, mi dicevo: “Sei una scema. Una schifosa e sdolcinata romantica” e certo pensavo di essere  solo io a ricordare. E così Patty Pravo continuava a ricordarmi che quella perdita era stata ben più dura di quello che avevo pensato. Non sapevo spiegarlo perché quella canzone mi sfrugugliava sempre dentro, come un frullatore che mescolava vorticosamente le mie emozioni al rimpianto.

Ma la vita andava avanti ed io imparavo ad affrontarla da sola. Volente o nolente dovevo imparare a vivere anche senza di Lui.

Ricordo, sorridendo, che quando volevamo ballare e parlare a lungo mettevamo la puntina su quella canzone che durava una vita ed era malinconica e tristissima: “Desolation Row” di Bob Dylan, mica che Bob avesse mai composto canzoni minimamente allegre. O almeno io non me ne ricordo nemmeno una.
Inutile dirlo, ogni passo una canzone a riempire le nostre assenze

poi la difficoltà di rendere compatibile il pubblico con il privato. Volevamo cambiare il mondo e stavamo sempre dalla parte dei deboli, a qualsiasi prezzo. Pensavamo di abitare in una comune, pronta ad accogliere chiunque. Perché l’amicizia era avanti a tutto. I nostri momenti divisi con gli amici, i nostri pensieri condivisi. Tutto avremmo dato per loro e lo facemmo, a nostro scapito.

E così trascorse il nostro tempo pensando che un altro mondo ci era stato dato. Lui e l’impegno politico io e la mia grande voglia di libertà. Credendo fermamente negli altri, sempre insicuri di noi stessi, sempre pronti a darci. E la colonna continuava.

Non c’eravamo mai dati un appuntamento e avevamo perduto la strada. Le nostre colonne musicale si fondevano e si dividevano contro la nostra volontà. s’incrociavano a nostra insaputa dentro a storie che non avrebbero avuto futuro.

Ricordo pure quando Lui canticchiava quella canzone impertinente: «Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, non mi importa del giudizio della gente…» ed era vero perché noi ci sentivamo così, eravamo due ragazzi nuovi ed eravamo pronti a quella nuova libertà.
Era il ’68 e noi non lo sapevamo che per noi e per il mondo quello sarebbe stato un anno indimenticabile. Mica le cose si sanno mentre si vivono. Come non sapevamo che ci saremmo ritrovati alla fine.

Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

La vita è un battito di ciglia

In Donne, La leggerezza della gioventù on 10 marzo 2010 at 1:24

A dirla così sembra che si è nati e poi ci si accorge in un attimo che siamo alla resa dei conti e che tutto sta per finire. Ma no, dai, non è proprio così. Io per esempio ho vissuto in una vita tante di quelle altre vite che a pensarci mi si confondono le idee. Questo da sempre, non solo da quando ho, come si suol dire, l’uso della ragione. Il mio compagno mi dice ridendo: “Eri bella, peccato che non avevi testa.” Queste cose lui le sa perché quando ero giovane ne pagò il prezzo. Da parte mia la mia vita è andata in molte direzioni e tutte molto diverse fra loro. Ho vissuto tutte le gamme di un’epoca che era la mia, da ragazza con l’eskimo a ragazza con la pelliccia, poi sono tornata all’eskimo senza che sia più una moda e la pelliccia l’ho messa in soffitta a far da nutrimento alle tarme. Non che l’abito faccia il monaco comunque, ma qualcosa vuol pur dire. Insomma confesso che ho vissuto certo, ma saltando un po’ di palo in frasca. Ho vissuto cercando una connotazione politica che fosse vicina al mio modo di pensare, ma a quel tempo era facile, perché erano gli anni della contestazione e divennero gli anni della formazione politica. Allora lavoravo in una fabbrica e portavo l’eskimo. Allora ero giovane e mi si perdonava tutto. Mi mescolavo agli operai assieme agli studenti. Facevo un po’ da lasciapassare, servivo da ponte tra gli uni e gli altri. Ma poi avevo preso un abbaglio. Non si trattava di sbagliare bandiera, ma si trattava di fare copia fissa con uno studente che teorizzava bene, ma professava male. Certamente lui era impegnato nella rivoluzione, ma io, che ero donna, dovevo fare la calza. Non è che a quel tempo la mia vita fosse proprio mia, dovevo fare i conti con gli adulti e con le idee dei miei coetanei. Dovevo sapermi equilibrare tra generi e ruoli. Non ero davvero brava ad adattarmi. Non la pensavo né come le altre ragazze, né come i ragazzi della mia generazione. Ero in continua trasformazione e a disagio con le mie idee. Oggi il mio compagno afferma: “Da te mi sarei aspettato delle reazioni diverse. Una vita diversa.” Ma cosa potevo fare con la testa che mi ritrovavo! Così superai lo scoglio dello studente che mi voleva moglie e madre dei suoi figli. Inutile dire che a camminar da sole a volte è meglio. Ma per star da sola non avevo la stoffa, anche se avevo deciso di diventare più colta ed indipendente. Mi iscrissi ad una scuola serale e andai ad abitare con un’amica. La difficoltà stava nel mantenermi con i proventi del mio lavoro. Da quel momento iniziarono i miei lavori alternativi che furono tre o quattro e di diversa natura. Al mattino impiegata in un ufficio, al pomeriggio battevo a macchina tesi di laurea e articoli, facevo da segretaria ad un comitato di economisti e qualche volta facevo la babysitter. Nel contempo studiavo. Una certa dose di libertà costa cara. Io quel prezzo intendevo pagarlo. Ma sul più bello della corsa all’indipendenza conobbi quello che dopo innumerevoli anni divenne il padre di mio figlio. Da qui iniziò un’altra storia. Perché mi trasformai dalla ragazza con eskimo, per vari stadi intermedi alla donna sofferta ma con la pelliccia. Non che il mio incontro con quell’uomo mi portò ad essere ricca, ma certamente mi fece sviluppare il senso per gli affari e il mio coraggio per gli azzardi. Così comperai casa e misi in cantiere un figlio. Il mio compagno ripete: “Hai avuto più culo che testa.” Perché lui della mia testa diffida e a ragione. Così arrivai a crescere un figlio e ad avere una pelliccia. Sulla storia di quella pelliccia poi c’entra solo il caso. Un senso di colpa dei miei genitori che ne avevano regalata una a mia sorella e così, a pensarci bene, si sentivano meno a disagio di regalarne una anche a me. Non che la cosa mi sembrasse necessaria, ma a loro sembrava che non avrei potuto farne a meno. Li accontentai in questo e anche per il battesimo del mio piccolino. Me la sentivo che dovevo lasciare a lui la scelta. Se era per me me lo sarei risparmiata, ma questo forse è frutto di aver frequentato la materna e le elementari dalle suore. Si sa che dopo certe esperienze si esce atei. Così dopo qualche anno arrivai a più miti rapporti con il matrimonio. Tentai la sorte che avevo 41 anni e mio figlio ne aveva 7. Ovviamente l’uomo era sempre lo stesso, col tempo avevo imparato ad essere più tranquilla e a reggere con più maestria il mio ruolo di donna. Sì, dai che lo sapete, non fate finta di non capire, donna non è mai o ancora uguale all’uomo. Donna ha molti valori. Donna è lavoro, maternità, matrimonio, fedeltà, appoggio, gentilezza, comprensione… insomma è tante cose ma mai proprio libertà. La mia vita ancora cambiò. Questa volta non fu colpa mia, lo fece il destino. Non un destino favorevole, ma ci si aspetta anche questo dalla vita. Rimanemmo soli, io e il mio bambino. Le esigenze erano aumentate, mio figlio doveva studiare ed io non volevo che dovesse fare i conti fin da subito con le difficoltà. Allora mi inventai un nuovo lavoro che non era il mio. E divenni una donna manager, o almeno qualcosa che le assomigliava. Dividevo il mio tempo difficile con un lavoro estenuante e l’interesse per mio figlio. Faticammo tantissimo perché anche lui doveva accettare la nostra nuova dimensione. Il mio compagno dice che: “Le tue storie sono incredibili. Tanto per non cambiare; non ti sei fatta mancare nulla.” Forse ha ragione. Mi sarei risparmiata tutta questa fatica, se allora fossimo rimasti insieme. Passò altro tempo. Io pensavo che mi aspettasse solo lavoro e responsabilità. Poi incontrai il mio marito giovane. Una storia di uomo mai cresciuto e di donna materna e crocerossina. A far da infermiere ci si guadagna molto poco. Appena appena il malato si riprende, dopo cure serrate e notti insonni a tenere la mano, arriva il giorno che esce dall’ospedale bene o male convinto di essere guarito e si cerca una donna diversa che abbia mansioni diverse. E così dopo tanta vita passata a dare, dare e dare, ma con che risultato non saprei, mi ero ritirata a vita privata. Il lavoro e i miei libri, un figlio adulto che vive la sua vita. Quando lo dico al mio compagno che io a stare sola non ci stavo male lui mi guarda e ripete: “Ma scusa, non è meglio stare in due?” Su questo ha ragione. A star sola ci avevo l’abitudine, ma adesso ho ritrovato lui. Cosa dire? So bene che ho vissuto un mucchio di vite. So anche bene che sono stata diversa da quello che avrei potuto essere. La vita cambia. La vita insegna. Ci modella a suo piacimento. Poi succede che ritrovi il tuo ragazzo del 1968 e ti accorgi di aver pensato spesso a lui. Ti trovi anche ad aver parlato di lui con gli amici. Ti senti un po’ stronza, ma anche emozionata. Forse un pizzico gelosa perché credi che la sua vita sia stata unica e molto molto migliore della tua. Credi che sia diventato l’uomo che avrebbe voluto diventare, non come te che hai sempre arrancato in salita. Pensi che un giorno o l’altro troverai un suo libro di poesie in libreria. Sai che le riconosceresti anche se non portassero il suo nome. Tu sai che con lui la vita sarebbe stata diversa. Che tu donna saresti stata diversa. Ma è solo un ragazzo perduto nel tempo. E’ un uomo che oggi ti avrà certamente dimenticato. Non ti chiedi più chi eravate insieme, ti dici solo che il tempo ormai ha fatto la sua corsa. Ora sei serena perché non ti aspetti più nulla dalla vita. E invece no. La vita ti aspetta all’angolo. Non bastano 42 anni a fare la differenza. Non bastano tutte le storie e i percorsi a cambiare gli attori di questa vita. Ora ho ritrovato la storia della mia vita. Ora siamo in due a raccontarla. Certo il mio compagno mi sfotte per tutti i giri che ho fatto per poi finire di nuovo tra le sue braccia. Certo che anche lui si è plasmato una vita che non era quella che voleva. Il destino ci aveva dato delle opportunità, ma noi eravamo troppo sciocchi per saperle cogliere. Ma di tutto questo ora sappiamo solo sorridere, anche se gli faccio sempre una linguaccia quando sostiene che “Eri bella, ma non avevi proprio cervello!”

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