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Il ragazzo col ciuffo

In Anima libera on 5 aprile 2011 at 13:24

Foto BN dopo il terromoto del 1960 in CilePremessa alla parte diciassettesima
Ci sono anni in cui ogni giorno sembra durare tutto un anno. Dove ogni ora e diversa dall’altra. Dove ti sembra che il tempo rallenti, quasi si fermi. Che si riempia la vita di vita. E, allo stesso tempo, le cose scorrono. E corrono. Ti sembra di non poterle fermare. Di non saperci stare dietro. Sarà forse una questione d’età. Questo è uno di quelli. Ho la sensazione di invecchiare. Ho la sensazione di non riuscire a mordere la vita. Ad affondarci davvero i denti; nella vita. E sono giorni di emozioni. Di emozioni intense. Di desideri. Di esaltazioni. Di sconfitte. E il mondo cambia da solo. Per proprio conto. Amo le persone. Amo le cose. Amo i fiori. Mia madre. Il mio fratellino. Qualche amica che ha bisogno di protezione. Amo l’amore. Anche quello che non conosco. Tutto questo non mi basta. Vorrei qualcosa di più. Lo so che devo crescere. E crescere ancora. Ch’è presto. Vorrei essere amata. Non sono certa ma sento che lo vorrei. Amata per quello che sono. Col profondo desiderio di amare qualcuno o qualcosa. Ho sempre cercato qualcosa di più. Qualcosa di tutto mio. Mi sento rifiutata. Questo mi fa star male. Non mi basta sapere che non sono sola. A volte la notte ha troppi silenzi. E io troppa confusione in testa. Lo so che il mondo è sorriso e pianto. E’ gioia e tragedia. Sembra non conosca sfumature. Tremo anche per la fragilità della vita. Sembra così facile morire. Su tutto, soffro di vedere e non capire la brutalità degli uni contro altri. Io vorrei sentirmi sicura. Sicura dei miei sentimenti. Delle cose che mi circondano. Ma è tutto precario. Sono incollata lì, come fossi una mosca spiaccicata sul muro. La mia vita non ha senso. Sono ancora troppo piccola per questo mondo. Vorrei amore, ma l’amore che cos’è?

Scorre l’anno 1960 ed io non so ancora bene cosa sono. Per crescere cresco. Mai quanto vorrei. Ho fretta. Tutti sembrano averla. E’ una sorta di attesa. Ma poi perché guardare solo me? Cercare il mio ombelico? Succedono cose intorno che valgono molto ma molto di più. Mi sembra stupido rapportare tutto a me stessa. Come se il mondo fosse uno specchio. Invece… troppe notizie sono solo confusione. E non riesco a prendermi tutto sulle spalle. Ogni responsabilità. Mi sembra ancora più stupido tremare per la paura della morte, se poi anche su questo non puoi nulla; nulla tranne sperare nella propria fortuna. Spesso mi chiedo cosa sarei disposta a dare per salvare la vita degli altri, o anche solo per rendere la vita più facile a chi ha meno. Saprei trovare il coraggio? Tutti questi ragionamenti da dove vengono? Da questa cavolo di scuola religiosa? Forse no. Certo ne sono influenzati. Se vai col lupo…
Forse è il male dentro. La fatica di vivere. Non ne sono contenta, ma qualcosa da salvare c’è. E comunque la considerazione che si acquisisce del prossimo. Vorrei poterlo amare questo mondo. La domanda di cosa sarei capace per un’altra persona me la pongo spesso. Non posso essere certa. La verità non l’ho mai guardata in faccia. Fissa negli occhi. E quella domanda è tornata, dolorosa, quando le suore ci hanno parlato di Loredana. Loredana è una ragazzina di 12 anni. Vive in campagna ed è ammalata molto seriamente. Ci hanno spinto a fare collette e a raccogliere fondi. Fondi per mandarla a Lourdes. Se è per quello mi sono data da fare, ho raccolto una bella cifretta. Sono perplessa: non è che invece di un viaggio a Lourdes sarebbe meglio la mano di un ottimo dottore? Quelle, le suore, dicono che è un male incurabile, Non dico che non sia vero ma quando ce l’hanno presentata m’è parsa una bambina in buona salute. Sarò la solita diffidente, comunque per la vita di quella bambina darei un occhio della mia testa, però a guardarla m’è venuto il sospetto che forse forse le suore ci marciano… ma no dai, cosa vado a pensare.
Ecco! torno a parlare delle cose che mi capitano quotidianamente, che mi riguardano, non è giusto, ritengo giusto invece spaziare più in là. Vorrei occhi per vedere tutto. Vorrei capire tutto. Ed ecco che la sto già appallottolando quando mi colpisce la notizia. Dispiego le pagine umide. Un terremoto terribile che nessuno potrà più dimenticare.¹ E un’onda enorme, senza nome che ha attraversato l’oceano.² Corro a vedere dov’è quel paese sull’atlante. Alla televisione le immagini sono ancora più allucinanti. Non è più terra. E’ solo fango. Con quel senso largo di impotenza. Sullo schermo la distruzione assoluta che ha lasciato dietro di sé è ancora più drammatica. E si trattava solo di vecchie baracche di legno. Prima di questo enorme deserto. Di terra e fango. E dove qualcosa è rimasto in piedi è piegato come in ginocchio. Piegato a piangere su se stesso. Come un castello di carte; di carte da briscola. Povera gente. Erano già poveri prima, adesso sono proprio senza niente. Non hanno che lacrime. Quelli fortunati, che hanno ancora la vita. O qualcuno da piangere. Ma è vita? Con gli occhi sbarrati. Ogn’uno a trascinare i propri fantasmi. I ricordi. Quello che non c’è più. L’orrore. E dove c’erano quelle baracche ora c’è il nulla.
Torna alla mente la domanda: cosa vorrei fare per loro? Partire e cercare di aiutare? Scavare con le mani sotto le macerie fino a farle sanguinare? Accudire i bambini perduti? Io coi bambini ci so fare, e ho anche tanta buona volontà. Stare qui a guardare quello che succede e non poter agire mi fa sentire impotente. Inutile. Triste. Male. Ma non mi lascia mai quella sensazione di essere poco amata. Ho il dubbio che i miei mi abbiano adottata. Senza volermelo dire. Con Ernesto sono molto più gentili. Lui sì che sembra proprio figlio loro. L’unico. Non che sia gelosa. Credo di non sapere cos’è la gelosia. Se fossi adottata io lo dovrebbe essere anche il Piccoletto. Ma lui non lo è di sicuro. E’ nato sotto i miei occhi. Beh! quasi. Comunque ero lì. Nell’altra stanza. E ho sentito bene il suo primo grido. Quel vagito. Beh! sicuramente, non sentirmi dei loro, è solo una sensazione. Come lo è sentirmi incompresa dagli altri; dagli adulti. Mica che ci conto troppo. In fondo non m’importa. Certo sarebbe tutto più semplice se potessero capire, se fossero almeno quel minimo intuitivi. Basterebbe più gentili. Ma il mondo dei grandi è proprio un mondo di nani. Di ciechi. E di violenze. L’Italia sembra sia impazzita. Cosa serve illudersi? Dalle rape non si può cavare niente.
Poi mi è successo un fatto strano, ma magari non è così strano come credo io. E’ per questo che lo voglio raccontare. Stavo andando verso il negozio di mio padre che è nel tragitto per andare a scuola. Era un giorno come un altro. Davanti ai giornali ci stava un ragazzino. Gl’occhi sbarrati; fissi. Non molto più grande di me e con un’aria imbronciata come se… insomma come se avesse bevuto una medicina amara. La cicuta. Prima ancora di vederlo ne ho sentito la voce, disperata. “Prima Palermo³, poi Genova4, e ancora Licata5, e poi Roma6, e adesso… non ne hanno mai abbastanza quelle bestie”. Ero soprapensiero. Avevo letto nei giornali, che passavano per casa, alcune notizie che riguardavano le manifestazioni. Mi ero detta: ma come si fa picchiare gente che esprime solo delle idee? Magari saranno diverse dalle tue, ma sempre idee sono. Certo che però le idee dei fascisti non mi va mica tanto che vengano espresse. Hanno già fatto e parlato tanto e non mi sembra che si meritino di parlare ancora. E poi non fanno parlare gli altri. Perciò non capisco perché la polizia meni gli altri in difesa di questi signori. L’Italia non l’ha già  fatta la Resistenza? Ma a Roma c’era scappato il morto. Come si fa ad ammazzare un uomo? Un uomo proprio come te. Insomma andavo da mio padre e avevo buttato l’occhio all’edicola dove c’erano esposti i giornali con i titoli su Reggio Emilia.7 Cinque morti. Tutti i nomi. Uno dietro l’altro.8 Sembra una guerra. «Cinque assassinati dalla polizia a Reggio – Via il governo del fascismo e della violenza per riportare il paese al progresso e alla distensione – La CGIL ha proclamato per oggi uno sciopero generale di protesta»9. E quel ragazzo leggeva attentamente i titoli. E ripeteva quei nomi. Come fossero suoi amici. E forse lo erano. Io le cose non le so tutte, ma quelle morti mi parevano proprio brutte e tristi. «Cinque morti e decine di feriti a Reggio Emilia – Luttuoso epilogo di una nuova dimostrazione comunista contro le forze dell’ordine»10. Ma possibile che la passione politica arrivi a questi estremi? Può? Persone ammazzate così. Per strada. Come cani. I ragazzi con la maglietta a righe. Provavo una pena. No! una rabbia. Ero furibonda. Mi sono trovata incazzata insieme a lui. Con lui. Per lui.
Mi aveva colpito anche perché aveva il ciuffo. L’ho già detto che mi piacciono i ragazzi col ciuffo? Ma il suo ciuffo era di capelli lisci che gli scendeva sugli occhi. Capelli che lui risistemava con la mano sbagliata. Con la sinistra portandoli verso destra. Ed è stato proprio mentre si risistemava i capelli che gli ho visto gli occhi: verdi, arrossati, come se stesse per piangere. Come due pietre ma colore del mare. “Porci assassini. Ci ammazzeranno tutti”. Piangeva. “Non vi potremo mai dimenticare”. Non capisco perché si dice che non è bello vedere un uomo piangere? Io a vedere quel ragazzo intento a leggere i titoli sul giornale e con le lacrime agli occhi ho provato un grande sentimento di amore e di partecipazione. Sono certa che lì per lì se mi avesse chiesto un bacio glielo avrei dato subito. L’avrei consolato con le mie carezze e gli avrei detto che tutto sarebbe andato bene, che non si doveva preoccupare. Era solo un ragazzo ma mi sembrava già un uomo. Lo confesso, se un giorno mi dovessi innamorare di un ragazzo, vorrei che avesse gli occhi verdi; e che sapesse piangere. Vorrei che assomigliasse a quel ragazzo. Ovviamente piangere di cose importanti, come le vittime di un terremoto oppure i morti di Reggio Emilia. Non certo per cretinate come un giocattolo rotto oppure le stampine doppie della raccolta dei calciatori. Sarà il ciuffo, ma io un ragazzo così quasi quasi… no! io non mi sposerò mai.


1] Il 22 maggio si abbatte sul Cile il terremoto più forte del XX secolo, con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter. Il maremoto generato dalla scossa tellurica, oltre a distruggere tutti i villaggi lungo 800 km di costa, percorre 17.000 km e arriva fino in Giappone, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico.
2] Allora nessuno ancora le aveva sentite chiamare tsunami.
3] 27 giugno – Palermo: durante lo sciopero generale indetto da Confederazione Generale Italiana del Lavoro, CISL e UIL per sollecitare misure a favore dell’economia della città, l’intervento della celere causa 30 feriti.
4] 30 giugno – Genova: scontri tra manifestanti e reparti della celere durante un corteo antifascista in occasione del congresso MSI. 83 persone rimangono ferite.
5] 5 luglio – Licata: duri scontri tra polizia e manifestanti nel corso di uno sciopero generale per l’occupazione e contro il carovita. Muore il giovane esercente Vincenzo Napoli, colpito da una raffica di mitra.
Ravenna: l’abitazione del partigiano e senatore del Partito Comunista Italiano Arrigo Boldrini viene data alle fiamme.
6] 6 luglio – Roma: manifestazione antifascista a Porta San Paolo. Polizia e carabinieri caricano duramente i dimostranti: numerosi feriti, tra cui alcuni deputati.
7] 7 luglio – Strage di Reggio Emilia: nel corso di una manifestazione di protesta per i fatti di Roma del giorno precedente la polizia spara sulla folla, uccidendo cinque dimostranti.
8] Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata. Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni.
9] Dall’Unità dell’8 luglio.
10] Da il Resto del Carlino.

Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

Le balle dell’informazione

In Anima libera on 2 marzo 2011 at 21:27

Foto del condannato a morte Caryl ChessmanPremessa alla parte quindicesima
M’era rimasto in bocca solo un leggero senso di disagio. Non ho nulla da rimproverarmi. C’è sempre un momento di riscatto. Forse pretendo troppo. Non mi sono mai fidata troppo di me. Sono sempre stata critica con la bambina. Ma c’è solo un grande bisogno di conoscere. E di riconoscere. Parlare di tradimento è esagerato. Ed esistono anni che riesci a capire il mondo solo con un’occhiata, e altri che quello che annusi nell’aria non basta più. Hai bisogno di dati, di informazioni, Elena è troppo superficiale. Lei ha pure troppa fantasia. Lei ne sa di tutto e se non sa inventa. Non è un buon metodo per sentirsi preparati, anche se nemmeno il mio funziona sempre. L’informazione è effimera. Oggi lo sai e domani dimentichi e tutto finisce in fumo. E i giornali raccontano solo una verità da giornale. E’ così che si capisce che crescere è consapevolezza. E che niente è facile.

A volte succede come ai bambini piccoli. Chiedono a ruota libera, i perché di questo o di quello, e alla fine non ascoltano la risposta, oppure la risposta non gli basta e continuano a chiedere: “…e perchééééé”? Anche a me succede così. Guardo la televisione e mi pongo un sacco di domande. Un po’ come “lascia o raddoppia?”, ma quello è solo un vecchio programma televisivo. Domande alle quali non so rispondere. Le poche cose le so dai quotidiani che porta a casa papà. Sì! proprio quelli delle balle da riscaldamento. Chi dà tutti quei giornali a mio padre non l’ho ancora capito. Noi ci mettiamo in bagno come in un gioco, che non mi pare un gioco. Tutti intorno e li immergiamo nella vasca colma d’acqua finché si inzuppano. Li strizziamo bene fino straziare le parole. Fino a farci dolere le dita. Fino a farne sfere perfettamente rotonde per metterli poi ad asciugare. D’inverno, nella stufa, bruciano a meraviglia. Ma prima, qua e là, mi cade l’occhio. E allora divoro le notizie con voracità. Ma forse questa è una curiosità legata a quest’età; per tutti. Non lo so. So solo che ho bisogno di sapere.
Siamo già nel 1960. Il tempo corre. Ormai sono vecchia o almeno così mi sento. Ma si può? nascere anche troppo bambina e diventare vecchia senza passare per il tempo delle irresponsabilità? della cazzate giustificate? del divertimento? In effetti è vero, essere impegnati è faticoso, a volte può essere una noia mortale. Vuoi mettere Elena, per esempio, lei è il disimpegno fatto donna, o quello che è. Anche nell’amicizia non è seria, passa di amica in amica senza badare né alle motivazioni né alla consistenza del rapporto, anzi più leggero e disimpegnato è meglio ci si trova. Lei non è per le cose per tutta la vita. Forse è giusto così. Solo che sono nata di un’altra pasta. Mica ci posso far nulla.
Sia chiaro io non sono moralista e non pretendo dagli altri l’impossibile, però, se gli altri li giustifico sempre, o quasi, da me stessa pretendo sempre qualcosa di più. Tutto sommato accetto anche l’inadeguatezza dei miei, non si può essere esigente oltre e alla fine li giustifico, perché non dev’essere facile avere una figlia come me. E nemmeno è facile essere adulti. E genitori. Certo non gliel’ha ordinato il medico. Direi che non ci sanno fare. Io sono nata con un gene nuovo e deviato che non so ancora bene cos’è. Non riesco ad accettare quello che mi circonda così e punto. Non riesco a non farmi delle domande complesse anche sulle banalità. Non riesco a trovare risposte semplificando, devo puntigliosamente andare al nocciolo del problema e mica sempre ci arrivo, anzi ci arrivo ma ci sono altre domande che mi aspettano e mica sempre trovo le risposte. E soprattutto non riesco a non provare l’istinto di cercare di cambiare le cose. Quello che non va.
L’ingiustizia mi fa star male. Solo che… insomma… essere così seria e analizzatrice mi sta anche trasformando in una pallosa prima della classe. E a pensarci mi viene da vomitare. Così decido di abbandonare i risultati scolastici e di dedicarmi di più alla vita. Alla gente che mi circonda e all’informazione che traggo da tre fonti: Elena, sempre meno credibile; la televisione, che ai miei occhi comincia a diventare poco attendibile, e la stampa che a casa mia si trasforma come detto velocemente in combustibile. La parole saranno anche di piombo ma le notizie vanno presto in fumo. Ho bisogno di sentirmi viva. Partecipe; non so a cosa. Dentro la realtà. Il mondo gira e non riesco a stare ferma. Ho l’argento vivo addosso.
Vediamo i fatti. Con Elena parlo del modo di comportarsi degli adulti e delle tendenze di noi ragazzine. Dopo i suoi primi accenni su come fare un bambino, abbiamo deciso di informarci sull’Enciclopedia che ha a casa sua. E sulle riviste dello zio di Elena che poi non è vero zio, me l’ha confessato un pomeriggio mentre le facevo matematica. In realtà avevo capito che qualcosa di strano c’era; non sono così sprovveduta. Anche se sono poco interessata alle parentele, io. Ma lei ci teneva che sapessi che invece era un amico di sua mamma e che non dovevo dirlo a nessuno. Capirai a chi può interessare. Ma contenta lei…
Ce la siamo letta tutta per poter arrivare agli “organi riproduttivi”, alla “gravidanza”, al “pene” e alla “vagina”; nomi che suonano non tanto impronunciabili quanto strani. Dai disegni non si capisce di più. Allora completiamo lo studio nelle riviste dello “zio” e ci facciamo una vera cultura. Gli uomini o ce l’hanno piccolo e triste oppure molto grande e pure incazzato, insomma… quel coso che pende. Ho dei sospetti. Quella robetta di Ernesto che lo fa nascondere dietro le porte non può servire ad altro che a farci la pipì. Bastava dire che i bambini escono come la pipì. Quando mi trovo sola controllo sotto la mia pancia. Forse col tempo cresce e si allarga. Come le tette. Resto scettica. Dal buco delle donne è impossibile che esca la testa e le spalle di un bambino… Chi può credere in una simile sciocchezza? Vuoi vedere che anche l’enciclopedia racconta balle!
La televisione mi dà poco anche perché mica sempre vedo il telegiornale. A quell’ora ceniamo e la televisione non sta in cucina. Se entrasse lei noi dovremmo restare fuori, è troppo grande. Solo il nonno è un valido mezzo di informazione, da lui ascolto sempre il Radiosera e mi spiega i fatti che succedono e mi fa anche capire che le guerre sono sempre orrore e che qualche volta però è giusto farle, per esempio quelle che si chiamano rivoluzioni. Se non fosse stato per il nonno come avrei potuto sapere dei fatti dell’Ungheria, o dei minatori di Marcinelle, certo che morire così è proprio una brutta morte, e non è giusto, o delle proteste dei mezzadri? Ma dai nonni ci vado così poco, adesso che c’è l’affare della scuola. Tanto che di Pucci, il mio fidanzato che porta il latte, non mi ricordo quasi più il sorriso. Chissà se lui mi pensa?
Però i giornali sono un bello spunto. Innanzi tutto sono diversi e non dicono mai le stesse cose. Hanno titoloni che fanno capire cosa scrivono poi in piccolo sotto. Così se vuoi ti fai un’informazione titolata e varia, frettolosamente, e poi puoi immaginare, con un po’ di fantasia, il contenuto. Oppure fai come le testedure e ti leggi tutto l’articolo prima di metterlo a mollo e annegarlo. A me piacerebbe proprio fare quel lavoro. Scrivere le notizie. Dire alla gente cosa succede. Deve essere affascinante. Cambio troppo spesso di idea: prima il prete, poi il cosmonauta? ma credo che questa sia la mia scelta definitiva. Da grande vorrei fare la giornalista. O la maestra? La verità è che sono anche terrorizzata dai temporali perché mi ricordano la guerra. A volte i fatti, anche i più lontani, ti entrano dentro; ti cambiano la vita. Mi capita di avere incubi nel sonno con aerei nel cielo che fanno cadere le bombe. Anche se la guerra io non l’ho mai vista. Ho forse bisogno di un esorcista? Una benedizione particolare con l’acqua di Lourdes? Mi fa paura la morte in ogni sua forma.
Dalle pagine dei giornali, per esempio, vengo a sapere che hanno fatto il Governo Tambroni. Non mi è tutto chiaro, anzi niente. Cos’è un governo? Perché è così importante? Già il nome non promette bene. Sembra quello di un farmaco contro la tosse. Mi fa sentire nell’aria il ronzio di insetti e di pallettoni di fucile. Sarà solo un pregiudizio? Ma il fatto che più mi prende è la prossima esecuzione della condanna a morte di Caryl Chessman. Innanzitutto lui si dice innocente, e poi non ci sono delle vere prove della sua colpevolezza, ma pazienza questo: colpevole o no io sono contraria alla pena di morte e basta. Non dico che chi compie un reato deve stare libero, anzi penso che deve essere adeguatamente punito. Gli si deve insegnare che la cosa che ha fatto è davvero brutta e sbagliata e che non doveva farla, e quando l’ha capito puoi farlo uscire e controllarlo se fa il bravo. Ma quella della pena di morte è una vera barbarie. Se tu uccidi quello che uccide allora sei come lui. Se il delinquente che ha ucciso lo giudichi e lo condanni a morte chi giudicherà il condannatore che provocherà la sua morte? A me sembra una cosa stupida da grandi. Come dicevo: non sarebbe meglio tentare di recuperare queste persone e insegnargli ad essere migliori?
A scuola ci scrivo pure un tema, ma le suore non sono preparate sull’argomento. E quando mai. Chiamano mamma per sconsigliarla di farmi partecipare alle discussioni politiche in casa. Lei non ci capisce un’acca. Discussioni politiche in casa non se ne sono mai fatte, e poi lei ha sempre votato democristiano. Come le aveva detto anche il parroco. Sarebbe giustificato un sospetto, ma dal nonno è un bel pezzo che non vado. Da chi imparo ad essere ribelle? Se la prenderebbe anche con Elena, ma ormai si è trasferita in un’altra città (mamma, finto zio e riviste appresso, ma lei di zio e riviste non sa, senno sai che lagna). Non le resta che mettermi sotto interrogatorio. Non le resta che arrendersi. Ha il sospetto che io abbia una testa mia. Non sa a che santo votarsi. Come sempre si rifugia nell’autorità di mio padre. Lui nemmeno sta a sentire, mi stampa uno sculaccione rovente su una chiappa.
Non le capisco proprio le suorine. Dovrebbero essere le messaggere della pietà. Quelle buone. Mi sarei aspettata di trovarle d’accordo, solidali. Invocare il sacro valore della vita. Invece… il mondo lo capisco ancora meno. E poi si sa come sono, i genitori, quando non sanno più che pensare dei loro figli, pensano male degli altri. Sono gli altri a rovinare le loro magnifiche creature. Devo dire che mamma comunque è più realista. Sono sempre stata una figlia strana, con dei tratti diabolici. Questo per lei. Sono una delle tante cose che non riesce a capire; e non si da troppo pena per farlo. Capisco troppo velocemente le cose e non mi accontento delle storie che calmano gli altri bambini. E’ questo il mio male e la sua disgrazia. Spesso si chiede che colpe ha commesso; come se tutto dipendesse da lei. Alla fine se ne lava le mani.
Quell’uomo è dentro quella cella da tanti anni che non può essere lo stesso uomo. Deve essere terribile stare tanti anni prigionieri di un buco. Vivere soli con la propria paura. La trovo una barbarie. La pena di morte, voglio dire. Se ho capito bene ha scritto anche un libro. So che stanno preparando una manifestazione. Andranno tutti in campo con una candela accesa. A pregare. E sperare che il governatore, all’ultimo, ancora una volta, alzi il telefono; rimandi l’esecuzione. So che mio padre non mi lascerà. E’ di sera e comunque lui sa solo dire di no. Sono amareggiata. Mi sembra di avere un appuntamento con la storia; col mio futuro; a cui non posso mancare. Fosse qui almeno il nonno. Sono incazzata. Spero che quella storia mi aspetti. Forse per lei sono ancora troppo giovane. Forse mi vedrebbe ancora bambina. Vorrei andarci ugualmente. Così, quando provo ad insistere per uscire con la mia candela accesa la sera dell’esecuzione, i miei mi mandano a letto senza cena e mio padre mi dà pure uno scappellotto grugnendo: “Attenta, piccola…”.
Sia chiaro: attenti a voi a chiamarmi piccola con quel tono di voce, potrei mordervi il naso senza pietà. Quando sibila quella frase, “Attenta, piccola”, per lui è una sorta di dichiarazione di guerra. So che poi parte con gli scappellotti. Ma io non so starmi attenta. Parliamo lingue diverse, io e lui. Non può mettermi paura. Come è noto a tutti Caryl è andato sulla sedia elettrica. Secondo me quell’uomo era già morto fin troppe volte. Tambroni ha fatto sparare sui braccianti ed è rimasto ancora al governo, non per troppo tempo; quanto basta a provocare morti e feriti. I grandi sono proprio pazzi. Lo sostituirà Fanfani. Un nano e io dei nani diffido… Mi sembra che gli manchi sempre qualcosa. E che siano sempre incazzati. Queste cose mi rendono rabbiosa, cattiva. L’Italia è in fiamme. Sono troppo arrabbiata persino per parlare. Anche a me manca qualcosa: il fiato per gridare abbastanza forte: “Assassini”!!!

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