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Cuore perduto ad At-Tuwani (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi AssoPace Palestina on 30 gennaio 2015 at 11:37

pastore

Quando viaggio, in qualsiasi luogo sia e in qualsiasi tempo, so di lasciare un pezzettino di cuore da qualche parte senza la speranza di poter tornare a riprendermelo. Magari ad At-Tuwani ci torno, ma sarà difficile che recuperi quel pezzettino di cuore lasciato e perduto fin dalla prima volta che sono scesa dal pullman. Luisa nei viaggi di AssoPace Palestina, passa sempre in questo piccolo villaggio di contadini incastrato nelle aride colline a sud-est di Hebron, nella cosiddetta Area C della West Bank.
In Area C si assiste oggi ad un fenomeno definibile come “normalizzazione dell’occupazione militare”, che produce concretamente un doppio livello di oppressione. Da un lato la violenza legalizzata dell’esercito, e dall’altro la violenza dei coloni, tacitamente autorizzata dallo Stato di Israele. A poche centinaia di metri dal villaggio, infatti, abbiamo l’insediamento coloniale di Ma’on, nato nei primi anni ’80, cui segue sull’altura vicina l’avamposto, all’interno del quale sono insediati membri di alcuni dei più pericolosi gruppi extraparlamentari terroristici dell’estrema destra israeliana. Un villaggio sgangherato a dire il vero, ma di anno in anno ci scopro un segreto in più, una dimostrazione di coraggio in più. Guardo la casa viola in cima alla collina e sorrido. Una casa viola nel villaggio di pastori dove le case sono ancora scavate nella roccia e dove le antiche pietre di anno in anno si sgretolano sempre di più. Una bella vittoria visto che questo villaggio è a rischio demolizione.
Lasciare il cuore ad At-Tuwani mi rallegra. Il solito incontro con il più piccolo dei figli maschi di Hafez, di cui non conosco il nome, mi rende allegra, tanto che mi ci metto a giocare a calcio. Hafez è il coordinatore del Comitati Popolari di resistenza pacifica di At-Tuwani e quest’anno purtroppo non c’è. La morte di un cugino l’ha fatto partire prima del nostro arrivo. Ma ci viene incontro il figlio maschio più grande: Sami, che ricordiamo bene, visto che l’anno scorso lo avevano arrestato mentre stavamo visitando la città di Hebron-Al Khalil. Un’avventura davvero indimenticabile per tutti i 50 viaggiatori, farsi arrestare sotto gli occhi, un ragazzino di 15 anni e non poter far nulla per lui.
Cosa aveva fatto? Niente, era solo palestinese, e viaggiava con 50 internazionali, ovviamente internazionali poco graditi ai soldati e ai coloni insediati nella città. Comunque l’avventura era finita bene, visto che il nostro Mike e Issa Amro, del centro YAS, più tutto il nostro gruppo rumoreggiante sotto la rampa del posto di polizia, hanno prodotto il miracolo del suo rilascio.
Per prima cosa che spiego è che i figli di Hafez non sembrano affatto dei palestinesi, sono molto più simili a degli irlandesi piuttosto che ai classici bambini e ragazzini che girano le strade di Palestina. I loro capelli vanno dal biondo al rosso, chi più chi meno, e hanno tutti una faccetta birbante e simpatica.
Sami fa le veci del padre e ci racconta tutto della lotta del villaggio e delle disavventure per riuscire a resistere ancora sulla loro terra.
Non è l’unico che ci parla, ci sono pure i nostri connazionali di Operazione Colomba che ci raccontano delle loro attività e dei problemi che incontrano tutti i giorni.
Tra gli italiani c’è pure Andrea, non sapevamo di trovarlo ancora qui, se l’avessimo saputo avremmo portato il solito regalo di natale: un buon salame veneto e una bottiglia di vino rosso, come già fatto altre volte.
Intanto una camionetta di soldati ci osserva a due o trecento metri da dove siamo scesi. Ci seguirà per tutto il nostro restare nel villaggio.
Non so gli altri, ma a me sono cose che fanno incazzare. Odio essere controllata a vista. Mi viene voglia di andarci a parlare e chiedere cosa ci fanno lì e cosa vogliono da noi.
Un po’ più tardi ci passiamo accanto e mi chiedo se quei soldatini armati di mitra, si siano mai posti la domanda se è lecito difendere dei coloni considerati illegali e violenti pure da Isrele.
Quei soldati dovrebbero essere lì, anche per garantire ai bambini palestinesi, sotto gli occhi vigili dei nostri ragazzi italiani, di poter andare e tornare dalla scuola senza subire le aggressioni dei coloni energumeni.
I soldati si riservano anche di proteggere i coloni quando aggrediscono i pastori e si impossessano di terra palestinese, sradicando piante e uccidendo pecore e asini di proprietà dei villaggi della zona.
Un bel film italiano di Andrea Paco Mariani e Nicola Zambelli è stato girato ad At-Tuwani e lo consiglio a tutti “Tomorrow’s land” (http://www.tomorrowsland.com/sinossi.html) tanto per capire meglio di quale tipo di occupazione si tratti.
Intanto, mentre tutti parlano, io gioco a pallone con il piccolo di Hafez senza scambiarci nemmeno una parola, ma non c’è niente da dire il gioco parla da sè. Il bambino mostra tutta la sua arte nel gioco del pallone, un po’ con l’orgoglio da uomo arabo e un altro po’ con un senso di sana autoironia, quando il mio tiro fa goal.
Ricordo l’anno prima, i suoi capelli biondissimi e lunghi e la sua aria ritrosa, subito pronto a farti un sorriso conquistatore. I capelli ora sono più scuri e corti, sta assomigliando sempre di più a suo padre, un uomo di grande resistenza. Un uomo che ha fatto della resistenza e del pacifismo il suo credo. Che risponde con il suo orgoglio e la legalità a tutti i tentativi di cacciarlo dalla sua terra, di spaventarlo, di metterlo a tacere.
Un uomo che cresce i suoi figli nella resistenza, come lui è stato cresciuto dalla madre.
Arriva un furgone dell’organizzazione Ta’ayush (credo voglia dire “cooperazione”) e ne scende Amiel Vardi, un israeliano che da anni collabora assieme ai palestinesi contro l’ingiustizia dell’occupazione e contro i soprusi. Ci racconta quale sia il suo lavoro di cooperazione e quanti ostacoli incontra.
Nei viaggi con Luisa incontriamo molti israeliani che sono contro l’occupazione e che proprio per questo vengono ostracizzati dal governo e dalle persone comuni.
Facciamo un passaggio anche alla cooperativa delle donne di At-Tuwani, c’è sempre qualche ricamo da comperare e qualche storia nuova che ci viene raccontata. L’essere donne in Palestina è difficile ancora di più, due sono le lotte da fare: contro l’occupazione israeliana e contro la mentalità del villaggio.
Casualmente qui incontriamo anche due ragazzi del Freedom Theatre di Jenin, una istituzione fondata da Juliano Mer-Khamis, il famoso attore-regista ucciso per il suo attivismo.
Oggi At-Tuwani sembra l’ombelico del mondo, un sacco di storie e realtà convergono nello stesso punto.
Intanto io vedo delle bambine sul tetto di una casa in costruzione, mi sorridono ma non vogliono farsi fotografare, come fossero molto più grandi di quello che sono, poi scendono e mi vengono vicine, allora sì che si fanno fotografare in tutte le pose e guardano le fotografie ridendo.
Capite ora dove ho lasciato il mio pezzetto di cuore? Tra le pietre aride della terra delle colline a sud di Hebron e gli occhi dolci dei bambini del villaggio, nell’abbraccio con Andrea il nostro cooperante e la stretta di mano ormai adulta di Sami.
La bambina più piccola di Hafez ci guarda da distante tenendo stretta la bambola di pezza che gli è stata regalata da una di noi. Le mando un bacio anche io da lontano e in silenzio prometto che tornerò.

bimbi

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