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La libertà non è in vendita (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 25 gennaio 2015 at 18:40

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Lo indica bene la grande chiave all’ingresso del villaggio che simboleggia il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e la speranza che un giorno si realizzi.
Siamo al campo profughi di Aida, ci fa da guida Bagut, dei Comitati popolari che ci spiega che sulla chiave sta scritto in arabo e in inglese “non in vendita”, per significare che il diritto al ritorno non è cosa da negoziare o da comprare.
E’ stata piazzata in occasione del 60esimo anniversario della Nakba, 15 Maggio 2008 e Nel 2012, è stata mandata alla Biennale di Berlino.
È da 64 anni che vivono qui come rifugiati : inizialmente erano circa 1120 persone, ora son 4700, in un’area di 0,71 kmq che non ha potuto espandersi.
Per i primi anni si è vissuti nelle tende, ci dice Bagut, poi si sono costruite casette ciascuna di una-due stanze con blocchi di calcestruzzo.
In un campo profughi non puoi pianificare la tua vita. Pensi sempre che potrai tornare alla tua casa, ma ciò non avviene.
L’altra cosa che balza agli occhi entrando nel campo è l’incombere del muro di separazione, o di annessione, come in tanti chiamano muro della vergogna, in tutta la sua pesantezza militare, rasenta il campo e quasi lo invade, in un punto è tutto annerito per i segni di un incendio recente , in altri occupato da vasti grafiti che riportano scene di arresti e guerriglia, con i volti di numerosi prigionieri politici
Il murale è stato fatto quando Abu Mazen andò all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato, per dirgli che non ci possono essere accordi senza che i prigionieri vengano rilasciati. “Soltanto gli uomini liberi possono negoziare”: è una frase di Mandela e, come ci ricorda Luisa, è la stessa che fa parte della campagna per la liberazione di Barghouthi e di tutti i prigionieri politici.
Saliamo sulla terrazza di una casa per vedere meglio la zona. E’ la stessa terrazza dove sono saliti i soldati per controllare la situazione e sparare dall’alto. La nostra guida ci fa notare la scuola sostenuta dall’UNRWA (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), dove le ampie finestre sono state in buona parte murate lasciando solo una fessura in alto, perché gli spari dei soldati mettevano gli studenti a rischio.
Questo è il prezzo pagato, ci dice Bagut , e nel lungo periodo costerà anche problemi con l’equilibrio psichico dei bambini, perché hanno visto le aggressioni dei soldati. Ci racconta che, dopo una di queste giornate tremende, la figlia di un altro rappresentante del campo Munzher, non riusciva più a stare in piedi. Sua moglie che è psicologa è riuscita a curarla, ma altre famiglie non hanno la fortuna di avere genitori psicologi.
Dalla terrazza spiccano i tetti delle case palestinesi, sulle quali cui sono sistemate delle grosse taniche d’acqua, del tutto assenti dai tetti delle case degli insediamenti: questo perché a loro l’acqua non manca mai, mentre le case dei palestinesi hanno un’erogazione razionata, d’estate un giorno ogni 2 settimane, o anche un giorno al mese. La mancanza d’acqua si ripercuote pesantemente sulla vita dei palestinesi – Bagut osserva che questa è stata una delle fregature degli accordi di Oslo, in cui gli israeliani sono stati molto furbi, mentre la delegazione palestinese non aveva il controllo e la precisa conoscenza del territorio.
Da lassù notiamo bene che il muro di separazione esclude una vasta zona, che prima aveva anche molti campi coltivati e diverse proprietà palestinesi: ci sono terreni della municipalità di Ramallah, della chiesa armena, vari proprietari individuali, il comune di un altro paese.
Bagut racconta della famiglia Darwish, rimasta dall’altra parte del muro, area di Gerusalemme, ma a loro frequentare le scuole di Gerusalemme è proibito, perché non hanno ricevuto la carta d’identità di Gerusalemme; quindi per andare alla scuola del campo adesso devono fare un giro lunghissimo passando per un checkpoint.
Un altro esempio del sistema di apartheid che vige in questo paese.
I palestinesi di Aida cercarono di far parlare della loro situazione anche in occasione della visita di papa Benedetto XVI nel 2009, che celebrò una messa nel campo di calcio buttando giù un muretto e sistemando l’altare in modo che le riprese potessero inquadrare il muro sullo sfondo e visibile in tutto il mondo.
Alla fine della nostra visita saliamo al Centro culturale giovanile di Aida dove abbiamo modo di vedere foto e filmati sull’aggressione dell’esercito al campo.
Chiediamo a Bagut di spiegarci che cosa sono i comitati , come vengono eletti e a che cosa servono.
La nascita dei Comitati popolari che, come sentito, sono il riferimento locale, nasce da una lunga riflessione sulle esperienze del passato per traguardare e organizzare la resistenza non violenta, si occupano dei mille problemi della vita di ogni giorno.
Ciò è indispensabile per vivere, per mantenere accesa la speranza, per radicarsi nel territorio, per preparare e decidere varie iniziative.
Ci racconta che si sono organizzati in un Coordinamento nazionale che raccoglie i Comitati già esistenti e che sicuramente aumenteranno di numero.
Un Coordinamento eletto, composto da 5 persone, di cui alcune donne, che si rinnova ogni 2 anni.
Ci spiega che il metodo non violento, oltre a sottolineare la superiorità morale della loro lotta, è una scelta irreversibile perché consente di mantenere più stretti contatti internazionali, anche se gli stati arabi sono indaffarati nelle loro questioni; i palestinesi sono attualmente divisi, la comunità internazionale non ha mostrato nessuna intenzione di rendere Israele responsabile per la violazione dei diritti umani dei palestinesi.

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