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La Palestina è un paese obbligato alla speranza (di Milena Nebbia)

In amore, Viaggi on 22 gennaio 2015 at 15:07

AlKamandjati

Ramallah (West Bank)-Qualcuno ha detto che “la Palestina è un paese obbligato alla speranza”. E la speranza può passare anche attraverso la musica, quando questa diventa una forma di resistenza nonviolenta.
E’ la strada scelta da Ramzi Aburedwan, nato nel campo profughi di Al Amari, vicino Ramallah, la cui infanzia è stata segnata dall’esperienza della prima Intifada, come testimoniato da una foto diventata famosa che lo ritrae, allora bambino di otto anni, mentre lancia pietre contro i blindati israeliani. E’ stato dieci anni più tardi che Ramzi, ora un uomo di trentasei anni, si è avvicinato al violino, prima studiando presso il Conservatorio Edward Said (“c’erano appena venti studenti – ricorda – io non avevo un maestro, mi esercitavo e suonavo praticamente da solo”) e poi specializzandosi in Francia, grazie ad una borsa di studio. L’esperienza europea lo fa maturare come musicista, ma gli apre anche la mente e inizia a coltivare un sogno: portare la musica ai bambini palestinesi, specie quelli dei campi. “Sono tornato nella mia terra durante la seconda Intifada, sono andato a visitare il Centro educativo all’interno di un campo profughi e ho visto i bambini che dipingevano carri armati, scene di guerra ed armi, mentre quelli francesi dipingevano il sole, gli animali, gli alberi…”. Ramzi pensa che sia ora di dare concretezza al suo sogno, creare la scuola di musica: inizia così a contattare gli amici musicisti in Francia, a fare fundraising, a raccogliere strumenti musicali usati in altri paesi allacciando contatti in Palestina e all’estero. “L’apertura della scuola ha rappresentato un momento forte per la gente perché è avvenuta quando la situazione era veramente difficile – spiega – ma siamo andati avanti nonostante le difficoltà, anche quando la gente ci diceva che non era tempo per la musica. E’ nata così nel 2005 l’associazione e scuola di musica “Al Kamandjati” (il violinista) nella parte vecchia di Ramallah, in un bellissimo edificio del periodo ottomano ristrutturato, che attualmente offre corsi di musica araba e occidentale a oltre 350 bambini. In successione è stato poi aperto il centro di Jenin e avviato un programma di assistenza educativa nei campi di rifugiati nella West Bank e nel Libano del Sud. L’idea degli insegnanti era quella di aprire una scuola anche nella Striscia di Gaza, ma con l’occupazione e la politica di closure questo non è stato possibile. “Anche per il progetto in Libano – raccontano i docenti – ogni volta che gli insegnanti vogliono spostarsi sono costretti a partire dalla Francia, mai dalla Palestina perché né le autorità israeliane né quelle libanesi farebbero loro varcare il confine”.
La filosofia degli insegnanti è che la musica debba essere patrimonio e diritto di tutti: il 90% degli studenti non paga nulla per frequentare i corsi, si tratta di una scuola popolare e si favoriscono i progetti che possano coinvolgere il maggior numero di ragazzi.
Una parte degli insegnanti è retribuita con i fondi provenienti da diverse istituzioni e fondazioni internazionali, altri sono volontari. Nell’ambito dei progetti nel campo di Boujelburanji e in Libano, troviamo l’impegno di Assopace Palestina, che opera da anni in questo territorio e che è presieduta da Luisa Morgantini, ex vicepresidente del Parlamento Europeo. “Tra i filoni del nostro sostegno, c’è proprio quello di far emergere il patrimonio culturale palestinese – dice – affinchè si rompa lo stereotipo di popolo-vittima o popolo di terroristi. Molti sono gli scambi culturali che stiamo attuando tra giovani artisti palestinesi e italiani, che si stanno rivelando efficaci su entrambi i fronti. Conosco Ramzi dalla prima Intifada, l’ho invitato col suo gruppo al parlamento Europeo, sento di poter fare mia la sua affermazione in base alla quale si possono anche demolire le case e le strade, impedire gli scambi e la libera circolazione, ma non si può distruggere la cultura, bene immateriale”.

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