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Quello che ho portato a casa (di Donato Cioli)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:39

2015-01-03 HebronChekpoint
Prima del viaggio fatto nel Dicembre 2014 in Palestina con Assopace Palestina, pensavo di essere una persona mediamente informata sulla situazione nei Territori Occupati: in fondo, seguivo le notizie su giornali e riviste, ne parlavo con gli amici e avevo anche letto qualche libro sull’argomento. Al ritorno mi sono accorto –con sorpresa e rammarico– che in realtà le mie nozioni precedenti erano solo parziali e, cosa ancora più preoccupante, che anche io ero rimasto vittima dell’approssimazione e della superficialità dei sistemi di informazione.
A dire il vero, mi ero liberato già da tempo dall’odiosa equidistanza di chi dice: “Vabbè, Israele uccide un po’ troppo, ma deve pur difendersi dai terroristi”. Avevo capito che l’autodifesa non poteva essere la ragione vera delle politiche di Israele, che gli atti di terrorismo arabo (che anch’io deprecavo amaramente) erano un ottimo pretesto per rappresaglie che si iscrivevano in un ben più ampio disegno di egemonia e di appropriazione. Ma, in fondo, devo confessare che nel mio immaginario istintivo di europeo un po’ arrogante, continuava a serpeggiare un seppur benevolo e inconsapevole divario razzista tra quegli Arabi un po’ selvaggi e primitivi e quegli Israeliani così civilizzati, così intelligenti e così eccellenti –da sempre– in tutti i campi del sapere e delle arti. Potevo immaginarmi più facilmente un fanatico arabo che commetteva qualche atto ignobile, piuttosto che un evoluto israeliano (in fondo così simile a me) che fosse dedito a qualche vile bassezza.
Credo che siano stati soprattutto i dettagli di quello che andavamo poco a poco osservando durante il viaggio, a invertire i miei cliché mentali.
Le disuguaglianze imposte, innanzitutto. Già all’aeroporto, le cure premurose per gli olim, gli ebrei neo-immigranti per cui vengono aperti al bisogno sportelli speciali per evitare le code fatte dagli altri. Poi la bella autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme, dove si impara subito il complicato sistema delle targhe colorate, per cui gli arabi non solo non accedono alla strada, ma ne sono danneggiati perché questa divide longitudinalmente il paese a metà e per andare da una parte all’altra chi non ha la targa giusta deve cercarsi gli appositi e ben separati sottopassaggi.
Il paesaggio, già così brullo e sassoso, doppiamente devastato dagli insediamenti israeliani e dai disperati tentativi palestinesi di metter in piedi una qualche testimonianza concreta della loro presenza su quella terra.
Gli insediamenti, arroccati sui punti più strategici, sono bianchi e ordinati, crescono a vista d’occhio e svelano ben presto simmetrie e connessioni con altre macchie biancheggianti, gli “avamposti”. Illegali i primi per la legislazione internazionale, illegali i secondi anche per la legislazione israeliana, ambedue concepiti per sottrarre terra e risorse.
Gli abitati palestinesi conservano a volte la dignitosa bellezza delle antiche murature, ma spesso sono grovigli disordinati di edifici moderni, spesso lasciati incompiuti e desolati, ma sempre facilmente riconoscibili per una specie di cresta scura sui tetti: sono i serbatoi di plastica nera per accantonare quanta più acqua possibile, quando arriva, spesso due volte a settimana o anche meno. Questa dell’acqua è una storia a parte, di ovvia importanza socioeconomica ma anche simbolica. La disponibilità giornaliera pro-capite di acqua è quattro volte più bassa per il palestinesi rispetto agli israeliani. Ma quando i palestinesi hanno costruito cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, se le son viste distruggere dall’esercito, con la motivazione che erano state costruite senza permesso. Gli insediamenti contengono spesso aree verdeggianti grazie all’irrigazione e ostentano talvolta maestosi ulivi plurisecolari che sono stati evidentemente sradicati dalle terre coltivate dai palestinesi.
Un fenomeno di cui non avevo apprezzato le dimensioni e la portata simbolica sono gli atti di pura violenza che i coloni cercano spesso di mettere in atto nei confronti dei ragazzi palestinesi che vanno a scuola. Abbiamo incontrato addirittura un corpo internazionale di volontari (TIPH) che hanno il compito di scortare i ragazzi per difenderli dagli attacchi dei coloni e abbiamo conosciuto ONG la cui attività consiste nell’accompagnare studenti, pastori o contadini nelle zone a rischio di attacco da parte dei coloni. La cosa più coinvolgente di questa difesa sta nel fatto che si tratta di un’attività completamente nonviolenta, la cui arma principale consiste in una semplice videocamera che documenta ogni eventuale illegalità. Un esempio prezioso di uso pacifico delle tecnologie moderne.
Hebron è certamente il luogo dove macro- e micro-strategie di sopraffazione e di umiliazione nei confronti dei palestinesi appaiono più scoperte e incredibili. La lugubre fila di porte sigillate di Shuhada street, le inferriate che ingabbiano le finestre e i terrazzi da cui si affacciava l’ostinata donna superstite, le reti che dovrebbero proteggere i suk dai lanci dei coloni, tutto questo è difficilmente rappresentabile in un racconto di qualunque tipo che non comprenda l’esperienza diretta dal vivo. Non meno sorprendenti le bandiere o i simboli israeliani che documentano a Gerusalemme l’avvenuta occupazione di pezzi della città vecchia che si incuneano e si incastellano in mezzo alle abitazioni arabe.
Il muro poi, colpisce per quell’altezza grigia che si snoda a vista d’occhio nel paesaggio, ma colpisce soprattutto il suo tracciato così scopertamente disegnato per ritagliare pezzi di territorio intorno agli insediamenti.
Una lezione di coraggio e di dignità dagli abitanti del campo profughi di Aida: con la loro scuola senza finestre, la stretta del muro incombente, i disagi dell’affollamento e tante ferite (anche sulla carne dei bambini) accumulate nelle loro lotte, hanno ancora la forza (forse disperata?) di organizzare una resistenza basata sulla nonviolenza. Amaro contrasto con l’altra realtà palestinese che invece affida alla lotta armata ogni prospettiva (ancor più disperata) di riscatto.
Ancora una volta le testimonianze di israeliani che si impegnano in vari modi contro l’occupazione mi sono parse doppiamente ammirevoli e commoventi: una minoranza coraggiosa che non vuole tradire la purezza di un antico sogno.

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