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Fierezza, tenacia e mandorle (di Maria Gabriella Mazzotti )

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:34

mandorle e resistenza

Abituata a muovermi libera, non sono riuscita (la permanenza è stata così breve) ad avere sensazioni fisiche di paura e di limitazione.
Mi è sembrato come di essere in un film, tanto la situazione mi è parsa paradossale: ‘sti muri il filo spinato con conficcati quei proiettili neri (uno è rimasto nella stanza dell’albergo, per scrupolo, non l’ho messo in valigia) e poi quei giovani ragazzi con il dito sul grilletto delle mitragliette.
Una sensazione, invece, ho avvertito molto forte da farmi sentire smarrita e impotente: il muro psicologico della paura e quello della rabbia. Paura e rabbia, rabbia e paura un mattone dopo l’altro un muro che ha dimensioni ben più costrittive e forti di quello di cemento, un muro che viene da molto lontano nel tempo.
E, se alzo gli occhi, nel mondo oggi quel muro è in ogni angolo della terra.
Quante mani vedo che portano mattoni e calce per quel muro. Mi sento triste, smarrita, impotente, sento profondamente il mio bisogno di sicurezza, di condivisione e di tranquillità. Poi rivedo l’incontro con Rami Elhanan e Bassam Aramin e intorno a loro vedo che il muro non c’è. Per me è stato l’incontro più profondo perché mi hanno confermato che la pace non è un’utopia e non siamo dei matti e degli incoscienti se anche di fronte alle efferatezze peggiori diciamo no alla violenza come risposta.
Negli occhi della dolce Yasmenn Al Nayyar, in quelli di quel simpaticissimo e bravo rapper, di cui non ricordo il nome, e del giovane maestro di musica che ai check-point non lancia più sassi ma suona il violino;
Nello sguardo deciso della donna, che ha dato alla sua vita, che a noi sembra di costrizione, una determinazione e un riscatto che emergono dal suo racconto, ma ancor di più da come l’ascolta con rispetto ed orgoglio il marito, mentre tiene in braccio con tenerezza la loro figlia più piccola;
Nella fierezza e tenacia del contadino che non se ne va dalla sua terra e ci offre mandorle intorno al fuoco all’imbrunire;
C’è tanta di quella forza vitale che non ha confini e volerà libera sopra tutti i muri come la bambina dei palloncini nei murales di Betlemme.
Quella forza è contagiosa, fa perdere in un amore senza ritorno le persone tenaci come Luisa e dà forza e coraggio per scegliere la pace ogni giorno e in ogni azione alle persone come me rese deboli da una vita troppo facile.
Nei templi delle tante religioni che si litigano la Terra Santa, non ho sentito la presenza del Dio o, per chi non ha una religione come me, dello spirito dell’universo, ma ho immaginato Gesù che caccia i mercanti dal tempio.
Nel viaggio verso Ramallah, ci siamo fermati lontano dalle città; la terra di un intenso colore è sassosa, mi ricorda la Puglia, l’aria è tiepida e ho notato, fra gli ulivi, un mandorlo appena fiorito e cardi selvatici, poi ci ha raggiunti un pastore con le sue capre con delle orecchie così lunghe, che non avevo mai visto. Ecco ho pensato che quando da bambina facevo il presepe io la Palestina la immaginavo così.
Al ritorno dalla valle del Giordano, dove le culture intensive di palme si mangiano la terra e prosciugano l’acqua, ormai notte, ci siamo fermati per vedere il deserto e rimaniamo affascinati a guardare intirizziti per il freddo e per il vento. Poi, abituati gli occhi al buio, scorgiamo in lontananza un grande insediamento, il processo di cementificazione non risparmierà neppure questo luogo.
Non era comprensibilmente nel programma di questo viaggio, ma mi è rimasta la voglia di incontrare i coloni e i rappresentanti del governo israeliano per chiedere, al di là del torto e della ragione, ripetitivamente come fanno i bambini: perché?

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