rossaurashani

Nulla è eterno. Neppure il Male. (di Simonetta Madussi)

In amore, Viaggi on 18 gennaio 2015 at 0:58

2015-01-06 08.45.28

… “Un uomo perseguitato, che lo sia perché con le sue stesse mani ha trasformato tutto il prossimo in persecutore o perché nella sua mente bacata brulicano schiere di insidiosi nemici, in un caso come nell’altro una persona di questa fatta ha in sé oltre a della meschinità anche un difetto morale: la mania di persecuzione è fondamentalmente ingiusta di per sé. Fra parentesi, è nella natura delle cose che la sofferenza e la solitudine, le disgrazie e le malattie capitino a questo genere di persone più che alle altre, cioè a noi. Per sua natura infatti chi è diffidente è come predestinato alla tragedia. La diffidenza, al pari dell’acido, consuma ciò che la contiene e divora chi la cova: tenersi notte e giorno lontani dal genere umano, almanaccare continuamente su come sfuggire alle trame altrui e come respingere macchinazioni, non pensare ad altro che ai mezzi per fiutare da lontano le trappole tese – tutto ciò è causa di danni irreparabili. E sono queste le cose che portano l’uomo fuori del mondo …”

Sull’autobus che ci trasportava per le strade e le città di Israele e dei Territori Occupati rileggevo questo passo del libro “Giuda”, dello scrittore israeliano Amos Oz, che avevo portato con me per cercare di capire qualcosa di più e di meglio riguardo a ciò che andavamo vedendo. Quelle parole sono messe in bocca ad un vecchio israeliano che parla al telefono con un amico e sembrano dette in tono generale, commentando il comportamento di un terzo personaggio.
Come credo l’autore stesso volesse suggerire, esse mi sono sembrate drammaticamente adatte a rappresentare, in sintesi e come attraverso uno specchio metaforico, la situazione che i due popoli, israeliano e palestinese, vivono ormai da settanta anni.
Mi sono tornate alla mente, e mi sono rimaste vivamente impresse, in occasione di tutte le mille esperienze, di cui gli altri viaggiatori sicuramente parleranno. Ma mi sono riapparse improvvisamente alla mente durante il percorso sull’autostrada che congiunge Tel Aviv a Gerusalemme.
E’ questa un’importante arteria di comunicazione, l’unica che unisce rapidamente il Nord e il Sud del paese, ma è riservata ai soli israeliani e corre fra alti pannelli di cemento e filo spinato. Costruita in nome di una presunta “sicurezza”, imprigiona e segrega certamente soprattutto e dolorosamente, i palestinesi, ma costringe a vivere in una gabbia permanente di paura anche coloro che lo hanno eretto.
A circa metà del percorso, si incontra, lungo un lato della strada, un corridoio che conduce ad un ponte pedonale che la sovrasta e che costituisce l’accesso ad uno dei pochi punti di attraversamento per chi, e sono i più fortunati, dai Territori si reca ogni giorno a lavorare dall’altra parte, in Israele.
E’ un corridoio stretto, lungo qualche decina di metri, limitato da alti pali di ferro a “ T” che sorreggono una rete metallica e portano in alto rotoli di filo spinato. I palestinesi sono costretti a passare là dentro per accedere, dopo accurati controlli, in entrata e in uscita, alla struttura che passa sopra all’autostrada e che è altrettanto protetta, ancora per “sicurezza”, da altre gabbie e da altro filo spinato. Spesso prima di entrare, o di uscire, sono costretti ad aspettare anche due o tre ore, ogni giorno.
E’ stato lì che un lampo di memoria mi ha attraversato la mente. Qualcosa di terribilmente analogo l’avevo visto ad Auschwitz – Birkenau, durante un viaggio di istruzione con i miei studenti. Un corridoio simile, era riservato agli ebrei che entravano nel campo: ebrei “fortunati”, perchè non erano stati avviati direttamente alle camere a gas, e che, guardati a vista, erano costretti a camminare tra mitra spianati e cani latranti. Allora avevo pensato che nulla di analogo, dopo Auschwitz, sarebbe potuto più accadere, e che quel passato fosse per sempre sepolto per sempre, per sempre.
La storia di oggi, da Guantanamo alle atrocità che siamo costretti a vedere ormai quotidianamente, ci mostra che non è stato così.
Anche qui, nei Territori, muri, anzi il “Muro”, recinzioni, filo spinato, reti metalliche, alcune elettrificate, ci hanno accompagnato per tutto il viaggio, mentre andavamo alla scoperta di realtà umane e urbane segregate da quelle divisioni.
Eppure, paradossalmente, quelle città e quei villaggi che visitavamo, sono apparsi abitati da uomini duramente provati da sofferenze e avversità, ma ancora ostinatamente aperti alla speranza della pace, a dispetto delle condizioni disperate in cui continuano a vivere.
Spesso, come a Betlemme, come a Ebron, come intorno alla tomba di Rachele, il Muro opera una deviazione che isola il territorio in enclavi , dalle quali non si può uscire od entrare senza imbattersi in pesanti controlli di “sicurezza”.
Il nostro gruppo è passato, senza neppure troppi disagi attraverso diversi varchi.
Ma eravamo considerati, e ci spacciavamo, per pellegrini cattolici in visita nella Terra Santa. Però abbiamo visto che bastava avere la pelle un po’ più scura o portare camere fotografiche o cineprese un po’ più professionali dei banali telefonini, per vedere accendersi l’ombra del sospetto nei soldati di guardia, e a volte iniziare una perquisizione,.
Ecco. I soldati: un altro elemento terribilmente inquietante. Sono dappertutto. Non solo nei varchi di passaggio, ma anche sui tetti delle case, per le strade, nelle città e nelle campagne. Eppure sembrano non avere un atteggiamento ostile, almeno verso di noi. Spesso sorridono, salutano con la mano, chiedono da dove veniamo, si sforzano di essere gentili, si lasciano persino fotografare. Ma ci accorgiamo con meraviglia che vivono la loro presenza armata come normale e banale quotidianità. L’ossessione della “sicurezza” e della necessità della diffidenza gli è stata inculcata fin dalla nascita cosicchè l’idea di una convivenza, fra diversi e in pace, è del tutto estranea alla loro mentalità.
Però, nonostante il nostro status di pellegrini cattolici e tuttavia sospetti ( che ci facevamo in uno sperduto villaggio palestinese in territorio occupato? ), ad AtTuwani, una camionetta ci ha seguito sempre, a debita distanza, ma passo passo, senza mollarci mai. In quel villaggio, i ragazzi, meravigliosi, appartenenti ad un gruppo di solidarietà che si chiama “Operazione Colomba”, sono lì per accompagnare i bambini a scuola e fungere da scudi umani, evitando che cecchini ortodossi, appostati sulle strade, sparino su di loro, come a volte qui e altrove, è successo.
Gli insediamenti israeliani, spesso abitati da ebrei ortodossi, stanno dilagando nei Territori occupati, con o senza il beneplacito delle autorità israeliane. Stanno rubando terre, e coltivazioni, e pascoli, e acqua, ai Palestinesi. Distruggono la loro economia. Ma operano un danno irrimediabile anche al paesaggio. Le belle colline pietrose e fertili , ondulate e coperte di ulivi, che avevo visto in un precedente viaggio, stanno scomparendo sotto un mare di cemento che le divora senza scampo.
Sono costruzioni moderne, spesso anche belle architettonicamente, ma dilagano a macchia d’olio. Hanno giardini e aiuole, con i tubicini d’irrigazione per mantenerli sempre verdi, mentre i villaggi e le città palestinesi ricevono acqua per vivere solo due volte a settimana; e i loro tetti sono imbruttiti dai neri contenitori che servono per conservarla.
Dei dettagli del viaggio altri compagni parleranno. Io dirò dei Luoghi Santi. Del Giordano, di Betlemme e di Gerusalemme. Per me, agnostica, ma con una formazione storica, sono luoghi che hanno un fascino particolare, perché la loro esistenza attraversa tutta la memoria del mondo, fin dai millenni in cui è sorta la civiltà, quando le città e gli stati sono nati per consentire all’umanità di uscire dallo stato di guerra di tutti contro tutti e garantire la coesistenza pacifica di coloro che li abitavano.
Oggi quei luoghi sono segnati tragicamente dalle divisioni, dal sospetto, dalla diffidenza e dalla prevaricazione.
Betlemme è una città morta. I turisti, “mordi e fuggi” visitano la Basilica e scappano, senza forse neanche accorgersi che la città è una prigione a cielo aperto, dove si entra e si esce solo attraverso un varco. Gli alberghi e i ristoranti palestinesi languono; l’economia, che, almeno qui, dovrebbe essere florida, è invece allo stremo.
La città vecchia di Gerusalemme, bellissima, nella parte che ancora cade sotto il controllo dell’Autorità Palestinese cade a pezzi. Una popolazione povera, che vive nel suk del misero commercio di frutta e verdura (buonissime) o di qualche souvenir a poco prezzo, si aggira nei vicoli o sta seduta in terra presentando le proprie mercanzie. Ragazzi disoccupati ciondolano ovunque, in attesa di qualcosa da fare.
La città nuova, occupata da Israele, risplende di luci e di modernità.
L’accesso alla magnifica spianata delle Moschee è consentito solo per poche ore al giorno, in orari impossibili, presidiata da soldati armati fino ai denti.. Non siamo riusciti a visitarla, ed è periodo natalizio!
Però le bandiere di Israele sventolano implacabili, e la teca con il candelabro d’oro a sette bracci domina l’accesso al sottostante Muro del pianto, quasi a presidiare e ad imporre una presenza simbolica, minacciosamente esplicita, su uno spazio che ancora non possono marcare del tutto come proprio.
In nome di che? Di quella diffidenza, di quel sospetto, della necessità ossessiva di prevenire, della garanzia, diventata un’alibi di una sicurezza, peraltro impossibile, di cui parla Oz. Che costringe gli antichi perseguitati a trasformarsi in persecutori e ad infierire su un altro popolo, condannando se stessi e gli altri a vivere come nemici.
Eppure nella risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 c’era scritto: “… La terra sarà divisa in due stati autonomi, uno ebraico e uno arabo, che avranno legami di ordine economico e una moneta unica. Gerusalemme e Betlemme saranno sotto controllo internazionale.”… Lo stato arabo non è mai nato e i legami economici ( e quelli sociali che ne dovrebbero scaturire ) non esistono, perché gli interessi sono antitetici.
Quando fu decretata la nascita dello stato ebraico, alcuni dei dirigenti del Comitato Sionista e dell’ Agenzia Ebraica, che pure avevano guidato la lotta contro gli inglesi e preparato il ritorno dei reduci dai campi di sterminio, si opposero strenuamente a tale decisione. Dicevano che essa avrebbe portato inevitabilmente a scontri armati e a guerre contro gli arabi, e che nessuno mai avrebbe potuto vincere definitivamente.
Quei dirigenti furono esautorati ed emarginati.
Ma la loro previsione si è mostrata drammaticamente vera.
Eppure della speranza concreta di una possibile pace abbiamo avuto un segno tangibile durante il commovente incontro che abbiamo avuto con i due genitori di “Parent’s Circle”: Rami, israeliano e Bassam, palestinese. Entrambi hanno perduto una figlia: a causa di un attentato suicida il primo, uccisa da un proiettile israeliano il secondo. Il dolore, dopo il primo momento della rabbia e della sete di vendetta, li ha uniti e hanno avviato un percorso di pace, insieme.
Mentre ci raccontavano la loro esperienza, ciascuno si riferiva all’altro con l’appellativo “brother”. Il nostro amico e traduttore Guido, dopo un paio di volte, ha sorvolato su questo termine, riferendo solo i nomi propri. Ma loro due, ogni volta, si intromettevano, sottolineando in maniera significativa la parola: “brother”.
Non c’è altra scelta. Da qui bisognerà per forza ripartire, dal percepirsi e sentirsi fratelli. Ci vorrà molto tempo. Dovranno morire gli ultimi testimoni oculari delle vicende drammatiche che hanno portato alla spartizione della Palestina. Dovranno morire anche i nati di seconda e terza generazione. Ma alla fine si dovrà trovare una soluzione, qualsiasi essa sia. Nulla è eterno. Neppure il Male.

Simonetta Madussi

2015-01-03 09.14.25

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: