rossaurashani

La tenda della libertà

In Amici, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 22 gennaio 2014 at 8:12

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Beh, viaggiare con Luisa non è sempre sofferenza, e non parlo di stanchezza fisica, levatacce e viaggi complicati, parlo del disagio o del dolore che si prova nel vedere ingiustizie, diritti umani cancellati e una terra stuprata.
Ne parlavo con lei, Luisa, mentre si viaggiava con un amico palestinese verso Ramallah. Notavo ancora, una volta di più, che gli insediamenti sono vere e proprie prove di forza. Sono stupri del territorio, dimostrazioni di potenza e possessività, non mancano nemmeno di difese e muri di vera matrice paranoica. Guardavo il tutto e affermavo: “Ma gli israeliani non amano proprio questa terra, lo si vede dalle costruzioni che sembrano fortezze e che paiono ingoiare la terra per poi richiudersi e ritornare mostri...” lei candidamente mi ha risposto: “Chi vuole possedere, non ama…” risposta semplice semplice, ma davvero illuminante, così vera che varrebbe un capitolo intero su questo viaggio e sulle riflessioni nel mio blog.
Comunque la sorpresa, mentre il temporale scoppia riversando sul nostro autobus pioggia a secchiate, Luisa ce la fa subito: “Sapete dove andiamo adesso???” e io che avevo avuto l’ardire di farglielo a mente il giorno prima, ho aperto subito le orecchie e il cuore alla speranza. “Vi porto a trovare Samer Issawi, che è uscito da una settimana dal carcere, dopo la lunga lotta ingaggiata con i suoi carcerieri… ma sapete chi è?”
Avrei voluto gridare certo che lo conoscevo e per me era un mito e che non avrei mai pensato di poterlo incontrare, e che un onore simile mi pareva troppo. Io una viaggiatrice, non per caso, in casa dell’uomo che ha portato quasi alle estreme conseguenze la sua battaglia per l’ingiusta carcerazione. “La tanto attesa scarcerazione, avvenuta poco prima di Natale, di Samer Issawi non è un regalo natalizio delle autorità israeliane ma la realizzazione dell’accordo, raggiunto otto mesi prima, che mise fine ai 266 giorni di sciopero della fame attuato dal detenuto palestinese fino al punto di rischiare la vita”.
La sua storia è presto detta: Militante del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, arrestato nel 2002 e condannato a 26 anni di prigione per presunte “attività terroristiche”, Samer Issawi era stato rilasciato nel 2011 come parte dello scambio tra mille detenuti politici palestinesi e il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero a Gaza per più di cinque anni.
Samer era stato nuovamente arrestato nel luglio 2012, con l’accusa di aver violato i termini della sua scarcerazione.
Secondo Israele avrebbe lasciato Gerusalemme per incontrare in Cisgiordania militanti della sua organizzazione e creare “cellule terroristiche”. Issawi invece ha sempre sostenuto di aver lasciato Gerusalemme solo per riparare la sua auto in Cisgiordania, dove i costi sono più bassi.” (tratto da NenaNews 24.12.2013)
Ma fosse come fosse per riuscire a trattare con Israele la sua libertà, ha avuto il coraggio di ridurre la sua vita a niente, ma il suo sciopero della fame, che è diventato esempio anche per altri detenuti, ha valicato i confini e il mondo civile ha cominciato a fare pressioni per farlo liberare. Le campagne di supporto con i prigionieri politici in sciopero della fame si sono moltiplicate fino a raggiungere lo scopo: Samer Issawi libero o almeno è stata contrattata una promessa di libertà, tanto da salvarlo proprio sull’orlo del baratro.
L’autobus arranca sotto la pioggia per le stradine di Issaiwi (in Palestina i nomi si ripetono e le famiglie portano il nome del villaggio e il villaggio porta il nome delle famiglie… non si sa mai chi inizia per primo) comunque la cosa sembra strana perfino ai bambini che avendo adocchiato la targa israeliana ci fanno segno del solito tiro di pietre.
Scendiamo sotto una pioggia insistente, entrando in un cortile buio già pieno di gente, tutti sorridenti e ci vengono a stringere la mano, una confusione di mani e di braccia sotto un cielo implacabile, Luisa con un grande vassoio di dolcetti apre la strada e ci fa salire per una scala esterna che porta al tetto della casa, fa buio e sul pianerottolo del primo piano altra gente a stringerci le mani, ma bisogna salire ancora e ancora verso il buio di pioggia interminabile. Ad un certo punto, non so come, mi trovo ad essere la prima, dopo Luisa a raggiunge la tenda innalzata sul tetto, luogo sufficientemente grande per ricevere gli ospiti numerosi, e lì davanti con un sorriso dolcissimo c’era Samer che mi riceve con una stretta di mano e che mi dice “Grazie!” Dice “Grazie!” a me che ho fatto la sola fatica di salire una scala sotto la pioggia e che vego sì dall’Italia, un paese lontano, ho sì appoggiato la sua lotta (ma lui che ne può sapere), ma mai ho patito la fame, mai ho vissuto l’ingiustizia che ha subito lui, mai ho fatto qualcosa di così grande…
Credo di aver detto “Samer….” con voce talmente emozionata da risultare quasi strozzata e credo anche di aver accompagnato tutto con un confuso discorso in inglese che anche se fosse stato meno incoerente, lui non avrebbe potuto capire lo stesso. Credo di aver vissuto una di quelle emozioni che lasciano nel cuore una gioia vera, difficile da spiegare.
Samer è davvero un bel ragazzo, occhi grandi e luminosi, forse un naso un po’ importante, ma poco conta, un sorriso che accende tutte le lampadine dei cuori, almeno i nostri, ma nessun atteggiamento da divo, un ragazzo semplice, modesto, senza velleità di apparire. Sembra felice di essere festeggiato, ma forse vorrebbe anche scappare, e la tenda sul tetto si riempie di gente, i famosi 52 turisti, i famigliari, i vicini di casa, i bambini e le ragazzine che sorridono (senza farti capire il grado di parentela che li unisce a Samer) arrivano altri dolci, il caffè ed il tè, in quantità industriali, per tutti e anche di più. I ragazzi più grandi passano e ripassano e servono ad ognuno il bicchiere e il dolce, e tutti debbono partecipare e nessuno deve rimanere in disparte, tutti siamo sotto la stessa tenda a condividere la stessa gioia. C’è sua sorella che parla bene l’inglese e che ci ringrazia tutti di essere lì e di aver fatto tanto per quel ragazzo, c’è una mamma vestita di nero che lo guarda con occhi timidi, incredula, (dopo saprò che altri figli sono in prigione o altri sono stati uccisi dai soldati) una donna piena di dignità, un padre con una faccia onesta e simpatica che si tiene silenzioso in disparte, e rappresentanze politiche che non so da dove vengono, ma a noi poca differenza fa, noi stiamo partecipando alla “Libertà“.
Ad un certo punto salta la corrente e allora compaiono tanti telefonini, come candeline a fare luce a quel convivio confuso e felice.
Ci sono parole dette, e quelle taciute, ma più di tutto ci sono gli occhi di chi è lì a parlare, le emozioni a rendere tutto così magico. E gli occhi di Samer, ancora increduli, ma ovviamente non domati dalla terribile esperienza.
Una ragazzina palestinese, con il suo cellulare scatta foto a tutti e ci dice, forse le uniche parole che sa in inglese: “I love you” sperando così di farci sorridere e di immortalarci tutti con il nostro miglior vestito di festa: uno “smile” sincero. E foto di gruppo, foto singole, mamma, papà, sorella e Samer e Luisa e tutti assieme e in gruppi separati, e gente che ride e Mike, il nostro Mike, la guida integerrima sulla tenuta dei tempi, sorride felice risparmiandoci il suo solito “Yalla Yalla” per metterci in ordine a ammassarci ancora una volta nell’autobus.
Che momento indimenticabile! Lingue e suoni che si intersecano, parole che sembrano non avere senso, volano libere come tutti i pensieri, tutto frutto della felicità e dell’euforia che ti dà la libertà quando tanto è costata per ottenerla. Un pensiero grigio si insinua. Non voglio chiedermi quanto durerà ancora la libertà di Samer, e se avesse davvero ottenuto l’affrancamento dalle catene per sempre. Sempre è un termine improbabile qui in Palestina, soprattutto se si parla di libertà. La situazione non è poi così certa. Esiste anche l’ironia e la brutalità del carceriere, esiste anche la rabbia del carcerato che forse “dice cose che dovrebbe tacere”. E le parole possono costare care in Palestina, tutti lo sappiamo.
Ma oggi si celebra la libertà e stanotte altri 26 uomini usciranno dalla prigione e la gioia sarà ancora più grande e le bandiere sventoleranno per ore e la gente festeggerà per le strade e noi siamo qui, oggi, e ci dimentichiamo perfino perché siamo qui, perché la gioia è tanta e attraversando questo paese, sappiamo che sono così pochi i momenti come questi, ed è così bello poter dire assieme ai nostri amici palestinesi: finalmente liberi: “Free, free Palestine“.

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