Mario

Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

SONY DSC
Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Annunci
  1. Lo trovo buono, molto buono, e allora perché provare a fare quello che tu sai fare meglio?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: