Mario

Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

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  1. Io ne consiglio la lettura. E qui consiglio… di continuare a sognare. E a combattare per poterlo continuare a fare e per la realizzazione di quel sogno. Ma… io sono d’altro genere (?) 😉

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