Mario

Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

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  1. “essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna”
    un grande scritto, Ross, mi ci identifico in pieno. E lo condivido pure in giro….

  2. LE DUE METÂ DEL CIELO ALLO SPECCHIO

    cara Ross, hai centrato il problema, e ora nella tua ricostruzione del percorso ci sono gli elementi da cui far ripartire la discussione. Sei riuscita a stupirmi, ma in qualche modo me l’aspettavo, perché ero sicuro anche che l’occhio e la mente di Pasolini in “Comizi d’amore” (1963) avrebbero aperto la possibilità di dare oggi uno spessore storico alla riflessione sul tema, non più solo sulla “condizione femminile”, ma proprio sul ruolo globale della sessualità e del rapporto uomo / donna nella costruzione e codificazione dei rapporti sociali. Questo nodo centrale del discorso va chiarito ora, perché è da qui che possono ripartire oggi dei paradigmi nuovi di lettura per aprire una diversa prospettiva alle rivendicazioni dei diritti di tutti, uomini e donne.

    Francesco d’Assisi sul mercato
    ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA

    Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale” , e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della *famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento” ! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
    Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana” , ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria , preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
    Seguendo questa interpretazione, oggi,, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata , in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media , pervasivi della vita quotidiana , è il tema su cui bisogna riflettere.
    Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi,sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono i veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

    Nel prossimo post ripartiamo dal 1963.

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