rossaurashani

La “Grande Acqua”

In Le Giornate della Memoria, personale, Venezia on 1 novembre 2012 at 8:42

Che notte stanotte. C’è chi non se la ricorda, quell’altra volta, ma io la ricordo bene e ne provo ancora un forte disagio, forse paura, non so.
Era il 1966, e la notte era stata simile a questa notte, era il 4 novembre e ora è il 1 novembre, solito periodo, perché è proprio di questo mese le sfuriate di scirocco e qui l’acqua monta quando tira scirocco e la marea non se ne va, resta in laguna, la differenza è poca tra il massimo e il minimo e poi la marea rimonta e allora…
C’era l’acqua alta al mattino, abbastanza alta, da bloccare la città. Mio padre era uscito presto con gli stivali alti fino alle cosce, era partito presto perchè si sapeva che, quel giorno, l’acqua non avrebbe perdonato. Doveva andare al negozio a sollevare dal magazzino tutto quello che stava negli scaffali più bassi, un lavoraccio infernale: le stecche di sigarette, la cancelleria, i detersivi, tutto da alzare di un piano almeno, sperando che bastasse, ma alla fine non bastò.
L’acqua era alta davvero e la gente affacciata alle finestre guardava, in giù, la strada allagata, e i negozianti al lavoro per tentare di salvare qualche cosa. Il nostro cortile sotto casa, malgrado fosse più alto di un gradino, era già pieno e l’acqua lambiva il primo gradino di casa. Però la gente alle finestre l’aveva presa a ridere, tanto si sa, noi veneziani con l’acqua ci conviviamo bene, non ci fa paura, sale e scende come la fortuna nella vita, basta saperla prendere e lasciarla andare quando va, tutto qua.
Ad un certo punto, non so a chi venne in mente che proprio sulla strada, vicino al canale ci stava una casetta che al piano terra, ospitava due vecchietti, e lì l’acqua entrava anche con le maree meno preoccupanti. Il mio vicino, un signore piuttosto prestante, era partito con i suoi stivali da pescatore e aveva bussato alla porta. I vecchietti avevano gridato che stavano bene e che per il momento stavano riparati sopra il tavolo di cucina ad aspettare che l’acqua defluisse… Il vicino se ne tornò rincuorato, d’altra parte non era la prima volta.
A casa mia, a parte il pensiero per mio padre, le preoccupazioni erano minime, stavamo all’ultimo piano e non c’era davvero di che preoccuparsi. Però mio fratello più grande si era svegliato con un forte febbrone, e una guancia gonfia segno che aveva un ascesso al dente davvero considerevole, e si lagnava del male come fosse sulla graticola. A quel tempo gli antibiotici non si tenevano in casa in previsioni di catastrofi e ad uscire per andare in farmacia non se ne parlava proprio, troppo lontana e poi nella strada più bassa della zona. Non ci restava che aspettare che la marea si ritirasse, ma non fu così. La sessa aveva cominciato timidamente a scendere quando un nuovo attacco dello scirocco l’aveva mantenuta a quel livello fino al momento della sessa successiva e a quel punto l’acqua rimontò, veloce e aggressiva come noi sapevamo essere quando il mare s’incazzava.
Dalla radiolina di casa arrivavano le notizie: Firenze era sotto con l’Arno che era straripato e stava imperversando per le strade della città provocando morte e distruzione. E noi invece avevamo l’acqua che cresceva e cresceva sembrava non finire più. Adesso in cortile l’acqua lambiva il secondo gradino di casa. Avevano tolto la luce, il gas e il telefono e la città andava alla deriva.
Il vicino ormai con gli stivali alti fino alle ascelle, era ripassato alla porta dei vecchietti che si erano rifugiati sopra l’armadio. Ormai l’acqua aveva invaso tutta la casa e aveva superato il tavolo in cucina. Ma come aprire la porta? Il vicino si era portato un po’ di arnesi e aveva scassinato il portoncino, per fortuna non troppo sicuro e aveva portato in salvo i due sfortunati. Ma cosa ne era della mia amica Marinella che stava pure lei in balia dell’acqua? E ora c’erano le 4 famiglie del primo piano di casa nostra, per il momento l’acqua era in casa, per qualche centimetro. Né luce in casa e nemmeno per le strade e al buio l’acqua faceva ancora più paura. Non funzionava il telefono e mio papà non tornava e nemmeno il dottore per gli antibiotici si poteva chiamare per quel maledetto dente di mio fratello. Allora mi era venuta un’idea, il dottore abitava nell’edificio di fronte, abbastanza distante, ma a tiro di voce, l’avevo chiamato gridando dalla finestra e si era affacciato e, dopo aver saputo il problema, si era detto disponibile a calare il cestino dalla finestra per fornirci l’antibiotico. Allora, per fortuna, ero una ragazza alta e agile, mi misi gli stivali alti, quelli che arrivavano alle ascelle e scesi in strada per raggiungere la casa del medico. E’ terribile trovarsi in mezzo all’acqua, al buio con detriti di tutti i tipi ed animali morti a galleggiare e anche qualche topo vivo alla ricerca di un posto dove rifugiarsi, perchè i topi nuotano, e pure bene, e in quella traversata non ero sola. Presi le medicine e tornai a casa da vera eroina, ma dentro mi era rimasta quella sensazione di sventura e abbandono che si prova quando puoi trovarti immersa nell’acqua, senza punti di riferimento e senza sapere se tutto questo sarebbe finito, ogni passo la sensazione che l’acqua poteva superare la tuta degli stivali e allora mi sarei trovata ancorata sul fondo della strada e non mi sarebbe rimasta che la possibilità di uscire dagli stivali e mettermi a nuotare. Ore 18,30 +194 cm. dal livello del mare il che voleva dire tutta la città allagata e chi stava ai piani terra era scappato come un profugo ai piani superiori; e i negozianti? Mio padre? Ormai c’era poco speranza per la merce del negozio, ma lui dove stava?
E si stava lì tutti seduti, sui gradini della scala di casa, a guardare l’acqua alla luce tremolante delle candele e con il terrore che anche la terza marea sarebbe montata sulle prime due. Allora la città era persa davvero, per la prima volta nella sua lunga vita vissuta nel mare, sarebbe andata sotto definitivamente. Allora si calcolava: come fa una marea salire sull’altra? Ed è possibile che non scenda? Non scenda più? Un rumore sulla porta e mio padre si affaccia: “Sono tornato!” Accidenti come ha fatto? Stava su una barchetta che andava alla deriva e lui ci era salito e spingendosi sui muri era riuscito ad arrivare a casa. Idea geniale, ma chi conosce la città sa che non era stato facile, certo aveva preso in barca la strada, ma c’erano dei punti in cui dovevi prendere per i canali bui e ritrovare la strada perché i ponti non ti consentivano di continuare. E l’acqua stava lì, minacciosa e nello stesso tempo amichevole, e noi stavamo a guardare ossessivamento il suo livello sul muro…
Dalla radiolina arrivavano le notizie di Firenze… a noi sembrava di essere fortunati, almeno l’acqua ci invadeva senza spazzarci via, ma comunque l’acqua non scendeva. Dalle case dei piani superiori arrivava da mangiare, per tutti quelli che stavano sulle scale. Quello che c’era a disposizione, un po’ di salame e un bicchiere di vino, tanto per scaldare gli animi e pure i corpi, infreddoliti da una giornata a bagno.
Poi un urlo: “Cala, sta calando!!!!!” Ed era vero, l’acqua si ritirava, lo si vedeva dal segno sul muro, scendeva lentamente ma scendeva… avevamo buttato un pezzo di carta e si vedeva che lentamente prendeva la strada della porta d’uscita.
Forse il vento era cambiato, forse si era calmato ed il mare stava ritrovando la strada. Non sapevamo ancora che quel mare incazzato aveva superato le difese a mare sul litorale. Aveva superato ed allagato il Lido ed era entrato con tutta la forza in laguna. Ora ritirandosi portava con sè tutto il suo carico di sporco, oggetti abbandonati e paura, lasciando una città che sembrava una discarica di cose da buttare, ma comunque viva, comunque pronta a ripartire.
E stanotte è così una marea di +140 cm sul livello del mare, una breve discesa e poi fra poco una nuova risalita… e tira vento e c’è la stessa pioggia uggiosa… speriamo davvero di non dover  raccontare di una grande acqua un’altra volta ancora.

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  1. Devo commentare questo ricordo, perché ha una sua bellezza marina…. che fa paura, lo so, anche se adesso c’è l’internet e ci commentiamo quest’acqua alta al computer, però sono stati giorni d’acqua planetari, anche New York sommersa e qui in Brianza solo ora ha smesso di piovere… e ti rendi conto che non ci puoi fare niente, che l’uomo ha estirpato tutte queste città al mare ma del mare (e dei fiumi) sono… anch’io come sai ho vissuto per anni in territorio di inondazioni, e lì da quelle parti le inondazioni sono ordine del giorno, la gente ci convive con la rassegnazione tipica di un popolo abituato a razzìe di ogni genere, umane e naturali. Il tuo ricordo è bello perchè mi verrebbe di dirti: scrivi un libro di acque alte e di maree! Che poi dai magari più tardi ti chiamo anche, così mi dici come butta. Prendi il lato positivo: magari vi arriva la protezione civile, che è, ehm, come dire, ben popolata, almeno ti rifai gli occhi …. senza nulla togliere al tuo amore, eh? 😉 Un abbraccio e state asciutti se potete….

    • La protezione civile con gli stivaloni ascellari??? Non credo che li dotino di cotanti mezzi 🙂 strano no? in un tempo dove tutto sembra facile, tutto si prevede e tutto potrebbe avere una soluzione, arriva il mare e lo sai che arriva, e inghiotte tutto. Però loro hanno il fiore all’occhiello del Mose e a parte i soldi spesi e quelli che si sono intascati, avremo, se mai andrà finito, delle belle sorprese… che gli venisse il samoro tricolore… (malattia rarissima ma contagiosissima) 😉

      • E a quanto pare al suo debutto il “mini Mose” ha fatto cilecca su tutta la linea.
        L’ennesimo pacco di soldi buttati, insomma.

  2. ci pensavo proprio oggi, a quell’orrore del Mose, con il suo impatto ambientale e la sua presunta inutilità… e voi veneziani con la vostra tempra, che da secoli fronteggiate i metri d’acqua alta senza lamentarvi o invocare calamità naturali (mi viene in mente un sindaco a caso…). Coraggio, oggi qui c’è un bel sole… è arrivato anche all’est?

    • Sì è apparso anche da noi… in effetti un po’ di pioggia l’avete presa pure voi e nelle città cementate fa ancora più danni. Impareremo mai a rispettare l’ambiente? Se ci pensi bene sarebbe come rispettare noi stessi.

  3. @ Mad non mi far parlare del Mose… era la storia che si raccontava quando ero bambina alla quale già allo ra non credevo. L’annpo scorso, sono passata in barca è ho potuto vedere le infrastrutture e ho cominciato a rendermi conto di quello che si stava realizzando (molto lentamente a dir la verità) purtroppo non si tratta solo del Mose ma anche di una lottizzazione inconsulta sul Lido di Venezia che cambierà volto ad una zona ancora naturale e pubblica che comprendeva una grande spiaggia libera e una antica pineta, un grande ospedale ormai quasi del tutto chiuso che era considerato un polo d’eccellenza sul recupero funzionale, con piscina terapeutica d’acqua di mare. Una zona boschiva e un teatro (il Marinoni) che apparteneva ad una donazione alla città. Tutto ceduto ad una società privata e guarda caso bisogna ringraziare queste fantastiche amministrazioni di sinistra.
    Il Mose è un pozzo senza fine di soldi che entrano nelle tasche di faccendieri dubbi e nessuno parla, nessuno denuncia. Se mai andrà in funzione ci sarà davvero da piangere soprattutto sui soldi buttati e su questa città turlupinata dagli interessi forti e da politicanti corrotti.
    Grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

  4. ……..gent.ma…….il tuo ricordo di quell’avvenimento mi riporta alle tante calamità che pure hanno colpito la mia martoriata terra campana…….e mi offre lo spunto per riflettere sul cattivo costume (uno dei tanti di noi italiani) di invocare calamità naturali su questa o quella città per sciocco campanilismo…….soprattutto in occasione di eventi sportivi………come se la Natura……quando si incazza…….scegliesse tra figli e figliastri…….come se la disperazione delle persone colpite da un disastro naturale….fosse una cosa per cui fare o meno il tifo……..forse sembrerà un riflessione banale……..ma per me ha il sapore di una bestemmia……e se un coro diventa una bestemmia………allora è proprio finito ogni umano senso………e la bestia (non l’animale si badi) che pure lotta sempre per prendere il sopravvento in ogni uomo……ha ottenuto la sua paga………..sempre con stima………Willy

    • Noi tutti apparteniamo alla razza umana e niente dovrebbe dividerci nè religione, nè bandiera, ma non è così, o almeno c’è chi pensa di essere diverso, di meritare di più, di valere di più… sciocca posizione questa perchè il giorno che un grave evento ti colpisce allora, solo allora capisci che sei uno dei tanti e che solo la solidarietà e la capacità di altri di superare tutti i confini e i pregiudizi può renderti la vita migliore. Non serve solo spiegarlo nei campi sportivi, ma pure nei bar e nei supermercati, dove le frasi di disprezzo si sprecano senza rendersi conto che ogni separazione può condurti ad una chiusura che potrebbe alla fine soffocarti e portarti alla rovina.
      Ma non ci si accorge che la sofferenza arriva a tutti e non guarda in faccia nessuno?
      Un caro saluto
      Ross

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