Mario

Metti una sera…

In amore, personale on 24 ottobre 2012 at 6:01

Erano arrivati a raggiungere il faro. Un cartello annunciava che era la fine della terra, il punto più a nord della Scozia, lo diceva in inglese e sembrava un monito: “lasciate ogni speranza o voi che uscite…”. Lei ci avrebbe pure riso sopra, ma era stata una vacanza difficile. Lei quella vacanza l’aveva sognata, e l’avevano rinviata per tante ragioni. La pioggia era solo una scusa e il lavoro, ma lei temeva che pure quella fosse una scusa. Era troppo tempo che non prendevano una vacanza per loro.
Ormai non c’era più la giustificazione che il bambino era piccolo, non era comunque mai stato un problema, era cresciuto ed era un bambino tranquillo, che amava stare per conto suo e che non aveva problemi a viaggiare.
Finalmente erano partiti e pure questa volta era lei ad aver organizzato tutto, e si era portata la famiglia appresso come un pacco postale. Bella fortuna, direbbe qualcuno, tutti i giorni un sole mediterraneo e un calore che solo in Italia si può trovare, altro che pioggia, altro che plumbeo e freddo nord. Il sole non calava mai e quando lo faceva era solo per un’ora o due, poi tornava bello e brillante nel cielo. Che strana cosa il sole a nord, le giornate non finivano mai, e languivano in un crepuscolo luminoso fino a mezzanotte.
Fra loro c’era il silenzio, quella era una novità, non bella, non gradita. Sull’auto, nei posti davanti stava il padre e il figlio, a condividere le decisioni sulle strade da prendere e sui luoghi da visitare. Lei era tagliata fuori, trasportata ora sì, a sua volta come una cosa inutile dimenticata nei posti dietro.
Quanti brutti pensieri, quante supposizioni, che tristezza mentre attraversavano le distese di erica delle Highlands. Eppure quel viaggio era stato il suo sogno, aveva studiato quel percorso mettendoci tutta la sua inventiva e il suo istinto per i luoghi speciali. Era riuscita pure a trovare da dormire sulle rive di Loch Ness e aveva sperato che tornasse in tutti e tre l’allegria per quella storia di un mostro bonario che appare e scompare nelle acque di un lago. Ma era rimasta sola, a guardare l’acqua scura e nessun mostro era salito a galla a farle compagnia. Aveva trovato lungo le rive sassose pure un pezzo di ferro arrugginito che a guardarlo bene sembrava un pezzo di armatura e lui aveva riso liquidando la sua scoperta come il pezzo di un bidone arrugginito.
Era difficile viaggiare in compagnia e sentirsi soli. La faccenda era che lui non aveva mai voluto viaggiare da solo con lei, preferiva invitare amici o parenti, come se un viaggio fra loro fosse proibito oppure noioso, era questo a farle male e a renderla così malinconica. Era come se avesse paura di stare solo con lei.
E adesso che erano arrivati in quell’angolo di terra battuta dal vento tra arbusti bassi striati di ciuffi di lana di pecora lei finalmente si decise: “Dobbiamo parlare…”
Il bambino aveva capito che non era aria e si era allontanato per cercare le tane delle talpe e per guardare i terrorizzati piccoli dei gabbiani che venivano spinti dalle madri, seppur recalcitranti, a prendere il volo.
Lei, decisa, si era seduta sull’erba sotto l’ultimo sole caldo della sera, che durava in un tramonto senza fine. “Secondo logica dovrei chiederti che cos’hai? ma non lo farò, sarebbe solo una perdita di tempo. Quindi evitiamo il solito gioco dei “niente” e dei “perché?”, sarebbero come sempre un massacro. Quindi, senza darti ancora il diritto di replica, visto che in genere con le parole ci sai fare anche troppo, intendo chiarire alcuni punti e lasciare a te la libertà di rispondere o di incassare a seconda di quello che ritieni più giusto. Non intendo fare il sunto del nostro rapporto, che sarebbe lunghissimo e almeno per me piuttosto doloroso, intendo solo chiarirti che se tu non hai la forza o il coraggio di stare con me e di amarmi come sarebbe giusto che fosse, ti ritengo fin da ora totalmente libero dalla mia presenza e dalla responsabilità del bambino. Ho una sola e unica pretesa da sempre: essere per te una scelta e non un’imposizione.”
Fra di loro era sceso il silenzio, strano davvero visto che lui odiava tacere e ascoltarla. Guardava con aria incerta le scogliere consumate dal vento e scavate dal mare.
Lei tremava. Cosa avrebbe fatto adesso? L’avrebbe presa in giro, ridicolizzandola per le sue emozioni esagerate? Le avrebbe detto che amava un’altra e che avrebbero potuto trovare una soluzione da persone civili? Oppure avrebbe gridato di rabbia, come spesso succedeva per cose meno importanti e meno significative? Lei non voleva lasciargli lo spazio per farle del male. “Spero che questo silenzio significhi che stai considerando quello che ti dico. Troppo spesso mi liquidi con la frase “stai dicendo cazzate da donna”. sarebbe ridicolo perchè io sono una donna e dire quello che penso è parlare da donna, ho le esigenze di una donna che non vuole essere accudita, ma accompagnata, con affetto e partecipazione. Io non pretendo niente di più che la tua considerazione e possibilmente la tua voglia di prendere parte a questo nostro rapporto. Se così tu non sentissi, io sono in grado di decidere la nostra separazione e non ci sarà niente da pretendere uno dall’altro. Puoi riprenderti la libertà che comunque non ti ho mai tolto.”
Adesso sì che la guardava. Sapeva molto bene che lei non parlava così per dire. Sapeva anche che entro poco lei si sarebbe alzata, avrebbe preso per mano suo figlio e se ne sarebbe andata. Se era per quello, non sarebbe stata nemmeno la prima volta, e se quella volta era ritornata indietro l’aveva fatto solo perchè l’aveva pregata quasi in ginocchio, ma era tanto tempo fa. Sentiva che assieme al rumore del vento e al frangere del mare sugli scogli, avrebbe sentito il fruscio dei suoi passi allontanarsi e sapeva, sapeva che non si sarebbe voltata indietro e, aveva la percezione che, questa volta, sarebbe stata per sempre.
E provava angoscia e paura. Proprio lui che non aveva mai avuto bisogno di chiedere. Proprio lui che non aveva mai dovuto pregare una donna… strana cosa sentirsi abbandonato nell’angolo più a nord della Scozia, come un bambino che ha perso la mamma, come una nave che ha perso la bussola, come un cane che ha perso il padrone… e non era solo per quel bambino biondo che avrebbe preso con fiducia la mano della madre. Lei per quel bambino era lo scoglio, era la certezza… lei era tutto, ed era per questo che lui provava quella sorda gelosia, perchè fra lei e quel bambino non c’era bisogno di parole, tutto era amore, tutto era naturale e non costava fatica.
La guardava stupito e in qualche modo ammirato, solo lei aveva quell’alchimia a cui lui non aveva mai voluto cedere. Perché non lasciarsi andare a quell’amore? Perché lottare contro quell’oceano di emozioni che solo lei riusciva a muovere? Perché l’aveva sempre tenuta sulle spine, distante e non l’aveva sostenuta quando avrebbe dovuto farlo? Si sentiva in colpa, eppure sapeva che quello era il solo modo che conosceva di voler bene.
Lei lo guardava seria, nei suoi occhi c’era decisione e forza, una forza che lui non sarebbe mai riuscito ad avere, non aveva mai saputo trovare in se stesso. A lui l’amore degli altri era sempre venuto facile, ma il suo di amore?.. ma poi lui aveva mai saputo amare? E se fosse tornato solo e libero non sarebbe stato più facile e soddisfacente? Donne senza impegno… l’aveva sempre fatto… vita facile senza responsabilità. Voleva questo?
Lei si stava alzando… Dove andava quella pazza? Senza auto o mezzo di trasporto, non una stazione dei treni… ma siamo in culo al mondo, dove pensava di andare? Ma perché mi lascia solo? Perché non capisce che quello che io do è il massimo?
Lei si era guardata attorno, quel posto era selvaggio e bellissimo, era senza dubbio degno della fine di un amore. Era stanca di amare per due. Voleva… ma cosa voleva? Lui poteva essere diverso, ma non voleva essere diverso, tutto qui. Accettare la realtà… ecco quello che doveva fare. Riprendersi la sua vita e pensare al bambino, era la sola possibilità che aveva.
Possibile che quel silenzio avesse un prezzo così alto?
Ad un tratto lui l’aveva presa per un braccio e l’aveva fatta sedere sull’erba, l’aveva guardata con uno sguardo strano che non gli aveva mai visto. “Ma perché invece di andartene non mi insegni ad amare?”
Ecchecazzo fosse stato facile!

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  1. …….ecco che uno si sveglia una mattina di ottobre……come è solito fare…..uno sguardo ai quotidiani…….e poi al pìccì……immerso in quell’altra realtà che è il contatto con altre anime in eterno movimento…….i pochi contatti con i quali è solito scambiarsi idee e pensieri…….all’improvviso comincia a leggere qualcosa…….qualcosa che mano a mano gli procura prima un senso di amarezza……..poi una contrazione improvvisa della mascella…….non si sottrae al tentativo di una lagrima che esce con forza…….c’è qualcuno che sa…….sa di cose che pensava di avere nascoste ben bene nelle profondità delle sue viscere……..e che ora riemerge……..e intanto il fuso in mano alle parche continua a girare…..nonostante l’illusione di non voler mai guardare indietro…………….Willy

    • Hai detto molto… hai detto tutto caro Willy. Forse siamo davvero della sostanza di cui sono fatti i sogni, o forse siamo così reali e così umani che ogni esperienza è simile a quella di un altro, ogni rimprovero vale anche per noi, ogni dolcezza è qualcosa che ci è stata privata. Forse bisogna vivere a lungo per imparare a convivere con la propria vita, forse bisogna diventare saggi, ma io saggia non sono e forse non lo sarò mai… e i ricordi sono tanti e le possibilità sono ancora di più. Chi ha vissuto lo sa, chi si è rifiutato di vivere rimpiange persino il dolore… boh non so se riesco a spiegarmi, forse riesco solo ad accettare la vita, solo la mia perchè di quella degli altri non so.

      • …….un abbraccio……………………………….Willy

  2. […] Quelle parole uscivano direttamente strappate dal cuore, brandelli sanguinolenti. E non erano distanti nello spazio né nel tempo. Erano oggi. Erano vive. Banchettavano sulla loro pelle. Il passato si faceva presente. Strani paesaggi i ricordi. Scelgono; lo possono fare. Scelgono in tutta autonomia. Annebbiano certi luoghi, stendono una foschia fino a quasi renderli fusi e confusi, cancellano altri indirizzi. Erano molte le cose che lui lottava ma non riusciva a ricordare. Ma altri li rendono, improvvisamente o per sempre, vividi; crudeli, affascinanti, dolorosi. E lui lo sapeva, Lei non poteva farci nulla, era indifesa. E Lei era tutto; ma lui avrebbe potuto essere il suo presente, non avrebbe potuto cambiare il suo passato. E si trovò confuso, disorientato. Non era mai stato geloso, nemmeno delle piccole cose. Il suo modo di dire liberava semplicemente le cose dall’estraneità. Non sapeva possedere, tanto meno una persona. Era incapace di egoismo, di invidia. Era lui cioè quello che sapeva essere. Tutto quello era troppo poco per trasformarsi in una ferita destinata a non guarire. Lui aveva avuto solo un grande amore. Certo, altri amori; ma quello era stato uno solo: il grande amore. Quello per sempre. Il segreto mal custodito. Il compagno di viaggio. Il suo rifugio. La sua serenità. La sua allegrezza. Per Lei non era così. Tutto ciò lui lo provava stupito, lo sapeva, non poteva farci nulla. L’uomo è un animale stupido. Avrebbe voluto essere là, in quel posto che non aveva mai visto, tranne che nei films. Avrebbe voluto lottare, ma non si lotta contro il passato. Avrebbe voluto gridare. Non c’è fiato abbastanza per assordare l’assenza. C’erano solo loro: come avrebbe detto allora: “quelle parole, massimo asprore”. Perché si sentiva colpevole anche di quelle che non aveva visto la sua presenza? Perché tutto quello? Era sempre stato così. Eppure nessuno può cambiare le case veramente, può cambiare il disfarsi del tempo. E certamente Lei avrebbe negato, trovato un motivo valido, non era così. Lui non aveva strumenti per capire, aveva amato solo così, con tutto sé stesso. Con le sue paure, con i suoi timori, nei dubbi, nelle speranze, gettandosi in quella storia; storia che ancora gli sembrava troppo grande. Ma allora cosa rimane alla fine di un amore. Si infilò le mani in tasca. Gli faceva orrore quella parola, fine. Gli faceva terrore. Non voleva arrendersi. La voleva lì, subito, e per sempre. Si versò del the. Aprì la finestra. Era un automa. Si accorse che i suoi occhi erano umidi. Si accorse di non poter decidere delle proprio decisioni. Nemmeno delle proprie emozioni. Anche se non lo voleva era arrabbiato, era deluso, era sconfitto. Guardò dove volavano i gabbiani. Ricordò uno spazio largo, all’improvviso, un paesaggio marino, una spiaggia, una giornata uggiosa. Un silenzio pieno di parole. Un sussurro del vento. Ricordò con testardaggine, quello che voleva ricordare, quello che gli serviva, cercando di fuggire, di guarire di sé. Eppure era una storia che conosceva, Lei non gli aveva mai nascosto nulla. Sapeva che avrebbe trovato pronto in tavola come sapeva che sarebbe tornato di cattivo umore. Entrò in un bar solo per perdere tempo, la cena si sarebbe freddata nel piatto ma almeno avrebbero avuto altro di cui discutere che non della sua stupidità. […]

  3. La risposta è legata ad un silenzio, la risposta non resta solo un silenzio.

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