Mario

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

http://emmedigi.files.wordpress.com/2012/03/citta-lenta-venezia-oltre-la-modernita.ppt

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  1. bellissime considerazioni e percorsi forse ancora percorribili. la città lenta e inclusiva non è necessariamente la città di ieri, ma la città che sa autoregolamentarsi e trovare i meccanismi che permettano ai propri abitanti di sentirsi tali e di sentirsi, tutti, protagonisti del loro destino. E il loro destino è anche quello di incontrarsi con l’altro, perchè dall’altro si può imparare e perchè l’altro può aver bisogno di te e tu di lui. prendiamoci il nostro tempo, il tempo del dialogo, della stretta di mano, dello sguardo negli occhi, della notte e del giorno nella nostra città e che è e sarà la città di tutti.

    • Mi hai tolto le parole di bocca 🙂
      Inutile negarlo siamo veneziani e non possiamo che sentirci partecipi del destino della nostra città. Grazie per il lavoro che hai fatto e per averci invitato. 😉

  2. Di questa tematica me ne hai parlato molte volte, di presenza. Ti ho sempre sentito appassionata ed io ho sempre condiviso le tue idee, sai il mio vissuto e sai come la penso. Mi è venuta subito in mente un’immagine leggendo oggi quest’articolo per la seconda volta (la prima, qualche giorno fa, non ho avuto il tempo per risponderti, giusto per rimanere in tema), Mi ricordo un bellissimo ed assolato pomeriggio d’estate su una barchetta nella laguna, ed io che osservavo perplessa un aereo che atterrava ogni trenta secondi al Marco Polo. Ero rimasta sopresa, e te lo dissi, ma che traffico aereo c’è su questa città? E dire che io vivo dietro a Malpensa, ma queste cose non le vedo. Mi rispondeste in coro e con ovvio fastidio: è il terzo aeroporto d’Italia per quantità di traffico.
    Rimasi di sasso, come oggi rimango disgustata dalle storie della disumanizzazione di venezia, dalle orribili navi da crociera troppo vicine che ne deturpano l’orizzonte, da quella marea di turisti che ne deturpa le calli.
    Io sto mirando alla vita lenta, la vita a cui anelo da sempre, fatta di comunità, di pranzi in compagnia, di domeniche serene. Per questo non vivo in centro a Milano ma in Brianza. Per questo sono quasi morta in una situazione decennale di isolamento sociale. Venezia è indubbiamente una città simbolo, in questa società dedita al consumo sfrenato, in cui intere comunità e nazioni sono state svendute alle banche, alla logica iperliberistica che ha annullato il senso della solidarietà. Basta comprare e consumare, vero?
    Ribellatevi, veneziani, ed eleggete la vostra città a simbolo di ci che dovrebbe divenire la società intera, il mondo intero, fuori dalle logiche di profitto e di sfruttamento. Un darwinismo insostenibile.

    • Non dubitavo che ci saremmo trovatesulla stessa lunghezza d’onda. Trasformare una città come questa in un parco per ricchi turisti è una cavolata che ci costerà moltissimo e tutto questo verrà pagato dalle nuove generazioni, dai ragazzi di qui che ho si trasformano in cinesi, filippini o cingalesi servizievoli, o sono figli di papà(con albergo annesso) oppure sono destinati a rinunciare a vivere qui.
      Vivere in questa città è stato appagante però ha avuto per me un costo esorbitante. Lo rifarei rinunciando a molte cose che avrei potuto fare in altri luoghi, ma senza rimpianti dico che vivere qui, malgrado tutto mi ha consentito di formare il mio carattere ed il mio impegno che in nessun altro luogo avrebbe potuto essere uguale.
      Posso vantarmi di essere veneziana e di continuare a vivere questa città, malgrado l’idea di progresso e di trasformazione di certa classe politica e di imprenditori ovviamente interessati al loro unico tornaconto.
      Sanità, ambiente, cultura, servizi sociali inesistenti a favore di un sistema veloce di spennamento turistico e la promozione di una cultura superficiale e di facile consumo.
      Impossibile parlarne, chi decide non ascolta, quella è la città che sogna e dei veneziani chi se ne frega.

  3. Leggiucchiando qui e lì, mi par d’aver capito che Venezia adesso la si possa pure chiamare “Benettown”.
    Ovvero la cafonaggine eletta a stile di vita.
    Una pena senza fine per una città così unica e straordinaria.
    Mah……….

    • Già Benettown eTessera City, grande porto off shore, mezzo Lido (sì proprio quello di Morte a Venezia) trasformato in Marina Esclusiva (includendo pure l’ospedale al Mare e la sua piscina di eccellenza per le cure riabilitative). Spostamento della sanità in una cattedrale in mezzo al deserto con demolizione del vecchio, storico, e più volte restaurato Ospedale Civile di Venezia e la demolizione e ricostruzione a favore dell’edilizia privata di quello di Mestre. Tanto chi se ne frega che Venezia sia na città di vecchi che ci lasciano le penne prima di arrivare al nuovo ospedale centro commerciale, fuori dalla carta geografica?
      Ma la sanità costa, e certo che costa se ne fate un’affare da clinica privata.
      E il veneziano è soffocato, i negozi che usava quotidianamente: fornario, macellaio, fruttivendolo tutti chiusi per riaprire una moltitudine di “specialità veneziane” di dubbia provenienza. L’unico luogo che ancora sopravvive e il mercato di Rialto, ma pian pianino anche quello si contrae e riduce, tanto anche i veneziani sono ridotti. Ormai chi va al mercato è il turista illuminato a fare foto delle verdure e del pesce messo in bella mostra.
      E poi cosa costa vivere qui? Del mio mondo di ragazza siamo pochissimi ad essere rimasti qui. Io me l’ero giurato: “attaccata ad un chiodo, ma qui” e così ho fatto. Ho lavorato tirandomi scema e facendo tre lavori contemporaneamente per permettermi il lusso di restare. Ma quanti altri l’hanno potuto fare? Quanti e chi sono i veneziani? La risposta interessa a pochi perchè Venezia viene usata e svenduta, viene commercializzata e veramente non proprio a favore di sè stessa. Bisogna ringraziare l’Hilton per aver aperto la strada alle piscine sul tetto dei grandi palazzi. Prima non le concedevano nemmeno nei parchi delle ville isolane, adesso nvece abbiamo le piscine private in piazza S.Marco. Abbiamo le navi da crociera che superano l’altezza del campanile di S.Marco che entrano e escono dai canali della città. Abbiamo le Università che riempiono di giovani i campi e le calli, ma che li lasciano in balia dello sfruttamento per una sistemazione dignitosa. Tanto la città di residenti non ne ha. Tanto ai non residenti, di età al di sotto ai trenta vanno vietati i bar e i campi perchè fanno troppo casino. strano perchè questi giovani sì che sono una risorsa per l’economia della città, mica le grandi navi i cui soldi vanno ai commercianti del mordi e fuggi.
      Insomma vorrei una città dove non devo farmi un leasing per andare a cena e per una serata a teatro. Vorrei potermene andare per la strada ed incontrare e fermarmi a parlare con gli amici e non per dare le indicazioni ai turisti in tutte le lingue.
      Poi dicono che abbiamo perso la nostra proverbiale capacità di accoglienza: Purtroppo non so ancora come si dice: ma vai a quel paese in giapponese oppure in cinese ed è per questo che forse sono rimasta ancora una illusa ultima gentile di questa città.
      Ma è triste anche per me
      Un caro saluto
      Ross

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