rossaurashani

Amori giovanili

In amore, Giovani, personale on 11 febbraio 2012 at 19:05


In contrasto con una cara amica, che da un quasi amore è giunta ad un rifiuto profondo, ma essenzialmente per un suo percorso di vita non del tutto fortunato, il mio amore per l’Irlanda è l’effetto del mio carattere in equilibrio tra esternazioni umane e passionali estreme e un’introspezione e un pudore sentimentale molto interiore.
A volte mi sono chiesta se il mio colore dei capelli, un rosso tiziano pittosto luminoso e la pelle bianca del viso spruzzata di lentiggini non abbia contribuito in modo determinante al mio modo di pormi con l'”esterno”, ossia di rapportarmi con gli altri.
Sul fatto che io fossi timida e riservata nessuno ci crede, solo perchè a tutti gli effetti per salvarmi da un fratello maggiore manesco e geloso e da una famiglia certamente non incoraggiante, mi fossi fatta violenza per tenere un comportamento incazzoso e indipendente. Ma non fu solo quello a determinare il mio modo di espormi, c’era anche una profonda necessità di giustizia e verità. Mai mi sono adattata a tacere di fronte ad un sopruso o ad una situazione non chiara, ipocrita o disonesta. Su questa mia correttezza morale si sono formate le mie prime amicizie e inimicizie e anche i miei amori giovanili. Amori che comprendevano anche il rapporto simbiotico con luoghi geografici, esseri umani e ideologie ben precisi.
Perchè i capelli rossi creano una diversità? Io lo so perchè ci sono vissuta con i capelli rossi. Ho sempre dovuto tener conto che gli altri mi vedevano diversa, che apparivo anche senza volerlo, venivo ingiustamente accusata senza essere colpevole e che i preconcetti e i luoghi attorno al mio colore di capelli non mi lasciavano spazio e non mi consentivano di vivere tranquilla nel mio mondo. Io dovevo essere ribelle, passionale, emotiva, vivace e sfrenata, perchè questa era l’idea che si aveva di una bambina rossa. Quando sono diventata donna invece fui colpita da altri pregiudizi, altrettanto fastidiosi, ma crescendo avevo già prodotto gli anticorpi necessari e mi fece meno male.
Perchè parlo di amore per l’Irlanda e tiro fuori la questione dei capelli rossi? Beh le affinità sono evidenti 🙂 e non solo perchè in quel paese il rosso di capelli predomina, ma anche perchè viene attribuito a quella popolazione gli stessi difetti, o pregi, che hanno attribuito a me da sempre.
Ad onor del vero se dovessi sentire le ragioni di quella mia amica, si potrebbe rivedere le caratteristiche irlandesi al ribasso. Altro che passionali, sono tutti dei “merluzzi surgelati”, ma la loro storia e la lotta per la loro indipendenza, credo, abbia comunque dimostrato amore per la loro terra e per la loro dignità umana che con la surgelazione ha ben poco a che vedere.
Amare l’Irlanda è amare un territorio difficile ed estremo, una natura aspra e inospitale, gente di carattere e calorosa(?): Martina non la penserebbe così, lo so.
Vento burrascoso e mare agitato, scogliere inacessibili, nuvole che rotolano nei cieli azzurrri ed improbabili di quel paese. Ho sempre sognato di passare gli ultimi giorni della mia vita in un cottage sul mare a bere caffè sulla porta di casa… caffè non tè, e pensieri tranquilli che non si intralciano gli uni con gli altri.
The Cliff of Moher, senza turisti, al tumultuoso tramonto del sole ecco la mia idea di bellezza assoluta. Forse una bellezza molto simile all’immagine che io ho di me stessa, forse vicina anche alla selvatichezza e solitudine di quella me stessa, successivamente violentata, della mia prima infanzia.
Essere liberi ha un costo, a volte si lavora anche contro il proprio carattere, ma la libertà vale ben qualche modifica, può davvero costare qualche piccola contraddizione interna se è l’unico modo per un bene più grande. E’ la libertà è davvero il bene più grande, non lo pensate pure voi?

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  1. Non saprei… pensa che in Irlanda ho conosciuto pochissime persone coi capelli rossi, ne conosco più in Italia 😀
    Ancora dico, non saprei. Ormai all’Irlanda associo una parola: isolamento. E’ stato orribile. Anche un’altra parola: fatica. Per tutto. Soprattutto per essere madre. Capisco dover lottare per i propri diritti ma è stato eccessivo. Insomma, in piena Europa l’istruzione è un diritto per cui nessun genitore deve venir umiliato, no?
    Pensavo per lungo tempo di aver avuto solo io questa reazione. Magari, pensavo, sto esagerando. Ed invece, cari amici, soprattutto uno, masticati e risputati dallo stesso paese adesso la vedono come me. Uguale. Anzi prima mi dicevano, in passato, stai attenta Martina, ti stanno facendo un lavaggio del cervello, stai romanticizando. Io li avevo mandati al diavolo, eppure… avevano ragione. C’è un’eccessiva romanticizzazione di quel paese. Un paese ferito, troppo ferito, che non ha saputo trovare il suo cammino e si è buttato nelle fauci di un facile ed artificiale boom economico. Ed ha perso l’anima. Un mio amico dice sempre: l’Irlanda mi ha rifiutato. masticato, risucchiato completamente e poi risputato, senza più niente. E’ successo anche a me.
    Non do’ colpe, non sono una di loro. Avevo un carattere che si lasciava facilmente monopolizzare, così è successo. Pensavo che rifiutando in toto la mia cultura di origine sarei potuta diventare “una di loro”, ma l’operazione non è riuscita. Perché io non sono “una di loro”.
    Ritirarmi presso le scogliere per trovare pace? Le scogliere le hanno rovinate. Hanno costruito un centro turistico con un infame impatto ambientale. Troppi soldi nel decennio passato, spesi male. Centro turistico criticato da ambientalisti d’ogni sorta. Rimarrà lì, emblema eterno di un boom economico che ha fatto perdere a questa gente l’orientamento ed il senso della decenza. Non so, forse, fossi rimasta a Dublino… Dublino non si arroga alcuna anima, da sempre gli abitanti sono consapevoli della loro identità semibritannica e non vaneggiano di pecore e colline verdeggianti. Il loro pragmatismo mi è sempre piaciuto.
    Ma non è andata bene. A volte, penso, accidenti, sono vent’anni della mia vita. Potevo forse fare qualcosa di più per farmelo andare bene?
    No, ho fatto tutto il possibile. E sono stata risputata.
    Non ho rimpianti, solo ancora un po’ di timore. come sai, andrò su il 23 e saranno quattro giorni di pugni allo stomaco. Così è se vi pare. Un giorno non dovrò più farlo, la mia speranza.

    • Credo proprio che tu ne sappia più di me e che quell’amore sia davvero il frutto del mio romanticismo senza limiti. L’Irlanda mi piace perchè è uno scoglio sul mare e io sono isola è il posto dove mi sento meglio… lo sai 🙂 la gente è come in ogni altro luogo buona e cattiva anche allo stesso tempo, non credo basti essere uno di loro per essere felici in quel posto, ma basta essere forse sufficientemente forte per andare oltre…

  2. Mi intriga il discorso di Ross sul sentirsi diversi perché gli altri così ti vedono.
    Sono nato in uno sperduto villaggio al sud delle Alpi e per anni mi sono portato dietro l’idea di essere in qualche modo straniero nel mio luogo, salvo poi sentirmi identificato con un pezzo di montagna dove si poteva scorrazzare in gioventù dietro al culo delle mucche e dove il camminare nei boschi di notte con un sacco sulle spalle era un modo di sentirsi legati alla storia di un territorio, di cui sentivo nelle vene i profumi e le asprezze. Il mio ( nostro ) sentirsi in qualche modo legati da radici profonde e nello stesso tempo con il desiderio di staccarsene discendeva certo dalla storia del nostro cognome. Un gruppo di immigrati ( fratelli ? ) del Seicento (?) arrivati forse come fuoriusciti da una mitica repubblica / granducato ( Firenze), che , in cerca di un rifugio stabile, si arrestò sulle rive di un fiume in perenne esondazione ad ogni piena, dove nessun animale avrebbe costruito una tana, e vi si installò, fuori dalla comunità esistente, con evidenza per tanto tempo solo tollerati dagli indigeni. Si aggiunga l’eredità di una tradizione laica che nel cristianesimo della chiesa cattolica dominante vedeva un potente padrone con cui dover fare i conti nella vita di tutti i giorni, e si può forse capire il senso di “doppia identità” che per anni mi sono portato dietro, sempre vivendo nello stesso posto. Ancora fino ai giorni nostri sopravvive negli anziani del quartiere dove sono nato un modo di dire che, parlando dell’andare “in centro” per le spese , usa l’espressione “andare in Biasca” ( un percorso di circa un chilometro ! ), a marcare nella percezione quotidiana dello spazio una diversa identità rispetto ai luoghi in cui si viveva. Questo quartiere , oggi chiamato “frazione del Ponte”, è stato a lungo ( a partire dal Trecento ) un punto di passaggio obbligato per il transito di persone e merci sulla via del passo del S. Gottardo, proprio per l’esistenza dell’unico ponte sul fiume Brenno. Con la costruzione della carrozzabile ( 1830 ca ) e l’introduzione della diligenza che collegava Lucerna con Milano, quel punto divenne una sede per il cambio dei cavalli , con la grande stalla e l’osteria di fronte. I miei antenati tutti hanno vissuto in questo luogo, partecipando poi nella seconda metà dell’Ottocento al grande flusso migratorio verso le Americhe e l’Australia, da cui hanno riportato a noi il senso di una doppia solitudine ( in patria e all’estero ) e la percezione viva di un mondo fondato sulle costanti ingiustizie e discriminazioni alimentate dal possesso del denaro.
    Mia madre è nata nel 1901 a Eureka nello stato del Nevada, figlia di una storia di immigrati alla ricerca dell’oro americano, ultimo sussulto del terremoto migratorio che ha cambiato il volto del nuovo continente e che ha lasciato profonde tracce nella storia d’Europa.
    Un mio antenato ( del ramo materno ) emigrato in Australia alla ricerca dell’oro a metà dell’Ottocento aveva scritto un diario, ritrovato poi in una soffitta e pubblicato all’inizio degli anni ’90 del Novecento. Un documento per me abbastanza unico, in cui si può leggere anche un modo di guardare al territorio dentro una storia personale.
    ( v. http://www.rodoni.ch/australia/index.htm , la presentazione dello storico Giorgio Cheda , primo studioso dell’emigrazione da queste terre nell’ Ottocento
    e anche http://www.proscenium.ch/diario/giuseppe_strozzi.html , una serie di estratti dal diario fra cui questa sull’origine : http://www.proscenium.ch/diario/origine.html ).

    Ho raccontato tutto questo per andare alla ricerca di una spiegazione plausibile in grado di render conto del senso di appartenenza / estraneità che ancora mi accompagna rispetto al posto in cui vivo, e di cui ancora non riesco a stabilire quanto realmente abbia contribuito a fare di me quello che sono. Una cosa però mi aveva attirato nelle parole di Ross: la percezione comune di quanto la nostra storia personale contenga le domande sul nostro modo di vivere presente. Senza nulla sapere della sua storia, salvo quanto trapelava dai suoi racconti, ho sempre pensato che proprio la sua storia riuscisse a definire i contorni del suo modo di essere e di porsi delle domande sul senso del vivere in una comunità. L’idea che i suoi capelli rossi abbiano contribuito a segnare una diversità può far sorridere, come l’dea romantica dell’Irlanda.Ma credo tuttavia contenga un qualche significato se la nostra storia personale riusciamo a leggerla nel contesto di una storia collettiva.
    Un caro saluto.

    • Accidenti Bruno, mi hai intrigato sia per il tuo racconto, sia per un bel pezzo del diario del tuo avo… per la verità, non proprio una storia qualunque 🙂 . Ho iniziato, ma mi sono staccata per non cercare come la storia si sarebbe evoluta e poi finita. Romantica anche in questo… non resisto a sentire o leggere una storia…
      In effetti nel parlare del mio carattere non avevo tenuto conto di quanto poteva intervenire le condizioni di cui parli tu: un sentirsi estraneo ma anche profondamente legato ad un luogo. In effetti nemmeno io dovrei avere ragionevolmente gocce di mare nelle vene. Non riesco a risalire troppo indietro, nella mia famiglia prolifica i radici si sono intrecciate e perse nella profondità della terra. Un cognome che probabilmente ha origini friulane, intrecciato a quello di una madre con un cognome uguale ad un vento locale che spira da terra verso il mare. Tutto questo per dire che con il mare dovrei avere un rapporto meno stretto, meno personale ed invece per me è vita, come se davvero le mie origini fossero segnate da un popolo orgoglioso e nordico che dal mare ha ricavato il suo sostentamento e la sua ragione di vita. Comunque a parte questa dicotomia, la cosa più difficile è rendere compatibile una timidezza e una riservatezza naturali, con un carattere passionale e temerario, se avevo paura del buio e delle mie fantasie, niente mi fermava per proteggere da tutto un fratello maggiore ingrato. E con questo tutto il resto. Soffrire di sudarella e di tremarella per riuscire a dire a voce alta quello che penso, sostituendo il tutto con una forza e una reattività che non erano nella mia natura (?).
      Non ero nata oer fare la capopopolo, ma mi ci sono sempre trovata a farlo. Questo non lo capisco e a volte mi chiedo quale delle due sia la vera me stessa. La donna sicura e spavalda, provocatrice e pronta a tutto, oppure la donna schiva, che non ha appuntamenti con la storia, che basta a se stessa e che non chiede che di essere lasciata in pace.
      Ricordo sempre mio figlio, da piccolo 3-6 anni, che molto spesso andava per la strada da solo, con le mani dietro la schiena e un fare meditabondo avanti a me e se io cercavo di parlargli, mi diceva: per favore lasciami tranquillo, sto pensando. Ho sempre rispettato questa sua privacy perchè solo io l’ho profondamente capita 😉

  3. “Ribelle, passionale, emotiva, vivace e sfrenata”.
    Uhm…….. caratteristiche dei “rossi”?
    Togli l’emotiva e praticamente sono io.
    O almeno così mi si dice.
    A volte penso che non mi dispiacerebbe l’andare a vivere su un’ isola.
    Magari a guardia di un faro.
    Levarmi dai piedi un po’ di gente sarebbe già un gran risultato.
    Libera. Libera.
    Ma libera da cosa, alla fine?
    Io mi porto dietro me stessa comunque.
    Dipende davvero tutta dal “lì fuori” la nostra libertà?
    Ok. Mi sono incartata per l’ennesima volta.
    Vado dietro la lavagna.

    • E quello che mi dico sempre anche io Mad: libera da cosa?
      Eppure non so fare a meno di pensare ad una solitudine estrema (sì… come quella della guardiana del faro 🙂 ) per sentirmi veramente me stessa. Incongruenze e contraddizioni di una persona che cerca di non farsi fregare neanche nel sociale… ma chi non è condizionato?
      Io mi sento comunque un’isola e rimpiango un po’ questo stato di scoglio immoto che fende il mare… ma poi alla fine che gusto c’è? Ma come si fa a non rimpiangere comunque uno stato che non ci è mai appartenuto, ma che è comunque parte del nostro immaginario?
      Va beh vengo a farti compagnia dietro la lavagna. Se vuoi parliamo, ma anche no

  4. Non vi seguo, non vi so seguire. Mi sento libero, e a volte prigioniero di me. Non ho grandi storie, semplicemente continuo a cercare la mia identità e il mio stare nel luogo dove sono. Non ho una fuga, un rifugio (e spero di non doverne avere bisogno). Amo il silenzio e allo stesso modo il rumore di una voce. Amo più cose e (oggi) amo in modo pieno la vita. A volte il miglior amico è un libro, a volte è così bello parlare con la mia Compagna, anche solo per ascoltare il suono delle nostre voci, spesso magari riempendole di eccitabilità. Amo profondamente la mia città e amo quell’isola e amo i posti che si lasciamo “conoscere”. Sono pigro ma quando sono in viaggio allora i miei occhi sono pieni solo del viaggio. Per me, cara Ross, non eri diversa in quel modo allora e non lo sei ora. Per me eri diversa perché stranamente mi facevi sentire a casa, mi davi la forza di sfidare il mondo. Piccole cose da ragazzi, forse. Chissà? Per me eri bellissima ma a conoscerti da vicino eri e sei anche di più. Posso chiudere gli occhi e sognare anche senza allontanarmi da casa, senza una spiaggia. Eppure c’è una spiaggia, lontana, nei nostri ricordi. Ed è una spiaggia abbastanza consueta. Non ci andremmo certo a fare i bagni ma… resta una promessa che ci siamo fatti per quella magnifica spiaggia d’inverno.

    • Come ti ho già detto stamattina, siamo diversi. Forse ho meno fantasia di quella che hai tu, e forse i miei pensieri sono solo sogni ad occhi aperti… l’isola per me è un eremo di cui ogni tanto ho un bisogno fortissimo. Ho bisogno di silenzio, ho bisogno di solitudine, ho necessità di mettere a posto i pensieri, di far ordine nella mia testa, lontana dal telefono e dalle cose di tutti i giorni. Certo è bella la vita condivisa, io questa vita la vivo tutti i giorni, e la apprezzo, anche se ho dei momenti che la confusione e l’esposizione continua mi costa fatica. Mi piace il silenzio e se è vero che potenzialmente sono polemica, almeno quanto lo sei tu, molto spesso mi ritiro in buon ordine, inutile insistere e cercare di far capire qualcosa, quando non è ancora il momento di capire. Ci sono ancora alcune cose che capirai e io ti sto aspettando al varco…, poi sono certa che come sempre sarai il primo a dire che se non ti avessi preparato il passo ci saresti arrivato molto più in là… comunque ci saresti arrivato 🙂
      Sono percorsi che si frequentano chi prima o chi poi, non c’è pretesa e nemmeno obbligo, quando si arriva si arriva e una aspetta l’altro, perchè è giusto così.

  5. Scusate , mi sorge il dubbio di aver sbagliato contesto con il mio discorso. O forse no. In realtà io penso che “libero” significa SEMPRE un rapporto X , condizionato, con la propria storia con cui facciamo i conti. E questo vale anche per i rapporti personali, dove un’altra persona può o meno farti sentire “a casa” ( bellissima la frase di Mario “eri diversa perché stranamente mi facevi sentire a casa” ! ) . Sono fuori tema ? Non capisco, ma per me “sentirsi a casa” significa avere fatta propria la storia che ci ha costruito; e poterla condividere con una persona amata è forse il massimo cui possiamo aspirare…. ( e mi piacerebbe anche capire perché Mario dice “stranamente” …). Se come lui dice ( “Non ho grandi storie, semplicemente continuo a cercare la mia identità e il mio stare nel luogo dove sono.”) l’identità equivale ad un continuo cercare ( il contrario può essere solo …quando si muore ), io credo che proprio in questo nodo sia da cercare la risposta al bisogno di “libertà”. E qui dice bene Ross “Essere liberi ha un costo, a volte si lavora anche contro il proprio carattere”. La “libertà” non è mai un discorso astratto , generale, passa invece sempre attraverso il proprio privato. Mad Dog dice “Ma libera da cosa, alla fine? Io mi porto dietro me stessa comunque.” Mi sembra una constatazione ovvia, che contiene però il senso ( e forse le risposte ) di queste domande. Ecco, io credo che il “lì fuori ” non esista se non nella misura in cui noi ne siamo parte. E se può consolare Mad Dog, credo che anche “dietro la lavagna” sia un buon luogo per riflettere. Perché ti obbliga pure a chiederti perché qualcuno o qualcosa possa pretendere ( ed importi ) che lo spazio “libero” sia solo quello che ci rappresentiamo “davanti” alla lavagna.

    Io penso che il “non detto” sia sempre immensamente più grande di tutto quanto riusciamo a rappresentarci.

    • “Io penso che il “non detto” sia sempre immensamente più grande di tutto quanto riusciamo a rappresentarci.”

      Credo che questa frase, che profondamente condivido, faccia il punto. 🙂

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