Mario

Le luci delle finestre nelle case degli altri

In amore, Donne, Giovani, personale, poesia, uomini on 5 gennaio 2012 at 19:08

Non è che ho scopiazzato male il titole del libro di Chiara Gamberale “Le luci nelle case degli altri“, libro tra l’altro affascinante e avvincente, è che, come a volte mi succede, questo libro l’ho preso e letto unicamente per l’evocazione del titolo.
Sinceramente non so come funziona per voi, ma a me i libri attirano principalmente per due motivi: uno è l’autore e l’altro è il titolo. Credo che la cosa sia complessa da spiegare, ma credo che, questo dettaglio, al fine di quello che voglio raccontare, non sia importante.
Insomma eliminando ogni elemeto di identificazione con Mandorla, la ragazzina del libro, o con Maria la di lei mamma, il punto fondamentale è che nel mio immaginario, per un lunghissimo periodo della mia vita, ho avuto un’attrazione e una curiosità morbosa per le luci delle finestre nelle case degli altri.
Sono sempre stata una persona socievole, con un buon numero di amici, di quelli che durano nel tempo. Insomma amici con cui ho avuto sempre rapporti profondi e mai conflittuali. Questo fa pensare che, di mio, la solidutine non l’abbia mai vissuta. La cosa strana, invece, è che ho amato avere amici intorno a me, ma ho sempre, anche, cercato dei momenti di solitudine e di disintossicazione dalle parole e dalla confusione della compagnia. Se non vessi avuto questa valvola di sfogo, credo in alcuni momenti avrei “dato di matto”.
Mi piaceva girare di notte d’estate, ma anche di più d’inverno, con il naso e l’immaginazione attenta a captare “le luci delle case degli altri”.
Certo tutto questo è frutto della mia cattiva educazione: sono femmina, fantasiosa, ribelle, analizzatrice pragmatica, ma sempre terribilmente romantica. Così credo, in parte, mi abbiano insegnato ad essere, attraverso il condizionamento proprio del mio genere e della mia generazione.
Non avrei mai accettato di ammettere che le “luci” accese delle finestre in cui “guardavo” mi trasmettessero sensazioni di calore o di gelo, di felicità oppure di tristezza profonda.
Ogni finestra racchiudeva in quelle stanze un presagio di amore e calore, oppure di freddo e distacco.
Giravo per le strade gelide a testa in su, in una città che fa della penombra il suo fascino maggiore. Non false luci di strade di periferia o di auto di passaggio, ma vecchi, anacronistici lampioni semischermati.
Io camminavo piano e mi fissavo sulla luce di quella stanza… molto spesso sapevo di quale stanza si trattava, e mi immaginavo la vita attorno a quel tavolo, l’esistenza di una famiglia felice e unita che passava la sera a scherzare davanti ad un piatto di minestra, di bambini che dicevano stupidaggini e che ridevano con gioia alle attenzioni stupite dei grandi. Invidiavo il calore di quella casa. Quelle finestre mi facevano sorridere e mai avrei ammesso che avrei voluto essere un moscerino per posarmi con cautela su quel lampadario per partecipare alla coralità di quella stanza.
Tutte bubbole, direte… certo lo so, ecchè? non ero e non sono scema, sapevo benissimo che quelle luci mi attiravano perchè le storie degli altri mi sembravano sempre più belle e più soddisfacenti di quelle vere, mie.
Era la mia fervida immaginazione che mi faceva vedere anche quello che non c’era, che mi faceva immaginare quel sogno che io non potevo o volevo avere. Ma non sempre, come potete immaginare, nelle “luci degli altri” io vedevo calore e famiglia, molto spesso annotavo la luce della solitudine e della disperazione.
In effetti so bene perchè nella mia vita ho sempre rifiutato di usare neon e luci a risparmio energetico. Lo so non sarà eticamente corretto, ma almeno non mi si può dire che sono micragnosa.
Alle luci forti che non lasciano dubbi e che non consentono incertezze, preferisco le luci minimali, schermate, riflesse, dai colori gialli e rosati, luci tenui, indecise, meglio addirittura se prodotte da candele vagamente profumate, ma solo un po’… quel po’ che basta a rendere la vita migliore.
A quel tempo io sognavo “le luci delle case degli altri” e non avevo altra possibilità che vederle attraverso quelle finestre, che ovviamente mi erano precluse. Mi sentivo un Peter Pan al ritorno dall’Isola che non c’è. Ogni finestra era chiusa, perchè non c’era posto per me, ero una dei tanti bambini perduti. Ma di bambini perduti ed estranei ce n’erano pure in quelle case, dietro a quelle finestre. C’erano, indipendentemente da età e classe sociale, indipendentemente anche dalla loro volontà. Insomma la felicità o la disperazione emanavano una loro luce propria, diversa, qualcosa che ti restava negli occhi e nell’anima, ti si appiccicava addosso come un’impronta, ti assalivano come una malattia e, non lo ammetterò mai, ma qualche volta mi hanno fatto piangere.
Anche Mandorla, la protagonista di questo libro, è una bambina perduta, ma non perduta come ero io. Però non racconterò di più di questo libro, non voglio farvi perdere il piacere e la curiosità di leggerlo, non voglio portarvi distante dal suo messaggio di amore fuorviandovi col mio messaggio di curioso “voyerismo” sentimentale. Di Mandorla, la dolce figlia di Maria, amministratrice di condominio, rubo solo l’inizio di una preghiera:
O luci delle case degli altri
facciamo a cambio,
che io sono voi
e voi siete me…”
io so come continuerei e voi lo sapete immaginare? 🙂

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  1. Gran bel pezzo, ragazzina. Evoca molte emozioni. Ce ne sarebbero di cose da dire. La notte è un universo magico e tragico se attraversata da sola. La fantasia la fa da padrona. Ma questa è un’altra storia, troppo bagnata dalle mie solitudine, anche volute, cercate, persino amate. Per me la vita era sempre al di là. Non per una questione d’età ma ora è finita. Non rubo più altre storie e chiedo perdono della mia stupidità. Questo mondo ha bisogno d’amore.

    • Già, il mondo ha un terribile bisogno d’amore e dietro a quelle finestre ci sono infinite solitudini. ogni una è una storia che non è mai loa stessa e che non è mai la nostra.
      C’era un tempo che mi sentivo estranea alle storie degli altri, le storie mi prendevano, mi parlavano, partecipavo, ma io viaggiavo come un’aliena su un’altra dimensione, come se mi sentissi davvero figlia di nessuno e senza un luogo dove andare e dove fermarmi. Questo stranamente non era tutto negativo, avevo la libertà di decidere e di scegliere, potevo andare e fermarmi in ogni posto… l’avessi almeno voluto.
      Ma lo so è difficile spiegare, volevo la libertà, ma capivo che per essere libera non potevo fare a meno che essere sola, e alla fine non è comunque libertà.

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