rossaurashani

Fuori dal mondo, dentro ad un muro

In Amici, amore, Informazione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 29 dicembre 2011 at 14:36


Ho colto su Facebook il diario di quella giornata di una ragazzina di 17 anni. Ovviamente una ragazzina talmente non comune, che è riuscita a cogliere da una giornata che pure io ho vissuto con gioia e condivisione, quel lato umano che noi adulti non siamo riusciti a cogliere.
Io c’ero ed avevo altri occhi e provavo altre emozioni, forse non meno forti, ma, sicuramente, mediate dalle esperienze che hanno riempito la mia vita, forse fuorvianti, forse desensibilizzanti o forse solamente diverse.
Rivedendo quella giornata con i tuoi occhi cara Sha Den, ho rivissuto quelle emozioni con gli occhi perduti della mia gioventù. Gli occhi che mi facevano vedere i sogni e possibile anche l’impossibile, che mi consentivano di vedere le lacrime interiori di un essere umano ferito, e credere a quelle esteriori fino in fondo.
Grazie per tutto amica mia e malgrado tutto RESTIAMO UMANI con Vik nel cuore.

“Domenica sera. Monotonia. Il silenzio. I biscotti nel latte. Il freddo. Le coperte. I compiti non fatti di matematica. Qualche misero pensiero che gironzola ancora per poco nella mia testolina. La stanchezza partorita da un’intera giornata di dolce far niente. Un’altra domenica oggi. Oggi… Ma ieri?

Da ieri ho un’immagine fissa in mente, è costante, e ritorna.. ritorna e si ferma, resta.

Sono gli occhi di un ragazzo: Mohammad, 26 anni, palestinese. L’ho incontrato ieri mattina al convegno “Assetati di giustizia“, evento al quale ho voluto partecipare ad ogni costo, e non solo per saltare l’odiata ultima ora di latino.

Bulciago (Lecco), città natale di Vittorio Arrigoni, ha ospitato così tante persone ieri: eravamo in tanti a voler prender parte a quell’incontro incentrato sulla terrificante realtà di Gaza city e di tutta la West Bank. Alla vista di tutta quella gente, la maggior parte italianissima,non ho pututo far altro che abbandonarmi ad una mega risata di gioia, che non sono ruscita a contenere perchè, per la prima volta, ho capito che sono in tanti a volere la libertà per il popolo Palestinese.

“Sei nata in Italia tu, cosa te ne frega Shaden, pensa a star bene qui, non puoi fare assolutamente nulla per la Palestina, il mondo va così, e tu non sei nessuno per fare qualcosa di reale e concreto!” Ecco, ecco le parole mescolate all’interno di frasi che tanto odio, e che mi vengono costantemente ripetute. Mi sento abbattuta, in me prevale un senso di frustrazione dopo aver udito la solita persona che se la sghigna ripetendomi cose che non vorrei sentire. Il sabato di ieri e Bulciago però, mi hanno sollevata da quel senso di “nessuno mi capisce, oh no sono persa”, perchè ho capito che se si guarda dall’altra parte della medaglia, c’è un lato bello, limpido, e non superficiale, c’è un gran bel gruppone di persone che ha riposto la parola “INDIFFERENZA” nel cassetto più sicuro dell’armadio che porta a Narnia. I miei occhi gridavano felicità ieri, e con i miei anche quelli di centinaia di persone… e la felicità si raddoppia quando è condivisa, è totale.. o quasi… Si, perchè tra quella folla c’era Mohammad e i suoi due occhioni scuri, freddi, indifferenti, sembravano aver perso tutto il calore che emanano gli occhi del deserto. Se ne stava fuori a fissare il vuoto mentre fumava una delle sue malboro; faceva freddo ieri a Bulciago, ma lui era lì immobile e la temperatura che sapeva d’inverno sembrava essere l’ultimo dei suoi problemi. Perchè era li, solo, zitto? Perchè non era stato colto anche lui da quell’ ondata perfetta di gioia e felicità? Perchè continuava a starsene da solo, perchè? Che arabo strano, non lasciava trasparire nulla. “Apatia portami via” pensavo tra me e me.. Sembrava fuori dal mondo, e a me, che per natura ho pregiudizi verso quasi tutti, iniziava già a stare antipatico. Sparisce, non lo vedo più, e io sinceramente ero stanca di improvvisarmi agente segreto/psicologa, così decido di rientrare per continuare ad ascoltare tutte le testimonianze che mostravano un popolo sofferente, sotto occupazione da anni, che resiste perchè nelle sue vene scorre sangue di Palestina, sangue forte.

Dunque rientro in quella stanza enorme, illuminata solo dal videoproiettore con l’immagine di Vittorio, e non sento altro che un suono perfetto: il silenzio. Sono bassa, mi rimpicciolisco ogni anno di qualche centimetro, ero troppo in fondo e decido di avvicinarmi per vedere meglio, e lo rivedo. Mohammad con il microfono in mano, gli occhi lucidi, pieni di lacrime di rabbia e tristezza, occhi nostalgici. Stringeva tra le mani una kufiah consumata, e continuava a piangere e a masticare qualche parola un po’ in inglese, un po’ in arabo. Vedevo quell’uomo così triste, e lo vedevo così fragile sebbene la sua corporatura fosse robusta. Solo dopo ho capito. Lui era una testimonianza, LA testimonianza. Dopo essermi trovata davanti all’immagine di Mohammad che consegna la kufiah consumata alla mamma di Vittorio, mentre continua a piangere e a chiedere scusa, ho cercato di ricostruire la sua figura.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, arrivato a Bulciago per l’occasione, per la prima volta in tutta la sua vita ha messo piede fuori da quel muro che sembra così imbattibile. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, uno dei migliori amici di Vittorio, uno degli ultimi ad averlo visto, l’unico ad essere in possesso della sua kufiah.

Solo dopo ho capito, solo dopo. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, amico di ViK, si ritrova in un mondo completamente diverso in cui tutto sembra dovuto, in cui tutto sembra così bello e libero rispetto alla sua realtà. Un mondo in cui le persone non vengono colte da getti di acqua e merda se vanno a fare la spesa, che non vengono colpiti da mitragliatrici se decidono di andare a pescare. Un mondo che lui deve abbandonare per ritornare a casa, lì dove i diritti dell’uomo non esistono, dove l’odore della morte e della sofferenza non abbandona nessuno.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, fuori dal mondo, dentro ad un muro.”

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