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Ogni mattina a Jenin

In amore, Donne, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 29 luglio 2011 at 22:19

Copertina libroPotrei dire che racconta la storia di un popolo, ma non  sarebbe corretto. Sarebbe meglio dire che racconta una storia di donne che a loro volta raccontano la storia di un paese perduto. Questo è il contenuto del libro di Susan Abulhawa   “Ogni mattina a Jenin”.  La poesia dei risvegli di una bambina, prima dell’alba che corre tra le braccia di un padre generoso e gentile, che la cresce nella poesia di un mondo doloroso, ma fantastico. I racconti di una terra perduta che tante lacrime e sangue ha richiesto come contributo. La vita di donne troppo esposte all’amore e proprio per questo chiuse in se stesse e nei loro corpi di pietra scura. Dishdashe colorati e bimbi dalla bellezza fiera addolcita da occhi smisurati. Sogni e speranze nel profumo speziato dei fuochi accesi per cucinare. E poi la guerra… assurda come lo è ogni guerra, ma a volte assurda anche di più. Una realtà che esclude un’altra. Un paese senza pace. Un popolo scacciato dalla propria terra che non riesce più tornare. Donne  e madri sconfitte, derubate dei figli e degli sposi, senza più casa e focolare, deprivate anche della loro memoria.

Raramento ho letto un libro più avvincente e poetico di questo. Leggerlo mi ha fatto amare la Palestina non con la mente come facevo prima, bensì con i sensi e con il cuore. Se parla di ingiustizia e negazione dei diritti lo fa solo passando attraverso i moti dell’anima, mai attraversando il territorio gelido del giudizio, dell’odio e della vendetta. Non sarebbe possibile comprendere come Amal figlia della bella Dalia, nata nel campo profughi di Jenin, dopo il dolore delle sue infinite perdite, voglia tornare alla sua terra per poter ritrovare se stessa. Ma il suo è sempre stato un territorio di mezzo. Le sue radici sono state estirpate. Non c’è un luogo che la possa accogliere amorevolmente. Non l’America dove vive sotto controllo dal FBI. Non il Libano  che accoglie solo i campi profughi palestinesi, senza garantire le loro vite. Non la Palestina perchè occupata da uno stato che vuole escludere dal territorio conquistato, gli arabi. Ma Jenin per Amal e il ricordo dell’abbraccio di suo padre all’alba di ogni mattina. Jenin è il luogo della sua infanzia e dei suoi sogni. Luogo dove poter ritrovare quello che rimane dei rapporti che le riportano gli affetti di quella famiglia estesa che fu il villaggio ai suoi inizi. Amal dopo tanti anni incontra il fratello rapito ancora prima della sua nascita e cresciuto in Israele: David o Isma’il per la sua metà araba. Ma anche questo legame incerto non riuscirà a salvarla. Alla fine il fratello maggiore Yussef, creduto morto come terrorista suicida perchè fattosi esplodere contro l’Ambasciata Americana, scrive alla sorella perduta un’ultima lettera che mai spedirà e che lei mai più potrà ricevere:

“Carissima Amal, con la vocale lunga di speranza.
A volte l’aria mi riporta il sospiro dei ricordi. L’aroma degli ulivi e del gelsomino tra i capelli del mio Amore. A volte porta il silenzio dei sogni infranti. A volte il tempo è immobile come un cadavere, e con lui giaccio nel mio letto.
E così dormo, aspettando di rendermi onore quando sarà il momento.
Perché non ho tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità
…e l’Amore non mi sarà mai strappato dalle vene.”

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