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Dieci anni e sembra ieri

In Anomalie, Antifascismo, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 20 luglio 2011 at 11:01

Quel giorno di luglio mi ero svegliata con uno strano senso d’ansia dentro, che non sapevo spiegare. Mio figlio aveva da poco finito la scuola e per fortuna avevano deciso di partire per un viaggio studio in Inghilterra. L’ansia poteva essere legata al fatto che non amavo saperlo lontano, ma mi adattavo da brava madre. Tutto sommato il fatto che non andasse a Genova per il G8 mi faceva sentire un po’ meno preoccupata per lui. E proprio da questa riflessione mi era venuto il dubbio che fosse proprio per quella grande manifestazione che mi stavo facendo delle paranoie. La verità è che quando si ha figli, anche gli altri figli sconosciuti, di altri genitori sconosciuti, diventano in qualche modo figli tuoi. Nel pomeriggio ho acceso la tv per seguire la diretta. Il caldo torrido da tutte e due le parti e la luce accecante. Una marea di ragazzi: uomini e donne dai quali si percepiva chiaramente la tensione di un giorno che non sarebbe stato come un altro. Un giorno luttuoso. E se ci scappasse il morto? Pessimismo di madre, mi ero detta. Cosa vai a pensare. Non saranno così irresponsabili da creare una situzione così pericolosa. E questo pensiero non lo dedicavo certo a chi faceva la manifestazione. Guardavo le forze dell’ordine, nere e spaventose come anomalie subumane che frequentano i nostri incubi peggiori. Attenti alla provocazioni! Mi dicevo e soffrivo di quella tensione e del calore infame di quel sole.
Passo a passo la folla diventava più grande e ammassata. Non ricordo più se gli scontri erano già iniziati oppure se solo ne stavano parlando, non ricordo più nemmeno le parole, ricordo solo le cariche di quelle inquietanti figure nere, la loro violenza e la loro determinazione. E tutto si confonde e la massa di gente sbanda, si ritrae, c’è chi scappa, chi risponde lanciando sassi. La polizia picchia e picchia duro. I lacrimogeni nascondono le immagini. I fantasmi colorati si contraggono, i neri aprono varchi, isolano, picchiano. E ogni strada sembra pullulare di gente che scappa e di uomini travestiti da mostri che li inseguono. Li chiudono dentro a vicoli e piazze. Li massacrano.
Io ho il fiato sospeso da un pezzo. Non voglio vedere eppure non riesco a togliere gli occhi. Per fortuna mio figlio è lontano. Strano egoismo di madre. Se lo sapevo lì, sarei sicuramente morta. Ma lì c’erano gli altri miei figli e non potevo allontanarmi, nemmeno per bere un bicchiere d’acqua. Se lo avessi fatto sarebbe potuto succedere di tutto. E succedeva di tutto. Ore di angoscia davanti a delle riprese reticenti. A giustificazioni poco plausibili. La colpa solo da una parte. Essere giovani e velleitari… la colpa peggiore. I Black Bloc, di loro non sapevo, erano vestiti di nero e mi parevano più poliziotti che dimostranti. Erano arrivati in massa. Ma se li avevano visti arrivare perché non li avevano fermati? Ne avevano fermati tanti alla stazione, al valico di frontiera, perché loro no? Solito cercare il complottismo anche dove non c’è. Spero che almeno loro saranno responsabili. Ed invece la responsabilità quel giorno non c’era. Non c’era nessuna volontà di far andare le cose per una strada ragionevole. Si doveva fermare il movimento e qual era il posto migliore se non nel nostro paese? Ed il morto ci fu, quasi in diretta televisiva, e quel ragazzo in canottiera riverso per terra mi straziava il cuore, il suo sangue scuro mi bruciava l’anima. Ho pensato a tutti i suoi sogni perduti. Ho sofferto il dolore di suo padre e di sua madre, quello dei suoi amici, quello di tutte le madre deprivate di un figlio. Ho pianto e ho gridato dentro al cuore: “Assassini!” Ma non sarebbe stato l’ultimo grido. La carneficina sarebbe continuata e continua ancora. L’avremmo vista alla Diaz, a Bolzaneto e ancora per le strade, ne avremmo avuto pieni gli occhi e la testa. Il morto lo avete avuto, perchè cercarne degli altri? E dopo di allora nulla è più stato uguale. E’ stata uccisa l’innocenza e dopo di allora tutto è stato avvelenato ed intossicato.
Dieci anni e sembra ieri, anche perché proprio ieri, di fronte a gente che voleva essere ascoltata e che chiedeva giustizia, si sono presentate le stesse dinamiche, la stessa volontà. Stavolta lo sfondo non era il mare, ma i monti, comunque lo stesso copione e le stesse immagini. E ho tremato ancora.
Sabato, la vecchia madre che ha pianto davanti a quelle immagini ha preso su il suo coraggio e la sua voglia di non farsi schiacciare e andrà a Genova. Anch’io ci sarò assieme al mio vecchio e imbattibile compagno. Ci confonderemo tra la folla e grideremo insieme agli altri. “Carlo vive“.

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