rossaurashani

L’onda che tutto travolge

In Anima libera on 23 maggio 2011 at 9:03

Premessa alla parte ventiquattresima
Forse non ho una voce da rock. E chi se ne importa. E’ quasi la fine del 1963, che anno orribile. Sono stata rimandata a settembre in latino. E pensare che è considerata una lingua morta, figuriamoci fosse viva e vegeta. I miei hanno detto di studiare ché non potevano mandarmi a ripetizione perché non ero in una di “quelle famiglie lì” intendendo quelle con i soldi. Come se non me ne fossi accorta. Però mia mamma, mentre eravamo in vacanza in montagna per merito dei due piccoli che avevano bisogno di cambiare aria, mi ha mandato a ripetizione da un professore in vacanza, che aveva voglia di farmi lezione quanto ne avevo io di subirla. Per fortuna a settembre sono passata lo stesso. Ma mi sa che la mia insegnante lo deve aver fatto molto a malavoglia. Che poi questo è niente, non è stato solo questo che ha reso l’anno orribile. Insomma tu vivi la vita e non pensi che da un momento all’altro può succedere di tutto. Credi di poter vivere per sempre e magari non è così. Eppure sono convinta che se ti svegli e fosse per caso il tuo ultimo giorno di vita, sicuramente lo dovresti sentire, capire dall’aria che ti circonda. In effetti a volte sono sulle scale di casa e ho paura di bussare alla porta, lo sento dentro che qualcosa è successo. Ormai ho imparato a temere queste sensazioni. Lo so che sembra stupido e che dovrei pensare che si tratta solo di una coincidenza, ma ogni volta che mi sento così a casa mi aspetta una cattiva notizia. La cosa che temo di più è per la vita dei miei e per quella dei piccoletti. Preferirei, se fosse possibile, morire prima io, piuttosto di sopportare la loro di morte. Eppure in quel momento no, non ho sentito nulla. Mi sono svegliata quella mattina e non ho presagito nulla. Quella mattina sembrava una mattina come le altre, invece no, era proprio diversa e io non ho capito niente e poi ho saputo.

Sto proprio diventando grande. E le tette poi mi stanno crescendo; non tanto però. Due cose che nemmeno si vedono. Probabilmente non sarò mai come Marinella. Lei è molto femminile ed io invece non sono né carne né pesce. Però sono alta, e i capelli rossi mi si stanno allungando e le lentiggini sul naso mi stanno aumentando. Non che questo possa cambiare la sostanza delle cose. Ho un’aria molto impertinente e gli occhi… beh! gli occhi… insomma ti mandano affanculo o ti amano senza una via di mezzo. Dicono che sembro sentirmi superiore, forse è per questi occhi. Ma perché cavolo non riesco a nascondere i miei sentimenti? Ho gli occhi che parlano e a volte parlano troppo.
Che poi lo so che non importa l’aspetto fisico. Quello che è importante è stare bene con se stessi ed io con me sto bene come un cane che convive con un gatto astioso. Vorrei essere in un modo e finisco con l’essere in un altro. Convivono in me due persone, una è ragionevole, matura e comprensiva, l’altra è ribelle, insofferente e a volte un po’ cinica. E queste due parti sono eternamente in lotta. Come fare? Come riuscire ad essere una persona sola malgrado le contraddizioni? Una parte accusa l’altra di essere di volta in volta troppo accondiscendente oppure troppo aggressiva e, in verità, non so nemmeno qual è la mia vera anima.
Sinceramente è difficile crescere e diventare adulti. E’ soprattutto difficile essere se stessi se nemmeno tu sai qual è la tua parte più vera. Inoltre non ho deciso io che voglio crescere. E non aiutano i fatti della vita. Non aiuta non essere mai incoraggiata a diventare migliore. Non aiutano nemmeno le delusioni, le paure e le casualità. I continui rimproveri anzi mi portano a reagire. A mostrare le unghie. Ce ne sono fin troppi che vogliono insegnarmi a vivere.
Faccio un esempio, magari non c’entra molto, saranno state le lezioni di canto, fatte dalle suore, ma l’insegnante di musica mi ha proposto di entrare nel coro della Basilica di San Marco. Forse perché ho una bella voce da soprano, mica da cantante rock. Avrei dovuto essere felice perché oltre che a scrivere, disegnare e ballare, mi piace pure cantare. Vero che avrei preferito diventare una cantante rock, ma anche entrare nel coro della Basilica mi pare una bella possibilità. A quella notizia mia madre, invece di essere contenta, mi ha detto che non ci potevo andare perché non avevo tempo da perdere. Così ci sono andata solo una volta sapendo che non avrei potuto continuare e le coriste sono state molto gentili con me, ma io ero imbarazzata perché sapevo che non le avrei più riviste. Per fortuna che erano tutte intorno ai 150 anni e con loro non avrei potuto competere, una ragazzina in mezzo a tante donne con l’aria da beghine… ma con la voce da angeli. No! non potevo tornarci e gli ho detto che mi dispiaceva, ma dovevo studiare. Non ce l’ho proprio fatta a dire loro che avevo la scuola al mattino e due fratellini da crescere il pomeriggio. Non mi avrebbero creduto.
La mia libertà dura il tempo di carosello. Ho paura che dietro ogni cosa che sembra bella si possa nascondere il pericolo, il brutto, la minaccia. Carosello insegna a comprare, ma di soldi non ce ne sono. E’ come guardare da una vetrina i dolci. Ti viene l’acquolina in bocca ma non puoi fare che sbavare sul vetro. Non voglio diventarne schiava; della televisione. In fondo è solo una scatola. La mia libertà comincia con quella musichetta quando si apre il teatrino. La mia libertà finisce con la stessa musichetta, quando si chiudono le tende del teatrino. Poi diritta a letto. Per il resto la mia vita è degli altri. E’ una crudeltà avere dodici anni. Quindi via i sogni. Non diventerò corista di musica sacra come non diventerò mai una cantante rock. La vita è un guardiano senza cuore. E senza pietà. Non lascia respiro. Cerchiamo di essere realisti. Alcune cose mi sono precluse. Le posso solo sognare, questo non costa niente, tranne qualche nota a scuola quando mi trovano con la testa nei miei film. Ma è veramente un peccato mortale lasciarsi sognare?
Io vorrei essere là; vorrei essere in piazza. Ho imparato a non fidarmi. Ma non c’è nemmeno il tempo di prendersela. Alla rabbia si sostituisce il dolore. La vita va di fretta. Va in diretta. Come dicevo è difficile crescere. Ed è difficile affrontare la realtà nuda e cruda. Insomma questa mattina in classe, senza nessun preavviso, è arrivata la notizia che c’è stato un enorme disastro lì, sulla diga del Vajont. Sono l’unica a sapere che cos’è il Vajont perché ne ho letto sugli articoli della giornalista combattiva dell’Unità. Però non è crollata la diga come pensavo, ma un’onda enorme ha scavalcato la diga ed è caduta sopra Longarone e si è portata via tutto il paese. Anche quel paese io lo conosco perché per andare in montagna sono passata di là col treno. Ma guardando le scene per televisione di quello che è rimasto non sono riuscita più a riconoscerlo, non è più la stessa cosa. Quel paese si è trasformato in un paesaggio lunare. Come si può restare indifferenti? Come si può non piangere su tanto disastro? Ma come cavolo hanno fatto a raccogliere un grande lago sotto una montagna che da sempre si chiama Toc e che “a toc”, ossia a pezzi, cade nell’acqua?
E Tina l’aveva detto e nessuno l’aveva ascoltata… idioti! E la gente muore: donne, uomini e bambini. E perché muore? Perché a qualcuno non interessa la loro sorte, ma fare denaro. Se fossi i miei genitori non pagherei più le bollette della corrente elettrica. Così imparano. A proposito di questo, scusate la mia ignoranza, ma non mi so proprio immaginare come da una bomba si può dare energia alla nostra lucidatrice. Comunque se fossi… ma non sono. E’ dura superare questa rabbia e questa delusione. Vorrei essere più forte e non farmi prendere dallo sconforto. Vorrei… vorrei un sacco di cose, e non so nemmeno io cosa. Le lacrime non consolano le cose. Ma non basta questo. Un altro giorno resto con il naso incollato alle immagini della televisione: hanno ucciso il Presidente degli Stati Uniti, quello giovane, carino e con il ciuffo, quello che ha aiutato i neri ad emanciparsi, quello che ha schierato i soldati davanti alle scuole per i neri, per farli entrare, quello che forse era troppo democratico. Questi americani proprio non li capisco. Credo che non riuscirò più a farmeli piacere. Per tutta la vita.
E’ uno strano paese questa America. Ma si può sopportare tutto questo? Io non ce la faccio. Capitemi. Io sono donna, non sono libera, non so come fare per venirne fuori, il mondo intorno a me va a rotoli e mi sento travolta da un’onda di fango che non mi lascia possibilità di respirare. Devo trovare qualcosa a cui aggrapparmi. Devo uscire di qui. Nessuno mi ama e a nessuno interessa che io un po’ alla volta stia morendo. Vorrei diventare adulta finché c’è ancora questo mondo. Dare una mano a chi dà una mano. Cercare di renderlo migliore. Piango nella mia prigione. Lasciatemi uscire! Lasciatemi respirare! Lasciatemi vivere!
Qualcosa succederà. Ed io qualcosa farò… non mi lascerò soffocare così. Non sono nata per questo.

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  1. Siamo come barchette in mezzo a quel mare in tempesta che è la vita e le onde sono fatte di emozioni. L’idignazione è un sentimento nobile e il dolore fa crescere. E come se è cresciuta quella ragazzina. Sarà una donna migliore ma questo le basterà?

    • L’indignazione fa crescere la rabbia che non è buona consigliera… ma è un sentimento umano che deve per forza farti crescere, per non farti condurre fuori strada o per non costringerti a dimenticare. Una reazione deve pur esserci e deve pur essere introitata.
      Crescere si cresce e lo sai, ma sulle strade che si prende… mah tutto è frutto della casualità.

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