Mario

Scioperi del 1943

In musica, Nuove e vecchie Resistenze on 11 maggio 2011 at 9:00

Gli operai incrociano le bracciaRicaviamo il ricordo seguente da Storia del XXI secolo

Gli scioperi del marzo del ’43

Da Torino a Milano a Genova gli operai dimostrarono che era possibile opporsi al fascismo e alla guerra. Sotto la spinta delle condizioni materiali i lavoratori riscoprirono la propria soggettività di classe e riemerse la cultura del conflitto. Fu un colpo terribile per la credibilità di Mussolini, un vero e proprio preludio al crollo del 25 luglio. Gli scioperanti si politicizzarono in fretta; più tardi molti di loro entrarono a far parte della resistenza armata, altri prepararono l’insurrezione del 25 aprile 45.
La notizia dello sciopero in prima pagina del giornale L'UnitàQual è la data d’inizio della resistenza? Ognuno può dare una risposta diversa. L’8 settembre – l’armistizio con gli alleati e la conseguente occupazione tedesca dell’Italia – E’ quella più comune e, forse, più “ragionevole”. Ma si potrebbe, con altrettanta ragionevolezza, fissare nell’emigrazione antifascista o nella guerra civile spagnola, l’avvio dell’esperienza resistenziale. Oppure – seguendo interpretazioni fin troppo ortodosse – rinchiudere il tutto nella storia dei partiti antifascisti, a partire dalle loro alleanze prebelliche, fino alla nascita del Cln e al governo di Roma del biennio 44-45. O, al contrario, affermare che una data precisa non ci può essere, perché la restistenza trae origine dalla disgregazione italiana sotto i colpi della guerra, il crollo di credibilità del regime, i bombardamenti alleati e la fame. Percorsi endogeni ed esogeni alla realtà nazionale, legittimamente, si sovrappongono sulla strada che diede origine all’esperienza resistenziale. Ma, forse, si può scegliere un’altra chiave di lettura, quella che fissa nel primo momento di resistenza di massa al regime fascista l’atto di origine del movimento che portò all’insurrezione del 25 aprile 45: gli scioperi operai che nel marzo 1943 paralizzarono le fabbriche del nord. Allora, per la prima volta da quasi vent’anni, uno dei nuclei essenziali della società italiana espresse pubblicamente la propria sfiducia nel fascismo; e inferse un pesante colpo alla credibilità del regime.
Gli operai: per vent’anni erano rimasti muti – non uno sciopero – “inquadrati” nei sindacati fascisti e nelle organizzazioni di massa che Mussolini aveva creato per controllare quella classe di cui – da buon ex socialista – sapeva di non potersi fidare fino in fondo, che poteva solo neutralizzare, non attivizzare al suo fianco. Durante il ventennio la condizione operaia era di molto peggiorata: i salari avevano perso potere d’acquisto, l’introduzione del fordismo ne aveva avvilito la forza contrattuale, esasperando i ritmi di produzione secondo i dettami della modernità novecentesca. Privati di qualunque autonomia – con la cancellazione dei sindacati – costretti a un corporativismo che non li tutelava, erano scomparsi dalla scena politica del paese. Con la guerra – militari a parte – i lavoratori dell’industria erano diventati il gruppo sociale su cui il conflitto pesava di più. Doppiamente penalizzati: come tutti gli altri italiani dal generale degrado delle condizioni del paese [a partire dal progressivo razionamento dei generi alimentari, fino all’incubo dei bombardamenti], più degli altri cittadini dall’intensificazione dei ritmi di lavoro e dal prolungamento degli orari, per una produzione tutta finalizzata allo sforzo bellico. Così, dopo le donne – che facevano i conti giorno per giorno con le dispense sempre più vuote – fu tra chi rendeva vive le fabbriche che il malcontento cominciò a serpeggiare ben presto. In più gli operai avevano alle spalle la cultura – rimossa ma non cancellata del tutto – della rivendicazione e del conflitto. La loro naturale distanza dal fascismo, con la guerra si trasformò in progressivo dissenso: fin dagli ultimi mesi del 42 nelle fabbriche – soprattutto nei grandi stabilimenti del nord-ovest – le ragioni dello sciopero c’erano tutte. Difficile – molto difficile – era farlo. Anche perché i militanti dei partiti antifascisti – e in primo luogo i comunisti – erano una piccolissima minoranza. Quella minoranza accompagnò la gestazione degli scioperi del marzo 43, li prepararono – come racconta una delle testimonianze che qui riportiamo – con una fitta rete di “sussurri”. I militanti dei partiti antifascisti – alcuni dei quali rientrati in Italia proprio per fare attività nelle fabbriche – diedero a quegli scioperi un respiro politico, collocando le rivendicazioni economiche nel quadro della guerra e sottolineando la necessità di una pace immediata. Ma non si può dire che li abbiano indetti e diretti. Le agitazioni dei lavoratori “crebbero su sé stesse”: dalle prime fermate in alcune fabbriche torinesi, al blocco totale degli stabilimenti Fiat, alle industrie lombarde, liguri, venete, emiliane. Scese in campo una classe operaia con scarsa memoria, formatasi in gran parte sotto il fascismo, ma con una fortissima sensibilità sociale, cui la prosecuzione della guerra appariva insopportabile. Poi, quasi naturalmente, quegli operai si scoprirono ben presto necessariamente antifascisti.
Gli scioperi del marzo 43 furono prima di tutto una protesta sociale contro le condizioni cui il regime aveva ridotto il paese. I lavoratori chiedevano soprattutto integrazioni salariali, dettate da una condizione materiale ormai insostenibile. Come controparte diretta avevano le imprese, ma il ricorso allo strumento dello sciopero fece di quella rivendicazione un fatto immediatamente politico. E, successivamente, l’aspetto politico – come testimoniano i rapporti delle autorità periferiche fasciste – accentuò progressivamente il proprio peso.
Fino alle agitazioni della primavera successiva, quando la saldatura tra aspetto sociale e politico si completò, quando gli scioperi furono chiaramente contro il fascismo [e i tedeschi che avevano occupato il nord del paese].
“Pane, pace e libertà”: con queste parole d’ordine gli scioperi del 43 sono passati alla storia. L’opposto di ciò che Mussolini poteva offrire. E l’uomo di Predappio uscì fortemente indebolito dalle giornate di marzo, la sua credibilità infranta. Gli operai dimostrarono che era possibile opporsi esplicitamente al regime: non ottennero, dal punto di vista economico, tutto ciò che chiedevano e le agitazioni – durate quasi un mese – si risolsero con mediazioni aziendali che accoglievano solo in parte le richieste dei lavoratori. Ma il loro impatto simbolico e politico fu enorme, furono le premesse del 25 luglio. Di più, quegli scioperi furono anche una grande scuola di antifascismo: molti dei loro protagonisti poi salirono in montagna, altri finirono nei campi di concentramento tedeschi, per non farne più ritorno, altri riuscirono a celarsi alla repressione dando vita alla resistenza armata in fabbrica, organizzando il sabotaggio della produzione bellica, preparando il 25 aprile. E nei giorni dell’insurrezione i primi luoghi liberati delle città del nord furono proprio le grandi fabbriche.
Oggi gli storici s’interrogano su quelle giornate: qualcuno sostiene che la portata e il ruolo degli scioperi siano stati troppo enfatizzati, arrivando anche a metterne in discussione la stessa esistenza, perché il loro esordio fu molto più stentato di quanto voglia la tradizione del movimento operaio; o magari perché alla Fiat Mirafiori – una fabbrica che Mussolini non avrebbe mai voluto fosse costruita, conscio che per il suo regime tanti operai tutti assieme non potevano che essere un guaio – lo sciopero non riuscì il 5 di marzo, ma solo alcuni giorni più tardi. Ma basterebbe leggere le reazioni degli apparati di potere, le destituzioni di gerarchi e autorità di polizia per confermarne la portata. Oppure sarebbe sufficiente analizzare le biografie di molti dei combattenti della resistenza di origine operaia per comprendere il peso degli scioperi del marzo 43: una “dimostrazione” che anticipava di alcuni mesi le scelte che una parte d’Italia fece dopo l’8 settembre.
(a cura di Gabriele Polo) 

Dopo il 25 luglio
Il giornale sindacale La Fabbrica sugli scioperiDal 25 luglio ai primi giorni di settembre del 43 gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord non conoscono soluzione di continuità. Secondo i rapporti conservati presso l’Archivio centrale dello stato, i primi a scioperare lo stesso 25 luglio sono gli operai della Piaggio di Pontedera, “per la caduta del fascismo”, con una manifestazione in cui ci furono anche due arresti. Da quel giorno sono registrate ben 135 agitazioni operaie, con numerosi feriti e anche 12 morti [l’episodio più grave avviene alle officine Reggiane di Reggio Emilia, il 28 agosto, quando l’intervento dei bersaglieri provoca 7 morti e 25 feriti]. Il lungo elenco delle manifestazioni operaie, tutte per la fine della guerra e l’allontanamento dei dirigenti compromessi con il regime, comprende le principali realtà industriali italiane, dalla Fiat di Torino alla Falk e alla Breda di Milano, dalle fabbriche di porto Marghera ai cantieri navali di Monfalcone e di Genova.

Gli scioperi a Torino, da Carlo Chevallard: “Torino in guerra – diario 1942-45”, Torino 1974 (ilmanifesto.it)
La testimonianza di un operaio della Grandi Motori Fiat (ilmanifesto.it)

Il brano sotto riportato (La Fabbrica) degli Stormy Six in Youtube si accoda, come un’unica canzone, alla più nota Stalingrado; riportiamo solo il testo della canzone che ricorda quegli scioperi:

Cinque di Marzo del Quarantatre
nel fango le armate del Duce e del re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don
Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena
rimbomba la fabbrica di macchine e motori
più forte il silenzio di mille lavoratori
e poi quando è l’ora depongono gli arnesi
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi
E corre qua e là un ragazzo a dar la voce
si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce
e squillano ostinati i telefoni in questura
un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura
Grandi promesse, la patria e l’impero
sempre più donne vestite di nero
allarmi che suonano in macerie le città
Quindici Marzo il giornale è a Milano
rilancia l’appello il PCI clandestino
gli sbirri controllano fan finta di sapere
si accende la boria delle camicie nere
ma poi quando è l’ora si spengono gli ardori
perché scendono in sciopero centomila lavoratori
Arriva una squadraccia armata di bastone
fan dietro fronte subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati.

Segnaliamo un buon sunto degli avvenimenti di quei giorni fondamentali per la storia della Resistenza e del nostro paese contenuto in Iniziativa laica; corredato anche da alcune buone immagini che abbiamo qui riutilizzato.

Con particolare cura il susseguirsi degli eventi – accompagnato da una serie di testimonianze – è ben documentato in Torino 1938|45 – La città delle fabbriche.

A questo indirizzo invece si possono trovare questi stringati ma significativi omaggi; ma sull’argomento – in cui forse ci potremmo trovare costretti a dover tornare e qui trattato certamente non in modo esaustivo – proprio per la rilevanza degli avvenimenti, si può trovare molto materiale in rete, oltre naturalmente ad una grande bibliografia nella carta stampata.

MONDON Cesare
Ricordo gli scioperi del marzo del ’43. Noi eravamo troppo giovani e siamo sempre stati tenuti fuori da queste cose. Più tardi ho conosciuto questi uomini, per esempio Umberto Massola. Era una persona con una grande grinta; è riuscito a organizzare degli scioperi non solo a Torino, ma anche a Milano e Genova. Uno di questi scioperi è stato organizzato a Regina Margherita, in viale Gramsci, nella casa abitata da un grandissimo partigiano di nome Luciano Moglia, che a mio avviso avrebbe meritato la medaglia d’oro.
Luciano Moglia era un vecchio antifascista che con Massola e altri funzionari del partito comunista ha organizzato gli scioperi del ’43. Sulla sua casa, che ospita oggi un asilo, c’è una targa.

SIMIOLI ABE
Io lavoravo alla F.I.L.P. Nella fabbrica c’erano tutti i compagni, socialisti e comunisti, più comunisti che socialisti e già trattavano, facevano degli scioperi, facevano insomma di tutto e io ero sempre in mezzo, non stavo mai fermo, mi piaceva proprio il rischio.

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  1. Informazioni importanti. Soprattutto per sapere la verità. Queste notizie per quanto lontane nel tempo ti fanno comprendere che l’Italia è stata e spero sarà un paese mgliore di quello che appare oggi.
    Avevo un nonno socialista che lavorara alla Breda di Porto Marghera. Come mi piacerebbe poterci parlare ancora e farmi raccontare della fonderia dove lavorava e degli operai della fabbrica. 🙂

  2. Era da un po’ che avevo l’idea (ma solo l’idea) in canna. L’ho sviluppata oggi anche per altri motivi. Era da un po’ che non mettevamo nulla sulle “Nuove e vecchie Resistenze”. Come sempre (veramente spesso) non ho aggiunto nulla di mio. Qui metto (in un certo senso) solo documenti. Per ricordarci da dove veniamo, anche se non sapopiamo più dove andiamo. Parlerei anch’io con quel nonno, le testimonianze restano ormai solo nei libri e in rete. Respettiamo la loro memoria continuandola.

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