rossaurashani

Zorro batte Dio tre a zero

In Anima libera on 9 maggio 2011 at 14:03

Premessa alla parte ventiduesima
Vi accorgete pure voi che la vita scorre e non sa dove va? E’ come un fiume che non ha inizio e né sa dov’è la sua fine, e tutto scorre e tutto passa sotto il ponte dove io sto a guardare. E’ la vita che passa e tu la guardi stupita e ti chiedi: “Quando mi immergerò nelle sue acque?” Ma lo sapete che a scuola dalle suore una mia compagna pensava che i fiumi fossero formati da secchiate d’acqua buttate lì apposta? Questa cosa mi ha fatto sorridere, e lei s’è vergognata un sacco. A me è dispiaciuto, di quella vergogna, che colpa c’è se nessuno le ha spiegato che i fiumi nascono vicino alle montagne o dalle sorgenti o per opera del disgelo della neve? Eh già! mica tutti sono curiosi come me. Ma lasciamo perdere.
Intanto molti dicono che non devo bruciare le tappe. Che è sbagliato perché se si comincia presto a fare esperienza poi non si ha più curiosità e alla fine ci si annoia. Sinceramente non ci credo proprio. Credo che troverei sempre cose da fare e curiosità da soddisfare, non sarei mai sicura di aver visto tutto e di sapere tutto. Che assurdità! Annoiarmi? La vita offre troppo per annoiarsi e poi promette un sacco di cose e io voglio averle tutte.

La Pargoletta è bella, con la faccina cicciottella. I capelli rossi uguali ai miei. E uno splendido sorriso sdentato, quando non frigna. Ha gl’occhi grandi e azzurro-verdi. E ha tutte le sue piccole dita nelle manine. Passata la paura, tiro un sospiro di sollievo. Nessuna malformazione. Mi viene da piangere dalla gioia. Però… ho chiuso definitivamente con dio. Non che avessi qualche dubbio, ora ho la prova. La sorella di Silvia era poco più grande della Pargoletta che gli è venuta la poliomelite. Non era stata ancora vaccinata, ma ciò non toglie che quel che le è successo è una cosa terribile. Me l’ha raccontato lei. Silvia abita una porta accanto alla nostra. La sua sorellina ora ha una gambina più corta dell’altra. Se succede una cosa del genere ad un bambino non può esserci un dio. Ho deciso di smettere con lui e con tutti i preti e le suore e anche con il papa; con qualsiasi papa. E per fortuna vado alla scuola pubblica.
Mi sento grande nella nuova scuola, anche se la mia divisa è cambiata da bianca a nera e la cosa non mi entusiasma. Solito collettino bianco e fiocco rosa. Ma ci vanno tutti a nozze con i fiocchi? Speravo almeno quello di risparmiarmelo. Solita fortuna: i maschi non usano niente. Beati loro. Ma non è giusto però. Che differenza c’è tra noi e loro? Fossimo carine, con quei grembiuli neri sembriamo delle civette spaventate. Ecco! appunto, io sono diventata proprio alta. Per trovare un grembiule nero che mi andasse bene, mia mamma ha preso una vestaglia nera che in genere viene usata dalle operaie e dalle impiegate delle poste. Una tristezza… Proprio perché troppo alta per la mia età, mi fanno finire in fondo alla classe, ma non me ne preoccupo perché sono vicino alla finestra e ogni tanto sbircio fuori e mi metto a sognare. Ecco questo sta diventando un problema: sogno ad occhi aperti e tutti se ne accorgono, dicono che ho la faccia di chi ha la testa tra le nuvole. Sbagliato, io non guardo dentro alle nuvole, guardo i miei film personali e spesso mi beccano che non seguo quello che i professori spiegano.
E’ stupido, lo so, dovrei fare più attenzione, ma la mia fantasia non mi dà tregua e, a volte, le voci degli insegnanti sono soporifere. Un giorno ho sbadigliato che mi sono venute persino le lacrime agli occhi. L’insegnate di italiano mi ha cacciato fuori della porta. Ma è una colpa così grave avere un colpo di sonno? Mi sa che quest’anno sarà dura. Le materie sono tante e tra queste non c’è la sognologia in cui sono preparatissima.
La scuola è un palazzo enorme e vecchio. Gli scaloni sono ripidi e le aule sono grandi e ghiacciate; soprattutto la mia che ha un sacco di finestre che danno sui tetti. Il mio balcone, quello da cui guardo ogni tanto, dà invece verso un canale e vedo le barche che scivolano sull’acqua come la vita che mi scorre lontano e che io non riesco mai a toccare. Le compagne sono tutte nuove, meno una: Letizia. Lei era con me alle elementari, ma anche lì era facile dimenticarsela, non si faceva mai notare. Brava nella media, silenziosa e ossequiosa quanto basta a far sì che nessuno la prenda in urto. Si è messa vicino al mio banco, ma siccome e bassa e cicciottella l’hanno spostata davanti e mi hanno messo vicino Marinella che non è più alta e meno cicciottella, ma è ripetente. Intanto tutto continua a scorrere come quelle barche.
Sembra che ripetere sia una grande colpa e lei pare vergognarsi di tutto. Mi va subito, a genio. Mi prende quel prurito, io che sono curiosa come una scimmia. E’ come la scoperta di un mondo nuovo. Come venisse da lì, da oltre quella porta. Che tornasse da un futuro. Voglio sapere cosa si prova a tornare. Ad essere stata grande. Beh! proprio grande non è. Sta silenziosa nel suo angolo e non cerca di fare amicizia. Con me ce l’avrà dura perché già la tempesto di chiacchiere. Le chiedo di tutto e sono curiosa di sapere cosa si prova ad essere ripetente. Ha un musetto simpatico. Le sue smorfie possono raccontare mille storie senza bisogno di parole. Anche se resta in silenzio. Credo di amarla. Non di quell’amore. Cioè credo di amare le persone. Le persone come lei. E’ proprio bella quando sorride. Cioè per me è bella. Lei non mi sa rispondere. Al che capisco che non è una gran esperienza, ma solo una perdita di tempo. E glielo dico.
Più ci penso e meno mi piaccio. Lei ha quel piccolo seno. Io sono diritta come un palo. Il mio corpo non ha ancora deciso cosa diventare. Non sono né donna né maschio. Solo una cosa lunga e diritta con una gran testa sopra. Nessuno si potrebbe innamorare di una cosa così. Non so perché gli altri mi guardino e si aspettino sempre qualcosa da me. Forse per la mia altezza. Marinella torna a sorridere, è veramente molto carina, ha una frangetta che le copre quasi gli occhi e un caschetto che le nasconde le guanciotte. Io ho i capelli corti perché “il signor Nube”, scotennatore di famiglia, oltre ad aver scotennato il Piccoletto, è riuscito a incastrare pure me. Ma dei capelli mi importa poco, è che così nuda sulla testa il mio collo sembra molto più lungo di quello che è. Insomma sembro proprio sproporzionata. Una giraffona.
Ogni tanto mi guardo allo specchio e mi sento sconsolata. Ho il naso tempestato di lentiggini e una fossetta sulla guancia sinistra, ho la pelle bianchissima e i capelli rossi sembrano… sembrano fare luce. Non mi piace niente di me. Preferirei essere come Marinella: carina, anche se ripetente. E poi lei ha il seno. Non so bene se è una cosa bella, non ho ancora deciso, ma a lei dona molto. Sembro uno stecco senza forma e ho pure i piedi grandi e ho problemi a trovare scarpe del mio numero. Mio padre ha deciso di farmele su misura, solo che la misura l’ha presa otto mesi fa e adesso che sono pronte non le posso indossare perché non ci entro più. Spero di non crescere più perché per crescere son cresciuta anche troppo. Voglio dire che parlo per l’altezza.
Per fortuna che a casa mia le cose vanno meglio. Con questo intendo che non sembra più che dobbiamo stare troppo attenti ai soldi. Anche se per avere la lucidatrice la mamma ha dovuto vincere un premio alla latteria. Sì proprio latteria, non lotteria. Alla sera noi ceniamo a caffè e latte. Tutte le sere di ogni santo giorno. Non c’è altra cena. Così noi beviamo molto latte e lei raccoglie molti punti che le servono per ricevere dei regali, ma anche per partecipare ad un concorso e così siamo diventati proprietari di una lucidatrice nuovo modello. Era meglio la lavatrice, con la famiglia che cresce, ma quella non era in palio.
Vi farà ridere, ma la nostra fortuna è stata incrementata dalla moda. Sapete i tacchi a spillo? Beh! qui in città si bloccano dentro alle fessure della pavimentazione e mio padre non ha mani che gli bastano per ripararli al volo. Lo guardo fare ed è bravissimo. I tacchi sono metallici e quando perdono il tacchetto si svuotano. Mio padre li riempie di chiodi di legno, poi li passa con la carta vetrata e ci attacca il tacco di gomma coi chiodini. Un gioco da ragazzi. Noi intanto guadagniamo, anche se a cinquanta lire al paio devi farne una quantità enorme per sentirti ricco. Ma cosa volete, le donne sono testarde e pur di seguire la moda, si svenano economicamente. E’ divertente vederle lasciare la scarpa infilzata dentro alla fessura e zoppicare a piede nudo nel tentativo di recuperarla senza perdere il tacco, ma è una pia illusione, il tacco è già perso, andato, e mio padre è il principe del tacco. In due minuti risolve il problema.
Io intanto ho difficoltà di comunicare. E’ una cosa nuova per me. Al primo compito d’italiano non becco un voto, ma un giudizio perplesso. “Ma mi stai prendendo in giro?” Ho il sospetto che non sia stata apprezzata la mia vena poetica. Ma secondo voi cosa dovrebbero dire la spiaggia e il mare in autunno? Ohhh… come ci sentiamo soli! Ma, no, dai! La spiaggia si scrolla di dosso tutto il sudiciume e il mare si stende e si rilassa in onde grigie e monotone. Finalmente liberi! Insomma non mi si può rimproverare di aver dato un’anima a delle cose che poi proprio inanimate non sono. La spiaggia si muove in dunette mutevoli ed il mare schiuma sul bagnasciuga. Questa è la dimostrazione che hanno un’anima; ma non c’entra niente dio. Forse la prossima volta posso spiegarmi meglio. Il fatto è che non li ho mai sentiti parlare. Sebbene il mare un borbottio lo fa.
Con il latino invece proprio non va, non c’è niente da fare. Ed è dura pensare che è l’ultimo anno di latino obbligatorio. L’insegnante è molto seccata di questa cosa e ce lo fa fare neanche fosse un addestramento militare. Si vede che si rivale su noi povere ragazzine indifese e ci mette sotto come se fosse una faccenda da cui dipendesse la nostra e la sua vita. Ogni tanto si prende gioco di me e mi dice “Hai fatto una bellissima traduzione…” e quando io comincio a avere una qualche speranza lei spara: “peccato che non c’entri niente con quello che la frase voleva dire!” Lei se la gode ed io mi porto a casa il brutto voto da far firmare. Ma a quanto ne so non era morto e da un pezzo; il latino? Perché non lasciarlo riposare in pace? Lui e con lui noi? A casa comunque non mi danno bada. Mio padre ha deciso di cambiare lavoro e mamma, oltre ad avere quattro figli, si deve ingegnare a dargli una mano.
Insomma mio padre decide di prendere una tabaccheria-cartoleria che sta sulla strada della mia scuola. Almeno avrò gratuitamente i fogli protocollo per i compiti in classe e quelli per il disegno. Però ci sono anche i lati negativi perché quando torno da scuola mia mamma esce e va in negozio e torna a casa all’ora di cena ed io ho in custodia Piccoletto e Pargoletta, e quel debosciato di Ernesto che si diverte a rendere la vita difficile. E poi ci devo passare davanti. Mi sento più controllata. E qualche volta a sera sono io che preparo anche la cena. Così di studiare, è inutile, mi manca il tempo. Tra l’altro il Piccoletto segue le impronte di un nuovo eroe che gli stimola molto la sua avventurosa fantasia: Zorro. Così che, con la penna biro, mi segna tutte le pagine dei miei libri di scuola e dei quaderni e a causa di ciò, le “note scolastiche” si moltiplicano, ma non i bei voti purtroppo. Già non erano proprio trionfali i miei esiti. Non è che proprio ci vado più con grande entusiasmo, ma questo non mi ha tolto la curiosità. Ho già finito di bruciare le mie tappe? La voglia di imparare c’è, è ancora lì, ma piena di zeta. Non so. Che ne so? Ho il sospetto che dovrò provare anch’io l’emozione di diventare ripetente.

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  1. E’ la vita che passa e tu la guardi stupita e ti chiedi: “Quando mi immergerò nelle sue acque?”

    Come la conosco bene questa sensazione. Ma adesso mi ci butto.
    Ah, anch’io andavo benissimo in sognologia. Avrei potuto prenderci un dottorato 😉

  2. Si, ricordo, quella merdaccia di grembiule nero me lo dovevo mettere pure io.
    Beh, insomma, diciamo che ci provavano a farmelo mettere.
    Con risultati alquanto alterni, per la verità.
    Non ho mai sopportato granchè l’idea di dover essere per forza uguale agli altri.

    Il Piccoletto adepto di Zorro.
    Con me che ero (sono) adepta di Batman ci sarebbe andato d’accordo, suppongo.
    :69:

    • Bastava che fosse nato qualche anno dopo che avrebbe sicuramente cambiato eroe, d’altra parte la zeta di Zorro è un segno veloce ed inconfondibile… mentre quello di Batman sarebbe stato troppo complesso.
      Ma sai che a volte sento che saresti stata un’ottima sorellina 🙂

  3. A proposito di tacchi, da piccola avrei tanto voluto fare il calzolaio.
    Finita la scuola, ero assidua frequentatrice della bottega del Vigilio, il calzolaio del mio rione.
    L’odore del cuoio, della colla che ti aggrediva pesante aprendo la porta della sua bottega era incenso laico per me.
    Ancora adesso, ogni tanto, sento la necessità di entrare nella bottega del calzolaio che c’è adesso e di tirare due belle profonde annusate.
    Oh, cavolo! Sarà mica stato a sniffare la colla che son diventata così?

    • Cavolo, ma non sai che anche io mi annusavo la colla, anzi mio padre diceva mastice. Era davvero innebriante 🙂
      Mi sa proprio che ci ha fuso il cervello 😉

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