Mario

La malattia di vivere.

In personale on 7 maggio 2011 at 0:15

Ogni volta era la stessa storia. Se lo diceva: ma perchè preoccuparsi? tanto non cambia niente. Eppure ad ogni controllo medico era una Waterloo, per dirla in termini militari. Insomma non proprio una sconfitta e poi non proprio quando gli venivano consegnati gli esiti. Tutto succedeva prima.
Quell’ansia gli toglieva la vita. Facile dire che gia per due volte era uscito dall’inferno. Ma proprio per quello l’inferno gli sembrava ogni volta più reale. Non è facile adattarsi. Ormai erano passati dodici anni e malgrado tutto aveva vissuto. Certo non era più stata la stessa cosa. Lui prima correva e saltava e del suo corpo si fidava. Niente l’aveva mai abbattuto. Aveva avuto incidenti di macchina e di moto, ma niente l’aveva fermato. E che ci vuole così poco per farlo desistere dal correre come un pazzo? No, non era stata né la spalla rotta né il ginocchio spappolato che l’avevano bloccato. Continuava a correre e a saltare perchè il suo corpo non l’aveva mai tradito. Ma questo era prima. Poi un giorno quella malattia bastarda. Insomma puoi chiamarla con il suo nome scientifico ma sempre tumore al cervello è. Qualcosa che ti cresce dentro e che infila le sue radici nel terrore. Il primo intervento e la certezza di non uscirne o almeno di non uscirne come prima. Era stato orribile pensare che da quell’intervento avrebbe potuto tornare senza davvero saperlo, oppure avrebbe potuto rimanere inabile e disperato. Aveva avuto talmente tanta paura che quando si era svegliato dall’operazione non smetteva più di parlare dall’eccitazione. Parlava e raccontava tutto quello che gli veniva alla mente. Aveva chiesto a chi gli stava intorno: “Ma ragiono bene? Parlo giusto? Ricordo tutto?” Eh sì, parlava giusto e ricordava un sacco di cose della sua vita passata, ma l’unica cosa che si era accorto di aver perduto era la fiducia in se stesso. Adesso lui alla vita non ci credeva più. Nemmeno al suo corpo prestava più fiducia. Odiava tutti quelli che lo incoraggiavano a riprendere di nuovo le sue vecchie abitudini, il suo lavoro. Lui non era più lo stesso e gli altri non capivano. Come avrebbero potuto capire che lui aveva visto l’inferno e che quell’immagine gli aveva bruciato l’anima?
Erano passati otto anni e ad ogni controllo medico, lui si sgretolava e perdeva dietro di sé qualche pezzo di carne viva. E a quell’ultimo controllo il male gli era cresciuto dentro ancora una volta. Come avrebbe potuto morire un’altra volta? Non aveva più voglia di lottare, perché l’attesa non era vita. Perché ripresentandosi il tumore aveva controfirmato un ulteriore terribile tradimento. “Ma chi può pensare che davvero per me sia facile accettare questa lotta” si diceva “Non riesco nemmeno a chiamarlo con il suo vero nome il male che mi acceca. Come farò a tornare sotto le mani del chirurgo? Come farò a sperare ancora?” E la lotta non lo interessava più. Era stanco, sfinito, esausto. Ma l’aveva fatto per Giovanna. Lei non accettava nessuna sconfitta, lei voleva che lui lottasse per la vita. Ma lui questa vita non la voleva più. Cercava dentro di sé i sentimenti che lo legavano agli altri e non trovava che fredde macerie.
Ancora una sorda paura di non svegliarsi o di lasciare nella sala operatoria la coscienza, o la vista, o tutta la sua memoria e lasciare la vita sarebbe stato poco o niente, in confronto del male che gli procurava quel continuo cercare di sopravvivere. E anche alla seconda volta il suo ritorno era stato quasi perfetto. Solo gli occhi vedevano un po’ meno, ma forse era la stanchezza e pure l’età.
Ma la malattia peggiore era quel vivere di ansia e di incertezza. Quell’attendere un esito che era certo che un giorno sarebbe arrivato ed era inutile negare, quando sarebbe arrivato, lui, questa volta lo avrebbe accolto come una liberazione. Non aveva più forza e passione per resistere all’assedio della vita. Nemmeno Giovanna sarebbe bastata.

Annunci
  1. Permettimi per primo, nottetempo, di farti i miei complimenti per questo bel post molto sentito e coinvolgente. Sì! la voglia di arrendersi è un nemico infido. La lotta logora. E queste cose ricordano quanto sono spesso così piccoli i nostri problemi quotidiani che in altri momenti ci sembrano così gravi.

    • Ringrazio per i complimenti notturni (però sarebe stato meglio che tu dormissi :-))
      La lotta logora, ma è comunque un atto vitale. Quello che uccide è l’attesa del proprio destino. Non a tutti, dopo certe esperienze, rimane la voglia di vivere. E’ quella che ti consente la lotta. Ho conosciuto persone che con una malattia hanno perduto anche i sentimenti e le emozioni e anche hanno perduto se stessi. E’ come essere derubati di tutto tranne che della sopravvivenza.

  2. Ho conosciuto malati di cancro, giovani e vecchi, a me molto vicini e anche non così vicini. Di tutti mi ha colpito l’enorme forza e attaccamento alla vita. Una mia carissima amica per un anno, in passato, ha prestato volontariato con dei malati terminali. Tra parentesi un volontariato coraggioso, che io non riuscirei a fare. Mi raccontava che tutti, senza eccezione alcuna, le chiedevano perché fosse capitato a loro. Tutti volevano vivere, anche per un giorno in più, avrebbero dato qualsiasi cosa.
    Ha ragione Mario. Queste storie mettono tutti gli altri problemi in prospettiva.

    • Purtroppo ho avuto un’esperienza diversa, anche se la trovo lontana dal mio carattere. Ho scoperto che esistono persone che si rifiutano di lottare. Non credo sia mancanza di coraggio, piuttosto una vera malattia della psiche che non ti consente più di provare le stesse cose che provavi prima, né l’amore e nemmeno l’odio se è per quello. In effetti ci sono persone toccate da queste malattie che seguono delle vere terapie psicologiche per accettare il male e le sue conseguenze. Ho un amico che vive proprio questo stato d’animo e non è facile comunicare con lui. Lui ha la coscienza che ormai da un momento all’altro si troverà di fronte alla sconfitta e quest’attesa lo sfianca. Ma dirlo così forse è semplificare e non è l caso di essere superficiali su questo tema.

  3. L’attrazione “sotterranea” per l’infelicità è figlia dell’istinto di morte che ci appartiene, che sempre convive con il desiderio di vita ( istinto di sopravvivenza).Penso che siamo costretti a dover convivere con entrambi,imparando a distinguerli quando si presentano alla nostra coscienza. Non sempre è facile. Il piacere dell’infelicità è reale, anche perché sovente si coniuga ( e si confonde ) con il ricordo di momenti felici che rievochiamo con “nostalgia”. D’altra parte mi sembra impossibile guardare avanti con fiducia senza dover in qualche modo RIATTUALIZZARE il passato, e quindi anche tutto quanto ci potrebbe aver spinto verso una “malattia della psiche” (nel senso che gli attribuisce Martina). Ma non è forse vero che noi altro non facciamo che “ripresentificare il passato” quando pensiamo ?
    Questa discussione ( irta di scogli vari …) , mi rammenta quella sull’amore e la gelosia, che non è stata portata avanti, e nella quale il rapporto tra istinto di morte e di vita era presente sullo sfondo( …) .
    Voglio però qui complimentarmi con Rossaura per il modo in cui riesce ( attraverso il racconto in questo post )a mostrare come ” la malattia peggiore era quel vivere di ansia e di incertezza” , e come, nella vita quotidiana, questo sia una specie di “terza condizione”, tra i due istinti, e vale non solo nei casi estremi come quello descritto.E ,come lei, penso sia questo il territorio in cui la riflessione potrebbe aprire nuovi modi di guardare alla nostra vita presente. Un caro saluto!

    • Forse non ne avevo coscienza o forse sì, alcuni pensieri, almeno a me, corrono su linee che non sempre mi sono chiare. In effetti a ben vedere gli ultimi due post hanno radici comuni. Cerco sempre di stimolare, in primis, in me riflessioni e considerazioni su sentimenti ed emozioni che spesso rimangono nascoste. Tu ricordi altre provocazioni come “amore e gelosia” ma anche comportamenti diversi tra “donne e uomini”. Sempre difficili da approfondire. Ritengo purtroppo limitante il mezzo. Un post su un blog. Magari un blog come il mio che ha un numero limitato di frequentatori, e mica tutti interessati a commentare.
      Ricordo al tempo delle mie frequentazioni su OKNOtizie che si lanciavano argomenti che venivano lungamente dibattuti e a molte voci. Ormai tempi passati. oggi è un social net di scarsissimo spessore. Chi partecipava allora se n’è andato per stanchezza. Comunque hai colto alcuni punti che credevo fossero ritenuti importanti solo da me. Esiste anche un’attrazione verso l’infelicità e la malinconia, ma tutti la negano. Esiste anche una maggior capacità di guardare dentro noi stessi nei momenti difficili e una quiescenza in quelli buoni che ti fa sentire a disagio. Si è più veri quando si soffre o quando si è felici? Domanda stupida probabilmente, ma la risposta sarebbe interessante se potesse spiegare i percorsi psichici umani.
      Per quanto riguarda poi la “malattia di vivere” come fai notare tu non è solo legato a questo caso limite e non è neppure una malattia della psiche da curare con antidepressivi. Sono convinta che coesista in noi come il desiderio della vita, ma anche qui cisi inoltra in un terreno davveroirto di scogli 🙂
      Avremo mai risposte soddisfacenti?
      Un saluto caro
      Ross

  4. Come ho avuto modo di dirti convengo che “In effetti a ben vedere gli ultimi due post hanno radici comuni”, ma ritengo più stimolante soffermarsi sul primo cioè sul chiedersi cosa ci rende colpevoli della nostra felicità. Non credo ci sia spazio per continuare in modo “sttivo” una discussione. Vorrei solo aggiungere che su certe copse temo non ci siano vere risposte, almeno non certo esaurienti. La fatica e il “merito” è nel porsi le domande. Nel lasciarsi avvincere della complessa bellezza dell’essere umano, anche nelle sue contraddizioni. Peccato che tu dia così poco peso alle tue “riflessioni”.

    • Le riflessioni sono volatili e non hanno peso. Se non fosse così, riflettere mi diventerebbe un peso insostenibile. Io vorrei conoscere l’essere umano, vorrei capire perchè se conosce le risposte a volte persegue il male. Vorrei sapere quali sono i motivi di certe scelte. Vorrei un mondo più sincero dove una versione dei fatti non debba per forza essere letta fra le righe.
      Tu sai la lunga discussione, che ha origini lontane, che sosteniamo quotidianamente e che mi fa sorgere ancora più domande. Certo un blog non può essere per davvero un luogo di dibattito. Ho scoperto che non lo è nemmeno un tavolo dove si mangia e si beve un buon vino. Tu già sai come gli amici reagiscono ad una provocazione. Tanta omertà e poca voglia di impegno 🙂
      Io sono ancora alla fase dell'”aurocritica” 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: