rossaurashani

Siamo disposti a rinunciare alla tristezza?

In Anomalie, personale on 4 maggio 2011 at 15:49

Spesso me lo chiedo e mi rispondo che sono fortunata perchè posso scegliere tra felicità e tristezza, ed evidentemente tra le due scelgo la prima. La mia fortuna sta ovviamente sulla possibilità di scelta. Non tutti ce l’hanno, anzi molto spesso stanno nella seconda non sapendo nemmeno se esista una condizione differente. Ricordo bene che per decenni ho vissuto, con ben poca discontinuità, una malinconia e tristezza che ormai credevo endemica. Rapporti affettivi deludenti. Situazioni di lavoro stressanti. Poche speranze per il futuro. Tutto questo però mi rendeva più empatica. Riuscivo ad essere nella mente e a comprendere le emozioni di molta parte del mondo che mi circondava. Riuscivo ad avere un animo più poetico anche senza scrivere delle vere poesie. Mi sentivo vera e credibile. Possibile che la felicità ottunda i miei sensori? Che mi renda più egoista o che mi faccia apparire più superficiale? Eppure non mi sento come gli altri e provo imbarazzo ad essere felice. A volte, persino, ho nostalgia della tristezza, ma solo per un attimo, un terribile momento di stupido masochismo.  Poi tutto passa  e continuo a sentirmi in colpa perchè sono, in un terribile momento di stupida felicità.  In fin dei conti non si può sempre avere tutto.

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  1. Non sentirti in colpa, te la meriti, dopo tutto quello che hai passato!
    Io comunque non credo nella felicità come stato costante, lo sai, ne abbiamo già parlato. Ci sono dei momenti, secondo me, che è giusto afferrare e assaporare. Felicità è una parola grande. Non può essere costante, è impossibile.
    Poi c’è la serenità, l’equilibrio, quelli si possono essere stati costanti, perché nessuno può sopravvivere in uno stato di perenne ansia e insoddisfazione.
    Per cui mia cara, goditi la tua serenità, perché ti porta anche salute, eh, le nostre nonne avevano proprio ragione.

    • Anch’io pensavo che la felicità fosse solo un attimo e via, invece ho dovuto ricredermi, perchè nella mia felicità di oggi c’è molto di più della serenità e dell’equilibrio, è uno stato più complesso che basta a se stesso. In effetti non ne voglio di più e mi spaventa l’averne di meno. Comunque è uno stato che non ho mai conosciuto e proprio per questo mi sembra ancora incredibile.
      Dall’altra parte come sottolineava Ifigenia c’è che la mancanza di tensione o in uno stato ormai lontano dalla sofferenza non ti sembra di essere capace di quelle sensibilità (ma forse non è il termine giusto) di cui eri capace prima. Non dico che scrivessi poesie, ma il mio stato d’animo ovviamente melanconico mi spingeva ad essere empatica e a “comprendere” di più. Ecco perchè oggi mi senso ancora più in colpa… ma mi consolo almeno sono la testimone che questo è possibile 😉

  2. Cara Ross, quanto ti capisco!

    A parte che ad essere felici uno si sente quasi in colpa, quando ero un’anima in pena scrivevo delle poesie meravigliose, ed ero piena di grinta (anche se a voi può sembrare che io ce l’abbia ancora).

    Da quando sto bene, il che significa da quando è nata mia figlia (o forse da quando non ho più nessuno accanto? 🙄 ), la mia vena poetica si è esaurita, la “vulcanicità” decisamente ammosciata.

    E va beh, ogni diritto della medaglia ha il suo rovescio…

    • Cara Ify hai capito perfettamentee quale tipo di sensazione mi trovo a vivere, da un lato la gioia di non aver niente di più da chiedere e dall’altro la sensazione di non riuscire più a comprendere la sofferenza ed il dolore. Il risultato è che sono come non sono mai stata e mi sento colpevolmente lontana dalla comprensione di quegli altri che stanno ancora nel tunnel 🙂
      Tutto sommato è vero, credo che a volte malgrado alcune mancanze evidenti, la nostra possa essere una vita a dolore relativo, e il motivo è che abbiamo raggiunto delle mète che ci impegnano e soddisfano completamente.
      Cosa sarà mai qualche poesia in meno, l’importante e non ricaderci 😉

  3. Cara Martina, io non né ho parlato ma ho solo accennato e ad altre cose. Se la felicità è una costante che può durare tutto il resto della vita mica lo so. Mi impegno a fartene testimone nel resto della mia vita. Per ora è. Io credo che la vita dovrebbe essere la ricerca della felicità, non la conferma della rassegnazione. E quella ricerca è e resta ricerca sempre. Si rinnova continuamente. Quella pace non si trova mai. Ma resto sempre di quell’opinione che c’è molta sogettività in tutto e che dovremmo poterne parlare con tranquillità e ordine. Ma non voglio fare la tua parte. Condividuerei al massimo la mia. Magari ci troviamo solo per parlare di scrittura. Di quella scrittura a quattro mani. Della nostra opera “Anima libera”. Il mio amore è fatto anche di tante piccole cose, di attimi, di frammenti. Ne parlo con pudore. Vorrei che chi ci vede pensi “ma allora si può” e non “che culo hanno”. Voglio passare cauto per le cose della vita; degli altri. Ti abbracciamo e… ti siamo vicini.

    • Ci vergognamo a parlare di felicità, però è bello dare speranza agli altri, non sarà mica che siamo gli unici al mondo? 😉

      • Io non mi vergogno proprio. Mai stato così sensibile e così tragicamente e penosamente facile alle lacrime. Mi faccio quasi schifo. Mi credevo se non un uomo d’azione uno pronto all’azione. Cosa posso farci se la minima cosa mi commuove. Lo sai. A me sembrerebbe una ipocrisia se dicessi che rimpiango qualcosa tranne non averlo voluto capire prima. Eppure… sapevo.

  4. Anch’io mi sento esattamente come te. Non riesco a dipingere quadri ritenuti “interessanti” perché in fondo al mio animo non sono abbastanza contrita. Sarà un bene o un male?

    • Perchè l’arte più vera dovrebbe sgorgare dalla sofferenza? E’ una domanda assurda anche se nella realtà è davvero dal dolore che escono le cose migliori.
      Comunque almeno ci si sente bene col mondo e, visto che appunto, come dice Ify: “ogni dritto della medaglia ha il suo rovescio” all’arte e alla poesia ci toccherà dire: ripassi un’altra volta!

      • Credo, se posso, poco a tale teoria. Non posso dire che le cose di oggi siano migliori. Posso però dire che l’unico freno è la pigrizia. Posso però dire che se sono felice 24 ore al giorno mi resta poco tempo per il resto. Posso solo dire che le cose di oggi mi sembrano migliori.
        (per chi ha orecchie)

  5. Caro Mario, hai ragione a dire che non ti vergogni. Bravo. Perché vergognarsi della felicità? soprattutto dopo tutto quello che anche tu hai passato?
    Però attenti al non confondere lo “stare bene” con la felicità.
    Nel vostro caso non ho dubbi che sia felicità. Ma…
    Vi ricordate quando si parlava della piramide dei bisogni primari di Maslow? Io sono ancora convinta che, quando si soddisfano i bisogni primari con se stessi, allora si sta bene. Da lì poi si può cominciare ad aspirare la felicità.
    La felicità è altra cosa, non è solo l’assenza di dolore.
    Come la pace non è la mera assenza di guerra.
    Forse idealizzo troppo. Certo, mi conoscete, io idealizzo sempre. a torto o a ragione.
    Non condivido il fatto che tutta l’arte nasce dal dolore e si spegne con la felicità. Certa arte. io ho scritto certe cose quando soffrivo e certe altre nei momenti di serenità.
    Se si soffre troppo, almeno nel mio caso, se c’è troppo dolore allora non si riesce neanche a scrivere. Almeno io non ci riesco. Quando i bisogni primari sono annullati, appunto.
    Poi, la felicità, gli attimi di essa e poi la serenità costante hanno un sapore più buono quando si è passati per i gironi danteschi e ritorno. Ci sono studi interessantissimi fatti su popolazioni appena uscite da conflitti di guerra incredibili, che hanno passato lunghi periodi di privazione e terrore. Queste persone gioiscono di tutto, non appena la paura e la sofferenza viene sollevata dalle loro spalle. Sono felici per un pezzo di pane, per un abbraccio. Perché sanno quanto valgono.
    Non vergognatevi, non sentitevi in colpa.
    Io proprio non mi ci sentirei.
    Baci.

    • Cara Martina, ovviamente avrai capito che la mia è una provocazione anche se cercando nelle pieghe mi rendo conto che questa domanda oltre a provocare contiene anche delle verità. Come sai io davvero ho passato nella vita momenti estremamente difficili, come anche Mario su questo non abbiamo segreti, e questi momenti hanno lungamente gravato sulla nostra vita passata. Ovviamente da due anni a questa parte siamo approdati ad una vita talmente diversa, altra che viviamo come quei sopravvissuti alla guerra. E in realtà lo siamo. A noi è successa una cosa che va al di là dell’immaginabile. Non esiste nella storia umana che due persone fossero fatte per stare insieme come noi, si incontrassero giovanissimi, si perdessero e si ritrovassero dopo 41 anni e comprendessero come non fossero cambiati e desiderassero ancora le stesse cose e vivessero ancora gli stessi sogni. Eravamo affamati e la gioia di poterci nutrire non è ancora passata. Eravamo rimasti chiusi nelle nostre segrete e il vedere la luce ogni attimo della nostra vita ci fa sorridere e la felicità ci stordisce proprio perchè l’avevamo perduta. Oggi ritrovata e sarà difficile che ci abitueremo a lei.
      Comunque quando penso ad amiche che vedo ancora in alto mare… non riesco a non sentirmi a disagio
      Ricambio i baci

  6. il paradosso del vivere è ANCHE questo: sentirsi in colpa per essere felici—-

    ci sono persone che si ritengono indegne della gioia, quasi si aspettassero poi di dovere necessariamente “pagare il conto” per tanta abbondanza—

    nel nostro inconsio purtroppo spesso vi sono retaggi di vechia data tipo catechismi cattolici ed altro per i quali era quasi peccaminoso essere in pace con la vita—

    va bè, detta così è facile, infatti lo è detta così (Pasquale Panella)

    • Sì certo hai ragione, molto è dovuto all’educazione che abbiamo avuto, e la chiesa ha delle belle colpe 🙂 ma un po’ è colpa anche della vita perchè ti insegna presto che dopo qualche attimo di felicità ti ritrovi a dover fare i conti con delusioni e dolori. Oltre a Maslow c’è anche Pavlov che insegna, se agli animali somministri stimoli di dolore intenso su un percorso questi lo cambiano di sicuro e quel percorso non lo fanno più…
      Insomma inutile dire se le cose ti vanno bene per un lungo periodo ti aspetti come minimo di dover pagare un caro prezzo per questo.
      Comunque se vivi bene e attorno a te le persone a cui vuoi bene soffrono, come reagisci? Ti senti in colpa certamente e ti senti anche in un altro mondo e quindi lontana da loro.
      Oltre a questo un ulteriore problema: la sofferenza stimola la sensibilità e la capacità di esprimersi in modo “artistico” e più elevato? E ancora: sentiamo la mancanza della tristezza? A queste domande ognuno risponde a modo proprio e secondo la propria esperienza. Certo che ad essere felici il mondo ti sembra migliore.

  7. pare sia attribuita al filosofo Rilke l’affermazione “l’arte nasce dal bisogno”—

    io credo sia un bisogno di espressione dei propri stati d’animo—

    non so se si possa affermare che la tritezza “faciliti” la produzione artistica—

    direi piuttosto che quando si vivono particolari stati d’animo (felici o infelici che siano) siamo più sensibili alle cose e ciò ciconsente di vedere il mondo in mnaiera differente e da ciò descriverlo / rappresentarlo in modo originale—

  8. Io sono una felicissima cialtrona senza il benchè minimo senso di colpa. 😉
    E la mia vita non è mica sempre stata rose e fiori. Anzi.
    Ma perchè cavolo poi dovrei vergognarmi di star bene?

    • No cara Mad non è obbligatorio sentirsi in colpa, solo che a volte ci si sente egoisti. Non sto bene se magio davanti ad una persona che a fame. Devo per forza condividere il mio piatto con quella persona. Mi ricordo che in un viaggio nel Chapas ho veramente visto la fame. Io turista bene o male riuscivo ad avere di che mangiare, non era problema. L’unico problema era mangiare di fronte agli altri. E non ci riuscivo. Credo di aver lasciato molto spesso le mie razioni ai bambini indios. Questo vuol dire che di fronte ad una situazione favorevole a me, resto interdetta. Ma come, a me sì e agli altri no (soprattutto se sono amici). E’ da qui che parte il mio disagio. Ma si sa che serve a poco. Ricordo ancora che quando a 16 anni conobbi Mario e ci mettemmo insieme avevo una cara amica (almeno lo era per me ,forse per lei ero un’altra cosa) che sbavava per lui. Beh, da stupida ero pronta a rinunciare a lui e lui oggi lo sa. Ovviamente lui non era interessato benchè lei avesse cercato di farmi lo sgambetto. Ma si nasce stupidi e si rimane fino alla fine, almeno così credo… 🙂

      • ehm… il brava era riferito a Mad, ormai eletta a furor di popolo la mia life couch personale.
        Ross, io ho vissuto tutta la vita tormentata dai sensi di colpa. Non ne posso più. Non posso, non posso, non posso. I sensi di colpa mi hanno quasi ucciso.
        Un giorno starò bene, lo sento. Ci credo, sai? E proprio come la nostra Mad, quando quel giorno arriverà, dirò: mavaff… me lo sono meritato!

  9. Mettiamola così, Martina: io penso che, talvolta, serva anche una buona dose di sano egoismo per vivere pienamente.
    Anche se, forse, egoismo non è esattamente il termine adatto per definire quello che intendo io.

    • Sì sono d’accordo, non parli di egoismo anche perchè non mi dai proprio l’idea di essere egoista 😉
      Capisco cosa intende Ross. Se io vedo un amico in difficoltà mi faccio in 4 e anche in 8 per aiutare, spalanco le porte della mia casa e condivido ciò che ho. Questo va da sè. Però ho deciso di smetterla con la tortura cinese che ho inflitto tutta la mia vita su me stessa.D’ora in poi ho deciso di afferrare tutti gli attimi di serenità che la vita vorrà offrirmi e godermeli. Senza sentirmi egoista, senza sentirmi in colpa. In mezzo a questi attimi, la porta di casa mia rimarrà sempre aperta a chi avrà bisogno di aiuto, o anche di un semplice abbraccio. Una cosa non esclude l’altra, l’ho finalmente imparato.
      Difatti, è molto Zen 😉

      • Nel tuo caso Martina mi sembra una decisione saggia 🙂 Non può essere egoismo ma sopravvivenza. Essere aperta agli altri vuol sempre dire poter subire dolorio delusioni,ma anche grandi felicità. Tutto sommato credo siano più le cose belle che ti possono venir date che quelle brutte. Però è giusto venir fuori dal vortice dell’autoafflizione. Si può tornare a vivere anzi si deve e tenendo bene in testa che tu sei la prima a cui pensare. Una persona felice e realizzata sa dare felicità anche agli altri: figli, amici e amori. Lasciami l’ultimo plurale perchè la vita ne deve essere ricca non ti pare? 😉

    • Eh sì Mad non è egoismo è diritto di vivere. Sarebbe assurdo rinuciare alla proprio piccola o grande parte di gioia e serenità perchè il mondo è una valle di lacrime. Malgrado il mio caratteraccio pure io ho imparato a tenere le distanze, altrimenti mi sarei rovinata la vita. Non credo nella santità e nel martirio 😉 ma soffro di sentimenti di empatia acuta e molto spesso partecipo anche troppo ai problemi degli altri… Ma la mia felicità me la tengo 🙂 costi quel che costi.

  10. mmm Ross, ma sai che quasi quasi mi hai ispirato un post?…. se ho oggi trovo un ritaglio di tempo… vediamo 😉 questa tematica mi sta molto a cuore 🙂

  11. Ecco, adesso sto scrivendo sul mio blog, lo vedrete pubblicato tra poco, vi cito. Non sarà molto lungo perché non ho molta forza o tempo, ma mi piacerebbe spostare lì questa interessantissima discussione. Vi abbraccio.

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