rossaurashani

L’evoluzione del nostro paese dentro ad una cartella

In Anomalie, Mala tempora currunt on 9 aprile 2011 at 15:54

 

Sarà questione d’età, ma anche e soprattutto perché non riesco a darmi ragione del cambiamento totale del nostro paese, ma il piccolo saggio di Marino Marini sulla cartella scolastica mi ha aperto uno spiraglio divertito sulle mode e sul perché di certi cambiamenti.
Almeno ora so a chi dare la colpa di tutto. Maledetta moda pure a berci il cervello ci hai insegnato e con lui anche la capacità di sopportare l’insopportabile.

Che poi la mentalità della Lega e il berlusconismo vadano di moda non c’è dubbio alcuno. In che triste paese delle apparenze sto vivendo 😦

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  1. Meh, lo confesso, sono sempre stata un’insopportabile cialtrona, da questo punto di vista.
    Arrivavo a scuola armata di agenda, astuccio minimal (talmente minimal che l’astuccio non c’era, sostituito da un elastico che teneva insieme due biro, matita, evidenziatore e gomma) e delle fotocopie delle lezioni del giorno rigorosamente scroccate “aggratis” alle bidelle che mi adoravano in quanto nipote e pronipote di bidella. “Nipote d’arte”, in pratica.
    I pochi libri che mi sono mai degnata di comprare mi venivano custoditi amorevolmente in bidelleria, appunto, così non dovevo fare la fatica immane di portarmeli appresso. Già.
    L’unica cartella che ricordo d’aver avuto risale alle elementari (era paleolitica, praticamente) ed era una specie di cassettone in pelle nera probabilmente capace di resistere ad un disastro atomico.
    Erano i ruggenti anni ottanta, quelli della “Milano da bere” craxiana e dell'”edonismo reaganiano”, ma della cosiddetta “moda” non me ne è mai fregato nulla neppure allora, ça va sans dire.

    • Avevo anche io la solita cartella di pelle marrone erano gli anni 50 di cui ricordo bene l’odore: sapeva di scuola. Ricordo che un giorno mi cadde dentro all’acqua alta e sebbene avessi cercato di scaricarla mi portai una certa quantità di acqua pure a scuola. Alle medie poi ci furono le cinghie, ma per me che ero tra le povere avevo una specie di elasticone di gomma che si rompeva nel giro di pochi giorni. I libri erano tantissimi e era difficile portarli appoggiati tra il braccio e la pancia. A volte non ci vedevo al dilà.
      Tu eri raccomandata eh? 😉 A scuola da me se ti scordavi un libro ti davano una nota…
      Certo la moda non ci prendeva e forse l’ecomomia non si basava ancora sul mercato dei giovani. Il tascapane poi l’ho sempre invidiato, perchè io a quei tempi andavo a lavorare quindi…
      Niente Eskimo o altro di eparaistico, ma sicuramente Jeans che dovevo stendermi sul letto per poterli chiudere. Nessuna grande marca solo quello che il mercato offrriva. E così come vedi niente Milano da bere e neppure Berlusconi 🙂

      • Raccomandatissima. 😉
        E non so il perchè, dato che non ho mai fatto nulla per rendermi particolarmente simpatica (con il mio cervello e la mia linguaccia mi è praticamente impossibile, di solito sulla gente esercito un effetto “ortica”)e non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di mettermi a “leccare” come faceva la maggior parte dei miei comapgni.
        Eppure, ho sempre trovato fidi alleati nelle persone più insospettabili.
        Ad onor del vero, devo dire che non ho mai approfittato oltremodo e sono contatti umani che a più di vent’anni di distanza ancora mantengo come la cosa più preziosa che ho.

  2. Bellissimo l’articolo di Marini, Ross, grazie per averlo consigliato! Quanti ricordi!
    Alle elementari io la cartella “vintage” me la ricordo ancora… e sapeva di scuola, proprio come scrive lui, di astucci, di gesso, purtroppo anche della mensa scolastica che a me faceva schifo 😀
    Poi, ammetto con pudico rossore, fu il mitico tascapane di tessuto militare verdastro/grigiastro, ricoperto appunto di scritte, simboli della pace, ying & yang, spillette con il sole che ride contro il nucleare e con il famoso ritratto del Che, yankees go home e così via. Lo usai per un pò anche all’università. E dentro c’era l’inseparabile smemoranda o similaria.
    Nella Milano da bere (o da pere, come scrivo io) degli anni ’80 ben descritta da Marini io andavo già all’università e lavoravo, per cui erano sopravvenute altre esigenze. Comunque mi ricordo mi vestivo di nero… chi ha vissuto a Milano negli anni ’80 sa che quella era una decisa presa di posizione 😀
    Venendo ad oggi… la vuota e disastrata situazione scolastica, di libri in surplus (tuttavia mi viene male a dire “inutili” perché i libri non sono mai inutili), istruzione nozionistica e vacua e trolley al posto di cartelle che ogni mattina sembra un esercito di pendolari Ryanair c’è anche qui in Irlanda. Con la sovraggiunta dell’uniforme (adesso esplodo :twisted:) a botte di 120 euro a figlio ogni settembre. Spese insostenibili per una famiglia, ti lascio immaginare per un genitore single senza reddito fisso.
    Però sull’Italia vorrei spezzare una lancia. Mia figlia, stufa delle uniformi a minigonna inguinale, della loro scomodità e comunque del loro simbolismo -le uniformi si indossano, appunto, per “uniformare” l’individuo e toglierne l’individualità – ha esclamato più volte “mamma, non vedo l’ora di essere in Italia e avere il LUSSO di andare a scuola in jeans!”.
    Ed io, baby, avere il lusso di poter spendere quei 120 euro in cose più utili. Chennesò, libri, una bolletta, o fare la spesa.
    Tutto va messo in prospettiva.
    Buona domenica carissimi/e 😉

    • Sai Martina, magari qui in Italia tua figlia potrebbe chiedere più di un paio di jeans a 120 euro al colpo, e qualche felpa griffata cosa meno edificante di una uniforme scolastica, però sono comunque d’accordo sull’individualismo ad oltranza, quello che fa scegliere le felpe in base al colore e alla qualità piuttosto che alla marca.
      Con mio figlio è stata strada in discesa, mai portato jeans e sempre odiato i logo, dovevo pregarlo per sostituirgli scarpe e pantaloni malgrado fossero trasformate in bombe biologiche e stracci.
      Ma tornando alla scuola nell’articolo di Marino ho seguito oltre che all’evoluzione della cartella , l’involuzione del nostro paese e forse non solo del nostro. Valori che si mettevano a servizio dei soldi. Priorità che sono totalmente cambiate.
      Nel periodo del tascapane e dell’eskimo c’era sopratutto il sentiirsi parte di una comunità generalizzata, oggi è una gara per distinguersi per mostrarsi anche migliori di quelli che si è, ammesso che apparire sia un valore aggiunta.

      • non me li chiederà mai i vestiti a quel prezzo, Ross, perché sa che non glieli posso (e non vorrei) comprare. Su questo è molto responsabile, è cresciuta bene. Mio figlio poi andrebbe in giro vestito di sacchi della spazzatura e non noterebbe la differenza.
        Noto che spesso si dà la colpa alla “società” perché i nostri figli vengono su consumisti. Ma la società che è? Noi. Se le madri di determinate ragazzine spendono uno stipendio al mese in vestiti a scarpe griffate, non ci si meraviglia che poi chiedano i jeans a 120 euro.
        Io e mia figlia i vestiti ce li scambiamo, ultimamente lei sta indossando un paio di miei vecchi jeans che trova adorabili. e lei sa benissimo che io trovo cari anche i jeans a 20 euro.
        Tuo figlio è cresciuto con dei valori perché i valori li hai tu, diciamocelo chiaro.
        Sulla società dell’apparire poi ci sarebbe da farci un post apposta…

  3. @ MadDog

    Non ho dubbi sul fatto che non eri ben vista da alcuni, troppo intelligente e troppo “anima libera” per esserlo. Certo amata da chi vedeva o percepiva in te le qualità indubbie che hai. Due o tre che mi vengono a mente? Sincerità, onesta mentale e immediatezza…
    Ovvio che in questo mondo con le tue qualità non si gira facile o sbaglio ;-)?

    • Mah, non lo so mica se le qualità che mi attribuisci ce le ho per davvero.
      Ovvio che la mia vita così com’è è una continua partenza con rincorsa dall’ultima fila, anche se magari mi meriterei di partire non dico dai primi posti, ma almeno da un’onesta metà classifica.
      Ma, in fondo, chissenefrega. 😀

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