Mario

Il ragazzo col ciuffo

In Anima libera on 5 aprile 2011 at 13:24

Foto BN dopo il terromoto del 1960 in CilePremessa alla parte diciassettesima
Ci sono anni in cui ogni giorno sembra durare tutto un anno. Dove ogni ora e diversa dall’altra. Dove ti sembra che il tempo rallenti, quasi si fermi. Che si riempia la vita di vita. E, allo stesso tempo, le cose scorrono. E corrono. Ti sembra di non poterle fermare. Di non saperci stare dietro. Sarà forse una questione d’età. Questo è uno di quelli. Ho la sensazione di invecchiare. Ho la sensazione di non riuscire a mordere la vita. Ad affondarci davvero i denti; nella vita. E sono giorni di emozioni. Di emozioni intense. Di desideri. Di esaltazioni. Di sconfitte. E il mondo cambia da solo. Per proprio conto. Amo le persone. Amo le cose. Amo i fiori. Mia madre. Il mio fratellino. Qualche amica che ha bisogno di protezione. Amo l’amore. Anche quello che non conosco. Tutto questo non mi basta. Vorrei qualcosa di più. Lo so che devo crescere. E crescere ancora. Ch’è presto. Vorrei essere amata. Non sono certa ma sento che lo vorrei. Amata per quello che sono. Col profondo desiderio di amare qualcuno o qualcosa. Ho sempre cercato qualcosa di più. Qualcosa di tutto mio. Mi sento rifiutata. Questo mi fa star male. Non mi basta sapere che non sono sola. A volte la notte ha troppi silenzi. E io troppa confusione in testa. Lo so che il mondo è sorriso e pianto. E’ gioia e tragedia. Sembra non conosca sfumature. Tremo anche per la fragilità della vita. Sembra così facile morire. Su tutto, soffro di vedere e non capire la brutalità degli uni contro altri. Io vorrei sentirmi sicura. Sicura dei miei sentimenti. Delle cose che mi circondano. Ma è tutto precario. Sono incollata lì, come fossi una mosca spiaccicata sul muro. La mia vita non ha senso. Sono ancora troppo piccola per questo mondo. Vorrei amore, ma l’amore che cos’è?

Scorre l’anno 1960 ed io non so ancora bene cosa sono. Per crescere cresco. Mai quanto vorrei. Ho fretta. Tutti sembrano averla. E’ una sorta di attesa. Ma poi perché guardare solo me? Cercare il mio ombelico? Succedono cose intorno che valgono molto ma molto di più. Mi sembra stupido rapportare tutto a me stessa. Come se il mondo fosse uno specchio. Invece… troppe notizie sono solo confusione. E non riesco a prendermi tutto sulle spalle. Ogni responsabilità. Mi sembra ancora più stupido tremare per la paura della morte, se poi anche su questo non puoi nulla; nulla tranne sperare nella propria fortuna. Spesso mi chiedo cosa sarei disposta a dare per salvare la vita degli altri, o anche solo per rendere la vita più facile a chi ha meno. Saprei trovare il coraggio? Tutti questi ragionamenti da dove vengono? Da questa cavolo di scuola religiosa? Forse no. Certo ne sono influenzati. Se vai col lupo…
Forse è il male dentro. La fatica di vivere. Non ne sono contenta, ma qualcosa da salvare c’è. E comunque la considerazione che si acquisisce del prossimo. Vorrei poterlo amare questo mondo. La domanda di cosa sarei capace per un’altra persona me la pongo spesso. Non posso essere certa. La verità non l’ho mai guardata in faccia. Fissa negli occhi. E quella domanda è tornata, dolorosa, quando le suore ci hanno parlato di Loredana. Loredana è una ragazzina di 12 anni. Vive in campagna ed è ammalata molto seriamente. Ci hanno spinto a fare collette e a raccogliere fondi. Fondi per mandarla a Lourdes. Se è per quello mi sono data da fare, ho raccolto una bella cifretta. Sono perplessa: non è che invece di un viaggio a Lourdes sarebbe meglio la mano di un ottimo dottore? Quelle, le suore, dicono che è un male incurabile, Non dico che non sia vero ma quando ce l’hanno presentata m’è parsa una bambina in buona salute. Sarò la solita diffidente, comunque per la vita di quella bambina darei un occhio della mia testa, però a guardarla m’è venuto il sospetto che forse forse le suore ci marciano… ma no dai, cosa vado a pensare.
Ecco! torno a parlare delle cose che mi capitano quotidianamente, che mi riguardano, non è giusto, ritengo giusto invece spaziare più in là. Vorrei occhi per vedere tutto. Vorrei capire tutto. Ed ecco che la sto già appallottolando quando mi colpisce la notizia. Dispiego le pagine umide. Un terremoto terribile che nessuno potrà più dimenticare.¹ E un’onda enorme, senza nome che ha attraversato l’oceano.² Corro a vedere dov’è quel paese sull’atlante. Alla televisione le immagini sono ancora più allucinanti. Non è più terra. E’ solo fango. Con quel senso largo di impotenza. Sullo schermo la distruzione assoluta che ha lasciato dietro di sé è ancora più drammatica. E si trattava solo di vecchie baracche di legno. Prima di questo enorme deserto. Di terra e fango. E dove qualcosa è rimasto in piedi è piegato come in ginocchio. Piegato a piangere su se stesso. Come un castello di carte; di carte da briscola. Povera gente. Erano già poveri prima, adesso sono proprio senza niente. Non hanno che lacrime. Quelli fortunati, che hanno ancora la vita. O qualcuno da piangere. Ma è vita? Con gli occhi sbarrati. Ogn’uno a trascinare i propri fantasmi. I ricordi. Quello che non c’è più. L’orrore. E dove c’erano quelle baracche ora c’è il nulla.
Torna alla mente la domanda: cosa vorrei fare per loro? Partire e cercare di aiutare? Scavare con le mani sotto le macerie fino a farle sanguinare? Accudire i bambini perduti? Io coi bambini ci so fare, e ho anche tanta buona volontà. Stare qui a guardare quello che succede e non poter agire mi fa sentire impotente. Inutile. Triste. Male. Ma non mi lascia mai quella sensazione di essere poco amata. Ho il dubbio che i miei mi abbiano adottata. Senza volermelo dire. Con Ernesto sono molto più gentili. Lui sì che sembra proprio figlio loro. L’unico. Non che sia gelosa. Credo di non sapere cos’è la gelosia. Se fossi adottata io lo dovrebbe essere anche il Piccoletto. Ma lui non lo è di sicuro. E’ nato sotto i miei occhi. Beh! quasi. Comunque ero lì. Nell’altra stanza. E ho sentito bene il suo primo grido. Quel vagito. Beh! sicuramente, non sentirmi dei loro, è solo una sensazione. Come lo è sentirmi incompresa dagli altri; dagli adulti. Mica che ci conto troppo. In fondo non m’importa. Certo sarebbe tutto più semplice se potessero capire, se fossero almeno quel minimo intuitivi. Basterebbe più gentili. Ma il mondo dei grandi è proprio un mondo di nani. Di ciechi. E di violenze. L’Italia sembra sia impazzita. Cosa serve illudersi? Dalle rape non si può cavare niente.
Poi mi è successo un fatto strano, ma magari non è così strano come credo io. E’ per questo che lo voglio raccontare. Stavo andando verso il negozio di mio padre che è nel tragitto per andare a scuola. Era un giorno come un altro. Davanti ai giornali ci stava un ragazzino. Gl’occhi sbarrati; fissi. Non molto più grande di me e con un’aria imbronciata come se… insomma come se avesse bevuto una medicina amara. La cicuta. Prima ancora di vederlo ne ho sentito la voce, disperata. “Prima Palermo³, poi Genova4, e ancora Licata5, e poi Roma6, e adesso… non ne hanno mai abbastanza quelle bestie”. Ero soprapensiero. Avevo letto nei giornali, che passavano per casa, alcune notizie che riguardavano le manifestazioni. Mi ero detta: ma come si fa picchiare gente che esprime solo delle idee? Magari saranno diverse dalle tue, ma sempre idee sono. Certo che però le idee dei fascisti non mi va mica tanto che vengano espresse. Hanno già fatto e parlato tanto e non mi sembra che si meritino di parlare ancora. E poi non fanno parlare gli altri. Perciò non capisco perché la polizia meni gli altri in difesa di questi signori. L’Italia non l’ha già  fatta la Resistenza? Ma a Roma c’era scappato il morto. Come si fa ad ammazzare un uomo? Un uomo proprio come te. Insomma andavo da mio padre e avevo buttato l’occhio all’edicola dove c’erano esposti i giornali con i titoli su Reggio Emilia.7 Cinque morti. Tutti i nomi. Uno dietro l’altro.8 Sembra una guerra. «Cinque assassinati dalla polizia a Reggio – Via il governo del fascismo e della violenza per riportare il paese al progresso e alla distensione – La CGIL ha proclamato per oggi uno sciopero generale di protesta»9. E quel ragazzo leggeva attentamente i titoli. E ripeteva quei nomi. Come fossero suoi amici. E forse lo erano. Io le cose non le so tutte, ma quelle morti mi parevano proprio brutte e tristi. «Cinque morti e decine di feriti a Reggio Emilia – Luttuoso epilogo di una nuova dimostrazione comunista contro le forze dell’ordine»10. Ma possibile che la passione politica arrivi a questi estremi? Può? Persone ammazzate così. Per strada. Come cani. I ragazzi con la maglietta a righe. Provavo una pena. No! una rabbia. Ero furibonda. Mi sono trovata incazzata insieme a lui. Con lui. Per lui.
Mi aveva colpito anche perché aveva il ciuffo. L’ho già detto che mi piacciono i ragazzi col ciuffo? Ma il suo ciuffo era di capelli lisci che gli scendeva sugli occhi. Capelli che lui risistemava con la mano sbagliata. Con la sinistra portandoli verso destra. Ed è stato proprio mentre si risistemava i capelli che gli ho visto gli occhi: verdi, arrossati, come se stesse per piangere. Come due pietre ma colore del mare. “Porci assassini. Ci ammazzeranno tutti”. Piangeva. “Non vi potremo mai dimenticare”. Non capisco perché si dice che non è bello vedere un uomo piangere? Io a vedere quel ragazzo intento a leggere i titoli sul giornale e con le lacrime agli occhi ho provato un grande sentimento di amore e di partecipazione. Sono certa che lì per lì se mi avesse chiesto un bacio glielo avrei dato subito. L’avrei consolato con le mie carezze e gli avrei detto che tutto sarebbe andato bene, che non si doveva preoccupare. Era solo un ragazzo ma mi sembrava già un uomo. Lo confesso, se un giorno mi dovessi innamorare di un ragazzo, vorrei che avesse gli occhi verdi; e che sapesse piangere. Vorrei che assomigliasse a quel ragazzo. Ovviamente piangere di cose importanti, come le vittime di un terremoto oppure i morti di Reggio Emilia. Non certo per cretinate come un giocattolo rotto oppure le stampine doppie della raccolta dei calciatori. Sarà il ciuffo, ma io un ragazzo così quasi quasi… no! io non mi sposerò mai.


1] Il 22 maggio si abbatte sul Cile il terremoto più forte del XX secolo, con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter. Il maremoto generato dalla scossa tellurica, oltre a distruggere tutti i villaggi lungo 800 km di costa, percorre 17.000 km e arriva fino in Giappone, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico.
2] Allora nessuno ancora le aveva sentite chiamare tsunami.
3] 27 giugno – Palermo: durante lo sciopero generale indetto da Confederazione Generale Italiana del Lavoro, CISL e UIL per sollecitare misure a favore dell’economia della città, l’intervento della celere causa 30 feriti.
4] 30 giugno – Genova: scontri tra manifestanti e reparti della celere durante un corteo antifascista in occasione del congresso MSI. 83 persone rimangono ferite.
5] 5 luglio – Licata: duri scontri tra polizia e manifestanti nel corso di uno sciopero generale per l’occupazione e contro il carovita. Muore il giovane esercente Vincenzo Napoli, colpito da una raffica di mitra.
Ravenna: l’abitazione del partigiano e senatore del Partito Comunista Italiano Arrigo Boldrini viene data alle fiamme.
6] 6 luglio – Roma: manifestazione antifascista a Porta San Paolo. Polizia e carabinieri caricano duramente i dimostranti: numerosi feriti, tra cui alcuni deputati.
7] 7 luglio – Strage di Reggio Emilia: nel corso di una manifestazione di protesta per i fatti di Roma del giorno precedente la polizia spara sulla folla, uccidendo cinque dimostranti.
8] Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata. Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni.
9] Dall’Unità dell’8 luglio.
10] Da il Resto del Carlino.

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  1. E’ attraverso queste cose che quel ragazzo si è fatto una… “coscienza di classe”.

  2. @Ho il dubbio che i miei mi abbiano adottata. Senza volermelo dire.

    Mia sorella Loredana. Eravamo seduti a tavola, lei avrà avuto una manciata d’anni, tre, forse quattro. Non ricordo come l’argomento adozione fosse saltato fuori, fatto sta che ad un certo punto la tappetta salta su e fa a mio padre: “sono contenta che sono tua figlia vera”.
    Mio padre, anima fetente inside, le sorride e le fa: “e se invece ti avessimo adottata per davvero”?
    Il barattolo aggrotta la fronte, scende come un fulmine dalla sedia e scompare per riapparire poco dopo con una manciata di fotografie in mano.
    Si piazza vicino a mio padre, lo guarda da sotto in su con aria torva e puntandogli contro il ditino e brandendo le foto gli fa: “io no sono “adonatta”, ci ho le prove, guarda!”
    Scusa, ma quella tua frase mi ha smosso l'”amarcord”.
    Ancora me la rivedo, rossa in volto per l’agitazione, disperata a mostrar foto che lei no, lei non era “adonatta”, che lei era vera.

    • Bellissima l’immagine della sorellina che vuole dimostrare di essere vera… te l’ho detto cara Mad dovresti davvero scrivere la storia della tua vita e della tua singolare famiglia. Credo proprio ne avresti molte da raccontare. 🙂
      Mi diverto molto quando parli di loro e di te, ho come la sensazione che da una famiglia così anche anima libera si sarebbe sentita a proprio agio 😉
      Ciao Ross

  3. Colpita al cuore (come sempre).
    ma quando la pubblicate sta cosa? 😉
    Eh, anch’io da adolescente c’avevo un grande amore dagli occhi verdi… che pianse pure… per me…:( te lo ricordi il racconto?
    Abbracci

    • Eh sì lo ricordo,mi pare che eravate al mare. Vacanze galeotte:-) vedi che non puoi dire che di non essere stata mai amata.
      Ma lo so non basta
      Ciao
      Ross

  4. beh dai lui c’haveva 17 anni e io 16… amore adolescenziale… non è esattamente quello a cui aspiriamo adesso, no? 😉
    Ma non ti preoccupare, sto bene. Infatti penso che non appena mi sistemo un po’ tra debiti, lavoro e casa in Italia raggiungerò l’apice del benessere della mia vita!

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