rossaurashani

Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

  1. La “bambina” sta crescendo bene. A volte gli occhi di una “innocente” vedono cose che il “mondo adulto” non sa vedere. La vita mostra, basta guardare.

    • Non basta guardare, ci vuole anche quel minimo di raziocinio per “vedere”. Vedere al di la delle apparenze e di tutto quello che si vuol far accettare. La bambina crescerebbe bene se l’ambiente fosse più accogliente e se fosse incoraggiata. Da come se lo ricorda non era per niente così. Ha dovuto partire da lontano per arrivare al tempo che metteremo come limite a questa storia. E anche quel tempo sarà solo l’inizio….

  2. Io intendevo che qui cresce bene, ma mi sembra che sia comunque cresciuta bene.

  3. @E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno.

    Quant’è vero.

    • Cogli sempre il punto cara MadDog!
      E sei anche la nostra lettrice affezionata…. l’unica 😉

      • Non direi proprio, di lettori affezionati ne avete parecchi e di questo dovreste essere contenti.
        Scrivete bene, gli argomenti sono sempre interessanti ed invitano a prendersi un momento per riflettere. Questo a prescindere dal fatto che se ne condividano o meno i concetti espressi.
        E’ facile affezionarsi a queste condizioni. 😉

  4. Cara MadDog, fossi tu sola la lettrice ne saremmo orgogliosi lo stesso. Perchè sei la lettrice ideale e anche una persona, che essendo poco avezza ai complimenti, quando parla ti si crede e ti si ascolta con una certa emozione.
    Grazie per i tuoi interventi che sono molto incoraggianti. 😉
    Come ti dissi è un piacere scrivere a quattro mani, malgrado le infinite discussioni che questo provoca agli autori, ma sostengo che è proprio il bello della diretta che rende vivo un argomento 🙂
    Ovviamente non è condizione necessaria condividere i concetti e per riflettere sulla nostra storia e sulla Storia del periodo, almeno così penso io.
    Un caro saluto
    Ross

  5. Io, a scriverlo, mi ci diverto e mi ci diverto molto, ma anche qualcosa di più (oltre la sfida con me e con Lei). Bastarebbe questo. Le risposte che si da quella bambina (come si desume dalla ricostruzione nel 1960 ha otto anni) sono del tutto personali, sono una presa di coscenza. Ogni persona soffre e gioisce di cose differenti e cresce su “stimoli” diversi. Proviamo fin troppo amore per quella bambina che non siamo stati (né io né Lei) e che forse avremmo voluto. Solitamente la realtà è un’altra, ma questo è un altro discorso e poi è questo il bello del racconto. Anche noi siamo curiosi del suo proseguo e della conclusione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: