Mario

Proletarie in mutande unitevi!

In Anima libera on 31 gennaio 2011 at 0:09

Premessa alla parte dodicesima
E’ assolutamente proibito farmi fuorviare dalle cose che mi succedono attorno. Mi accorgo che la vita è fatta di diversivi e disinnesca le mie ragioni con mille piccoli fatti che mi tengono occupata. Dovrei essere una bambina che gioca con le bambole e a mamma-casetta, invece indosso la tuta spaziale dei Cosmonauti russi, parlo di rivoluzione al mio fratellino appena nato, e contesto il sistema. Tutta colpa di quella maledetta scuola privata di monache pretenziose. Tutta colpa di quelle ragazzine ricche e con la puzza sotto il naso. Non sono una di loro. Io sono contro e forse non sono neppure la sola.

Mi viene quasi rabbia a raccontarla. E’ come se l’avessi già detta. O se qualcuno avesse fatto la spia. Piccoli dubbi in una breve vita. Note a margine. Comunque è proprio vero che il diavolo fa le pentole e anche le padelle… cioè quella cosa lì. Basta avere pazienza e dare al tempo il suo tempo. La frutta cade quando è matura. E io ho imparato ad aspettare. Non molto, mamma mi dice che son curiosa come una scimmia, ma un po’.
A scuola il mio profitto è da sempre molto più alto della media, mica perché studio, no, quella è un’abitudine che nessuno incoraggia né incoraggerà mai, ma proprio perché sono curiosa. Anche i difetti possono essere virtù. Curiosa e percettiva e intuitiva, e apprendo fin troppo in fretta. Questo fa la differenza, anche se dà una noia mortale per tutto il tempo perso tra i banchi di scuola. Andare bene a scuola ha infatti le sue controindicazioni. Ne farei volentieri a meno, ma a volte si nasce così e così si deve morire. Come quella dei tondi e dei quadrati. Forse è questo posto a trasformarmi in una sorta di intellettuale. Ed è una cosa di me che non sopporterei.
Il mio vizio peggiore è che vengo da una famiglia proletaria. Mia madre chissà cosa pensa di ottenere? Fa i salti mortali per mantenermi in quella privata. Solo chi ha frequentato una scuola di suore può dire quanto possano essere piene di pregiudizi, le “madri”. E quanto ti feriscano dentro. Nell’orgoglio. Innanzi tutto odiano la povertà. Cosa per niente secondaria. Credo che negli anni di noviziato, e dopo aver vestito gli abiti da pinguino, si siano un po’ alla volta dimenticate delle loro origini. E di quel povero cristo. Insomma non è facile frequentare da povera una scuola di ricche. E nella mia classe si sente l’odore dei soldi aleggiare tra i banchi. Anche se non tutti i soldi sono come gli altri. E quelli di qualcuno sono solo a chiacchiere.
Non che come me non ce ne siano altre di ragazzine senza possibilità. Sono una parte consistente. Sembra un punto d’orgoglio, per i poveri, mescolare le proprie figlie con le rampolle di un’altra classe sociale. Anche se assieme ci stiamo come i cavoli a merenda. Bastasse quel vago disagio di sentirsi diverse e anche ragionevolmente inferiori, sembra che le suore amino vederci in contrapposizione e prediligano far vincere le meglio vestite. Stavolta ci hanno organizzate in due gruppi a contendersi il primato dei voti e delle lodi e degli attestati, a suon di punti qualità concessi con benevolenza dall’insegnante. E ogni fine settimana scolastica viene tirato il conto. I Carbonari questa settimana hanno raggiunto il punteggio di 18 mentre i Garibaldini ne hanno guadagnati 24. Quindi oltre alla beffa si deve pure concedere l’onore delle armi: un battimano molto sportivo. Ma l’applauso è niente in confronto dall’ingiustizia della disparità. Tra i Carbonari militano le figlie del popolo, che in genere non brillano né in preparazione né in bellezza. Sembrano rassegnate al loro stato di vittime e di donne. Prive di speranza. Di possibilità di riscatto. Dall’altra parte ci sono le belle figlie di Madama Doré. Biondi capelli puliti e grembiulini impeccabili e immacolati. Le suore indiscutibilmente parteggiano per loro, le belle bambine che non si sporcano le mani.
Di mio non ho mai avuto spirito di competizione. Nemmeno con i maschi funziona. Sia chiaro le mani le lavo spesso, ma non c’è niente da fare, sembrano passate nella polvere delle cantine frequentate dai veri Carbonari. Con le mani vivo. Le mani di Gabriella invece sono angeliche, come lo sono i suoi biondi boccoli trattenuti dal nastro rosa. Gabriella è la più smorfiosa tra le figlie di papà, anche se abita nelle case popolari vicino alla scuola. Ma non sono qui per parlare di mani. Che poi ci sono quelle che rubano per mangiare e quelle che ti rubano la vita. Lei dice che suo padre ha una banca e la cosa non mi è chiara per niente. Avesse detto un banco allora avrei potuto anche capire. Pure io a scuola ne ho uno e pure mio papà, che fa il ciabattino anche se ha l’aspetto di un principe, ma una banca… Per la verità non so nemmeno cosa sia una banca. Credo sia dove si fanno i soldi ma mi irrito perché li danno a pochi; se li danno solo tra loro. In fondo devono essere stati loro ad inventare la fame. E i poveri. Se dessero a tutti il necessario finirebbero i poveri.
La guerra tra le due fazioni è naturale e congenita, tra l’altro è anche alimentata dall’atteggiamento e dalle esigenze scolastiche. Il loro atteggiamento sprezzante me le fa proprio girare. Un po’ di orgoglio mi ribolle dentro. I loro libri hanno belle copertine colorate persino a fine anno, i nostri sono pieni di orecchie, di macchie e di ditate di inchiostro. Tutto sommato è una guerra destinata a non fare prigionieri. Ma più ci penso e più preparo il momento della scontro. A quel momento bisogna arrivare organizzate e grintose. Nessuno potrà competere con le “proletarie in grembiule”; unghie sporche e occhi lividi di riscatto. Segno distintivo almeno una macchia d’inchiostro sui polpastrelli delle mani. In fin dei conti cosa sarebbero loro senza di noi? Come farebbero a sembrare belle se non avessero un termine di paragone?
Poi viene il giorno della recita. Come odio quell’esibizione di vanità infantile. Ma ogni scuola di suore che si rispetti questo passaggio non può mancarlo mai. Se ne fa vanto. Si può morir di fame e di stenti tutto l’anno, ma la recita, con le vettovaglie fornite dai genitori, resta un classico. Quest’anno il tema è libero. I due gruppi devono presentare un pezzo di teatro senza la supervisione della suora di musica. E brave le “sorelle”, stavolta l’hanno fatta grossa. Come al solito le suorine non hanno capito il potenziale della cosa, se ci avessero pensato mi avrebbero esonerato subito dall’organizzazione. Non è una gara. E’ lotta di classe.
Improvvisamente mi chiedo: perché le altre guardano sempre me e aspettano? Va bene che sono la più alta, e che anche i ragazzini mi guardano con timore, ma questo fa sentire a disagio. Non amo mettermi in mostra. Ma so di doverlo fare. Quando ci vuole… Un po’ alla volta mi sento a mio agio proprio come il cacio sui maccheroni. Col mio gruppo scalcagnato metto giù un’opera da due soldi, in maschera, cambiando le parole alle canzonette più in voga. E inventando una serie di situazioni comiche e sconclusionate per mettere in risalto il nostro potenziale. Il surreale della povertà contro l’ottusità della ricchezza. Il cuore contro il rimmel.
La cosa è così entusiasmante che le mie proletarie col fiocco rosa, ci mettono il carico. Si danno da fare. Non si risparmiano. Il risultato diventa inventiva allo stato pure, una tempesta di idee, che sconvolge la loro vita silenziosa e marginale. Comincio ad essere fiera di me. Alla fine siamo pronte, abbiamo tutto, tranne un dettaglio non secondario: le maschere. Certo di soldi non ne abbiamo, e i nostri genitori non ne spenderanno per una cavolata simile. Mica hanno idea che ne va del nostro spirito e coscienza di classe. Non ci abbattiamo per così poco. Ovviamente decidiamo di adattarci con la tecnica del riuso di abiti vecchi e colorando mascherine di carta. E’ lo spirito quello che conta. Il messaggio.
Gabriella e le ricche compagne spiano da lontano il nostro faticare. Ci guardano perplesse. Dall’alto. Sicure di sé. Come fossimo misere cose. Poverette, il loro spettacolo è una stucchevole parodia di bambole imbecilli intorno ad una bambola regina. Disegna un mondo che non esiste. Che hanno visto per televisione. O letto in qualche favola per menti limitate. La favola della principessa Sissi senza il finale triste. Quella di Cenerentola senza Cenerentola. E senza il principe. Certo che però i loro di abiti ci fanno strabuzzare gli occhi tra tulle e crinoline. Noi di cose così, non  ne abbiamo viste mai.
Subdolamente elogio il loro lavoro. Imparo l’arte del mentire. E lo faccio anche attraverso Anna. E a parole celebro la bellezza dei loro abiti. E il buon gusto. Insinuo, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, il veleno della vanità. Insomma alla fine le bionde bambole, ci degnano della loro elemosina e ci prestano una serie di vestiti in maschera smessi. Questo gesto le fa sentire più buone e ancora più brave, e ricche. E a me fa venire la pelle d’oca; la bava verde. Non amo per niente essere oggetto di pietà e ricevere una carità ipocrita. La carità è l’autoassoluzione dei ricchi e la condanna per i poveri. Ma per le mie compagne sopporterei anche di peggio. E poi gusto, già, la nostra… vendetta.
E’ così che accettiamo e il giorno dello spettacolo io mi trovo dentro un vestito da arlecchino della stessa Gabriella che è un sogno. Anche altre mie compagne hanno vestiti fatti solo per il carnevale. Le restanti fanno buon viso a cattivo gioco. Sono le popolane. Ma per tutte c’è un ruolo. Una parte. Una speranza. E tutte si sentono finalmente protagoniste. E siamo emozionate. E orgogliose di noi. Aspettando il nostro momento. Sicure. Guardando lo spettacolo delle Bambole che, come prometteva, finisce con una sfilata di abiti dagli effetti speciali. Sul contenuto lasciamo stare, nemmeno i genitori più affezionati possono dire di averci capito qualche cosa. E’ tutto in quel battere di ciglia. Nell’attesa del principe che non arriva. Che non le bacia e le lascia addormentate. E’ tutto in quel profumo intenso che sa di rose, ma di rose appassite. Il loro mondo è falso. E’ moribondo.
Certo non posso essere tranquilla, ma sembra che quello che facciamo invece piaccia. Anzi… scrosciano risate e applausi. Noi, le simpatiche mascherine rabberciate, cantanti e capriolanti sulla pedana del teatrino, abbiamo un successo di pubblico inaspettato. Da non crederci. Non c’è partigianeria. Le proletarie in maschera hanno finalmente il loro momento di gloria. Mia mamma ha occhi da non credere. Tiene mio fratello sulle ginocchia. Ha anche lei uno scatto d’orgoglio. Sembra dire a tutti è mia figlia. E non c’è un genitore che non mostri soddisfazione. Già! i grandi non capiscono. La credono solo una recita. Per me potrebbe anche bastare. Invece come sempre chi ha soldi mal sopporta anzi odia essere superato da chi non li ha e li sostituisce con la testa. Pertanto la dolce Gabriella, con l’aria da ragazzina viziata qual è, mentre siamo ancora sul palco si avvicina e mi sputa addosso il suo disprezzo: “Ridammi il mio vestito da Arlecchino. Te l’ho prestato io, e lo rivoglio indietro perché non vorrei che me lo sporcassi col tuo sudiciume”.
Nessuno può sentirla; la vipera; la scema. Negli occhi ha una furia e un disprezzo che la tradiscono. Che le tolgono anche quella falsa immagine da… carina. Ah… ma allora vuoi guerra! In realtà non è nemmeno bella. E’ come quelle bambole… senza cuore e senza anima. E una bambola non può essere bella. Proprio perché è solo una bambola vuota. Ma anche lei è una vittima. Non è solo Gabriella, è quel mondo falso, vuoto, invidioso. E’ il mondo dell’apparenza. Non ci metto un attimo. In scena, davanti ad una platea esterefatta, mi levo, senza metterci tanta cura, la maschera prestata restando in canottiera, mutande e calzini non proprio puliti. Faccio un bel fagotto dell’abito e lo getto contro la faccia trionfante della Regina delle Cretine. E sono troppo gasata per sentirmi in imbarazzo. E poi chi se ne frega. Meglio in mutande che nuda, anche se non farebbe ormai molta differenza. A questo punto improvviso: “Mi sò arlechin batocio, orbo de ‘na recia e sordo de un ocio, so puaretto e so modesto ma de fondo sò un omo onesto, no gò pan da magnar ma gò voja de lavorar. Anche se vestìo de niente, sò simpatico ala gente. No me serve tanti ori per burlarme dei signori. Ora vado che xe ora anche in barba a ‘sta signora. Vado via saludo i tanti che fa mucio qua davanti. La mutanda la xe mia e nessun me la porta via…”
Dal pubblico divertito sale un’ovazione. Sembra una situazione messa su apposta. Le suore sconvolte non sanno come prenderla. Tanto meno sanno come fermare le altre maschere che prese dalla follia del momento si spogliano in palco lanciando i vestiti sul pubblico. Ah! che gioia la vittoria. Le mie proletarie in mutande marciano verso il futuro incuranti di tutto. E le suore sono sopraffatte dall’entusiasmo del pubblico. Sanno che la cosa non è tollerabile e capiscono che la devono accettare. Sorridono e i loro sorrisi tirati sembrano quasi sinceri. Accettano i complimenti, come se ne avessero un qualche merito. So che comunque mia madre, che intanto s’è fatta piccola, verrà chiamata dalla suora direttrice. Non me ne importa un fico secco.
A volte vale la pena di vivere per certe soddisfazioni. E sono altrettanto entusiasta della soddisfazione delle mie compagne. Che ho dovuto frenare. Fosse stato per loro avrei corso il rischio di vederle togliersi anche quelle mutande. Mi inchino ma mi sento in paradiso. Sì! a volte le piccole cose ti fanno star bene; sperare in un futuro migliore. In un mondo diverso. Certamente non la passerò liscia: la superiora sta già tampinando, come previsto, mia madre che col piccolo in braccio tenta di evitarla. Chissà cosa le vuole dire? Pazienza: Parigi val bene una messa. Da lontano vedo il piccolo che si dimena e che comincia a gridare: “Sorellina, sei un fenomeno. Adesso ti libero io di queste due”. Dopo tutto, come me, gli piace proprio poco il nero. Guarda la suora superiora e non la guarda benevolmente. Poi dice la sua prima frase completa che passerà alla storia nel lessico famigliare dei rossi della mia famiglia: “Va via, tu… butta. E cativa”!

Annunci
  1. @”Poi dice la sua prima frase completa che passerà alla storia nel lessico famigliare dei rossi della mia famiglia: “Va via, tu… butta. E cativa”!”

    ‘Sto gnometto rosso m’aggrada sempre di più! E’ un’anima salva. 😉

    • Ce ne sarebbe un’altra parola che è passata alla storia. Incontrato un prete sulle scale di casa l’ha guardato e gli ha detto: “Macaco!” La mamma si è scavata una fossa, tutte a lei capitavano!

  2. Quella del macaco non la sapevo. Peccato, è buona. E’ un po’ quello che mi insegnava nonno quando mi portava in spalla fino a piazza S. Marco se incontravamo “l’uomo nero”. L’episodio qui ripreso mi sembra di averlo già sentito, e non sono io quello che dovrebbe dirlo, comunque è orgogliosamente bello ed esilerante. Se non succede prima ci sentiamo alla prossima puntata.

    • Inevitabilmente le storie quasi vere finisce che si ripetono ;-). Non è l’unico rosso ad avere un lessico colorito, anche l’ultimo non viaggia male, solo e sempre per la sua smania di puntualizzare… ma lasciamo correre, forse ci arriveremo, se non scappa prima l’interesse.
      Credo che ci vedremo prima.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: