rossaurashani

Fanculo!

In Anima libera on 14 gennaio 2011 at 14:24

Premessa alla parte decima.
Sembrerebbe impossibile anche a me che una bambina così… così piccola possa portare dei ricordi. Invece ho già dei ricordi. Anche più grandi di me. In cui nascondermi. Da cui fuggire. E a volte i ricordi fanno male. Soprattutto quando stai per fare cinque anni, come allora. Perché non ne ho parlato? Proprio per quel male. O per rispetto di Maria. E di ogni Maria e di ogni sofferenza. E poi non lo so. Forse perché non amo perdere. E il dolore è sempre una sconfitta. E non mi è mai piaciuto arrendermi. Questo lo so e lo sapete. Sono una testarda ficcanaso della vita. E alla fine la amo troppo, la vita. E non so accettare. Ora sono passati un paio d’anni ma ancora mi riesce difficile raccontare. Perché non c’è una logica, né una ragione. Perché l’unica certezza è la conferma che non esiste nessun dio. E’ stato allora che ho capito che da certe storie si può anche non uscire più.

Piangersi addosso è una missione che non mi riesce proprio. Mai stata brava a lagnarmi. Non che abbia una salute proprio di ferro. Ma basta non abbattersi. Non prendersi troppo sul serio. Cosa sarà mai un po’ di tosse, due linee di febbre. Qualche giorno d’asilo che manca dal calendario. Nessuno ci farà caso, né sentirà la mia mancanza. Invece arriva il medico. Il vecchio medico di famiglia che girava per le case come un padre e sembrava solo un buon padre di famiglia perché sapeva di tutto un po’ e nulla di tutto. Più che altro si limitava a dare buoni consigli. Così mi guarda e mi ausculta. Cosa ausculta non lo so. So solo che il fonendo e freddo ghiacciato. E che mi manda dalla specialista; in ospedale.
Il solo nome di specialista incute un po’ di apprensione, sembra intendere gravità. E poi c’è in sovrappiù, l’ospedale. Con quell’androne enorme e cavo. Come una stazione senza treni. Uno spazio vuoto in cui non ci si può che perdere. Prendo la mano di mamma e la lascio solo per farmi visitare. Una visita che a me sembra fin troppo scrupolosa. “E’ molto che manifesta questi sintomi?” dice il camice bianco. A dire il vero di “manifestare” ci avevo pensato, ma non avevo ancora avuto l’occasione. Manifesterei volentieri contro il secondo fonendo freddo, ma sono solo freddi questi aggeggi? e la sua aria che sembra parlare di una bici con le ruote sgonfie o della soffitta della casa di campagna. Mi fa stare ritta dietro un enorme marchingegno e mi dice di trattenere il respiro. Una specie di grossa finestra cieca mi ispeziona. Mi fotografa le ossa. Bofonchia. Rimugina. Brontola. Si gratta la testa. Per farla breve non è un male di stagione. Non è la solita otite. Non è una semplice bronchite. Me ne sento quasi in colpa.
Lastra in mano, una foto nera di cui nemmeno fossi un lazzaro resterebbero speranze, si fa ancora più burbero anche il medico della mutua. Devo averla proprio combinata grossa, stavolta. Uno consiglia, l’altro prescrive, o viceversa. E’ così che si impara a odiare prima il profilo e poi la persona. Mette tutto nero su bianco, una ricetta lunga come il ponte dei Sospiri. Piena di segni strani che potrei scrivermela da me. Nemmeno la mamma che dovrebbe saper leggere riesce a leggerla. Forse è scritta in una lingua solo sua, ma tanto basta per riempirmi di buchi il culo e per farmi ingoiare eserciti di pillole. Mi riempiono di penicillina. Non mangio che pastiglie e bevo solo acqua per mandarle giù. Bastava che aspettassero quel poco e non avrei avuto bisogno nemmeno delle lastre. Mi riduco pelle e ossa. E le ossa mi si vedono e mi si possono contare. Gli occhi affondano e si fanno di giorno in giorno più rossi. Ormai sono tutta occhi. Comincio a sospettare che potrei non sopravvivere alle loro cure.
Io sto sempre peggio. Mamma decide di cambiare pediatra. Posso ritenermi fortunata. Sono anni in cui non si conoscono le vie di mezzo. Uno sta bene o sta male. E i bambini, almeno della mia età, non devono aver voce. Si alza le spalle. Tutto è destino. Se deve essere è. Sì! toccando forse ho culo perché andiamo e lui è burbero ma è uno che sa il fatto suo. E’ padre di due vispi maschietti. Si vede fin da subito che anche quei ragazzini faranno parlare di sé; uno ha già fin da piccolo l’aria del filososo. Guarda le lastre contro luce. Guarda mia madre. “Signora, mi ha portato le sue”. “Guardi che sono quelle della bambina”. Vorrei dire “non chiamarmi bambina, usami la cortesia di chiamarmi per nome.” ma non ne ho ormai più la forza. “Mi scusi, signora, ma è un po’ piccola per avere la sua età, e lei è un po’ giovane per una bambina di venticinque anni”. Mi stavano curando per un altro.
A farla breve mi rifà le lastre. Lui ha nel suo ambulatorio quella grande belva con gli occhi che ti guardano dentro. Mi appoggia quella specie di finestra sul petto e mi sbircia sotto le vesti e le carni. Certo che, checché se ne dica, belli dentro non lo siamo proprio. Prima che scoppi mi dice che posso respirare. Lo ringrazierei anche per la clemenza ma non ho più fiato. Sto ancora agonizzando e cercando di riprendermi, fiaccata di mio e da tutte le loro cure, che mi ritrovo ricoverata. L’ospedale fa spavento a entrarci, figuriamoci quando sai che ci devi restare. Quando ti infilano in un letto. Anche lo stanzone del reparto poi è enorme e altissimo. Tanti letti e la maggior parte vuoti. Tutto ha un che di abbandono. La voce rimbalza dappertutto e tutto è in bianco e nero. I muri, i letti, le lenzuola, gli stipi, le infermiere e tutto è di un bianco quasi accecante. Tutto anche le suore, che sono bianche come fantasmi e con visi arcigni e scuri come corvi o appunto come le parole di un libro che non hai voglia di leggere. E tutte, suore ed infermiere, vanno di fretta. Hanno troppo da fare. Non hanno tempo. Quello che non scordano mai di fare è avvertire che è finita l’ora per le visite.
Mia madre cerca di stare più che può per farmi compagnia. Mi sembra preoccupata. Alza le spalle. Dice che mio padre si arrangerà. Sembra di stare in carcere a Santa Maria Maggior. Per quante ne escogiti mia madre più di tanto non riesce a sottrarsi al controllo di quelle guardiane. Deve andarsene, anche se mal volentieri. Non che la solitudine mi spaventi. Anzi mi aiuta a pensare. Sono solo angosciata dal pianto continuo della bambina che dorme due letti più in là. Poi senza nessun preavviso mi spostano in una stanzetta più piccola. Mi sembra di essere tornata a casa, in quella in Baia del Re. Dalle finestre vedo la laguna e le sue isole. Vedo Murano e non solo. Un gabbiano stupido ci sbatte addosso a quel vetro. Fa venire i brividi il verso stridente di quell’uccello. Vicino al mio letto c’è Maria. Lei viene da lontano, da un paesino vicino a Rovigo. Non so quale. Non saprei nemmeno quanto è lontano se non me ne parlasse mamma. Deve essere per quello che i suoi non si vedono mai. Lei è molto sola e anche lei piange molto. Mi fa pena. Mamma cerca di raccontarle qualche storia. Ha la voce dolce, quando vuole. Per alcuni attimi riesce a calmarla. E Maria è affascinata da un piccolo bicchiere che ho sul comodino. Avessi avuto più tempo saremmo certamente diventate amiche, nonostante il posto. Le lascio prendere il bicchiere.
In mezzo a tanto dolore c’è una suora che per calmare chi piange ha la bella pensata di farci prendere paura. Appare all’improvviso col volto coperto da una calza nera. Credevo che certe cose succedessero solo nei film. Forse si crede simpatica. Forse… vuole mantenere l’anonimato. Dovrebbero lasciare i figli in mano a chi sa cosa vuol dire farseli. E poi tirarli su. E’ stato allora che ho imparato che le parole possono essere pietre e soprattutto quella parola che usavo come una sasso: “Fanculo!” Non è nemmeno un vocabolo facile. Mi arrampicavo ancora a fatica e con imperizia fra quelle sillabe. Ma il suono era tagliente abbastanza e mi sgorgava proprio dal cuore. Me ne sentivo subito liberata. Si può essere più idiota di un idiota adulto? E allora “fanculo!” a lei e a tutto quel mondo senza colore.
Stavo già programmando la mia evasione quando ho vissuto quel martedì. Mamma era al fianco del mio letto. Le aveva appena girato le spalle, solo un attimo. Maria girava in mano quel bicchierino che l’aveva sempre affascinata tanto quando sentii il rumore del vetro che si infrangeva sul pavimento. Stavo per tirare il decimo dei miei fanculo, o forse era l’undicesimo, stavolta rivolto alla mia vicina e compagna di pene, quando mamma si è girata e ha fatto per chinarsi ed aiutarla. Maria sembrava essersi rimessa a dormire fregandosene della sua sbadataggine. Invece non era stata per nulla sbadata. Non ho capito subito, mica succede ogni momento. Ho visto solo la mamma farsi bianca come uno straccio. E’ corsa fuori invocando aiuto, ma Maria non si svegliava. Maria non si è più svegliata. E fuori la laguna era malinconica come solo a Venezia può esserlo.
Stavo meglio. Ho detto a mia madre “portami a casa”. Quello che avevo visto non era giusto. Ero troppo giovane. E un po’ mi ero messa in testa che sarebbe successo anche a me. Ma per il piano B avevo già la corda di lenzuola sotto il cuscino. Il letto di Maria era vuoto con una larga macchia gialla nel mezzo. L’unico colore in quel mondo e non era un colore allegro. E tutto sapeva di acido e di medicine. “Andiamo, a costo di farla tutta a piedi. Ho buone gambe, io; robuste”. Non ne ero sicura, perché avevo una spossatezza addosso, da non crederci. Mi sentivo come ubriaca. Non ero certa di riuscire a stare in piedi. Per una volta mia madre non ha avuto nulla da dire, ha tirato su col naso, mi ha stretto forte e poi ha preso a vestirmi. Credo che non l’avrebbe fermata nemmeno un treno. Mi sentivo già libera ma non avevo proprio voglia di ridere. Nella mia fantasia ancora immatura mi aspettavo di vedere sangue e sentire grida e adulti piangere e bestemmiare. Invece si può uscire da quell’altra porta così,  non visti e completamente in silenzio.

Annunci
  1. Mi piace molto il tuo modo di scrivere

    • Ti ringrazio, anzi ti ringraziamo. Questa storia iniziata dieci racconti fa è un’opera strana nata dalla cooperazione a quattro mani tra me e Mario. Quindi non posso prendere che una piccola percentuale dei tuoi complimenti.
      Credimi l’operazione non è delle più facili. Le discussioni sono terribili, andiamo più bene quando scriviamo perché allora il piacere ci fa superare le diversità.
      Comunque mi fa piacere che “Anima libera” abbia un seguito. Ci dà soddisfazione
      Un caro saluto
      Ross

  2. @”Invece si può uscire da quell’altra porta così, non visti e completamente in silenzio”.

    A volte basta una semplicissima frase a lasciarti con la sensazione d’aver appena litigato con un gatto arruffato. Graffi dell’anima.
    Questa me la salvo e la incornicio.

  3. anche stavolta sono rimasta senza fiato…

  4. MI hai fatto ricordare una cosa, ma posso dirtela solo in privato. Per il resto, bellissimo racconto, come tutta la serie del resto.

    Piacerebbe anche a me scrivere la storia della mia infanzia, anzi, mi piacerebbe avere qualcuno accanto a me che mi aiutasse finalmente a tirarla fuori, ché credo di averla rimossa,

    Un abbraccio e complimenti a entrambi!

  5. Ringrazio tutte in misura del mio piccolo contributo. E dico solo una cosa, che forse dovrebbe con più diritto dire l’altra metà dell’autore: non è una vera e propria autobiografia. Alcuni input provengono da esperienze personali. Lei, e Dico Lei con l’elle maiuscola, detta la maggior parte della vicenda. Nella scrittura e nel progetto i fatti vengono, in un certo senso, estremizzati, cerchiamo di mettere ironia, di metterli al servizio di una “causa”. Non è facile perché abbiamo entrambi caretteri ribelli e bizzarri, e idee nostre. Perché scrivere a più mani presenta delle difficoltà diverse. Ma è, per me, molto divertente e gratificante. Speriamo solo che chi legge lo faccia con lo stesso piacere.

  6. Allora complimenti ad entrambi!

  7. Bel post! 🙂

    Un invito a rilfettere sul controverso senso e mistero della memoria…Su Vongole & Merluzzi!

    Spero avrai tempo di ricambiare la visita

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/01/27/olocausto-amnesico/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: