Mario

Riflessioni sull’amore e sull’ideologia

In Anima libera on 3 gennaio 2011 at 16:54

Foto a colori di una casa di campagna con i lampi dentro, non fuori.

Premessa alla parte ottava.
Accidenti se il mondo è complicato! Ti sembra di poterci tener testa ed invece… A parte le imposizioni quotidiane in famiglia. Le regole di casa. Sei una bambina, non lo dimenticare. Non parlare se non interrogata. Non guardare con quegli occhi da ribelle. Non pensare; sei una donna e non puoi pensare. Non correre. Non dire parolacce. Non camminare lungo le rive del canale. Non salire sulle barche. Non giocare a pallone. Obbedisci all’autorità. Rispetta, i grandi hanno sempre ragione… ecc. ecc. ecc. Uffa. Poi c’è il resto del mondo e sinceramente non è piccolo… il resto è tutto.

E’ come se aspettassi qualcosa che non arriva. Non certo diventare grande. Credo non sia quello che voglio. Che sia una ragazzina stressata già in prima elementare, non dovrebbe sembrare strano. Sono sempre stata affetta da apprendimento eccessivamente precoce. Qui si parte dalle aste, sai? quei segni cretini sui quadretti, tanto da imparare a tenere la matita in mano. Ma non sono mica un’incapace. La matita la tengo benissimo e se mi metto so pure scrivere e disegnare con dovizia di particolari. Ecco il cane con la sua cuccia e la mia bella frase: Il cane fa la guardia. Ed ecco anche la nave con i remi che escono dagli oblò: La nave a remi va veloce. E poi la chicca, quel bel disegno colorato di un arlecchino con scritto sotto “Allegria!” Ma da chi avrò preso questa frase?
La dolce suora Assuntina grida al miracolo. Una ragazzina così non l’aveva vista mai: è Natale e questa è già stufa di aspettare gli altri. Ha già finito il libro di lettura e scalpita per averne un altro. Suor Assuntina ci pensa e mi regala “Le Tigri di Mompracem”. Io me lo faccio fuori in un batter d’occhio e mi innamoro di Sandokan. Sia chiaro mica come una Marianna qualunque. Io sono lui, sono Sandokan e combatto contro gli stupidi inglesi. Se non c’è niente di meglio anche un personaggio di carta mi va bene. In fondo è il mio primo ribelle. Non poteva non scoppiare l’amore.
Se me la raccontassero direi che non è vero; che mi stanno prendendo per quel posto. Che non esiste una ragazzina così. Il fatto è che le cose mi arrivano da sé. A mia madre viene offerto di farmi fare direttamente gli esami di seconda, sono troppo avanti per annoiarmi così in classe. E’ più il tempo che passo per conto mio. Mi distraggo e distraggo gli altri. Non serve e può essere un male. Non vorrei farmi vedere ma mi vedono. Naturalmente mia madre rifiuta. Dentro di lei pensa che potrei montarmi la testa. Già di grilli ne ho tanti, manca solo una suora gentile ed ingenua. O pensa quello che pensa. Con quella sua testa da donna e da adulto.
Intanto gli altri continuano a fare le righe. Verticali e orizzontali. Una paginetta di verticali e una di orizzontali. Sono quasi ai cerchietti. Non è solo per questo che sono stressata. A dire il vero sono di già incazzata. A scuola mi rompo e poi c’è anche Leone che gira per la classe e mi fa proposte licenziose. La scuola è solo femminile e non capisco che ci faccia Leo in mezzo alle bambine. Grembiule nero e fiocco azzurro, tanto per sfotterci. Noi bianche come il latte e fiocco rosa; capito l’antifona? Il mio fiocco si scioglie in continuazione, è un po’ ribelle come me, ma a Leo non dispiace. Sinceramente non so se la libertà che gode in classe sia dovuta a qualche raccomandazione dall’alto oppure solo al fatto che è un maschio. In fondo anche le suore sono solo donne. Lui mi si posiziona dietro la sedia e mi sospira: “Dai fatti tentare! Io sono il tuo diavolo custode e ti ordino di farti baciare!” Che schifo.
Un poco me lo ordina, un poco mi implora. Povero scemo. Ma che si crede? Non sono interessata all’uomo. Non in quel modo. Non a quella parte. E poi è solo un moccioso. Ma come faccio a farglielo intendere? Non c’è nulla di più stupido di un uomo che non vuole capire. Questa è una grande lezione di vita. Io che sono abituata a fare a botte con Ernesto, a darle e a prenderle, non faccio neanche una piega e sibilo “Baciati il culo!” E lui scappa ridendo, ma so che tornerà. Sembra convinto che prima o dopo cederò. Cerca di seguirmi quando vado al bagno. Quasi quasi decido di smettere di farla. Povero illuso, non si conquista così una donna. E poi gli spiego che anche lui è una stupida ragazzina. Non basta quel grembiule nero. E quel fiocco azzurro. Questa è una scuola per ragazze? Siamo tutte solo ragazze? “E allora anche tu non sei che una stupida ragazzina”. Mi minaccia di farmi vedere. Con le botte e con i fatti. Il fatto. Ma non ne ha il coraggio. O è il mio sguardo disprezzante, e solo a tratti compassionevole, che glielo toglie. E poi son sicura che a botte lo vinco io.
Comunque a me ‘ste cose mi danno sui nervi. Non vedo l’ora di prendermi qualche giorno di vacanza e come per miracolo arriva la nonna Matilde. Io non prego mai nessuno, non è da me, ma per andare da nonna faccio sempre un’eccezione e mamma lo sa. Mica per la nonna che sembra una principessa tiranna e pure lo è, ma per quel nonno socialista che bestemmia tanto, in modo così allegro e divertente, suonando il violino. Lei mi salva. Nonna mi prende su, con quel distacco da nobile decaduta, e mi porta da loro, in campagna. Il nonno quando mi vede, come suo solito, quasi mi infila lo stecchino in un occhio per abbracciarmi e farmi girare come una trottola. “E’ arrivato il mio susino.” grida con gioia e io rido perché quel “susino” è il complimento più carino che abbia mai ricevuto.
E la campagna è bella ed è verde anche se solo nell’orto di mio nonno dove semina l’insalata e alleva i conigli. E’ un posto ameno non ancora frequentato da boss mafiosi. Beh! certo è una campagna strana, i campi quasi non ci sono più e davanti a casa c’è un canale che si chiama Brenta. L’acqua corre sempre veloce e rabbuiata. Per arrivarci si costeggia con la corriera, tutta la zona industriale. Nonno lavora lì, in fonderia. Poi torna alla sera, accende la luce in cucina e mi fa ascoltare il giornale radio sulle sue ginocchia. Mi spiega che è contro le armi e i carri armati. Che ne ha viste troppe. La nonna scodella la minestra. C’è aria di pace e io sono in pace. In questa cornice bucolica non posso non innamorarmi per davvero. Non so come si chiama ma tutti lo chiamano Pucci.
Forse è veramente il suo nome. Sono le cinque di pomeriggio e arriva pedalando Pucci con il secchio del latte. Si affaccia, sempre bilanciato sulla bici, alla finestra di cucina. La nonna gli passa il tegame. Il latte è buono ed è quello delle sue mucche. Lui è il figlio del fattore e non ha la mamma, e questo non credo sia una fortuna. Porta il latte in bicicletta e quando ci sono io, lascia alla nonna due o tre mestoli in più. A me questa cosa pare gentile. Mi pare una carineria dedicata a me. Non so se sono conquistata più dalla sua aria bonacciona oppure dal fatto che vive davvero in campagna. “Ehi rossa,” mi grida dalla finestra “ci vediamo domani.” Ed io aspetto ansiosa a quella finestra. Un giorno è lungo se quel che aspetti è l’amore. Non mi piace essere sdolcinata, ma siccome nessuno sa di questa mia debolezza mi lascio andare ai sogni. Nonna forse ha capito. Ma vuole bene a Pucci, come fosse suo figlio e magari sogna pure lei. D’altra parte io sono sua nipote, non sono la figlia. Forse potrei anche sposare il figlio di un fattore, cosa che mai avrebbe dovuto fare sua figlia, quella bella, mia madre.
La nonna si crede aristocratica perché sua madre faceva la dama di compagnia di una contessa. Ah, poveri noi! Che idee strane girano per il mondo. Che poi non è vero che abbiamo il sangue blu. Io lo so perché quello che mi esce dalle ginocchia sbucciate è rosso. Il colore che preferisco. Rosso come il sangue dei socialisti, lo dice sempre nonno Carlo. Rosso come la nostra bandiera, Rosso come il sole dell’avvenire. Comincio a pensare che uomini così non ne fanno più. Povera nonna, sposata, incinta, col garzone ferratore dei cavalli di tuo padre. Con quella tua prima figlia troppo bella per le mani di un ciabattino. Quante delusioni hai dovuto sopportare. Non ti bastava il marito socialista, hai avuto anche il figlio maggiore che è scappato in montagna con i partigiani. Proprio a te che avevi regalato la tua fede matrimoniale al duce. Per far costruire i cannoni. E avevi raccontato di averla persa. Ché il nonno sarebbe andato su tutte le furie, perché lui nella prima guerra ci aveva lasciato un occhio. Mica balle; mica un ciondolo d’oro.
Lei, la nonna, mi dice: “non fare come tua madre”. Non credo di capire bene. O forse è solo perché non capisco la stessa cosa. Dice che sono bella. E’ come se l’occhio l’avesse perso lei. Io vedo bello nonno Carlo, che il primo maggio mette il garofano rosso all’occhiello. Bello per come è dentro, perché fuori c’ha un nasone enorme, ma gli occhi verdi di un ragazzino, insomma… proprio bello. Un poco ne sono innamorata. Non come Pucci. In modo diverso. Il nonno non mi dà quell’ansia, quell’attesa. Mi sento serena vicino a lui. Sono il suo susino e sono orgogliosa di esserlo. Vorrei che anche lui fosse fiero di me. Forse sono vanitosa? O un poco volubile? Insomma… l’amore è proprio un gran casino. Credo che non lo capirò mai. Ma torniamo a Pucci.
Nell’attesa di ogni suo ritorno penso ai contadini e cerco di capire. Ed è chiaro che ci si può far ammazzare per la terra. Che la terra dove nasci diventa il tuo pane, non può essere di proprietà di qualcuno che te la può togliere. Che ti sfrutta. La terra è di chi la coltiva e di chi fatica a tenerla viva. E di chi suda. Fino a ieri non sapevo far altro che sporcarmi di quella terra. Ora sento di amare la terra. Amo il suo odore quando è bagnata o quando il sole la spacca in polvere. Amo la campagna e anche il mio bel nonno sorridente. Amo Pucci e il suo latte. Io penso che potrei vivere di solo latte, ma non so se è perché mi piace proprio o per colpa di questo amore campagnolo.
In campagna non riesco ad essere troppo rivoluzionaria. Sto più in pace col mondo e la rabbia non mi brucia più di tanto sul palato. Sarà che sono in mezzo a gente semplice e le notizie dal mondo mi arrivano ovattate, come da un altro pianeta. Voglio dire… non mi manca la televisione. Un po’ carosello, ma solo un po’. Qui vado a letto presto. A casa non lo faccio finché non si chiude quella tenda con la sua musichetta. In fondo quello, carosello voglio dire, l’hanno fatto per noi… i giovani. Segna giusto il confine tra il giorno e la notte. Eppure qui non ho il tempo di annoiarmi. E Venezia mi manca solo un po’. E mi sento meno arrabbiata. Non voglio essere buona. E non voglio chiedermi perché a Venezia non penso a Pucci.
Certo nemmeno in campagna è tutto bello. Per esempio dietro casa di nonna ci sono le latrine, ossia i buchi alla turca. Insomma i soli cessi che possiamo usare. Sono quattro e li usano pure i vicini. Puzzano come cessi dove nessuno si cura di tener pulito. Una vera zozzeria. Mia nonna ci butta la lisciva, quando fa il bucato. Dice che disinfetta, ma la puzza non se ne va. Come al solito sono schizzinosa e ci vado solo se strettamente necessario. I cessi si trovano sul retro dei cortili prima del deposito del fruttivendolo. Per arrivarci devo passare per forza sotto gli occhi dei suoi due figli maschi che hanno qualche anno più di me e giocano a pallone con i figli dei vicini. Niente di grave dico io, ma quando passo mi guardano strano e insistono per portarmi a giocare nel magazzino dove parcheggiano anche il camion della frutta e della verdura. Non è solo facile essere femmina. Qui sotto ci cova qualche cosa, penso. A una bambina, i maschi, non chiedono mai di condividere i loro giochi. Però la curiosità di salire sul camion è più forte di me e dei miei sospetti. E’ un mostro enorme che mi chiama e mi sfida. Alla fine accetto. Tanto lo so che so difendermi. Tengo sempre le zanne aguzze. Ho imparato a trattare con il branco. Niente mi fa paura, tanto meno dei sorcetti di campagna.
Ci andiamo a giocare a nascondino e Madino, il più grande, cerca di rintanarsi proprio dove mi nascondo io. “Ma scusa, non hai un altro posto dove andare?” faccio io sofistica. Anche un po’ seccata. “Finisce che ci scoprono”. Non gliene importa molto: “Mi piace mettermi vicino a te.” La cosa mi puzza e penso “Che ca… cavolo vuole questo?” e lui candido me lo dice: “Posso guardarti sotto le mutande? Vorrei vedere la cosina che hai, e magari toccarla!” Aho! ‘sto scemo, mica vuole giocare al chirurgo come Ernesto. Eh no! lui va al sodo. Caro mio non sono mica una esibizionista, io. Intanto per prendersi avanti tira fuori il suo arnese che a ragion del vero è veramente povera cosa. Ma non ha pudore, né il senso del ridicolo? “Vedi io ti mostro che cos’ho nelle mutande e non mi vergogno mica, non faccio come te!” Bella forza. Ecco di cosa è fatto un uomo. Io mi mostro indignata. E anche un poco delusa. E gli lascio vedere che non riesco a trattenere un sorriso di scherno. E chi si vergogna, cretinetti, credi davvero che mi faccio abbindolare per sfida? “Se me la mostri sai cosa faccio? Ti do tutti questi soldini!” E tira fuori dalla tasca delle monetine, i suoi risparmi. Wow! pensa te, così piccolina e già pagata per mostrare. Si mette bene la mia seconda proposta licenziosa. Potrei farci un business. Farci carriera. Ma va là! Non sono interessata al dio denaro.
Sono solo una ragazza dispettosa. Non so cosa ho di interessante dentro alle mutande. E perché ai maschi crea quella curiosità. Non lo capisco proprio, e forse non lo capirò mai. Ma è il primo che vedo. Se non si parla di quelli, come dire? di famiglia. Ma quelli non contano. Se è per quello Ernesto per spogliarsi si mette dietro alle porte e finisce sempre fotografato sul muro da chi le apre senza sapere. D’altra parte mia mamma ha tolto le chiavi dalle porte, anche quella del bagno e così se è difficile vedere nudo mio fratello, non è difficile trovarsi di fronte ad altre panoramiche. Ma sai com’è: quelli di famiglia te li trovi sotto gli occhi. Fanno parte del paesaggio.
A dire il vero non ci provo più di tanto interesse. Non so che ci trovino, i maschietti a rimirarselo come fosse un tesoro. Certo possono farla in piedi. E questa è una grande comodità. Io ci ho provato una volta, a farla in piedi, ma mi sono bagnata le scarpe. Insomma la considero un’ingiustizia. Comunque io le mutande non me le tolgo per i suoi begli occhi e tanto meno per il suo denaro. Che poi, quegli occhi, guardano ognuno dalla sua parte. Quello di destra a destra e quello di sinistra a sinistra. Non capisco nemmeno se sta parlando veramente con me. Ma chi si crede di essere? So bene che da qui potrebbe aver origine la scomoda fama di fare la santa, o la martire, una Maria Goretti senza aureola. Che poi le aureole sono scomode, troppa luce e poi le vedono tutti e finisci che ti segnano a dito o ti mettono in un quadro. Non è quello che voglio. Preferirei, se fosse possibile, essere nata con una voglia Rossa, magario a forma di Stella. Che poi in me la voglia non si vede, ma c’è.
Magari pensi alle cose grandi e poi ti soffermi a quelle piccole. Chissà cosa direbbe suor Assuntina se sapesse che sono atea e comunista. Una vera figura uscita dall’Inferno. Lei mi guarda con i suoi occhi cerulei spaventati, abituati all’obbedienza. Io la guardo con i miei occhi a punteruolo. Lo so, Dio perdona, ma io no. Dovrò decidere se la mia tendenza è da assecondare. Essere femmina o maschio, oppure essere umano. Sembra che la questione sia proprio così. Se sei femmina non sei maschio e nemmeno essere umano. Se sei maschio non sei femmina, ma sei un essere umano. Se sei un essere umano non hai sesso e se ce l’hai è meglio non usarlo perché finisci col diventare un essere bestiale. Qui l’affare si fa complicato. Devo decidere ed in fretta. Perché intanto cresco. Crescere vuol dire imparare. E ho imparato una cosa nuova. Ho imparato come si dice quella parola e cos’è quel coso. Tante parole per dire la stessa cosa. Mi pare proprio un’esagerazione. Quello dei piccoli lo chiamano anche pisello. Io me ne sentirei offesa. Mi sentirei derisa. Perché sottintende una cosa piccola e inutile.
Ma intanto, solo per sapere, io d’interessante dentro alle mutande cosa c’ho?

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  1. @”Ma intanto, solo per sapere, io d’interessante dentro alle mutande cosa c’ho?”

    Eh, c’hai ‘na cosa che a quanto pare fa davvero muovere “il sole e l’altre stelle”.
    Con effetti spesso esilaranti ed insieme disastrosi.

    La mia Signora Madre voleva investire la liquidazione in un sexy-shop.
    Ci aveva ragione, ci aveva. 😉

    • Che ti devo dire? Certo che c’aveva ragione. Quella cosa lì fa girare davvero il sole e le altre stelle e gli uomini con loro. 🙂

      • Alcune riflessioni da parte mia. Gratuite anche se in qualità dell’altra faccia, naturalmente quella nascosta, della luna o di altra metà, non importa se la prima o la seconda, di questo cielo. Divago solo per dire che l’asprezza dell’impegno sta anche nella difficoltà di rendere la continuità. Così l’oggi non può staccarsi dall’ieri e da quello che sarà domani. E dopo aver cercato di fare la mia bella figura di stronzo che se la tira provo ad entrare in tema. In qualità di coautore, non solo della storia e di quest’intera vicenda, ma di ogni generale, non ho mai cercato di nascondermi cosa si celava in quello scrigno: nelle mutandine di Lei e di tutte le Lei. Della più forte tra le rivoluzioni copernichiane. Della molla più grande che fa girare l’universo. Una corda stesa, panni al sole, in fila come indiani: una fila di mutandine. Per pudore e modestia tratterò il tema sollevato solo da un punto di vista al femminile. E’ evidente che la protagonista sa e sapeva, nel merito sarebbe meglio e più corretto dire che credeva di sapere e ci crede ancora, cosa nasconde con tanta… avarizia. Credeva e crede di sapere gli effetti sulla vita del singolo e delle folle e sul tempo e sulle maree. E’ certo però che degli effetti alla sua età, ricordiamoci che in questo momento ha da poco compiuto i sei (e dico 6) anni, la meravigliano e la sorprendono e la lasciano piena di incredulità. Oggi, trasformata da protagonista in narratrice, e dopo aver lasciato scorrere sotto i ponti (è proprio il caso di dirlo) più di un altro mezzo secolo, non fa altro che continuare ad imbattersi in quella incredulità. Il sexy-shop è sicuramente un modo molto concreto di investimento sia temporale che finanziario. Salvo che poi siamo sempre molto propensi ad ammettere che serviamo un’altra clientela, ovvero gli altri. Ma in verità la molla è un mistero e mistero rimane. Non so se il libro è nato con questo scopo: svelare almeno in parte i meccanismi del grande macchinario di questo mistero. So per certo che nonostante tutto, cioè l’incredibile capacità della piccola e le sue prerogative, alla sua età ha ancora voglia di scoprire e di esplorare. Tutto le è ancora davanti anche se a volte si abbandona lascivamente ad esplorare il futuro. Per ora resta la divisione e quello che è oggi è di oggi e, come direbbero i presunti (e presuntuosi) saggi, del domani non abbiamo nessuna certezza.

  2. Portare qualcosa di tanto agognato dentro alle mutande non fa sentire più sicuri e più forti. La questione si gioca tra il desiderio di essere liberi dalla propria sessualità, non negandola ovviamente, ma almeno relegandola ad un piano secondario e la voglia di parità e eguaglianza. Nascere femmine ad un maschio darebbe alla testa no? ;-), mentre essere femmina per quanto possa darti delle “agevolazioni” diventa un capestro per altri motivi. Insomma non è facile accettare con leggerezza la propria sessualità, anche perchè in tutte le società è legata a ruoli e comportamenti che sono il contrario della parità. Queste regole ti fanno odiare di essere ambita per una cosa che seppur è piacevole da un punto di vista fisico, diventa una trappola dal punto di vista sociale.
    Sarebbe giusto non pensarci e vivere il tutto liberamente, ma così, alla fine, con un atteggiamento tanto libero si finisce per diventare, per la società) divoratrici di uomini o almeno troppo poco “femminili”.
    Il porno shop è comunque un’idea, anche se sinceramente a me personalmente, (ammesso che esista un negozio che mi attiri di più) non sarebbe tra i negozi più frequentati. Insomma sinceramente è un negozio dedicato agli altri, o almeno questo è il mio sentire 🙂
    Insomma non è facile essere donna in questa società, un po’ meno difficile è essere uomo, ma sopratutto non è facile accettare i ruoli imposti senza sentirsi snaturati. O almeno questo sarebbe il caso della bambina e se devo essere sincera anche della immatura coautrice. 😉

  3. Da alcuni punti di vista hai perfettamente ragione. Da alcuni, ripeto. Alcuni non vuol dire tutti. Forse la questione è che dato un ruolo lo si dovrebbe primariamente mettere in discussione. Spesso è la donna a fare la donna. Spesso è difficile accettare di essere quell’uomo. Il discorso ci porterebbe lontano e forse è occasione per tornarci.
    In alcuni casi, dovresti saperlo bene, risulta difficile trovare l’equilibrio tra l’affettuosità e l’istinto. Alcuni preferiscono controllare le pulsioni, altri, la maggior parte, correre il rischio di offendere i sentimenti, per primi i propri.

  4. Non vorrei mai essere uomo. Senza offesa, amo gli uomini, ma ho imparato con l’eta’ che sono proprio tutti questi svantaggi che ci rendono piu’ avvezze alle avversita’. Per carita’ non generalizzo. Ci sono comunque donne che si arrendono ancora. Che stanno male. E comunque stare male e’ un lusso a cui non e’ debolezza abbandonarsi di tanto in tanto. Non si puo’ sempre stare in guerra, in prima linea.

    • Cara Martina io credo che essere donne non sia quasi per niente un fatto fisiologico, ma in pratica una questione di educazione e condizionamenti anche dovuti a retaggi trasmessi attraverso i geni… insomma educazione ancestrale. Quando sei nel mondo o ti adatti o vivi sempre dicotomizzata, fra quello che sei e quello che vorresti essere. Per l’uomo è leggermente diverso, ma anche lui subisce dei condizionamenti terribili, solo che non sono indirizzati e metterlo sotto, almeno non nel senso del destino femminile.
      Non si deve stare in guerra si deve cercare di rendere compatibile il proprio modo di sentire con il mondo che ci circonda. Per chi non vive appieno queste difficoltà e impossibile capire il disagio che proviamo di fronte alle proposte della vita. I nostri sensi di colpa non sono che le punte di iceberg dei nostri tentativi di evasione andati male. Noi nasciamo ricattate e chi può capirlo meglio di noi?

  5. “Noi nasciamo ricattate”
    queste parole vanno stampate a lettere cubitali.

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