Mario

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In Anima libera on 30 dicembre 2010 at 12:29

Barattolo elettrico in Grafica vettoriale (utilizzata nel sito del Forte Sirtori, ora chiuso, per il progetto COMITATO FORTE)Premessa alla parte settima.
C’è aria nuova in Italia. Lo chiamano “Boom economico”, lo chiamano anche il progresso del dopoguerra. Si producono più automobili e la gente le compra pagandole a rate. Si producono televisori, frigoriferi e lavatrici che diventano il sogno segreto delle massaie. Io sono incazzata. Sarà che non sono una massaia e forse non lo sarò mai. Sarà che il tempo ha un valore preciso e che mi pesa addosso. Gli anni durano anni e sono lunghi da passare. I mesi sono dodici e i giorni sono composti da 24 ore, messe in fila una sull’altra. Tutto ha un valore. E io sono ancora una bambina.

Ma chi l’ha detto che l’anno appena lasciato è un anno inutile? Se mai ci sono anni inutili, anni da dimenticare. Come dicevo, di questi tempi, gli anni sono anni e valgono un casino, Addirittura le stagioni durano a lungo e sono precise. D’inverno fa freddo davvero e a poco serve la nostra nuova cucina economica che riesce a scaldare solo una stanza. L’estate è estate. Fa caldo e ci batte pure il solleone. A volte si portano i materassi sui pianerottoli delle scale e si dorme in compagnia degli altri del caseggiato. La primavera è mite e in autunno arrivano le “acque alte”, a novembre, quando tira vento di scirocco. Insomma gli anni hanno il loro valore e lasciano il loro segno. Il 1954 era sembrato uno dei tanti, invece mi è rimasto sulla pelle. E’ un anno particolare, i preti vanno forte e pretendono di decidere delle nostre vite sia spirituali che temporali. Ma, per fortuna, resta nell’aria ancora il turbinio della Resistenza. Ed io sono nata per resistere, e resisto e mi organizzo a resistere ancora di più. Sono dura nel 1955 e di roccia pura nel 1956.
Il nuovo quartiere è tutto nuovo. Tutto una sorpresa. Non tutte belle, anzi quasi nessuna. Che ci faccio qua? Un quartiere pieno di cravatte al collo. Tutti gli uomini hanno la stessa faccia di mio padre. Tutte le donne la stessa rassegnazione di mamma. Tante madonne addolorate. Lo dite a me che già sulla madonna ho i miei dubbi? E nemmeno tanto una buona opinione. Sarà colpa del marito falegname che ci fa la figura del becco, oppure del fatto che per lei di parto non se ne parla proprio. Mi sa che è colpa delle solite dicerie, leggende metropolitane. Meglio che certi ragionamenti li tenga per me, non si sa mai. Tornando al quartiere non credo che mi piacerà. I ragazzini sembrano sempre sotto tiro degli occhi delle madri, che ripetono come un mantra: “attento a non sporcarti”. E tutti così pettinati e frustrati. Rilassatevi accidenti. “Ca… cioè cavolo, sono impettiti come se gli avessero infilato il manico nel culo”. Hanno paura persino a cacarsi sotto. E tutti pieni di “Io” su cose completamente stupide. “Io ho”. “Io sono”. Ma che cavolo hai, chi cavolo sei! No! non sei nulla. Meno di uno sputo. Tutto sommato credo che ci giocherò poco. La vedo brutta in futuro. Più che altro li osservo. Mi sembrano animali da collezione. Altro che averlo più duro, glielo devono aver tagliato proprio.
Ma è difficile resistere quando si è piccoli, nessuno capisce da che parte vuoi stare. Per i miei sono ancora bambina, e per giunta femmina, ultimo stadio del creato, proprio per questo a loro viene la pensata di farmi bucare i lobi per montarci due orecchini d’oro che fanno tanto “provincia”. Come si dice qui fanno tanto “campagna”. Perché tutto è campagna al di là di questo Ponte che congiunge le nostre isole alla terraferma. Il ponte Littorio che per fortuna oggi si chiama della Libertà. Questa è la mia città. Fatta di gente presuntuosa e supponente che si pensa al centro del mondo. Quando viene la nebbia, ed è tosta, la chiamano “caigo” e dicono che la terraferma, ossia il resto dell’Italia, è isolata. Piccoli nobili decaduti e con le pezze al culo. Gente di borgata con la puzza sotto il naso. E’ per questo che qui si dice che se non ci fosse il ponte l’Europa sarebbe un’isola.
Ernesto, la carogna se la ride sotto i baffi e io, con gli orecchini e il cipiglio di una iena, penso che il mondo è proprio tutto un paese. Poveri che si credono ricchi e ricchi che si fingono come gli altri. E ancora: proletari che hanno solo i figli come ricchezza, che si indebitano per acquistare l’auto e gli elettrodomestici, per dimenticare com’è dura la vita da scalare. Mentre i ricchi diventano ancora più ricchi proprio per il sogno di chi non ha niente. Le cose così non funzionano, bisogna metterci un freno. E’ nella testa che si deve cambiare non nelle comodità.
E intanto, come detto, mio padre aveva acquistato la televisione. Uno scatolone grande con un nome americano: Philco. Gli americani sono dappertutto, quasi come i napoletani. Ovviamente il mondo si vede in bianco e nero. Perché il mondo è diviso a metà: Bianco o Nero; veramente c’è pure il Rosso, però si fa finta di non vederlo. Così America e Russia, Buoni e Cattivi, Vincenti e Perdenti. Insomma la solita dicotomia. Intanto la nostra televisore, diventa quella del caseggiato. Dieci famiglie, più gli amici di mio padre: i famosi Gigio Vespa e il Barbiere di Famiglia (ricordate? quello che mi taglia i capelli pettinandoli alla mascagna). Gente sempre del quartiere, ma un po’ diversa, perché nel mio caseggiato ci stanno solo proletari. Distribuiti in tanti in poche stanze e con l’aria un po’ dimessa di chi tira la carretta e fatica. Insomma questi del caseggiato non hanno ancora ingoiato la scopa degli altri residenti. Sai com’è? io esco da un quartiere malfamato e arrivo in questa zona di nuovi ricchi. Con loro non ci voglio avere a che fare, non voglio giocare con i loro bambini con la spocchia nelle mutande e la puzza sotto il naso. Li lascio tranquilli, per ora; fuori dai piedi. C’è tempo per fargli mangiare la polvere. Per fargli sputare rabbia e sudore.
Allora, come dicevo, la gente viene da noi a guardare la televisione, questo miracolo che fa spalancare la bocca ai piccoli fino ai più vecchi. Qualcuno bisbiglia che è opera del diavolo, ma alla prima partita di calcio si ricrede. La televisione è nell’ingresso, di fronte alla porta d’entrata. Chi arriva prima prende posto dentro. Sì! perché a casa mia non ci stanno tutti. Gli altri restano su ballatoio della scala. Arrivano in fila indiana, portandosi le sedie. Non ce ne sono mai abbastanza. Qualcuno porta qualcosa da bere. Qualcuno qualche “cicchetto” fatto in casa. Compaiono semi di zucca salati. Si riempiono i bicchieri di vino rosso; a Venezia si beve solo rosso. Il fumo non è ancora vietato. Col caldo portano anche qualche fetta di anguria e poi sputano i semi nella tromba delle scale.
Va in onda Lascia o raddoppia con un Mike appena arrivato dall’America. Teniamo la porta aperta e il volume alto. La televisione è molto democratica, nessuno è escluso dall’ascolto e fa incontrare tutti. Invita al commento e allo scambio di opinioni. Rende la gente più generosa. Invoglia allo scambio. A me piace la televisione proprio per questa sua capacità, ma più la guardo e più mi rendo conto che è un abbaglio. Ha una potente magia. Se riesce ad entrarti dentro forse ti cambia, forse ti convince. Non è opera del diavolo, al diavolo non credo. Ma non è solo una buona cosa. Direi che assomiglia ad una droga. Si comincia e si pensa di poterne fare a meno come e quando si vuole, ma non è vero. E’ dalla televisione che si impara a vestire in modi diversi e a vivere anche al di là delle proprie possibilità. E’ potente la televisione ed io ne ho un po’ timore. Ma forse mi dovrei fermare; anche solo un minuto. Non ho molto tempo. Eppure dovrei fare il punto. Una sorta di dichiarazione d’intenti. Io non sono per le proiezioni teoretiche, ma mi accorgo che sto per perdere il filo.
Sono nata clandestina. E resistente. E’ autodifesa. E’ bisogno. Di resistenza umana. E in fondo ho un nome multiplo che è anche un atto estremo di sopravvivenza. E’ facile essere clandestina in un mondo che ti crede bambina. Ma il mio corpo cresce e mostra quell’istinto di diventare grande. Io devo continuare a nascondermi, fare la bambina, mimetizzarmi tra gli altri. Lo so. Loro non possono capire. Mi crederebbero pazza, se già non lo fanno. Mi guarderebbero sempre con gli occhi che qualche volta indossa mia madre. Ma io le cose le so. Devo nascondermi dentro di me, in quelle consuetudini e nel corpo che ho. Ma sembra tutta una minaccia. Anche se non faccio proclami. Ma la sovversione non è un grido. E’ un veleno. E’ qualcosa che si insinua lentamente, e in silenzio dentro di me.
Ho trovato cento lire. Insomma non li ho proprio trovati. E’ il primo esproprio della storia. Mi prenderò finalmente quella scatola di colori. E un libro. E un tepee che si dice tipì. Non so perché certe cose si dicano in un altro modo da come si scrivono. E sotto il tipì inviterò gli amici. Perché io ne avrò tanti di amici. E inviterò a mangiare anche l’uomo che vedo sempre sul ponte. Quello senza gambe e che sta là. E aspetta un soldo di ferro. Ho sempre avuto questa passione per i vinti, che ci devo fare? Andrò a Roma, al monumento di Giordano Bruno. Andrò per tutto il mondo. Non ho patria. Non ho religione. Il mio posto è il posto dove sono. La mia lotta è la lotta della gente. C’è una parte di me che appartiene ad un’Italia che non viene narrata. A quell’Italia di Malatesta. E Sante Caserio. Ma anche di Zamboni. Una parte di me forse è anarchica¹. Passerà, forse. Passerà? Non lo so. La rabbia mi fa sentire tanto Anna Kuliscioff. Ma di più mi sento una Dolores Ibárruri. O una Rosa Luxemburg senza leggenda. Ma anche e più semplicemente un Molotov.
Un sacco di grandi nomi, rumorosi e voluminosi, che non trovi nemmeno nell’enciclopedia, ma alla fine, poi,  non posso essere che io. Io con questo destino. Con questa missione che mi aspetta fuori della porta. Io arrabbiata. Io indomita. Io che non mi arrenderò mai. Io che non sopporto nessuna autorità. Forse potrei accettare quella del popolo. Ma anche no. Pure quella mi sta troppo stretta. Sono un’ingenua? Forse, ma un’ “ingenua rivoluzionaria”. E penso agli indiani. Ho sempre avuto simpatia per loro. Sono loro i veri americani. Non ne faccio una questione di cultura o di civiltà. Certo che se gli americani avessero avuto la nostra civiltà non avrebbero avuto bisogno di essere scoperti; si sarebbero scoperti da soli. Ma di loro, dei pellerossa, ormai nessuno più parla. Tranne che nei western. Ma là alla fine arrivano sempre i nostri. Prima dei titoli finali, di quel “The end”.
La folla, la platea applaude e li incita. A me sembrano più dei “loro”. Non mi sembrano tanto dei “nostri”. Mi sembra una favola raccontata male. Mi sento imbrogliata. Sono gli indiani che corrono su un destriero, simile al mio, liberi per praterie, simili alle mie. Loro: gli Arapaho, i Cheyenne, i Sioux, gli Irochesi; e tutti gli altri. Sono il Popolo degli uomini da sempre. Ed io un popolo non ce l’ho. Almeno non ancora. Alla tivù c’è un telefilm per ragazzi: Penna di Falco Capo Cheyenne. E l’unica informazione che ci danno è: anche gli indiani sono esseri umani. Troppo poco, non mi basta! Voglio sapere di più e lo saprò. Non ho bisogno di nessuna autorizzazione. Agli altri sembra solo un gioco, ma io invece ci credo.  Ed è per questo che mi dipingo il viso con i colori di guerra.


1] Dal link: http://www.gennarocarotenuto.it/12493-su-il-sipario-donne-amore-e-anarchia/
p.s. Monica, una delle autrici dei 2 video, invia a tutte e tutti questa magnifica canzone. Vi mando le parole e la musica… di Giorgio Gaber: http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it

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  1. Ci ho messo un po’ per finirlo tutto, ma alla fine ce l’ho fatta e ne valeva la pena!

    Mi piace proprio questo spaccato di un’epoca, appena precedente alla mia: a me hanno raccontato di questa televisione “condominiale”, di tutti che si riunivano a casa di quello che, beato, aveva nientepopodimeno che “il televisore”!

    Appena qualche anno dopo, che è l’epoca che mi riguarda, già quasi tutte le famiglie avevano il proprio: in bianco e nero, un solo canale (o forse già due?), ma già il guardare la televisione la sera era diventato un fatto familiare.

    Alla prossima! 😉

    • Queste “puntate” chiedono sempre un po’ di fatica (credimi, anche per scriverle). Speriamo solo che ne sia veramente valsa la pena. E di aggiungere un pizzico di sana allegria perché è un gioco ed è molto sull’allegoria e sull’ironia. Del resto ti risponderà, penso, direttamente la protagonista cioè la parte “protagonist@” della vicenda. Finisco ammettendo che ci stiamo divertendo. Buon anno e buon tutto.

    • Effettivamente tornando indietro con i ricordi si trovano un bel po’ di situazioni che ci paiono oggi assurde, mentre ieri era l’abitudine. Devo dire che gli anni 50 e 60 hanno visto un grande cambiamento. E nel racconto anche molti altri se ne troveranno. Non so se dire che la protagonista è stata fortunata a viverli in prima persona e anche a poter cercare di trascinare il mondo verso un cambiamento epocale 🙂
      chissà se poi ci è riuscita?
      Intanto buon anno anche a te e alla principessa Sissi
      Ross

  2. Nel mio paesello, quando sono nata io, la TV era ancora un lusso per pochi, così come il telefono. In molti andavano ancora al bar per vedere i programmi o facevano quelle famose “riunioni condominiali” che avete bene descritto.
    I miei nonni, ad esempio, il televisore l’hanno comprato solo nel 1970, la lavatrice nel 1979 ed il telefono non l’han mai avuto.
    Andavano in un negozio di alimentari vicino casa per telefonare: “Giusto, segna tre michette, due etti di prosciutto ed una telefonata a mia figlia”.
    A casa mia il televisore a colori arrivò solo nel 1982, in tempo per il Mundial.
    Con mia somma disperazione, che tra i miei amichetti ero una delle poche a seguire le puntate di “Spazio 1999” ancora in bianco e nero.
    Sfiga post-atomica.
    Io, in famiglia, ero l’addetta al cambio di canale (grande invenzione il telecomando!), mentre i miei erano mollemente adagiati sul canapè io saltellavo avanti ed indietro manopolando a tutto spiano.
    Manopolando si fa per dire, i canali eran due!
    Comunque, mi sa che prima o poi scriverò un trattato sulla tecnologia dei “cessi a caduta”.
    Buon anno, ragazzi!

    • Cara Mad hai anticipato uno dei prossimi temi: i cessi a caduta perchè dalla città si passa in campagna dove si trovano anche quelli e dove sono il motivo di stipsi congenite. 🙂
      Conosco bene quel primo atto che provocava la televisione: la condivisione. Poi tutti si sono ritirati in casa nel loro orticello e hanno chiuso la porta al mondo, prendendo per oro colato e per vita vissuta quello che trasmettevano per tv.
      La preotagonista non era ricca ed è riuscita ad avere la tv molto presto solo perchè un amico di suo padre aveva una grossa rivendita di elettrodomestici che vendeva a rate. Difatti a casa sua arrivò molto prima la tv, utile al padre padrone, che la lavatrice utile alla madre casalinga. Chissà perchè?
      Ricordo pure io il passaggio da un solo canale ai due. Primo e secondo. Grande avanzamento del progresso no? 😉
      Poi ho tenuto la tv in bianco e nero fino agli anni 80, tanto alla sera era più facile che si stesse in cucina a parlare o a guardare un programma della lavatrice che a guardare la tv.
      Vivevo con un’amica con i niei stessi gusti riguardo al vivere 🙂
      Un’altra storia da raccontare fatta però non solo di amicizie, ma anche di grandi solitudini.
      Buon anno cara “arrabbiata” e attendo tuoi scritti
      Ross

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