rossaurashani

Baia del re

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù, personale on 6 dicembre 2010 at 23:18

Premessa alla parte terza.
Tutto sommato non è che crescere sia indolore. Non per la testa che è lucida fin dall’inizio, ma il problema è il corpo che deve allungarsi e allargarsi e trasformarsi. Ecco quella trasformazione mi dà da pensare. Avete presente Gregor Samsa che si metamorfizza nel giro di una notte? Beh la mia è una sensazione simile. Non capisco bene dove andrò a parare, ma so che non sarà, la mia, una trasformazione fortunata. Il mio terno al lotto. Così per essere nel mondo io ci sto, senza aver mai troppa paura di farmi del male. Se non ci va cauto lui perché avrei dovuto andarci cauta io? Ma le cose che succedono al mio corpo a mia insaputa, mi fanno friggere di rabbia.

Li guardo, i miei genitori, così imbarazzati, con quell’abito dello sguardo sussiegoso, e mi chiedo che ci fanno qui. Come ci sono caduti dentro. Sono estranei, impauriti e offesi. Perché la vera barbarie è il quartiere. Stracci al vento come bandiere. Degrado. E loro che non vorrebbero sporcarsi con le infime storie di queste strade. Poveri piccoli, quasi quasi ci provo pena. Un padre e una madre chiusi dentro se stessi. Abbarbicati nella loro presunzione. Lei: la piccola principessa offesa. Lui: il grand’uomo che vorrebbe sfidare tutti ma non sa da dove cominciare. Li guardo e lo so che già si preparano a scappare. Perché niente hard boiled, nessuna vera avventura, più che Frisco è il Bronx. Più che noir è sporco e calcinacci. Più che sfida è degrado. Malavita e vita ammalata. Un quartiere dal nome altisonante che non gli somiglia affatto. Più avanti quando racconterò dove sono nata mi guarderanno come una sopravvissuta al cancro. Eppure a me piace questa sfida. Io, qui, ci sto come a casa mia. Meglio che con mio padre, solo un ciabattino, ma con il cipiglio del padrone. E qui nessuno è padrone di nulla. Per fortuna.
Insomma non sono tipo da tiranneggiare. Nessuna pietà per gli sfigati. Non c’è tempo in questo mondo per chi non sa che compiangersi. La vita è la mia battaglia, non è la loro. Quella, la vita, corre e chi non corre resta indietro. Nessuno ti regala niente. Ti devi guadagnare tutto. Non sono una principessa. Non sarò mai una signora. Ho tutte le intenzioni di andarmene per conto mio. Di vederlo, il mondo, con questi miei occhi. Non ci ho pensato. Se l’avessi saputo non so se l’avrei fatto. Non che mi piaccia tirarmi indietro. Ma forse non sono mai stata molto egocentrica né abbastanza vanitosa. Fai così, dì colà; che marroni! A fare la neonata non c’è alcun gusto. Ma nessuno può approfittare delle mie dimensioni. Non sono stata certo io a dichiarare guerra all’universo. Per quanto fosse stato lui a presentarsi così male, da mettermi sull’avviso. Certe occhiatacce gliele strapperei dagli occhi; ho buone unghie io.
Cos’è questo mondo? Certo che se ne vorrebbero scappare anche subito. Fortunato chi non ci si sporca per sempre. E’ solo baracche e bagasce. E’ malavita e vita amara. Tutto si affaccia su un’acqua ancora più marcia. Sguardi si incrociano solo per sfidarsi. Le camicie aperte fino alla pancia, per mostrare pesanti catene d’oro tra la selva arruffata. E dove più pare che quel dio si sia scordato di loro più grandi sono i crocefissi aggrappati alla catena. I lampioni accecati sulla notte nera. Le pietre divelte e i muri che trasudano sale. Finestre senza vetri e abitazioni senza finestre. Sembra che qui la guerra non sia finita ancora. Frotte di bambini che scorazzano, col muco che scende inesorabile fino al mento. Gli abiti stracci e gli stracci al vento. Vaffanculo che intervallano le bestemmie.
Sì perché i ragazzini del quartiere sono delle vere teppe, non per niente è la parte della mia città più malfamata e mal frequentata. Non è colpa loro se son nati figli di puttana. Qui non c’è scelta. I bambini sono abbandonati a loro stessi, in strada, e si organizzavano in bande per angariare i meno svegli. Qui si tratta di sopravvivere. Qui si diventa grandi presto. Anche prima di presto. Forse questo l’ho già detto. A stare con i grandi mi rincretinisco anch’io. Spiegavo… figurarsi con Ernesto, quei delinquenti in fasce ci vanno a nozze. Ho il mio bel da fare per tenerli a bada. Finché posso esserci nessuno si azzarda a toccarlo e si guardano bene dal farlo, perché hanno imparato che mordo più velocemente e velenosamente di un cobra. Ma son più le volte che non ci sono. Sono di più le mie prigioni. I giorni del castigo. Non bastassi io. Anche quando le cose non le faccio mi ci affibbiano la colpa. E’ soprattutto quel giuda che risponde al nome di mio fratello. Qualche volta ho portato le biglie di fragna¹, quando me le regala uno zio giovane che vive in casa nostra. Allora le divido con questi ragazzini.
E’ per giocare. D’altra parte mi fanno anche un po’ pena, quei mocciosi. Questo li fa sentire qualcuno. Sono solo degli sfigati che si sentono forti in gruppo e godono solo se fanno del male agli altri. Che non vedranno mai altre strade che queste calli puzzolenti. Senza speranza. Con questa miseria dietro e nel loro futuro. La carogna, mio fratello, sempre taccagno anche di quello che non è suo, non manca di fare sempre delazione con i miei. In fondo anche lui è figlio di questa terra. Ma lui è nato spia. Vigliacco e spia. Così che tornano ogni volta a rinchiudermi di nuovo nel terrazzino. Povero stupido. Non ha mai saputo guardare oltre il suo naso. Fifone com’è nemmeno per la sua incolumità riesce a farsi i fatti suoi. Come quel giorno che è tornato con la bocca insanguinata. Ma lui ha sempre avuto la passione per fare l’angelo. Sempre stato un ruffiano. Come facevano i miei a credergli? Altra conferma che i grandi sono proprio stupidi.
Sono fatte anche di questo le mie giornate. Le donne vivono in strada come regine. Regine senza regno, ovviamente. Escono il mattino con la sedia appresso. E si siedono sulla soglia di casa, gli occhi a controllare la strada e a dar fiato alle voci. Lo scialle, sempre nero, sulle spalle, e i capelli col “cocon”². A parlare sguaiate che le sentono fin all’isola della maggioranza silenziosa³, perché a morire si è sempre in tanti. Muovono le mani su lavori ossessivi: sgranare fagioli, infilare nelle resse le perle, dividere i pezzi dei mosaici, inanellare parole, ciàcole e dicerie. Chiamano i figli come se fossero in un altro mondo. Chiamano anche i figli delle altre. Oppure pregano nell’attesa di quel dio che non c’è. Loro non lo sanno, ma io lo so fin troppo bene.
E poi ci sono i personaggi che frequentano ogni buco maleodorante come questo. Il ragazzino diverso che domani sarà ragazza: Alfio. Chissà che nome ti darai quando nasconderai la prima barba con la cipria e il belletto? Povera bambola di stracci. Io ti ho riconosciuto subito e ti levo dalla ressa testosteronica dei teppistelli, che ti mettono in mezzo, e ti prendo per mano. Gioca con me! Che poi di dolcezze io non sono capace, non è una mia dote. E ti dico, come fanno i bambini: Facciamo che ce ne andiamo via tutti e due da questo posto. E tu fai sì con la testa e le lacrime agli occhi. Qui non si vende la pietà su nessuna bancarella. Ci trovi tutto. Soprattutto il contrabbando. Non quella. Mia madre passa e finge di non vederla la Tosca. Vuole che io la chiami signora Tosca ma quando parla lei dice sola la Tosca. Anche stamattina ha un marito nuovo. Quello vecchio è anche lui in ferie a Santa Maria Maggior4. Non è bella e straripa dai suoi stracci con una risata che mette allegria. E anche l’uomo ride con lei. E le dà una pacca sul culo. Mia madre dice che non devo guardare e mi trascina di nuovo in casa. Come se non sapessi che esiste anche quel tipo di amore. E c’era pure Cicillo che fa di mestiere il malandrino e che a tempo perso parla in Questura. E’ pronto di coltello, ma si fa girare con un dito da sua madre.
Giugliano, proprio così, con la gielle, dicono colpa dell’anagrafe, mi sovrasta di tutta la testa. Ma è un pischello senza coraggio. Mi dice: “Vuoi vederlo”? Lo fisso cercando di stare seria: ha i denti all’infuori, le lentiggini e gli occhi che gli si spengono e mi pare un marziano. “Tesoro! Non mi interesso dei microbi. Non crederai che non ne abbia mai visto uno”? Certo nemmeno il verme di Ernesto mi sembra una cosa di cui andar fieri. Sempre di microorganismi si tratta. Più che deluso, Giugliano, pare annoiato. Forse avrebbe da ridire ma non sa come farlo tenendosi a distanza dalle mie zanne. Se ne va che credo sibili un “Piccola peste”. Quando gli dico Stronzo la zeta assomiglia ancora troppo ad una esse e forse dico ancora Stronscio, ma lui sa bene a chi lo dico e un po’ se ne vergogna. Anche se sono solo una bambina penso che non è certo l’altezza né il sesso che ti fa uomo. Ma che c’è da preoccuparsi? Tutti sanno che nessun ladro ruba a casa propria. Basta non farsi mettere sotto.
Non sono ancora pronta. Il mondo non è pronto. Insomma, è una perdita di tempo cercare di cogliere fiori dal letame. Sono quelli che sono. Non immaginano neanche una vita diversa e non sanno ascoltare le canzoni di Faber. Nemmeno io per quello, non le ha ancora scritte e cantate, ma le ho già in testa. Nel senso che le cose sono nell’aria, basta saperle cogliere. Altrimenti come mi sarebbe venuta l’idea dei fiori dal letame? Che è proprio vero che è solo merda. E queste sono le piccole rivincite sulla loro vita di miseria.
Dovrò aspettare io che non so aspettare. Intanto mi stuprano le orecchie per raccontarmi che: son tutte belle le mamme del mondo. Avessi potuto ne avrei fatto senza. Non che la mia… è solo che quando una donna diventa madre smette di essere donna. Se mai lo è stata. Soprattutto smette di essere persona. Forse il destino alla donna lo segnano con l’atto di nascita. Io non imparerò mai a dire sempre sì. Non ci sarà mai nessun Zampanò nella mia vita. Intanto è cominciata la mia storia. La nostra storia. I francesi le hanno prese e gliel’hanno messo a Dien Bien Phu. Trieste torna in Italia. E lì fuori c’è Scelba ad aspettarci. Cazzo te la faremo vedere, brutto fascista. Il futuro non si presenta con un mazzo di fiori. Ho un appuntamento con la storia, io. Io sono pronta. Lo farò diventare rosso questo avvenire. Io che sono la rossa e scuoto i cappelli come una bandiera.
Devo sembrare proprio un piccolo mostro. Ed è così che voglio che mi vedano. E molto più bello sporcarsi quando si è puliti. Anche se questo vale un’altra reclusione. Sì! lo so bene che un giorno prenderemo quel battello e non sarà per tornare. Tanto per dirla in canzonetta: la barca tornò sola, anzi in questo caso proprio non tornò mai più. E allora… “Fatevi sotto”!


1] Terracotta.
2] Chignon.
3] San Michele, dove c’è il cimitero.
4] La prigione veneziana.
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  1. E’ magnifico questo racconto, te lo bevi d’un fiato.
    E ti travolge come un treno.

  2. Beh, il mio di giudizio non può essere che tale e quale: direi avvincente 😀

  3. Quasi quasi mi accodo e mi dichiaro d’accordo anch’io. 😉

  4. Smettiamo di scherzarci attorno: questo deve diventare un libro.
    Pensateci seriamente, ragazzi….

    • Martina adoro il tuo entusiasmo. Credimi stiamo affinando la tecnica e non è facile lavorare a quattro mani anche se è entusiasmante. Stiamo diventando, in modo naturale, complementari. E sappiamo accettare con fiducia l’intervento dell’altro, anzi dopo i primi giorni di totale battaglia ci siamo resi conto che dicevamo la stessa cosa con parole diverse. Se poi questo diventerà qualcosa di diverso che un racconto a puntate, non lo so, come direbbe Mario, non ho questa ambizione, però mi piacerebbe vederlo concludersi con soddisfazione.
      Mi piace questo personaggio nato per cambiare il mondo e per non accettare gli schemi proposti. Vorrei capire dove può arrivare, anche se so che questo è un mondo crudele e prima o poi perderà i suoi sogni. O forse no. In fin dei conti siamo noi a guidare il gioco. 😉

  5. Oh, diavolo! Ma qui si stanno raggiungendo percentuali di consenso bulgare!
    Non va mica bene!
    A questo punto dissento.
    Non so bene da cosa, ma dissento. 😉
    Mad, bastiancontrario.

  6. Uno degli autori riongrazia i cari amici/amiche, naturalmente tutti/e molto gentili… e di parte, che così bene sanno dire le bugie.
    Precisa alla cara Martina che non sa come e se proseguirà l’avventura o la saga (positive al riguardo sono le parole di Ross) ma… se mai diventerà un’opera finita e completa non potrà vedere altra luce prima che la stessa Martina non apra la sua libreria e non si assuma la sua responsabilità di editore.
    un abbraccio
    😉

  7. Una curiosità: ma l’Alfio domani ce l’ha poi fatta ad esser ragazza?

  8. Se devo essere sincera non lo credo, era un’anima gentile, quasi diafana, era destinato ad essere vittima in un mondo vigliacco. Se ne andrà sicuramente da lì, ma non basterà a salvarlo.
    Mi spiace ma viveva in un luogo e in tempi che non lo avrebbero mai perdonato.

  9. carissima ROSSAURA, copito ora sul tuo racconto, lo trovo magnifico, magnifico nel tracciato ddella vita della baia che descrivi con forza e amore, amore! certo! per parlare della BAIA cosi bisogna averla amata. Ho abitato in baia, in “collegio” e so cosa vuol dire aver voglia di partire (cosa che ho fatto) ma la BAIA resta nel cuore.

    • Sì, conosco bene cosa si prova, quella bambina era fortunata perchè stava al di qua del cancello, ma il collegio era un’altra cosa e sognare di scappare era l’unica possibilità per non morire.
      Ma eri proprio li dietro a quel cancello???

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