Mario

18 maggio 19..

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù on 24 novembre 2010 at 12:06

Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaIo sono nata il 18 maggio 19.. (scusatemi la civetteria al femminile). E’ per tutti un giorno normale. Già! non c’è ancora la televisione. Mica possono darne notizia. Allora le cose erano vere e non era necessario fossero trasmesse in tv. E anche i giornali erano un lusso. L’Italia ancora non era il paese felice che ci sembra oggi. Non aveva ancora un principe cantante e per venir fuori dalla palta ci si doveva dar proprio da fare. Non ci voleva molto a capirlo, bastava guardarsi in giro. Così la mia nascita sarebbe passata quasi sotto silenzio. Senza fanfare. Senza bandiere.
Intanto il paese è attraversato da una calma piatta. Sono anni bui e giorni movimentati. Tutti gridano e gridano i giornali: «A Caltanissetta, la Celere disperde un capannello di persone che, in piazza Garibaldi, ascoltano il giornale parlato del “Blocco del popolo”, riguardante il processo di Viterbo e le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta. E’ disturbato anche un comizio della comunista Nadia Spano a Siracusa. E’ arrestato a Milano Primo Borghini, componente della Volante rossa. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condanna Israele per l’attacco alla Siria, e ingiunge allo Stato ebraico di far rientrare gli abitanti espulsi». Era ora, dico io, dopo più di tre anni di guerra. La forma delle notizie è presa naturalmente da Wikipedia. Come potrebbe essere diversamente oggi, nell’epoca della rete. Ma le ricordo bene. Dico io, una non può nascere tranquilla. Il mondo non è ancora pronto. Forse nemmeno la mia famiglia è proprio pronta a ricevermi. Eppure avevo avvertito da circa nove mesi che stavo per arrivare.
Loro mi guardano con occhi allibiti. Forse non vogliono una bambina. Anzi ne sono certa. Anche se pare una bella fortuna fare la coppia con un numero così esiguo di tentativi. Il primo è nato maschio, come si conviene in ogni famiglia che si rispetti. Che poi maschio o femmina per me è sempre stato un problema secondario. Almeno mi pareva ininfluente. Comunque sono nata proprio io. C’era da immaginarselo. E non gli ho dato soddisfazione: piuttosto che piangere ho preferito da subito digrignare i denti. Doveva essere chiaro e non lasciare dubbi. E c’è un’altra cosa strana, anche se, se ne sarebbero accorti un bel po’ di tempo dopo: sono rossa. Indubbiamente rossa. Indiscutibilmente rossa. Inaccettabilmente rossa.
Cosa c’è che non va in me? Cosa fa storcere il naso ai miei famigliari? Mio fratello ha giustamente i capelli scuri. Nessuno è rosso in famiglia, né mamma né tanto meno mio padre. Sembro un ufo per quanto il concetto di oggetto non identificato sia loro sconosciuto. Sicuro è che i loro sguardi sembrano accusarmi. Nei loro occhi c’è sospetto e incredulità. Sembro sbagliata. Sono certa che i due bambini che zompano maleducatamente nel cortile comune non hanno nulla a che fare con la nostra famiglia. Senza negare che a mia madre i rossi fanno impressione. Che a dirla tutta, guardando me, si sente in colpa. Sono sua figlia e non le piaccio proprio per niente. Lei l’ha sempre detto che sono bruttini. Che i rossi… Ora non può rimangiarsi quello che ha detto anche ai vicini. A parte il promettere di diventare bruttina, già ero diversa prima ancora di affermarlo. E’ stato così che ho deciso che se avrò altri fratelli saranno tutti rossi. E con i rossi, si sa, non è facile trattare; lo sanno tutti, persino la saggezza popolare. Comunque così ho già messo in chiaro le cose. Fin da subito. Una volta per tutte. Non mi potranno dire che… non lo sapevano. Ma neanche che erano impreparati. Potevano capirlo, ma sembrano far finta che il problema non sia loro.
Eppure sembra tutto così semplice. Io sono io. Le mezze misure non mi piacciono. Tutto sommato farò sempre i conti con la mia incapacità di scendere a compromessi. Mica che non ne accetterò. So bene che sarà impossibile, ne andrebbe della mia sopravvivenza… ma adattarmi, che fatica! Che poi alla fine è una inutile fatica perché prima o dopo schizzo fuori come da una pentola di acqua bollente. Per esempio io non imparerò mai  a dire bugie. Per me le cose sono come sono. Sono certa che ne sono già al corrente, anche per quel nome che mi hanno legalmente attribuito. Certo poteva essere semplicemente un caso. Che poi se fai un figlio lo battezzi con un nome che significhi qualche cosa. Così almeno credo io, ma forse mi sbaglio. Glielo avrei anche detto, solo che ancora non parlo come loro. Benedetta ignoranza degli adulti. Quando una bimba nasce te li trovi lì, e sembrano capire tutto di te. Le somiglianze. Il destino. Sono loro i grandi e sei tu che devi imparare la loro lingua, il loro stupido modo di comunicare.
Mio padre poi mi ha sempre preso sottogamba. “E’ nata una femmina? Un’altra seppiolina!” Con quello mi ha marchiata. E a fuoco, direi io. La cosa mi dà un casino di fastidio. Mi brucia proprio sulla pelle. Dire a me che sono un pesce tra tanti e che per di più lascio in giro una scia di nero, per l’appunto “seppia”… Insomma questo già me la sono appuntato. Io non sono una seppia. Io glielo farò vedere bene cosa sono. Certo che a dirla così mi si potrebbe prendere per una presuntuosa. Cosa che per la verità non è nel mio stile. A rigor di logica non dovrei nemmeno chiedermi cosa voglia dire essere bambina, femmina. Tanto meno cosa significhi essere femmina in mezzo a tante. E in verità non vorrei nemmeno sapere. Sono qui per spiegare a tutti che non sono né maschio né femmina e che non mi si deve confondere. Io sono solo persona e la persona che sono. E tanto per cominciare che mi levino queste scarpette rosa ridicole. E si tengano pure i sonaglini e queste loro paroline incomprensibili, mica hanno a che fare con una mentecatta. Insomma io sono solo realista e se devo essere sincera, mica me li sarei mai aspettati così sprovveduti e impreparati.
Mia madre, quella santa donna, mi guarda con occhi incerti e apprensivi; come sempre rattristati. Lui, quel padre, non si è nemmeno fatto trovare all’appuntamento. Io arrivo puntuale, vado direttamente a casa e lui nemmeno c’è. Che impreparazione. Che poi non sarà l’unica volta. Io intanto, anche questa me la sono segnata. Tutti i nodi verranno al pettine, prima o poi, e so che in qualche modo la sconteranno. Anche se non gli ho promesso una vera vendetta ma segnarmi “la pagherai e ti costerà cara” ha il sapore di un piccolo editto; di un impegno. Non è solo un banale slogan politico. Mi ero impegnata a sistemare fin da subito quella vita. Non posso rimandare quello che va fatto. Ho bisogno del mio spazio e della mia autonomia. Mica basta dipendere per un cambio di pannolini sporchi. Se era per me l’avrei detto subito: “faccio da sola!”.
Mica è colpa mia se ci sono difficoltà di comunicazione. E poi non sopporto questi ritmi. Le poppate all’ora stabilita. Ma chi l’ha stabilita quell’ora? E poi le ingiustizie, mica le puoi avere sotto gli occhi, e stare zitta. Non devono parlare di me senza di me, senza la mia partecipazione. Un attimo di tempo suvvia. Poche pippe. Lasciatemi per cortesia il modo di organizzarmi. E’ stressante. In questo mondo c’è fin troppo da sistemare. Bisogna cominciare subito, e dalle cose minime e più immediate; indispensabili. Gli impegni non mi hanno mai messa in ginocchio. Anzi la lotta mi dà l’adrenalina. E se mia madre fa la vittima non ho intenzione di farlo io. E se lei ama farsi compiangere io preferisco compiangere e lottare perché la mia filosofia è: “la miglior difesa è l’attacco”. Meglio una donna risoluta che essere assunta come domestica, ancor prima di cominciare. Poppo latte e autodeterminazione. Magari non sono ancora una vera marxista e il mondo non è solo bianco o nero cioè rosso. Sia detto per inciso che considero già l’uso del biberon molotov. E alla tetta preferisco… beh! lasciamo andare, sarei troppo piccola per pensare già al bello della vita. Comunque preferisco il dito.
Non che provi solo rabbia, anche se…. Che poi di seno sono stata sempre scarsa fin ad oltre la mia maggiore età. Ma di certe cose se ne può fare a meno. Poi arriva un momento che capisci che può esserti utile. Allora decidi. Lascia che cresca pure quello, che male non fa. E ti trovi con un paio di tette che non sono né troppo piccole né troppo grandi. Giusto per non dover invidiare niente a nessuno. Dal punto di vista fisico mi voglio organizzare due o tre cosette, niente di speciale. Innanzi tutto una faccia che non lascia adito a dubbi. Tanto per far capire subito che non ho tempo da perdere in fronzoli inutili. Due occhi che parlano ancora prima che lo faccia la mia bocca. E poi ancora questi capelli usati come una bandiera.
Mio padre, come già detto, non ne azzecca una. Assente quando deve esserci e presente quando tutti potrebbero farne a meno. Poi mia madre, la vittima predestinata, grande narratrice di silenzi. Così fin da subito ho deciso che in famiglia un ordine lo devo fare io, altrimenti nessuno ci pensa. Escludo a priori mio fratello, il primo nato, fin dall’inizio un inetto. Più grande di me solo perché nato prima. La testa da… da… insomma da neonato, e neonato per di più maschio. Nato per rompermele e per essere geloso. Di cosa, mi chiedo, che non abbiamo nulla. Lo guardo torvo e lui, pensando di dispiacermi, mi ruba il ciuccio. Ci vuole ben altro per preoccuparmi. Mai stata capace di prendermi una brutta abitudine. Per me niente ciuccio, niente alcool, niente fumo e tanto meno spinelli. Robe da ragazzini. Ma basta alzi la voce che me lo restituisce, con quegli occhi da non sono stato io. E’ facile prevedere che non combinerà mai niente di buono. Se un uomo pensa che basti una cuccia per conquistarti dimostra da subito che non capirà mai nulla delle donne. E’ destinato ancor prima di cominciare ad essere vittima e servo. E poi a guardarlo bene non sembra avere gli occhi così svegli. Non posso certo contare sul suo di aiuto. Così quando comincio a usare il suono della mia voce non è certo per dare una bella prova di canto né per intrattenere la platea. Non sono solo urla minacciose ma già le mie giuste e sacrosante rivendicazioni: “libera in un mondo di liberi”.
Il problema è che fin dai primi giorni mi son fatta fregare dagli slogan che si stanno preparando nell’aria; cose come: l’amore libero. Io sarei d’accordo, come si può non esserlo, ma che cavolo vuole dire? Mica mi è chiaro. In fin dei conti non ho che pochi giorni. Cosa vuol dire ancora non lo so. Uno può essere convinto e abbracciare una giusta teoria anche se è una schiappa con la pratica, no? Io il cuore ce l’ho, qualcuno dice che ne ho fin troppo. E il troppo, come si sa, stroppia. Chi ne ha troppo, di quello, è sempre come una barchetta in un mare in tempesta. Tu dai e gli altri si prendono e poi si prendono anche quello che non dai. E’ una legge di mercato, semplice semplice. Così il mio fratellino si ciuccia il mio ciuccio e a me non resta che succhiare assieme al mio dito pollice pure la rabbia che gira nell’aria. Forse, come detto, sarà proprio questo la causa di tutto. Questo fratello inadatto spera di togliermi il coraggio con le sue sopraffazioni ed io divento sempre più radicale: mi batterò per i più deboli; sempre. E’ questa la mia missione.
Mi capiterà di imparare, successivamente, che a prendere a schiaffi il mondo da sola, un po’ è anche come prendere a schiaffi me. Non accetterei comunque mai di essere un’altra. Non che non ci sia di meglio. Ci sono certe mammolette piene di moine. A quelle si perdona tutto. A me fanno un po’ di ribrezzo. Mai che si possa fare una bella scazzottatura con loro. Ché a fare a pugni non è cosa da bambine. Io, ad essere bambina, ci ho rinunciato da mo’. Ma poi chi l’ha detto che basta una faccia da fesso per fare un maschio? Magari, come dirà lui: vinci qualche battaglia ma perdi tutte le guerre. Ma l’importante è combattere. Meglio se dalla parte giusta. Peccato non sia quasi mai quella del vincitore.
Tanto per la storia chiamerò questo mio fratello Ernesto, perché chiamarlo con il suo vero nome mi sembrerebbe una parolaccia. E’ offensivo per tutti quei poveretti che hanno avuto in destino la sfortuna di vedersi imporre lo stesso nome senza avere nessuna colpa. Per di più sono convinta che nessun nome dovrebbe essere imposto senza l’avvallo del suo possessore. Soprattutto quel nome. Primariamente perché in Italia la monarchia è assente da un pezzo. Persino lontano dall’anno della mia nascita. Senza scordare che nessuno nasce più re come nessuno nasce suddito. Ora capite perché quella bambina, ritratta nella foto il giorno del suo genetliaco, ha deciso fin da allora che da grande avrebbe tenuto un blog? E che non le avrebbe mai mandate a dire?

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  1. Bello, Bello bello!
    Ti va di passare nel mio blog?
    Non ti costa nulla dai!
    http://everypartsofme.wordpress.com/

    Passate in Tanti Tanti Tanti!!!!!!

  2. Azz… che bestiolina puntigliosa, neanche nata e già sapeva che avrebbe rotto le palle.
    Certo che il mondo riserva grandi sorprese, come è anche ricettacolo di infinite cose da mettere a posto. Lei lo sapeva. Brava. Ma le chiederei anche cosa è riuscita a sistemare in questa realtà. Poverina, non sapeva a cosa andava incontro. 😀

  3. Marò, che sguardo da punteruolo.
    Il povero fotografo ne è uscito indenne? 😀

    • Io che non sono di parte (;-)) posso testimoniare su ciò che mi sta più a cuore, l’inter, che non è tanto del fotografo che ci si è dovuti giustamente preoccupare. E’ la vita che non ne è uscita indenne; parola di vittima.

    • @Mad, gia’ stava mostrando a tutti che non c’era da scherzare con lei 😉
      Sei la mia ispirazione, Ross, non scherzo, il modo con cui hai affrontato la vita e ti sei ricostruita…
      E stasera mi faccio sentire perché ci sono delle belle notizie 😉

  4. Vuoi forse dire che non sono parte della vita? Per concestare le sai fare bene. Forse sono un po’ masochista. Insomma… se il buon giorno si vede dal mattino… Forse è meglio ammazzarle da piccole, con i peli … (in quel posto) a batuffoli.

  5. Splendido post pieno di grinta, determinazione e voglia di lottare.

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