Mario

Vivere le favole

In La leggerezza della gioventù on 16 novembre 2010 at 5:00

Non ci si pensa mai quanta importanza possono avere le favole nella vita dei bambini. Non pensandoci, poi, si rischia di usare questi raccontini fantastici per giocare con loro. Per farci belli delle loro paure e dei loro stupori. Io ci sono stata sempre molto attenta. Sarà che da bambina ero molto ricettiva. Sarà che da grande mi venivano in mente i timori che la magia delle favole mi trasmetteva.
Così evitai di raccontare a mio figlio alcune favole ansiogene e anche di fargli vedere dei cartoni animati struggenti. Poi in verità se le sceglieva lui e me le faceva ripetere fino allo sfinimento. Tutto sommato, le sue scelte, erano affascinanti. Come se avesse un radar incorporato si dirigeva sempre su racconti, favole e cartoni animati che vedessero elevare la condizione miserevole ad una condizione migliore. Amava la favola “I musicanti di Brema”. Certamente partecipava alla sorte di quei poveri animali stremati che “uniti nella lotta” per la sopravvivenza riuscivano a sconfiggere i briganti odiosi. Per televisione faceva scorrere sempre il film animato “Robin Hood” di cui conosceva tutte le battute dall’inizio alla fine e, in età adolescente, con il suo primo gruppo musicale, aveva trasferito, in una cover, la canzone “Robin Hood e Little John van nella foresta…” a ritmo ska.
Ma la sua favola preferita era la storia di un personaggio mitologico che risponde al nome di Ulisse. Conoscendo a priori l’esito del suo viaggio (in quel momento mi sono guardata bene dal citare l’Inferno dantesco), che a parer suo era felice e non lasciava dubbi, poteva abbandonarsi con curiosità alle avventure, sapendo che nulla avrebbe potuto sconfiggerlo.
Mi guardai bene dal fargli vedere la tristissima storia di Bambi, la fantastica storia di Alice nel Paese delle Meraviglie (che mi ha sempre spaventata), e l’ho sempre tenuto distante dalle zuccherose favole che contemplavano la presenza di un Principe Azzurro rincoglionito.
Io non avevo nella mia infanzia narratori di favole. E forse era anche un bene, perché io le favole le vivevo sulla mia pelle. Avevo solo un fratello maggiore che tentava sempre di spaventarmi con racconti estremi. Ci trovava gusto a farmi piangere, proprio perché non ci riusciva quasi mai. Piangevo lacrime disperate solo di fronte alla morte, concetto difficile da accettare per un bambino. Piangevo la perdita di madri di carta e animaletti di parole. Odiavo la cattiveria sia che fosse umana che fantastica, tipo streghe o maghi indiavolati. Non sopportavo chi ingrassava i bambini per poi mangiarseli o chi abbandonava i figli nel bosco, nella speranza che fossero divorati o persi. Non credevo nei cacciatori che recuperavano dalla pancia dei lupi nonne e nipotine. Ero schifata dalle principesse senza personalità che avevano bisogno di baci o nozze con principi stucchevoli per redimersi l’esistenza. Insomma come credulona non ero un gran che e poi non reggevo nemmeno lo stress di certi racconti. Ancora oggi davanti ad un film di grande suspence, mi devo alzare per cercare qualcosa nel frigo, che non è detto si faccia trovare.
Uno dei racconti che mi facevano singhiozzare di più nella mia infanzia era la lettura del ritorno di Peter Pan alla casa dei genitori. La finestra chiusa che non permette al piccolo Peter di tornare tra le braccia della mamma, ormai già occupate dal nuovo fratellino. Ma che crudeltà! Non vi sembra una spietata vendetta per il peccato minimo di un ragazzino scapestrato? Non ci stavo allora, come non ci sto neppure ora. Le ingiustizie non le ho mai digerite.
Così per i miei piccoli ascoltatori, figlio e nipotine varie, ero una narratrice innovativa, evitavo tutto quello che mi aveva offeso nell’infanzia e inventavo storie di folletti irlandesi un poco matti, beoni e simpatici e di fantasmini irriverenti e ribelli che finivano sempre per spaventare i “cattivi” e pronti a fare comunella con i bambini. Ridere era l’imperativo. La fantasia scabinata e l’immaginazione al potere. Sovvertire il sistema delle favole che “dominano” i bambini con una nuova democrazia dei sogni. Insomma, per dirla in breve, non avrei mai letto, a nessuno, niente del Maghetto Harry e dei suoi amici. Mica è simpatico. Lo trovo triste e gotico come un castello sperduto nelle nebbie della brughiera inglese. Insomma accendiamo il sole nelle notti dei nostri figli. Sai quante meno volte ti capitano a letto con le scuse più strampalate. Se sai vivere le favole perché non scegliere le più belle ed edificanti. Ci sarà la realtà ad angosciarti abbastanza. La fantasia è il rifugio per disintossicarsi da una vita insidiosa. Ricordo una cosa strana, da piccolo sentivo spesso mio figlio borbottare e sghignazzare, qualche volta addirittura ridere di cuore perduto nei suoi sogni. Questo suono mi rendeva serena, ma forse non c’era nessuna correlazione con le mie favole e le sue risate, o forse sì. Un giorno glielo chiederò. 😉

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  1. Sì! decisamente sì. C’è bisogno anche di favole. E non solo da bambini. Ho sempre creduto che le donne raggiungano molto presto una consapevolezza ed una maturità che l’uomo fatica a raggiungere, se mai lo fa. Ed è bella questa loro capacità di “difendere” i loro figli. Di creargli un mondo intorno. Di cercare di renderlo perfetto. Già! lo so. Non è da tutti né per tutti. In fondo torno a ripetere che resto convinto che la vita sia poi un insieme di casualità. Ma è stato molto bello leggerti. E rilassante. Quel giorno forse lui non troverà risposta. E’ anche così che vanno le cose. Ma vale la pena chiederlo. Soprattutto credo sia valsa la pena farlo.

    • Sì, ci si nutre di favole e di sogni, senza questo nutrimento non si riesce a stare a proprio agio nella realtà. Io ritengo si tratti di una ginnastica utile per lo spirito e per la capacità di inventarsi un futuro.
      Sì, certo le madri cercano di difendere i loro figli dalle cattiverie e brutture del mondo, ma anche su questo bisogna fermarsi in tempo, non si può risolvere la vita per loro, si può solo cercare di dar loro gli strumeti per riuscire ad affrontare la vita. Forse questo è la parte più difficile del compito di madre. Sapere il confine tra quello che puoi fare e quello che devi lasciargli per incoraggiare la sua autonomia.
      Poi i figli vengono su come credono. Semini progetti ed idee nel loro terreno ancora vergine e a volte escono germogli mutanti. A volte li senti vicini a volte molto lontani. Ma anche questo fa parte della vita.
      Sì, chiederò un giorno a mio figlio cosa pensa di sua madre e lo stimolerò a dirmi dove ho fatto bene e dove ho toppato. Non mi servirà per educare un altro figlio perchè ormai sono fuori tempo massimo, ma almeno proverò a capire meglio come deve essere un sano rapporto tra esseri umani.
      Comunque è valso la pena farlo e di questo sono felice.

  2. Mah…. da piccola mia nonna mi leggeva le “Fiabe italiane” di Italo Calvino dove squartamenti, mutilazioni, tradimenti, guerre e violenze varie erano tutto sommato descritte in maniera piuttosto diretta.
    In alternativa c’erano pur sempre i miti greci a deliziarmi. Non ti dico con la storia della nascita di Atena che razza di costruzioni mentali mi ci son fatta sopra ai tempi…….
    Il fatto che mi venissero raccontate storie in un certo senso “fuori target” per la mia età non mi ha lasciato traumi o inquietudini particolari.
    Penso d’aver avuto un’infanzia mediamente felice, ma forse dipende anche dal fatto che, di mio, non sono mai stata una capace di sognare granchè.
    In compenso, il principe azzurro rincoglionito non è mai entrato nei miei pensieri.
    E non mi sono mai infilata a tradimento nel lettone dei miei.
    Se passavo un periodo inquieto al massimo andavo a dormire sul divano, ma sempre per conto mio. Ferocemente territoriale.
    Dell’ “addestramento nonnesco” mi è rimasta (oltre ad una decisa intolleranza verso le “biancanevi” e le “belle addormentate”) una solida propensione per le storie crude e decisamente “noir” dai finali aperti, dove i confini tra bene e male sfumano indefiniti, dove anche il “lieto fine” si tinge di amaro e l’agognata felicità non è così perfetta o scontata.

    • Come al solito provo fascino e rispett per quella strana nonna che hai avuto. 🙂
      Questo spezzone di vita che mi hai descritto è particolarmente significativo, come ho inteso su altro post, si è il frutto di generazioni di persone con le potenzialità e l’esperienze che le hanno formate. Tu da quella nonna e da quella madre hai avuto un grosso tributo non credi?
      Io ho sempre avuto un’immaginazione inesauribile, ho ascoltato favole e successivamente letto libri e racconti proiettandomi dei film più realisti del re.
      Persino le semplici parole mi coinvolgono neanche fossero dei puntaspilli nella mente.
      Non reggevo Alice nel paese delle meraviglie con quelle figure un po’ malignette del gatto mammone , del coniglio e del cappellaio matto e di quelle pozioni che beveva pur sapendo che le avrebbeo nuociutoi. Non che io non subisca il fascino del “malignetto, e magari la cusiosità su fare cose proibite, ma un discorso erischiare un altro e sognarci sopra. Preferivo altro e così mi sono regolata.
      Certamente le favole di calvino avrebbero potuto essere una buona alternativa, ma davvero troppo ansiogenere, arrivai a leggere i racconti di Benni che non eano favole, ma certamente la storia della balena innamoratadel capitano, la storia del giovane Prontosoccorso motociclista sfortunato oppure quella del bare sotto il mare, per mio figlio erano spunti mica male.
      Come ben vedi i lieti fini non li amavo nemmeno io, preferivo i finali aperti, ma possibilmente incoraggianti di schiavi che diventano uomini liberi, di poveri che cambiano la loro condizione, di stupidi che che finiscono nella merda… insomma la redenzione umana attraverso intelligenza ed etica, mai il contrario.
      A quanto il prossimo raccontino? 🙂

  3. Mettiamola così: la mia vita è piena di donne immense e talvolta ingombranti.
    Una sorta di matriarcato perpetuo in cui sei costretta a confrontarti con varie versioni di te stessa perfezionate dall’esperienza.
    Il debito che ho con queste donne è grande: mi hanno insegnato a nuotare ferocemente, ostinatamente controcorrente. Senza curarmi troppo dei costi che questo comporta. 😉

    Il prossimo raccontino è rimandato a quando il mio lavoro mi consentirà di staccare il cervello dal presente in maniera adeguata.
    Altrimenti rischieresti di trovarti in mano una miserabile lista delle caratteristiche tecniche del malefico bruciatore. 🙂

  4. Io ho sempre nuotato nelle fiabe, sono una sognatrice, e forse anche un’ingenua.

    Le fiabe che non ho mai amato sono state quelle del libro Cuore, di cui mia madre era appassionata e che ci leggeva singhiozzando, mentre noi non ne potevamo più di sentirla lacrimare né di ascoltare quei polpettoni abbastanza inverosimili.

    Molto meglio la mia nonna medium, con le sue storie ultraterrene, spiriti, fantasmi e affini, storie incredibili e coinvolgenti, testimonianze di esperienze paranormali e via dicendo.

    Io, da parte mia, ho fatto il pieno di fiabe con le raccolte mi pare della Fabbri, una marea di tomi di favole classiche e moderne, racconti e leggende di tutto il mondo: e queste, vi assicuro, hanno fatto anche cultura.

    Poi, con l’istruzione classica (ma aveva cominciato ben prima la mia maestra delle elementari), i miti greci, e lì ci ho sguazzato e ci sguazzo ancora, e sono decisamente le prime (e forse uniche) storie con cui ho dilettato mia figlia: eh sì, l’Olimpo è decisamente il mondo in cui ho vissuto la mia infanzia, e in cui ho fatto vivere mia figlia.

    “Alice nel paese delle meraviglie” invece non l’ho mai particolarmente amata, ma il principe azzurro, ahimé, confesso, l’ho sempre aspettato (e forse non ho ancora smesso 🙄 ).

    • Guarda però che i principi azzurri almeno nel mio immaginario sono tutti rincoglioniti eh!.
      Ne hai mai sentito parlare uno? A parte portare a passeggio baci e scarpette di cristallo non avevo altro fascino, tranne che un bel faccino, un vestito ridicolo e un reame da ereditare non appena il vecchio levava le tende.
      Ci fosse un po’ di sano realismo 😉
      Va bene dai a te diamo i principi “trote” e a noi i ranocchi veri.
      Un caro saluto

  5. Vado controcorrente, con MadDog. non ho mai filtrato nessuna favola o racconto ai miei figli (a parte l’eccezione che diro’ dopo). Adoriamo Peter Pan, la storia originale pero’, non quella filtrata da Walt Disney, quel fantastico racconto di J.M. Barrie dove Peter non viene rinchiuso fuori dalla madre ma semplicemente sceglie di vivere in Neverland perché il mondo degli adulti e’ infame. Perché J. M. Barrie era Peter Pan.
    Come sai gia’ dal mio blog io ho adorato Alice. E tutti abbiamo adorato Harry Potter. Lo adoriamo tutt’ora. Ci piace la magia, gli Ippogrifi, le streghe che poi tanto streghe non sono.
    Ho raccontato ai miei figli la mitologia irlandese. Che non contiene folletti beoni. Quella che contiene principi infelici che muoiono per amore (ed il nome di uno di questi e’ finito a mio figlio). PAdri che si tormentano di disperazione perché streghe gelose gli tramutano i figli in cigni.
    Metafore di vita, la vita che dovranno affrontare.
    Le uniche cose che gli ho risparmiato sono le favole dei fratelli Grimm. Le metafore di abusi sessuali su bambini (Cappuccetto rosso) e suicidi di donne depresse (La bella addormentata nel bosco). Quando saranno adulti se le leggeranno loro.
    Bellissime le favole di Calvino. Quelle saranno le prossime che gli “imporro'”: non appena impareranno a leggere l’italiano in modo decente 😉

    • Per fortuna i gusti di ogni persona si distinguono da quelli di altre. Così almeno la fabbrica delle favole non chiude mai ;-).
      Non ho dubbi che la fantasia percorra le strade che preferisce. Quelle più stimolanti e vicine ai propri canoni di immaginazione.
      E’ un po’ come cantare o ascoltare una ninna nanna. Mia madre usava una nenia ripetitiva che ti faceva addormentare solo perchè non ne potevi più di sentirla mugolare. Mio figlio se aveva sonno si sottometteva, ma se aveva voglia di coccole e fantasie veniva da me e mi diceva “Mamma, canta” e sapevo che voleva sentire canzoni che lo facevano perdere nell sue fantasie. Quella che preferiva era “Geordie” di Fabrizio De Andrè, ma non disdegnava “Samarcanda” senza contare che non buttava via qualche filastrocca tipo “La formicuzza” o similare. Più vicino al sonno si rilassava con vecchie canzoni di Joan Baez o dei Beatles. Ancora oggi mi dice: “sono l’unico della mia generazione che conosce l’opera omnia degli anni 60. Mi hai tirato su a pane e Beatles.”
      Pur se sembra un altro argomento io credo non lo sia. Si educano i figli a molte cose. Si interviene nella loro crescita facendoli camminare insieme a te attraverso vari mondi famntastici e non. Un esempio è che amando molto il cinema, ho condotto allo stesso gusto mio figlio. All’inizio i bambini si fanno conquistare dalla trama e si disperano se gli eroi o i protagonisti subiscono avversità oppure addirittura la morte. Però se insegni loro la differenza tra realtà e rappresentazione. Insomma che gli attori fanno finta di essere altro e non muoiono mai, almeno non veramente nei film, accettare diventa più facile.
      Ovviamente nche i film vanno sceltio, come vanno scelti gli spettacoli televisivi e va insegnato subito l’analisi e la “critica”. Così gli ho fatto sorbire persino tantissime pubblicità delle quali analizzavamo la capacità dell’immagine di veicolare il messaggio pubblicitario. Ma anche questo è un altro discorso.
      Per le favole non avendo avuto dei narratori di riferimento, mi sono basata sul mio gusto, giusto o sbagliato che fosse. Non mi sono mai piaciute le magie che non si potevano tenere sotto controllo. Ho preferito i racconti dei miti positivi. Poi i gusti si raffinano e si può affrontare anche qualcosa di più complesso, ma all’inizio anche, ma non è il mio caso, la storia di Gesù più andare raccontata 😉

  6. Vivere le favole e/o Vivere la favola
    🙂
    E’ imbarazzante. Su cose ho una memoria precisa e circostanziata. Su altre la memoria non ricorda assolutamente nulla. Forse anche per una questione temporale. Non ho ricordi di mia madre che mi legge le favole. L’unico ricordo è di mio padre che ci legge “Il piccolo alpino” e la cronaca del processo “Montesi”. E ricordo la nonna paterna raccontarmi una favola probabilmente solo sua. L’ho più volte riportata senza trovare nessuno che la conoscesse. E ricordo di essermi appassionato presto ad una lettura indipendente ma non di aver letto molte favole, ovvero nessuna. Eppure le conosco. Qualcuno dovrà certo avermele lette o raccontate. Ma… il vuoto. Quando mi è stato chiesto di inventare lì per lì una favola mi sono trovato ammutolito. Eppure io vivo delle mie storie. Si affollano in continuazione nella mia testa, come un rumore di fondo. Anche mia figlia se le inventava che aveva appena cominciato a camminare. Abbiamo bisogno delle favole? E’ questa la domanda. Ma ritengo bello che una madre arrivi a questa “cura” nei riguardi dei figli. Ringrazio Ross di avermelo ricordato. E mi complimento con lei per come ha vestito la cosa. Ce ne sarebbero di osservazioni da fare…

    • Grazie per i complimenti, ma ho lanciato solo uno spunto su cui ho riflettuto. Come vedi dai commenti ogni persona ha la sua esperienza.
      Non si nasce raccontatori di favole, io per esempio adattavo la favola alla persona a cui la raccontavo. Cominciavo con una parola e attorno a quella si formavano altre parole ed immagini. Ovviamente alla nipotina più apprensiva e sensibile, raccontavo cose che la rilassavano e la facevano ridere. A quella più concreta la facevo sognare di stimoli e fantasie. Poi mi dimenticavo cosa contenesse la favola, perchè stranamente le avventure dei personaggi non finivano mai e mi scordavo sempre dove ero arrivata. Credimi, io scordavo, ma i miei ascoltatori sapevano sempre il punto preciso dove mi ero fermata e cosa fosse successo prima.
      Non è una grande qualità e solo il prolungamento della fede nel racconto, nella lettura dei libri e nel linguaggio delle immagini.
      Comunque grazie per la stima
      Ross

  7. Solo… comincia a pensare la mia favola, cioè la favola per me.
    Mi piace l’approccio brechtiano che hai usato. Non ne so fare tesoro. Io mi emoziono, partecipo, persino con i miei personaggi. Arrivo a fare il tifo per te, e lo sai, anche con il tuo passato su cose che in quanto appartenenti al passato sono di per sé immutabili. Cerco di riscriverlo, quel tuo passoto. Ci fantastico. Poi mi limito a ricordare quella parte, del passato, che ci è comune. Lì non mi serve sognora, cercare di cambiarlo. Lì tutto era già un sogno e basta raccontarlo così com’è stato. Un bacio. 🙂
    P.S. sei una donna molto fortunata. Poi ti racconto perché.

  8. Toc toc, si può?

    Passeggiando di qua e di la per le vie del web, mi sono imbattuto fra le righe di questo interessante blog.

    Scrivo per passione con lo pseudonimo di Josè Pascal (figlio del fu Mattia Pascal e Ederì Buendìa discendente del grande colonnello Aureliano Buendía).

    Al che mi chiedo: ti va di arricchire la mia scatola di latta con le tue idee e semplici storie?

    Spero di ricevere tue notizie e che la vita ti sia gaia.

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