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L’angolo

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù on 15 novembre 2010 at 7:00

Foto in BN di Rossana, Giovanni e Gabri di spalle che escono da Piazza San MarcoE gli attori se ne vanno. Con una voce fuori campo. Perché il presente è già passato. Anche se sono ignari che stanno già scrivendo il futuro. Se ne vanno giovani. E nessuno cala il sipario. “Vengo subito”. Perché i giovani non tornano mai indietro. Così vanno. Incuranti Non per uscire dalla scena. Semplicemente per continuare. Si allontanano parlando. Nel chiacchiericcio vanno. Proprio come nella foto. Quella al centro, come sempre, è Rossana. A destra c’è Giovanni. Non è facile ma forse prestando molta attenzione si può ancora sentire la sua voce forte e profonda. Quella a sinistra naturalmente è Gabri. Lei sembra sempre divertirsi anche a quello che dice. Lo fa persino quando gli è dolente dirlo.
Se ne vanno a farsi ingoiare da Venezia e dalle sue calli. Da quell’unica piazza. Per lasciarla. Per poi fermarsi e ripartire. Per lasciarsi dietro le spalle il momento, la beffa, la provocazione, la spavalderia. E con loro me ne vado. Con difficoltà, comunque. Con un piccolo dubbio e una residua testarda paura. Per essere stupido ancora. E stupito. Solo un attimo dopo. Parlarne, e pensarci perché è bello farlo. Per poi parlarne ancora. Finirò mai di dirlo? E pensare a quello che non si può dire. Il nostro amore era cominciato. Non c’era bisogno d’altro. Ma era davvero cominciato? Avremmo saputo riconoscerlo? E dircelo? E salutammo gli amici. Come ogni sera. Li salutai per accompagnarla. Dando loro appuntamento a dopo. Ad un dopo. E ci fingevamo indifferenti. Come tutto fosse come prima. Come sempre. Non lo era. Non lo sarebbe più stato. Ed ero comunque impaziente.
Con tutto dietro. Era passato il momento in cui ero riuscito a chiederle “posso accompagnarti”? Ricordavo quell’ansia. L’attesa della sua risposta. E’ tutto così semplice. Lo è dopo. Ed è tutto così complicato. Sempre. Perché avevo bisogno di quel timore per godere appieno il suo sì. E dopo era divenuto naturale. E in seguito l’avevo accompagnata ogni sera. Tutte le sere. Ed ogni sera era divenuta uguale ad ogni altra. Per aspettare quel momento. Ma solo in quello. Il saluto agli amici. “Ci vediamo”. Il breve tratto fin sotto casa sua. E qualcosa che rimaneva sempre in gola. Quell’avere ancora troppo da dirci. Per fermarci sopra quel ponte. Perché tutti sapevano ma solo noi, io e Rossana, non sapevamo. Fermarci a parlare anche per guardarci. A innamorarci di quel parlare. Ma ancora non avevamo trovato le parole.
E poi scendere quel ponte e trovare un angolo. Per un’intimità che non bastava mai. Per poter continuare a farlo. Per stare. Per dare a quelle parole, a quel nostro parlare, un minimo di privatezza. Perché non ci potesse vedere suo padre. E forse avremmo voluto che non ci potesse vedere il mondo intero. Né nessun dio. Certo che i ragazzi che si amano lo fanno contro le porte della notte. E non si nascondono solo all’amore. Sono sempre soli, loro. Soli al mondo. Proprio come avevamo imparato ad esserlo noi. E si divorano di egoismo, i ragazzi. Innamorati con la crudeltà del bisogno di piacere. La curiosità che insegue l’egoismo di baci. La fame di baci. Ed eravamo incapaci di dirci quello che avremmo voluto dirci. Desiderosi di quello che non avevamo ancora avuto. Provato. Inconsapevoli.
Forse ci amavamo da sempre. O non ci amavamo ancora. Ma era passata anche quella sera. Piazzale Roma. Con Giovanni ad aspettare il niente. A lottare con la voglia di far continuare il giorno anche nella notte. Pieni di vino. E colmi come sempre di risate e di tristezza. Come tutti i ragazzi. A narrarci vocaboli senza peso. Ad immaginare canzoni. Perché non mi accorgo mai delle cose? Fu lui a veder cadere quella stella. E mi invitò ad un desiderio. Lo espressi nella mente e non glielo confessai. Non perché credessi che questo lo avrebbe reso vano. Non per tenerlo semplicemente per me; caro. Non glielo dissi per pudore. Desiderai di stringere Rossana tra le braccia. Forse non fu nemmeno la prima volta. Ma mi fu semplice trovare il coraggio di confessarmelo.
Da lì non avrei più potuto scordare. E non avrei dovuto attendere molto. Forse solo che si facesse ancora una volta sera. Eppure ancora mi sembra troppo. E poi anche quell’altra sera. Quella con una luna ingombrante. Ingombrante ed impicciona. E arrogante. Una luna ad infrangersi nel canale. Irrispettosa. A non lasciarci mai da soli. Quella stupida sera. Solo ieri sera. Quella di quel mio stupidissimo no. Era tutto giovane passato. Ci aveva pensato ancora lei. E lei a provocarmi. Carinamente a provocarmi. A salvarmi. Tutto in pochi tratti da un quadro espressionista. Una sera per decidermi di innamorarmi. Una sera per cercare di resistere a quell’amore. E una sera per farmi sfidare e poi per accettare di avere l’amore. A volte la vita corre proprio veloce. Ma quel tempo era il nostro tempo. E il mondo era là, bastava afferrarlo.
E’ questa la geografia dei sentimenti e dei ricordi. Che conosce solo gli oggi. Se fa confusione non lo fa per dispetto. Così successe tutto quella sera. Appena giunti al nostro ponte. A pensarci oggi ancora non lo so. Nemmeno lo so dov’è Sedan. Non precisamente. Non mi son mai ricordato di guardare. Le cinsi le spalle con le braccia. Prima il sinistro e poi il destro. E poi conquistai le sue labbra. Mi aveva già detto sì con quel suo no. A Rialto. Lei non si ritrasse. Erano proprio così: morbide. Come le avevo immaginate. E ancora un poco intimidite. Anzi, pensai che stranamente la credevo più esperta. Non riuscivo a concentrarmi su niente. Non riuscivo che ad ascoltare quel bacio. E la stringevo più forte. E il suo corpo si abbandonava completamente tra le mie braccia. Si faceva senza peso. Si lasciava sostenere. Si faceva come vuoto.
La testa inclinata. I capelli a sfiorarmi. A solleticarmi. Sospirò. Era come se dicesse “finalmente”; solo un attimo prima che potessi farlo io. Se mi fosse grata. E mi ringraziasse. Era come se in quel momento stessimo scambiandoci le parti. Ed era così tutto completamente incredibile. Ci trascinammo più in là. Senza staccarci. Con la paura di perderci. A cercare un angolo più appartato. L’ombra. L’ombra dei ragazzi che si amano. Un angolo buio in cui nasconderci. Un posto solo nostro. Il ventre della notte. In cui rifugiarsi dopo quel primo bacio che avremmo voluto non finisse più. Che ci aveva dato il bisogno di farlo seguire da un altro. E da un altro ancora. Per scoprire che non ne saremmo mai stati sazi. Prima di dover tornare a malincuore con le labbra e la mente piene di lei. E quell’angolo è ancora lì. E’ sempre stato lì.

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  1. Quell’angolo nascosto e pieno di fascino chissà quanti baci ha conosciuto… forse anche no. Si sa che alcuni luoghi sono speciali solo per alcuni. Ci ripassai poche volte e solo perchè ci volevo passare, forse per ricordare, forse solo per provare ancora quell’emozione. Era cambiato o forse non era cambiato per niente. L’ho trovato meno intimo, meno solitario. Ora l’hanno voluto illuminare pienamente, Ha sicuramente meno fascino. ma quello che ha conservato il fascino è quella storia… quella che andiamo raccontando giorno dopo giorno.

  2. Peccato, temo di non poterti dare il numero. La mia memoria non mi conforta in ciò. Diciamo circa pressapoco molti. Non quanti quelli non dati. Sottroscrivo una per una le tue parole e le faccio mie, ma già lo erano: “Ci ripassai poche volte e solo perchè ci volevo passare, forse per ricordare, forse solo per provare ancora quell’emozione”. E ho sempre ritrovato lì quella emozione. In modo struggente. Lo sai, ancora oggi… Nel frattempo un pelino siamo cambiati noi e sono cambiati i protagonisti. Io credo invece che non l’hanno cambiato nemmeno con la luce. E’ rimasto lì ad aspettare quei due ragazzi. E loro, dopo tanti lunghissimi anni, sono tornati lì e sono tornati ragazzi. Finirà mai il racconto?

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