Mario

Si è giovani una volta sola

In La leggerezza della gioventù on 11 novembre 2010 at 9:00

Che si è giovani per un ristretto periodo di tempo e che lo si è una volta sola, questo, da giovani, non si sa. Si pensa di essere eterni e onnipotenti. Piccoli dei che popolano il mondo. Si va in giro con l’aria un po’ annoiata, qualche volta ridendo di tutto e schiamazzando, ma è la nostra gioventù che ci induce in errore. Tu lo stai facendo e già non lo sei più. Sono i riti di passaggio. Poi ti dici che te la sei goduta. Che è stato bello. Che di quel periodo ti ricordi tutto. E’ un vezzo che nasconde il desiderio di portarti appresso quel frammento di vita e di volertelo stampare in faccia. Per me non è passato, è ancora così! Ma è un’illusione. Sciocca e mendace illusione.
Io sono stata giovane. Amavo la musica, i libri, l’amicizia e l’amore. E’ stato solo un breve flash perché sono diventata grande anche troppo presto. A quel tempo, ossia nel periodo della gioventù, avevo un’aria da principessa povera. Parevo arroccata nella mia torre d’avorio. Sembravo sicura, quasi stronza, ma non era così per davvero. Lo facevo per difendermi, ma succede spesso quando si è giovani e timidi. Proprio per questo riuscivo ad essere audace, e usavo un po’ di aggressività attinta dal carattere piccantino che mi ritrovavo. Ma per il resto ero un pezzo di pane. Ironica quanto basta. Disponibile con gli altri fino al limite dello sconsiderato. Ero amata da chi mi apprezzava e sfruttata da chi aveva compreso che ero facile da manipolare.
Insomma ero giovane, come tanti altri giovani. Ed ero donna, anche se solo agli albori. Ero cresciuta precocemente in una famiglia dove essere femmina mi precludeva la strada a quasi tutto. A detta loro solo un marito mi avrebbe potuto redimere. E quello per fortuna non avevo nessuna intenzione di trovarlo. Quindi mi era difficile uscire e trovare amici. I ragazzi poi avrebbero dovuto essere un tabù. Mica ci badavo io, ma se uscivo era solo con le amiche, e solo dopo si incontravano i ragazzi.
Quel giorno mi dovevo trovare con Gabri. Solita solfa. Con lei si andava in piazza, a fare lo struscio. Era comodo perché lei in piazza ci abitava. Suo padre era il custode di un’ala delle Procuratie e questo ci dava l’opportunità di andare lì spesso. Io, all’inizio, in piazza non conoscevo nessuno. Ma a quel tempo era facile fare amicizia; come già detto si era giovani e tutto era possibile. Così da qualche mese ci si trovava con Giovanni, amico di Gabri. Lui in piazza ci lavorava, quindi lo si aspettava all’ora della chiusura. Descrivere Giovanni non è facile. Un chiacchierone senza capo ne coda, per niente timido e molto propenso allo scherzo. Ancora oggi è così: sconclusionato e inaffidabile. Il tempo, come quasi con tutti, non lo ha migliorato, ma una moglie un po’ più concreta ha arginato le sue esondazioni.
Per me era un amico, solo un amico. Sapevo che per lui non era abbastanza, ma gli avevo fatto capire che non poteva esserci un di più. Tra parentesi piaceva a Diana che era una cara amica e alla quale non avrei mai rotto le uova nel paniere. Insomma tutto incominciò con Giovanni che voleva sottrarmi agli inviti di altri gruppi di ragazzi per quelle che, a quel tempo, venivano definite “festine”. Niente di misterioso, comunque. Erano delle feste a base di “pastine” e aranciata, e solo eccezionalmente una bottiglia di Vermuth faceva bella mostra sul tavolino. Occasioni per stare insieme. I luoghi erano vari, dal magazzino attrezzato a “carbona” a qualche abitazione di genitori assenti o compiacenti. Bastava poco: un giradischi e dei dischi e, raccolti gli spiccioli, qualche dolcetto e bibita.
Giovanni aveva l’ambizione di fare gruppo a sé. Non voleva perdere le ragazze che aveva conosciuto, quindi si era prefissato di coinvolgere altri ragazzi, per la sua nuova compagnia. Quel pomeriggio appunto io e Gabri, dopo una passeggiata al Lido, stavamo aspettando lui, Giovanni. Gabri mi diceva che le sarebbe piaciuto andare ad un’altra festina del gruppo che avevamo frequentato qualche mese prima, ma io non ci sentivo perché tra quei ragazzi c’era un tale, Nino, con cui avevo avuto una mezza storia che poi avevo chiuso perché lui era davvero un po’ troppo grande per me. A quel tempo anche qualche anno in più, faceva la differenza.
Giovanni si era infilato, guardandosi in giro, in mezzo alla ressa di ragazzi che procedevano tranquillamente nelle “vasche” serali. La sera era mite, un ultimo respiro dell’estate ormai passata. Il sole non ancora tramontato macchiava di luce dorata la chiesa moltiplicando gli ori dei mosaici. In quella luce mi stavo perdendo, abbacinata da tanta bellezza. Mi consideravo fortunata di vivere in quella città magica e vagamente percepivo che quel momento l’avrei voluto condividere con qualcuno che avesse potuto provare quello che pure io percepivo. Amavo quella città come amavo l’amore.
“Ehi… Ross… ti presento un mio carissimo amico: Michele”. Giovanni tutto orgoglioso mi stava presentando un ragazzo strano, alto come me, con un viso già segnato dal tempo, un sorriso scanzonato e in qualche modo irriverente, un ciuffo di capelli lisci che rassettava con la mano sbagliata. “Piacere, Michele!” La prima cosa che mi colpì era la sua voce, una voce profonda, quasi viscerale, certo non c’era da stupirsi visto la sigaretta che fumava con una certa voluttà. L’altra cosa che mi lasciò interdetta era la luce dei suoi occhi. E’ vero, c’era l’ultima luce del sole a trasformare tutto in un mare d’oro scintillante, ma quella giada preziosa mi aveva incantato. Occhi che ridevano scanzonati, come quel suo sorriso.
Giovanni lanciò lì un ultimo avvertimento: “Guarda che Michele è un poeta!” Avrei dovuto stare accorta. Già conoscere un poeta era una cosa strana, e poi con quella voce e quegli occhi… Dovevo metterci attenzione, ma ero giovane e inesperta e tutto quello non mi faceva troppa paura. Gli cercavo gli occhi e poi mi ritraevo… cosa potevo fare se a quegli occhi mi volevo votare? No, non sapevo quello che sarebbe successo. Non immaginavo che lo avrei ritrovato quasi ogni sera. Gentile e affidabile. Non pensavo che mi avrebbe letto le sue poesie e che avremmo parlato di tutto e che avremmo cominciato a sognare come solo i giovani sanno fare. I giorni passavano e noi eravamo sempre più vicini, ma lui ogni tanto si scostava, diventava tetro e arrabbiato, sembrava volermi male. Non capivo, davvero non riuscivo a capire cosa ci fosse di sbagliato in noi. Era tutto così bello, così rilassante. Avevo la sua amicizia, la sua attenzione, eppure sembrava non volermi concedere un posto vicino a lui.
Poi con tempo capii tutto. Avevamo messo insieme le nostre giovani vite nel momento che lui partiva. Non gli avevo lasciato scampo. Come in altri momenti della nostra vita lui non aveva saputo resistere. E avevamo cominciato la nostra storia. Stava iniziando il 1968 e a febbraio lui partì. Eravamo giovani e ci eravamo fatti lacerare. Strappare via una parte di cuore. Quello era stato l’anno della mia gioventù e lo passai da sola. Certo insieme a molti altri amici, ma non assieme al mio poeta. Proprio in quella tristezza e confusione maturai i miei errori e superai la mia gioventù. Era stata breve, anzi brevissima. Era stato un tempo straordinario che si era concluso lì. Quello che ci fu poi era un’altra storia di vita. Non era più la stessa cosa. Ero passata oltre e niente più fu spensierato e dolce come allora. Un tempo che ho rimpianto per sempre, ma che non sarebbe tornato più e tutto fu per colpa mia. Non avevo capito che si è giovani una volta sola e che questa magia non si ripete più un’altra volta.

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  1. Twiggy (Così come spiega Blow Up) è l’immagine dell’epoca. E’ amaro pensare che sei stata giovane e hai sognato per così poco tempo. Ed è triste sentire un “mai più”. Ma di mille confuse osservazioni preferisco cogliere un’altra occasione. Quei giovani erano anche un ritratto preciso di un’epoca… indimenticabile.

  2. Aveva ragione Al Pacino, non mi ricordo in quale film (forse “Scent of Woman”?) a dire che la giovinezza è una cosa talmente bella che è un peccato che sia sprecata coi giovani.

    E d’altra parte, non si è sempre detto “Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse!”?

    Chissà che farei tornando indietro.. chi può dirlo?

    • Bello questo concetto, dovrei farlo proprio mio ;-)!
      A pensarci bene quel tempo non fu per niente tempo sprecato, anzi. Se mi lagno di qualche cosa è che fu troppo breve e che non sono riuscita a fermarmi un po’ dentro a quel tempo. Al 1968 sono succeduti anni difficili in tutti i sensi ed io li ho vissuti facendo mie quelle difficoltà che si aggiungevano a quelle personali. E’ una piccola giustificazione. Ma come detto io sono realista, non sono mai stata attaccata ad un tempo temendo di crescere ed in questo caso crescere è invecchiare e abbandonare per strada tutti i sogni incontenibili di un tempo.
      Se potessi tornare indietro io so cosa farei, l’unico problema è che non so se la vita me lo permetterebbe… 🙂

  3. Diciamo che sono realista. Per me la gioventù è stato quel breve periodo di tempo spensierato che ho avuto quando mi sono affacciata al mondo degli adulti. Se è durato poco è stato per una concomitanza di cause. Non ultima la partenza di Michele. Fin da subito ho dovuto fare i conti con la solitudine e le responsabilità.Non potevo fare niente di diverso che affrontare seriamente le mie difficoltà e le mie decisioni. Certo ero giovane anche dopo, ma non mi sentivo più così libera e rilassata. Avevo perso quella genuinità che mi aveva fatto provare quei momenti di felicità assoluta, quando mi pareva che la vita mi promettesse grandi cose, amore, avventure, viaggi e infinite altre possibilità.
    Tutto era teorico perchè quello che avvenne poi era sostanzialmente diverso e contaminato.
    Difficile spiegare.
    Il “mai più” ci sta tutto. Il ritrovare Michele mi ha portato a ricordare quella gioventù e a ritrovare i miei sogni abbandonati, ma non mi ha fatto tornare giovane. Ho frequentato giovani e mi sono trovata bene insieme, ma mai e poi mai mi sono confusa con loro. Io sapevo di essere passata oltre troppo presto. Nel momento stesso in cui ho dovuto decidere del mio futuro e ho dovuto farmene carico.
    Non so se sono riuscita a spiegare… forse è solo questione di termini, ma certamente io rimpiango quel tempo lì… e non quello che diventai dopo.

  4. Finalmente un argomento non espressamente “femminile” dove anche il sottoscritto è pungolato a dire la propria opinione. Che, purtroppo, per ragioni di tempo (mi sono collegato adesso che devo uscire per andare a lavorare. o a far finta di farlo) debbo necessariamente procrastinare a questa sera, al mio ritorno. Spero di non trovare un’ampia platea ad attendermi. Ne sarei troppo imbarazzato. Buona giornata a te Ross e a tutti gli astanti. Un affettuoso saluto.

  5. Poi tanto ci ha pensato il blog a riportartelo, Michele. Non c’è niente da fare, quando sono nel tuo destino non te ne liberi… 😉

  6. Per una volta mi permetto di dissentire da quanto affermato dalla mia amica ROSSAURA in questo pur sempre accattivante e godibilissimo post. A mio modo di vedere (e per esperienza personale) non esiste una sola stagione in cui si è giovani. Dato per acclarato che la vera gioventù, l’acme della spensieratezza e la summa delle esperienze totalitarie e indimenticabili sia quella circoscritta nella fascia 14/20 anni, si può anche affermare che le altre stagioni (come dell’amore) della giovinezza ce le gestiamo fondamentalmente noi, in collaborazione con il tempo che passa. Anche il sottoscritto credeva ai tempi del liceo o delle manifestazioni di piazza degli anni 70 di essere una sorta di semidio, di essere bello, potente, inattaccabile, al centro dell’attenzione delle ragazze e ragazziene che all’epoca frequentavo. Ero uno dei primi disc-jockey radiofonici sulla piazza di Roma, avevo le fan che venivano sotto gli studi della radio, giravo con la moto Benelli (al tempo un must, la bicilindrica) da cui salivano e scendevano le pupe con una regolarità impressionante. Tutto mi sembrava infinito e reiterabile, vivevo in una dimensione paradisiaca. Fino a quando un brutto incidente, con la moto, non mi ha imposto un brusco stop. Per la vita e per il fisico. E dopo non ero più di certo il semidio bello e invulnerabile di cinque anni prima. E da lì, riflettendoci ora, iniziò la mia seconda fase di pseudo-giovinezza, fatta più di attività cerebrale che fisica, più di letture impegnative che di incontri sfrenati a base di sesso e Cointreau. La bellezza sfioriva, il senso di onnipotenza pure. La dura realtà era che la vita e il tempo che fugge via impongono una revisione brutale e cocente per chi non ha tempo di rendersi conto che in fondo ci sono altri valori da coltivare, oltre a quelli canonici e dettati dai luoghi comuni. Oggi, arrivato a 50 anni, sto vivendo la mia terza giovinezza, ancora più intellettuale e serena di quella di vent’anni fa, fatta di blog e di amicizie striminzite ma reali, di donne (poche) da non dover soddisfare solo con il sesso e con lo champagne (derivazione non sempre consequenziale del vecchio Cointreau) ma anche con un semplice invito a teatro o a una mostra di caravaggio o, perchè no, a casa mia per vedere un dvd (non necessariamente porno). Insomma, la mia giovinezza me la godo anche ora e non è detto, cara ROSS, che non sia migliore della prima o della seconda: punti di vista, come sempre. Spero di non avver annoiato la platea femminile di questo splendido posto telematico e spero, altresì, di non aver urtato la suscettibilità di quella maschile. Mi prenderò la bordata di fischi di eventuali contestatori/ici per quanto da me affermato, ca va sans dire, ma questo è il bello della vita, anche in Internet. Soprattutto. Un affettuoso saluto, cara Ross.

    • Caro Nomadus, non è che dissento da te in modo sostanziale. E’ vero, che se vogliamo, la nostra vita si può suddividere in tante sequenziali piccole o grandi gioventù. In effetti potrebbe solo trattarsi di una differenza nominale più che reale. Nel mio post ho parlato di una “certa” giovinezza, che ho identificato con quel periodo della vita dove non si è ancora raggiunto quel grado di disillusione e non si è ancora perduto quell’ingenuità che è tipica degli anni giovanili. Poi anche successivamente si è giovani o meno giovani, come meglio si crede.
      Nel tuo caso, come descrivi bene, ci fu un fatto sostanziale che ti trasformò la vita. Gli incidenti in moto sono un classico (:-) sorrido perchè almeno abbiamo la fortuna che tu lo puoi raccontare) sono purtroppo cose che succedono più facilmente ad una certa età, un pò perchè si è scapestrati e si rischia di più, anche se comunque non è detto sia stato il tuo caso. Poi si affrontano anche altre responsabilità. Si deve pensare più concretamente al futuro, ci si rende indipendenti dalla famiglia o almeno si cerca di farlo.
      Il rapporto con le cose che ti circondano cambiano. I rapporti tra persone cambiano. Ecco perchè dico che quella giovinezza dura poco e non torna più. Rimpianti? Beh ci sono anche quelli. A parte la sensazione di come ci sisente, esiste anche il problema che dopo non si è più come si era prima. Qulacosa nella mente, o nel corpo, forse soprattutto nell’anima.
      Mi piacerebbe avere un tuo post, personale, dove parli della tua esperienza di DJ affermato ;-), non scherzo, lo so che il tuo blog è decisamente politico e non raccoglie le tue confidenze più private, ma se ne avessi voglia ospiterei volentieri una tua pagina di vita passata.
      Non so se ti sei accorto, ma ultimamente, tra blog (sopratutto femminili) si rimpallano post di discussioni sul privato. Vedi http://killercat.blogspot.com/ il blog di Martina (irlandese per forza) e http://ilmondodifigenia.wordpress.com/ Ifigenia dove i salotti si moltiplicano e ci si siede a conversare su altro che non la triste condizione politica e sociale del nostro paese.
      parlare del Pifferaio di Arcore non se ne può più 🙂
      Grazie per i complimenti al blog, come sai non ho mai avuto pretese di diventare una blogstar. Ho solo un piccolo orgoglio ed è quello di ospitare delle persone che ho care e con le quali mi piace parlare.
      Un caro saluto anche a te
      Ross

      PS Cointreau? Ah! ma allora ne faremo una scorta per le prossime sedute tra amici! 🙂

  7. Onestamente, cara Ross (a proposito il tuo commento era stranemente bloccato) non è che dissento da te, né da nomadus, anche quello, ma la verità è che dissento dal mio passato. Naturalmente quello che dico è ironico. Io mi trascino il mio passato. Lo vivo e qualche volta ci torno. Me lo tengo. E’ difficile dissentire. Quello ho vissuto e quello sono stato. Non sono stato “DJ”, nemmeno di scarso successo. Non sono stato “carina”. La mia gioventù non è naufragata in quella disillusione, ma forse, e ripeto forse, in un altra. E altrettanto forse, tra alti e bassi, oggi ne faccio più una questione anagrafica. Ho avuto alti e bassi. Mi sono sentito arrivato e ho trovato l’impulso di ricominciare. Se potessi, e lo sai, vorrei cambiarlo quel passato. O tante cose d’esso. Certo: tranne una. Mi spiace che sia stata così breve quella tua gioventù, ma così è stata, o così l’hai percepita. Torno a ribadire che è uno stato d’animo (o più) molto personale. Vedo persone che mi sembrano nate già vecchie ed altre (nel bene e nel male) decise a non crescere mai.

    • Non so se sbaglio, ma mi sembra che tu non abbia subito questo passaggio. Molto spesso mi hai detto che quando stavi nei “centri” con i giovani era così che ti sentivi. L’essere giovane comunque non è un dato anagrafico, almeno su questo concordo con Nomadus.
      C’è qualcosa che ti fa percepire se ci sei o no. Io l’ho percepito per un tempo breve all’incirca un anno o poco più. Troppo poco direi. Era decisamente un anno particolare. Era il numero che era particolare. Ma già all’interno di quell’anno c’erano i germi di una malattia che mi avrebbe avvelenata successivamente. Anche il fatto di essere “carina” ne faceva parte. Anche quello di sentirmi sola quando desideravo invece condividere la mia gioia o la mia tristezza.
      Ma lasciamo perdere, ogni persona ha problemi e percezioni proprie che nessun altro deve per forza avere.
      Tutto sommato avrei preferito che quel tempo durasse di più.

  8. A chi lo dici. Anch’io avrei preferito che quel “tuo” tempo durasse di più. Avevo commentato solo perché trovavo singolare che ci si potesse dire in dissacordo su una testimonianza personale. Cioè non posso che essere d’accordo con il tuo passato, e la sua narrazione, proprio perché è tuo. Non posso contestarti di essere stata donna. Di non essere passato per porta pia. Al massimo, essendo un contemporaneo, posso tornare a polemizzare, solito tormentone, su quel tuo “ero carina”. Eri bella e insicura. Molto bella e non parevi insicura. E poi finiamola… eri decisamente deliziosa. Cosa dissi allora?

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